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Eugenio Scalfari
Congelare il processo non salva il premier
13 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
Eugenio Scalfari commenta, su Repubblica del 22 giugno 2003, la vergogna degli ultimi giorni.

TRE argomenti, tra loro strettamente connessi, dominano e presumibilmente domineranno la scena politica italiana ed europea dei prossimi mesi: la legge entrata proprio oggi in vigore che sospende la processabilità penale nei confronti di Silvio Berlusconi (e delle altre quattro maggiori cariche istituzionali), il semestre europeo di presidenza italiana, la nuova Costituzione europea che durante il predetto semestre (1/7-31/12 2003) sarà discussa e forse modificata e approvata dalla conferenza intergovernativa che avrà inizio a Roma a partire dal prossimo ottobre.

Aggiungiamo che nello stesso arco di tempo si capirà se tra Israele e Palestina prenderà corpo o tramonterà ancora una volta l’ipotesi della pacifica convivenza e della nascita d’uno Stato palestinese. Infine, alle soglie del 2004, diventerà chiara la natura dei rapporti interatlantici, il ruolo degli Usa e quello dell’Unione europea, la prevalenza dell’imperium americano figlio di Marte o del modello policentrico proposto dagli europei, figli di Venere secondo la "vulgata" semplificatoria che va di moda con dubbia fortuna sulle due sponde dell’Atlantico.

Stiamo dunque per vivere un semestre-chiave nella storia del mondo? La risposta è sì, saranno mesi importanti con ricaschi forti sulla vita anche privata delle persone, oltre che degli Stati e dei governi che li guidano.

Il ruolo del governo italiano e della sua presidenza semestrale dell’Unione avrà un peso determinante sulle vicende che si svolgeranno nell’arco di tempo considerato? La risposta è no: un singolo governo in genere, quello italiano guidato da Silvio Berlusconi in particolare, sarà piuttosto trascinato che trascinatore di eventi che si collocano a livelli decisamente superiori alla nostra portata. Per il governo italiano, come saggiamente ha detto l’ambasciatore Vattani interrogato dalle Commissioni esteri del Parlamento, il problema sarà semplicemente quello di far bella o cattiva figura durante il semestre della nostra presidenza. Se ci riuscissimo sarebbe già qualche cosa.

Si capisce la preoccupazione di Carlo Azeglio Ciampi di tutelare nei limiti del possibile l’onorabilità del presidente del Consiglio nel momento in cui sta per assumere la presidenza dell’Unione. Ai fini di quella bella o cattiva figura di cui parlava l’ambasciatore, non sarebbe stato un buon viatico un Berlusconi a carico del quale il pubblico ministero del Tribunale di Milano avesse potuto chiedere la condanna a parecchi anni di reclusione per l’infamante reato di corruzione in atti giudiziari del quale è accusato insieme a Cesare Previti e ad un gruppo di magistrati e avvocati.

Quest’ipotesi, e quella ancor più preoccupante d’una sentenza di condanna sia pure soltanto di primo grado, sono state evitate di strettissima misura e Ciampi - a detta di tutti e delle stesse fonti del Quirinale - ne è stato uno degli artefici più tenaci e autorevoli. Ma infuria la polemica sulla correttezza costituzionale della soluzione adottata. I costituzionalisti sono divisi, le forze politiche sono divise e così pure l’opinione pubblica.

In casi come questo ciascuno resta sulle proprie convinzioni con dovizia di contrapposti argomenti. Io, per me, come quidam de populo, sono del parere che il capo dello Stato ha trovato il modo di far passare per la cruna d’un ago il cammello della non processabilità del presidente del Consiglio per tutta la durata del suo mandato. Dirà poi la Corte costituzionale, se come sembra sarà investita del problema, la parola definitiva in materia.

Ma non m’inoltro in un dibattito di così specifica natura, per il quale mi manca la competenza e i cui termini sono del resto ampiamente noti. Piuttosto pongo due domande: è riuscito Ciampi a salvare l’onorabilità del presidente del Consiglio attraverso la legge sulla non processabilità? Quale prezzo ha dovuto pagare lo stesso Ciampi per ottenere quel risultato? Alla prima domanda rispondo: no, non è riuscito né poteva riuscirvi.

L’onorabilità del nostro "premier" è grandemente scemata da tempo a causa della sua pervicace condotta processuale che per un uomo investito di così alte responsabilità avrebbe dovuto essere improntata al criterio di ottenere al più presto possibile un chiaro pronunciamento giudiziario e non già, come invece ha con ogni espediente tentato, di allungare all’infinito e con infiniti quanto disdicevoli mezzi, la durata del processo per avvicinarlo alla scadenza dei termini di prescrizione.

Né poteva Ciampi cancellare la natura stessa di quel processo - corruzione in atti giudiziari - che in qualunque altro paese avrebbe indotto l’imputato a separare le proprie responsabilità dalla carica che rivestiva, anziché aggrapparsi ad essa con tutte le forze e tutti i mezzi.

L’esempio di Helmut Kohl, che abbandonò tutti gli incarichi Cdu nel momento in cui fu accusato non già di corruzione in atti giudiziari ma dell’assai meno grave reato di implicazione nel finanziamento illecito del suo partito, fornisce un modello efficace per la tutela dell’onorabilità di un uomo politico. A Helmut Kohl non fu offerto nessuno scudo di non processabilità: era, prima ancora che un problema giudiziario, un problema etico e quindi politico che l’ex Cancelliere ed il suo partito risolsero con criteri politici.

Del resto, entro breve tempo, il processo contro i coimputati del nostro "premier" dovrebbe arrivare a conclusione in primo grado; l’eventuale sentenza di condanna sarà sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica europea ed avrà inevitabilmente lo stesso effetto di immagine che avrebbe avuto se Berlusconi non fosse uscito dal processo per il rotto della cuffia. L’onorabilità del "premier" italiano e le sue credibilità e autorevolezza saranno quel che saranno dopo quell’eventuale sentenza, con l’aggravante d’un sotterfugio parlamentare perpetrato nel tentativo impossibile di nascondere un reato di quelle proporzioni.

Concludo su questo punto: il cammello della non processabilità è passato dalla cruna dell’ago, ma un’operazione così ardua non è servita a nulla, sicché è stato sostanzialmente inutile cimentarsi con essa. Diverso sarebbe stato se almeno la legge in questione avesse contemplato l’obbligo per gli imputati non processabili di sottoporsi immediatamente al processo non appena scaduto il loro mandato in corso, senza cercare ulteriore riparo concorrendo ad altra carica che comporti non processabilità. Una norma del genere, dando una data certa alla sospensione del processo, avrebbe fugato ogni dubbio sulla sua costituzionalità. In assenza di che il dubbio del vulnus al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge rimane e pesa.

E qui si pone la seconda domanda: quale prezzo ha pagato Ciampi?

* * *

Appartengo, da quando l’ho conosciuto, più di trent’anni fa, al novero dei suoi estimatori per l’integrità morale, il senso del dovere, il rispetto profondo per lo Stato e per le istituzioni. Ma non soltanto: anche per i cittadini, gli individui che dello Stato sono parte e, nel loro insieme, ne sono i sovrani con le loro speranze, i loro bisogni, le loro scelte.

Conosco quindi molto bene il suo scrupolo e la solitudine che comporta assumere decisioni che portano con loro ragioni valide ma anche contraddizioni palesi. Questa di aver sostenuto la non processabilità, aver posto limiti importanti alla legge come alcuni l’avrebbero voluta (penso all’estensione della norma ai ministri e ai coimputati); aver ritenuto corretta una legge ordinaria; essersi posto in contrasto con settori importanti della pubblica opinione, che tra l’altro annoverano i suoi più schietti sostenitori; ebbene, questa dev’essere stata una scelta che gli è costata molto di dover fare.

Certamente l’ha fatta non per proprio interesse, poiché non ne ha alcuno in merito a problemi di processabilità, ma ritenendo di tutelare l’interesse della nazione.

Temo però che in questo caso abbia commesso un errore poiché è partito da una valutazione degli uomini effettuata con il proprio metro. Ha probabilmente pensato che riportando un minimo di calma e di tregua nell’incandescente scontro politico, il nostro "premier" avrebbe avuto modo di considerare con maggior senso di responsabilità i suoi doveri e i suoi obiettivi di uomo di governo. Non ha tenuto conto del carattere di Silvio Berlusconi e più ancora della natura profonda del potere che ha conquistato e che tende ad allargare e a consolidare sfidando gli anni e i decenni, monopolizzando ogni strumento appropriato a manipolare il consenso, devastando gli istituti di garanzia a cominciare dalla stessa presidenza della Repubblica, dalla magistratura, dalla Corte Costituzionale e dalla Suprema Corte di Cassazione.

Sulla Stampa del 19 scorso il suo principale consigliere politico, Giuliano Ferrara, ha descritto e lodato quella che avevo chiamato in mio articolo di domenica scorsa la bulimia berlusconiana. Il ritratto che risulta dallo scritto di Ferrara ha qualche cosa di terrorizzante poiché descrive un potere totale senza limiti né regole. Parla anche del quadro internazionale per sostenere che Berlusconi mira a fare entrare la "sua" Italia nella ristretta oligarchia del potere mondiale che fa capo all’America di Bush.

Questa è l’Europa che noi vogliamo, scrive Ferrara, e se l’Europa non ci starà questa strada la percorreremo da soli.

Il quadro è raccapricciante. Credo che Ciampi conosca queste "tentazioni" dell’uomo che gli elettori portarono alla vittoria nel maggio di due anni fa.

Forse spera che prevalga una sua parte migliore e che la bulimia berlusconiana si attenui o addirittura scompaia. Mi permetto di dire che questo è l’errore: se Berlusconi non fosse quello che è non avrebbe vinto le partite che ha giocato negli affari come in politica, perciò continuerà così, rilanciando e sempre rilanciando. Forse, continuando a inoltrarsi su questo terreno, inciamperà e cadrà; oppure no, come si fa a predire il futuro? Personalmente credo che dopo questa controversa vicenda, il presidente della Repubblica debba deporre il metodo che gli è tanto caro e che ha dato anche alcuni risultati: il metodo, voglio dire, della moral suasion, dell’opera discreta di convincere a scegliere il meno peggio.

La moral suasion poteva valere all’inizio del governo berlusconiano. Dopo due anni e con ancora tre anni al compimento della legislatura, i compromessi al ribasso presentano un saldo netto negativo, tanto più in presenza d’una pubblica opinione che ha riscoperto il gusto di partecipare, di far sentire la propria voce e la propria forza.

La più alta magistratura costituzionale ha anche altri metodi per esercitare i suoi compiti: giudicare gli atti sottoposti al suo vaglio e alla sua firma senza influire preventivamente sulla loro formazione; approvarli se conformi alle regole, bocciarli se non conformi. Fa’ quel che devi, accada quel che può, dice la più aurea massima dell’etica pubblica. Non spetta al Quirinale curare la bulimia politica di Berlusconi. Gli spetta invece di custodire il dettato costituzionale, difendere e rafforzare il sistema delle garanzie, portare allo scoperto i privilegi. Accada quel che può.

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