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Adriano Prosperi
Cosa cambia per noi se chiude Guantanamo
24 Novembre 2008
Articoli del 2008
Si allenta, in USA, la morsa della paranoia securitaria; ma in Italia il governo ruba il futuro e saccheggia il passato. Da la Repubblica, 24 novembre 2008 (m.p.g.)

Nella nebbia di emergenze e di paure che gravano sul futuro una notizia ha portato un barlume di luce. La notizia è questa: martedì scorso un giudice federale ha ordinato l’immediato rilascio di cinque prigionieri del carcere cubano di Guantanamo. Certo, come ha detto un avvocato dei detenuti, «la giustizia arriva troppo tardi per questi cinque uomini»(così riferisce Bernie Becker sul New York Times). È vero. I cinque algerini liberati erano stati arrestati in Bosnia nel 2001 sotto l’accusa di legami con Al Quaeda. E sette anni di galera sono tanti: anche in un carcere "normale", sempre che si possa considerare normale la vita di un carcerato. Quello di Guantanamo notoriamente non lo è. Tre parole lo definiscono: il segreto dei servizi che lo gestiscono, la sicurezza della nazione che lo giustifica, la terra di nessuno che lo ospita e da cui ci arrivano immagini di prigionieri senza volto. Che si cominci a dare un volto a quegli esseri e a sottoporli a processi regolari è un segno importante. Ritorna in vigore l’aurea antica norma dell’"habeas corpus", vanto della tradizione inglese, tra i capisaldi della cultura europea. Torna il rispetto dei diritti delle persone, comincia ad allontanarsi la sindrome di paura che ha gravato sul mondo occidentale negli ultimi anni portando a continue sospensioni dei diritti umani. Sotto i nostri occhi ci sono state persone prelevate in pieno giorno da agenti segreti, si è diffuso il sospetto su tutti gli appartenenti alla cultura musulmana, il linguaggio dei politicanti di successo ha sposato parole d’ordine come "scontro di civiltà", "tolleranza zero", "difesa della (nostra) identità". Abbiamo vissuto questi anni in un mondo che aveva accettato di ridurre o cancellare i diritti delle persone in nome della sicurezza.

L’esperienza non è nuova nella storia. Come ci ricorda Carlo Ginzburg in un penetrante saggio sul pensiero di Thomas Hobbes (Paura reverenza terrore. Rileggere Hobbes oggi, edizioni dell´Università di Parma) è da una condizione di anomia e dall’insicurezza che ne deriva che sarebbero nati, secondo Hobbes, la rinunzia originaria alla libertà e l’assoggettamento degli uomini a un potere comune capace di tenerli tutti «in uno stato di soggezione, di reverenza»(Awe): un potere sacrale, un Leviatano creato artificialmente ma capace di ergersi davanti agli uomini che l’avevano creato e di incutere un sentimento di venerazione, di religioso terrore. Il saggio di Carlo Ginzburg ci allontana dal presente solo per tornarci alla fine: un presente fatto di poteri politici che minacciano il terrore, lo usano, lo dichiarano (il nome in codice del bombardamento di Baghdad del marzo 2003 fu "Shock and Awe", colpire e terrorizzare); di poteri che cercano di impadronirsi della forza "venerabile", della religione. Lo storico ha come tutti lo sguardo bendato davanti al futuro; ma l’indagine sul passato suggerisce ipotesi di futuri possibili su cui riflettere. Non è forse lontano il giorno in cui, scrive Ginzburg, davanti alla drammatica scarsità non solo di lavoro, danaro, cibo, ma perfino di aria e di acqua, un genere umano impaurito potrebbe rinunciare alla libertà consegnandosi nelle mani di «un super-Stato oppressivo, un Leviatano infinitamente più potente di quelli passati».

Da questo scenario di un mondo possibile ci distrae oggi, almeno per un attimo, la notizia della libertà di quei cinque uomini per effetto del ritorno alla tutela dei diritti. L’imprevedibile futuro può nascere anche da qui: dalla sospensione della paura, da un ritorno all’azione politica come scommessa in nome della libertà. La decisione del giudice è giunta dopo l’elezione di Barack Obama. Dopo, ma anche a causa di quella elezione. È noto che il neo-presidente ha intenzione di chiudere quel luogo di vergogna. E gli elettori hanno dato il loro consenso e la forza dei loro voti alla volontà politica di voltare pagina.

La cosa ci riguarda. Viviamo - anche in Italia - immersi in un orizzonte di attese negative. Siamo una maggioranza di vecchi in una società governata solo da vecchi. Le prospettive economiche parlano di recessione. Le misure che il governo prende sono dettate da un’emergenza finanziaria che porta a tagliare le spese alla cieca mentre si occhieggia a possibili cespiti di entrata dai beni culturali. Quello sarebbe il "nostro petrolio", secondo una sciagurata definizione carica di sottintesi pesanti (perché il petrolio si estrae, né più né meno dei reperti archeologici o dei quadri custoditi nei depositi dei musei: si estrae e poi si vende). C’è voluto l’intervento competente e severo di Salvatore Settis su questo giornale per segnare il limite non superabile nel governo dei beni culturali. Ma la solidarietà tra le misure del governo in materia di scuola e di ricerca e quelle destinate allo sfruttamento dei beni culturali è sostanziale, profonda, non scalfibile. Non ci inganni la confusa diatriba sulle alchimie dei concorsi universitari in cui si stanno perdendo le intelligenze di tanti professori. Quel che non deve essere tollerato è la cancellazione della speranza iscritta nel disegno di tagli sistematici e progressivi che promette solo la morte della scuola pubblica e dell´università. La speranza è affidata oggi a quei giovani che si sono mossi in difesa della scuola e dell´università, in nome del loro diritto a contare nelle scelte politiche. Sulle mura della mia università un giovane ha scritto: «Giù le mani dal nostro futuro». Il loro futuro, ma anche il nostro passato: in modi diversi ma nello stesso momento e dalle stesse forze è posto a rischio oggi il nesso tra passato e futuro, tra il patrimonio indisponibile della cultura millenaria del paese Italia e l’ancor più indisponibile patrimonio delle nuove generazioni. È nel loro nome che la politica deve oggi affrontare i problemi della scuola e della società civile: per combattere la paura.

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