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Barbara Spinelli
Contro le "alte saggezze"
9 Giugno 2008
Articoli del 2008
Negli editoriali su La Stampa del 6 e 8 giugno 2008, l'analisi di un mondo che ha liquidato troppo in fretta una stagione di progresso e libertà intellettuale (m.p.g.)


Tra stomaco e serbatoio – 6 giugno 2008

Il vertice della Fao che si è concluso ieri a Roma non ha dato alcuna risposta seria a quello che Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha chiamato il ?silenzioso tsunami? dei prezzi alimentari. Ha risposto con l’afasia, l’indifferenza, la disunione, e una volontà, ferrea, d’impotenza. Al comunicato finale son allegate innumerevoli proteste, soprattutto sudamericane. Il vertice ha ignorato i dati che aveva a disposizione, ha finto di non conoscere le cifre che pure parlano chiaro: gli affamati che vertiginosamente aumentano, man mano che i prezzi di cibo e energia salgono; gli egoismi di lobby e Stati affluenti che dilatano una catastrofe tutta fabbricata dall’uomo; le promesse dei ricchi scordate. Basti rammentare il giuramento del vertice Fao nel 1996: "Dimezzeremo entro il 2015 il numero degli affamati", garantirono, e allora gli affamati erano 800 milioni. Già un anno e mezzo dopo erano 863 milioni e nel frattempo se ne sono aggiunti 100, sfiorando il miliardo.

Non sono le organizzazioni internazionali a esser colpevoli di simili disastri, così come non lo sono del degradare del clima, della gestione dei conflitti militari, delle scandalose disparità di ricchezza nel mondo. Le organizzazioni come l’Onu, la Fao, la Banca Mondiale sono grottescamente trascinate sul banco degli imputati, sono ormai macchinalmente ribattezzate con i nomignoli più sprezzanti - son chiamate di volta in volta carrozzoni, elefanti burocratici che mangiano soldi e vanno gettati nella spazzatura - ma tutti questi son giochetti e menzogne, simili ai sotterfugi retorici cui si ricorre in Europa per denigrare gli amministratori di Bruxelles.

Giochetti che gli Stati fanno per nascondere le proprie responsabilità; menzogne utili ad allontanare dai governanti, e dal cittadino, verità scomode e elettoralmente costose. Possiamo pure abolire Fao, Onu, tutti gli organi del dopoguerra: non per questo avremo curato i mali, perché questi ultimi non son generati dalle istituzioni multilaterali ma dagli Stati e dalle loro sovranità assolute, riluttanti a accettare - sopra di sé - qualsivoglia autorità mondiale. Una volta abolite queste istituzioni dovremo ricrearle, perché di istituzioni e di governo mondiale c’è pur sempre e più che mai bisogno, e non di politiche che lusinghino e favoriscano il ciascuno per sé.

Tra gli Stati responsabili degli odierni fallimenti ci sono innanzitutto i più ricchi e potenti. qui il male, qui l’ignoranza militante che impedisce di riconoscere la natura del disastro e aggiustarla. Se oggi non pare possibile la Rivoluzione Verde che negli Anni 60 scongiurò la carestia nei Paesi poveri, è perché un’immobile apatia s’è insediata nei vertici degli Stati nazione, perché nazionalismi acuti sono di ritorno nei Paesi ricchi, perché la mente degli economisti e dei responsabili occidentali si è ossificata, incapace di adattarsi con elasticità al mutare del mondo e di chi lo abita. Il meccanico gioco di mercato non basta a risolvere la crisi e un collettivo intervento pubblico si impone? L’ideologia liberista frena, inorridita. Le politiche nazionali danneggiano la Terra, ostacolano il libero commercio di beni alimentari? Che muoia il mondo e tutti i filistei, purché le marionette regnanti possano accontentare i propri elettori, arrabbiati e resi ciechi dalle bugie che vengono loro raccontate dalle marionette in questione.

Certo non esiste un’unica responsabilità per l’immane carovita: sono molte e convergenti le cause. A differenza degli Anni 60 c’è il deterioramento del clima e il rarefarsi dell’acqua per le irrigazioni. C’è il prezzo di petrolio e gas che ha raggiunto livelli proibitivi. Ci sono interi e popolosi continenti - Cina, India - che escono dalla povertà, che stanno dando alla luce una vastissima classe media, che cominciano ad avere una dieta più variata, comprendente la carne. C’è l’enorme divario che si sta aprendo tra poveri che crescono pur sopportando prezzi alti e poveri che sopportano il carovita ma non hanno redditi in aumento. Siamo al cospetto di due favole parallele, ha scritto Amartya Sen sul New York Times del 28 maggio: la prima narra l’asimmetria tra poveri e ricchi, la seconda fra poveri e poveri.

La condotta più egoista è quella americana. Sono mesi che l’amministrazione insiste esclusivamente sulle responsabilità degli emergenti, e il segretario all’Agricoltura Ed Shafer l’ha ribadito non senza sfacciataggine a Roma: è la domanda cinese e indiana che fa aumentare i prezzi, allo stesso modo in cui sono Cina e India che accelerano, producendo anidride carbonica, la catastrofe climatica. Minimo è invece, secondo Shafer, l’effetto della produzione di biocarburanti intensificata da Bush nel 2005. Non meno colpevoli per Washington sono coloro che si oppongono - non solo in Europa ma in molti Paesi africani - agli organismi geneticamente modificabili (ogm): visti spesso come panacea, gli ogm rinviano mutazioni più ardue dei comportamenti e delle politiche occidentali.

Il ruolo degli Stati Uniti e dei ricchi viene completamente negato, e le lobby difese a denti stretti. Eppure gli esperti sono unanimi nel constatare come la scelta Usa di sovvenzionare massicciamente le coltivazioni di mais per estrarne energia alternativa (etanolo) abbia crudelmente ridotto le superfici coltivabili per produrre cibo per l’uomo: "Lo stomaco degli affamati è costretto a competere con i serbatoi di benzina", denuncia Sen, ed è chiaro chi perde nell’impari battaglia. Ma su questi punti il governo Usa è inamovibile: ha perfino l’appoggio del Brasile, anche se l’etanolo di quest’ultimo è estratto dalla canna da zucchero e penalizza meno le produzioni di cereali.

Gli occidentali affluenti hanno la tendenza a puntare il dito su cinesi e indiani che consumano più carne: un’analisi non scorretta, ma che indispettisce profondamente Cina e India, che si sforzano di uscire dall’inferno dell’indigenza. Il loro infuriarsi è comprensibile: dicono che in due secoli di rivoluzione industriale l’Occidente ha rovinato il pianeta ed è diventato obeso a forza di rimpinzarsi, e adesso che è confrontato con penuria e carovita fa di tutto per non rimettere in causa proprie abitudini e scelte, quasi sognasse di ricacciare gli emergenti nella povertà. Il rancore è grande, verso Paesi che s’adoperano molto per correggere gli altri, e poco o nulla per correggere se stessi. Che denigrano le istituzioni internazionali solo per proteggere le proprie lobby, le sovranità intangibili dei propri Stati, le proprie ideologie liberiste.

Va di moda oggi vilipendere le utopie degli Anni 60, che erano speranze di futuro: ma quell’epoca era meno cieca, infinitamente più duttile. Di fronte all’Occidente s’accampava un pericolo vero, il comunismo, e tutti i pericoli veri sono anche una sfida, una straordinaria occasione: nel caso specifico, la sfida era di competere col comunismo nell’aiutare i poveri e i diseredati. Nessun pericolo odierno (terrorismo, Iran) è paragonabile a quella minaccia benefica, che teneva sveglia la coscienza occidentale e la mobilitava.

Oggi quella sfida non esiste più: in parte è una disgrazia. Oggi non si tratta di strappare i poveri e gli ultimi alla seduzione sovietica ma di aiutare le singole persone umane a non morire di fame, semplicemente e subito. E' questo che gli occidentali non sanno fare, questo che li rende così afasici, volontariamente impotenti, e vuoti.

Il candidato meticcio – 8 giugno 2008

D’un tratto tutto quello che in Europa aveva l’aria d’essere la modernità si sfalda e ingrigisce e invecchia, messo a confronto con quello che accade nelle presidenziali americane: un po’ come succede al Centro Pompidou di Parigi che nei primi Anni 70 fu avanguardia assoluta, con i suoi furibondi colori e i suoi tubi d’acciaio, e presto divenne stranamente decrepito, troppo decifrabile. L’ascesa di Barack Obama e la sua vittoria sulla casa Clinton nelle primarie democratiche ha questo, di inatteso e scompaginante: fa invecchiare d’improvviso quello che sembrava ineluttabilmente vincente, smentisce credenze cui tanti si erano conformati, a destra e sinistra. L’idea che esista un’unica via liberista per aggiustare l’economia, che la globalizzazione possa esser governata con vecchi politici nazionali e vecchie identità monocolori, che l’intervento dello Stato nell’economia sia sempre sciagurato, che nei governanti non conti più l’etica, che l’uso politico della paura e della xenofobia siano redditizi: tutti questi convincimenti sono sbriciolati da un candidato americano e globale al tempo stesso, figlio di un africano keniota, cresciuto in Indonesia, rientrato nelle migliori università statunitensi. Il suo esser meticcio fa impressione nel piccolo universo bianco, ma tre quarti della terra gli somigliano.

Forse il candidato nero non vincerà contro McCain, ma il mero fatto di correre per la Casa Bianca scompagina i manuali del successo. Scompagina due certezze, in particolar modo. La certezza che gli Anni 60 e il ’68 siano un angolo morto della storia, da deplorare senza fine. E la certezza che l’impero Usa sia qualcosa di rigido, non esposto a mutazioni profonde. ? invece un oggetto bizzarro, debole e però straordinariamente elastico. Una lunga pratica di arroganza l’ha sfibrato, sino a produrre l’anticorpo Obama. La sua duttilità è unica perché crea tali anticorpi, e restituisce fascino alla democrazia e alla convivenza etnico-razziale.

Son scombussolati in primo luogo gli stereotipi sul Sessantotto: in Europa è di grandissima moda denigrarlo, l’Italia lo sa e anche la Francia, dove Sarkozy ha costruito una carriera su simile denigrazione. In America la maldicenza è più antica: l’offensiva contro i liberal degli Anni 60 cominciò con Nixon e proseguì nel ’94 con la rivoluzione conservatrice di Newt Gingrich e la vittoria repubblicana alle legislative. Bush e i neo-conservatori sono figli di questa rivoluzione dell’acrimonia. Molti acrimoniosi hanno partecipato al ’68 ma poi si sono trasformati, adeguandosi al più moderno spirito dei tempi: spesso si son fatti stranamente beghini e falsamente virtuosi, come accade a chi si congeda da una gioventù scapestrata. Somigliano alla vereconda madama Pernelle, che nel Tartufo di Molière insulta ogni sorta di libertà. L’età "ha messo nella sua anima uno zelo ardente" che l’induce a denigrare la spregiudicatezza dei giovani, e a difendere il devoto ipocrita Tartufo. "Col velo pomposo di un’alta saggezza dissimula la miseria delle sue tramontate seduzioni", così è derisa dalla servetta Dorine. Parecchi neo-conservatori denunciano il ’68 allo stesso modo: un ardente zelo li porta a cancellare un’epoca intera, senza la quale Obama oggi non sarebbe dov’è.

Obama non è un sessantottino, in più modi lo fa capire. Se ha vinto alle primarie contro Hillary Clinton è perché ha sormontato quella che vien chiamata l’iconografia del ’68: le battaglie di liberazione dei neri o delle donne viste come fini in sé, da ottenere solo per la propria classe o razza o genere. Schiava del ’68 si è rivelata Hillary, e non le è stato d’aiuto. Ma Obama è pur sempre il prodotto di un movimento favorevole alla varietà e all’incrocio col diverso, anche se di esso non è preda. In Europa possiamo continuare a credere che l’avvenire appartenga a chi liquida gli Anni 60: le battaglie di emancipazione, giustizia, uguaglianza; le canzoni di Moustaki sul métèque. In America quest’iconoclastia è già finita, sia che Obama vinca sia che perda.

La seconda idea scompaginata concerne l’impero americano e il suo degradarsi. Anche qui Obama è specchio del male e anticorpo che il male ha saputo secernere: è un annunziatore estremamente realistico della crisi, anche se non sempre è disposto a guardarla davvero traendone tutte le conseguenze. Dice che la guerra al terrorismo si è sfracellata in Iraq, sbrecciando in maniera enorme e durevole l’immagine mondiale dell’America e la sua capacità di influenzare gli eventi, soprattutto nel mondo arabo e musulmano. Con le sue mani, Washington ha fabbricato il Golem che è Ahmadinejad e l’ambizione iraniana all’egemonia nella regione più conflittuale del pianeta. Alcuni, come Niall Ferguson, parlano già di breve impero americano: ben più breve dell’antica Roma che i neo-conservatori sognavano d’emulare.

Non è chiaro se Obama sappia fino in fondo l’infermità che annunzia. Sia lui che McCain la descrivono con severità, sperano di riparare, correggere. Ma in America le presidenziali hanno spesso questo tono: i candidati lamentano il declino di una nazione che continuano a vedere come eletta, impareggiabile. Anche oggi rischia di esser così, Stephen Sestanovich lo spiega bene in un articolo su Slate online del 2 giugno. Ambedue i candidati, scrive, coltivano la speranza che non sia vero quel che dicono: che non sia vero che l’America è più che mai debole, inascoltata. Quando McCain propone una nuova comunità occidentale, quando vuol escludere la Russia dal Gruppo degli Otto, non sa la differenza fra il dire e il poter fare: non sa le diffidenze europee, non sa che la Russia sarà difficile metterla alla porta con un ukase americano.

Obama è assai più realista, specie sul disastro iracheno, ma l’illusione assedia anche lui. Non basta parlare con Ahmadinejad per indurlo alla ragione, per il semplice fatto che il suo regime ha sin d’ora una razionalità, diversa dall’occidentale. L’Iran di Ahmadinejad è un po’ come la Prussia di Federico il Grande, nella seconda metà del ’700: tutte le potenze nell’Europa continentale si coalizzarono per abbatterlo, ma attraverso la guerra e l’isolamento la Prussia, da parvenu che era, divenne nazione cruciale. La convinzione dei politici americani è che se solo usi razionalmente la tua testa, diventi subito filo-americano e filo-occidentale: altrimenti devi esser pazzo. E' la presunzione imperiale che genera queste chimere, e che spiega alcuni cedimenti di Obama all’unilateralismo conservatore.

I nipoti del ’68 hanno superato le scarsezze e perentorietà dei nonni ma hanno un bisogno esistenziale di legittimità, e questo frequentemente li intimidisce. Pensano che per esser accettati devono mostrarsi più centristi, cioè di destra (sono "mercanti di razze" e "prigionieri della politica dell’identità", secondo Shelby Steele, scrittore nero e conservatore) e il loro incubo è Israele, che in America è tra i massimi dispensatori di certificati di legittimazione. Anche questo cambierà, e non necessariamente in meglio per gli ebrei della diaspora e neppure per Israele. Ma per ora, l’imprimatur dei gruppi di pressione ebraici (dell’Aipac in primis - American Israel Public Affairs Committee - più conservatore del governo israeliano) è essenziale. E' all’Aipac che Obama ha fatto una promessa ritenuta eccessiva dallo stesso Dipartimento di Stato, il 4 giugno: la difesa di Gerusalemme "capitale indivisa d’Israele".

Chi viene dal ’68 sente di dover continuamente scusarsi, anche se i difetti del ’68 li ha superati tutti. Obama rischia di sperdersi nel trasformismo, a forza di scusarsi. Rischia di ripetere l’esperienza Hillary: troppo sicura all’inizio, troppo underdog alla fine, quando per scelta s’è trasformata in emblema di chi per mestiere o destino è un perdente.

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