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Agostino Petrillo
Confronti necessari nell'era della crisi
29 Settembre 2008
Articoli del 2008
La Biennale di Architettura veneziana continua a far discutere. Da il manifesto , 28 settembre 2008 (m.p.g.)

A chi ha seguito le polemiche sulla Biennale di Architettura (Lucia Tozzi e Emanuele Piccardo sul «manifesto», Vittorio Gregotti su «Repubblica») pare di cogliere l'eco di un dibattito che si è aperto a giugno con il XXIII congresso internazionale di Architettura di Torino. Se i risultati della esposizione veneziana sembrano oggettivamente modesti, come non sono parsi entusiasmanti i contributi alla kermesse torinese, è tuttavia interessante per un sociologo urbano sentire echeggiare una certa inquietudine nel mondo dell'architettura, e assistere al riaprirsi di una serie di questioni storiche: che cosa devono fare gli architetti? Esiste un futuro per la professione, e quale dovrebbe essere la relazione tra l'architetto e la società? Giustamente Gregotti segnala il pericolo della riduzione dell'architettura a «fatto ornamentale», ma forse sarebbe utile investigare maggiormente la «politicizzazione dell'estetica», non solo come componente costitutiva delle soggettività postmoderniste, ma più semplicemente per comprendere come determinate scelte ad effetto servano a coprire operazioni discutibili e a volte vere e proprie speculazioni. Nelle mutate condizioni della produzione l'estetica diviene un terreno di potenziali conflitti che non sempre trovano adeguata espressione. Forse ha avuto ragione Rem Koolhaas a contrabbandare per etica la provocatoria scelta della bigness : dietro le apparenze dei grandi contenitori «buoni per tutto» sempre più si giocano partite costitutivamente politiche. L'epoca è difficile: appare comprensibile che uno zoccolo duro di architetti si arrocchi su alcune tautologie, prima tra tutte quella per cui «gli architetti devono fare gli architetti» - una cosa bellissima, se solo fosse vera. In realtà gli architetti fanno di tutto, oggi più che in passato. Non avrà tutti i torti Gregotti a scagliarsi contro il pasticciaccio artistoide, magari taroccato, ma è evidente che la professione non è più quella d' antan e i suoi confini tendono a diluirsi in una dimensione di «progettista generico». Nel migliore dei casi l'architetto è un ideatore, ma molte volte finisce per essere l'esecutore di «spartiti» scritti altrove, in una condizione del tutto analoga a quella di altri lavoratori delle «industrie creative». È chiaro che in una simile situazione l'«artistismo» è una menzogna, ma questo non tanto per una «contaminazione» del campo architettonico, peraltro sempre meno definito, quanto per l'assoluta mancanza di una componente artistica tradizionalmente intesa nell'atto del produrre. D'altra parte è vero, come ha notato Piccardo, che chi si occupa di architettura tende sempre più ad attingere ai saperi del sociologo e dell'antropologo, talora con la presunzione di potersi sostituire ad esso - ma anche in questo caso mi pare di scorgere più una necessità imposta dai tempi che una «svolta sociale» significativa. Quella consapevolezza politica che Gregotti a più riprese pare auspicare si comincia solo timidamente a prospettare, a causa di limiti in parte storici, in parte strutturali. E non è solo questione della imbarazzante presenza delle archistar, che in fondo rappresentano nient'altro che l'esasperazione della figura dell'architetto che fa l'architetto, è il dibattito generale sui grandi problemi che stenta a decollare. Forse quello che Lucia Tozzi intendeva sottolineare nella sua lettura della Biennale era proprio un accenno di apertura, di cui attesta per esempio la presenza a Venezia di un lavoro controcorrente come quello di Giovanni Caudo. Insomma con il vecchio calembour si potrebbe concludere che la crisi dell'architettura ha finora generato solo un'architettura della crisi, ma che i tempi richiedono prese di coscienza più coraggiose, in grado di riverberarsi su un contesto sociale in mutamento che ha ormai le dimensioni del pianeta. Ma possono queste prese di posizione emergere unicamente dall'ambito delle discipline architettoniche? Per ora pare proprio di no. Forse allora aprire il dibattito sulla crisi dell'architettura ai saperi delle scienze umane, avviare un confronto con sociologi, filosofi e antropologi potrebbe rendere il dibattito più ricco.

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