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Con B. che va via qualcosa sta cambiando. Vediamo come
14 Novembre 2010
Articoli del 2010
Un articolo frizzante di Alessandro Robecchi e uno riflessivo di Michele Prospero; forma e sostanza dei mutamenti politici in corso. Il manifesto, 14 novembre 2010

Uno spettacolo a metà

di Alessandro Robecchi

È il momento, gente. Tirate fuori dal cassetto quel biglietto di prima fila che avete comprato due anni fa in attesa del grande spettacolo, fatelo strappare all'ingresso e prendete posto. Il più grande fuggi fuggi di topi mai visto sarà superbo. Siamo gente attenta, da queste parti, sappiamo distinguere tra roditori. Ci sono topini che fuggono dopo anni e anni di tentennamenti convenienti. Ratti astutissimi che fuggono dalle azioni Mediaset come scommettitori che capiscono al volo quando un cavallo è bolso. Ci sono topi generici che passano ad altre navi correndo sulle funi. Altri che negano di esser mai stati imbarcati e addirittura alcuni che negano di esser mai stati topi. Ci sono toponi terzisti che frugano nel loro archivio di elogi al capitano della nave ora in panne alla ricerca di qualche riga mellifluamente critica, da esibire come salvacondotto in caso di controllo. Ci sono topi pensosi che all'improvviso si levano le fette di salame dagli occhi. E addirittura topi che dicono «io l'avevo detto», e non avevano detto niente. È il bello della biodiversità: tanti topi gambe in spalla, con il ratto più grosso, ormai ammaccato, che scappa anche lui, da Seul, un uomo in fuga per non parlare con la stampa, per non esporsi ai frizzi e lazzi di giornali stranieri che non gli farebbero sconti. E questo per non dire delle tope (sorry...), che cominciano a chiacchierare sui divertimenti segreti nelle varie tane, anche loro in fuga, anche loro capaci di annusare la fine del baccanale. Riempiono verbali e pagine di indiscrezioni con la stessa velocità con cui riempivano coppe di champagne e siparietti cochon. Spettacolo glorioso: solo noi che comprammo il biglietto per tempo possiamo godercelo appieno. Stupiti e divertiti. Solo, un po' irritati dal sonnecchiare eterno dei gatti, che davanti a questo immenso fuggi fuggi di topi sembrano storditi, inani, incapaci. Un 25 luglio senza 25 aprile, ecco. Insomma, uno spettacolo a metà.

Perché cade l'anomalo

di Michele Prospero

Quali sono le forze sociali che hanno innescato la crisi sistemica del berlusconismo? Le stesse che tra il 1992 e il 1994 tentarono una soluzione modernizzatrice alla crisi della repubblica dei partiti. E cioè la grande impresa e la finanza, alcune porzioni di classe politica, taluni settori delle alte gerarchie del mondo cattolico, i delicati comparti tecnici dell'amministrazione e della banca centrale, la grande stampa. Si tratta di una èlite ampia che, quando percepisce l'usura definitiva dei meccanismi di potere, reagisce con appelli molto ascoltati ed efficaci al senso perduto della responsabilità nazionale. Questo composito arco di forze ha la potenza sociale, culturale e politica necessaria per spezzare gli ingranaggi del sistema di governo usurato e ritenuto la causa del declino, ma poi non riesce a guidare la transizione verso altri sbocchi. Ciò perché è forte abbastanza ma non egemonico.

Nel 1992 questo ceppo più combattivo dell'èlite modernizzatrice covò la rivolta interna al sistema politico che assunse le forme del movimento referendario. Per le debolezze di un'alleanza politica e sociale condotta con le categorie fragili della vecchia borghesia illuminata, l'assalto al cuore della partitocrazia si concluse con il trionfo della inaspettata soluzione populista. La crisi degli Anni 90 vide infatti non solo una profonda regressione politica e istituzionale ma anche un passaggio di consegne all'interno del blocco economico dominante: dalla capacità declinante di influenza della grande impresa all'attivismo corsaro della piccola imprenditoria disseminata negli spazi locali. La grande metamorfosi di quegli anni vide il successo di un nuovo tipo di borghesia, che è economicamente centrale ma politicamente periferica e preferisce pensare in termini di territorio e non di stato. Al disegno iperdemocratico del ceto medio cognitivo che gestiva i rumorosi movimenti antipartito subentrò ben presto il prosaico calcolo economico di un pezzo benestante di società che sperimentava l'ebbrezza della secessione fiscale e si rinchiudeva nella geocomunità coesa come zona di resistenza e di recuperata competitività.

Ciò si verificò perché con la crisi-crollo della Dc, annunciata prima ancora degli eventi dell'89, nel territorio dinamico del neocapitalismo molecolare del nord era comparso un nuovo ceto sociale ramificato che respingeva la mediazione e la sintesi politica tradizionale e perseguiva una sua immediata auto-rappresentazione con una classe politica ruspante e periferica. Sulle tendenze antipolitiche di questo rude e sconfinato microcapitalismo a conduzione familiare, ostile a ogni civiltà giuridica a tutela del lavoro, l'èlite modernizzatrice non riesce a incidere perché in esso è inesauribile una mentalità antielitaria e cova uno spirito di vendetta contro il ceto politico, il pubblico impiego, la ricerca.

Al di là del biopotere berlusconiano, anche dopo l'usura del corpo fisico del capo, esistono estese fasce sociali che persistono in una manifestazione di profonda alienazione politica. Quando è al potere questo blocco sociale conduce (non solo per le evidenti carenze tecnico-politiche della leadership berlusconiana) alla catastrofe: evasione fiscale, lavoro nero, abbattimento delle politiche pubbliche. Nella crisi del berlusconismo non si rintraccia perciò una mera questione di rivalità e di ambizioni personali che spinge al duello finale per il comando. C'è qualcosa di più durevole: una sorta di regolarità della politica che dopo 16 anni riemerge e manda tutto in aria. È la regolarità per cui si rivela impossibile governare una società complessa e differenziata con la privatizzazione del potere. Una seconda regolarità che riaffiora è che risulta arduo reggere le sfide globali dell'innovazione con una coalizione sociale retta dal micro capitalismo territoriale che ha costruito la propria soggettività politica nelle forme dell'antipolitica più virulenta.

Questo mondo, con l'uscita di scena del cavaliere, ha perso la testa politica che la proiettava al potere ma non scompare nel vasto radicamento nei territori. Che le istanze antipolitiche del micro capitalismo territoriale possano essere intercettate per intero da Fini e da Casini pare assai dubbio. Entrambi hanno scelto la via del recupero della rappresentanza, della ragionevolezza, e il sud appare al centro del loro disegno. Un rigonfiamento della Lega è inevitabile dopo il crepuscolo del cavaliere. Essa è destinata a crescere nel territorio ma a giocare un ruolo più marginale nel sistema politico. Una sua evoluzione nelle forme pragmatiche di forza dell'efficienza amministrativa sembrerebbe urtare contro la predilezione del carroccio per le più aggressive politiche dell'immaginario (criminalità, clandestini, immigrazione) con le quali cattura un rilevante consenso operaio e il sostegno dei ceti popolari più marginali.

Il populismo è la forma politica espressa dal micro capitalismo territoriale che rifiuta la rappresentanza. Pensare di sconfiggere il populismo degli interessi economico-fiscali con il populismo partecipazionista dei gazebo, delle primarie, dei partiti liquidi è del tutto illusorio. I ceti medi cognitivi di norma soccombono al cospetto dei ceti medi mobilitati in vista del rude interesse economico. La questione politica del lavoro si ripropone proprio per questo come centrale anche per rendere efficace la transizione politico del dopo Berlusconi. Nell'estate del 1992 il lavoro fu coinvolto nei giochi della politica ma in una sorta di rivoluzione passiva. L'arma alla fine spuntata della concertazione fu concessa in dono in cambio dell'accettazione della purulenta politica del sacrificio imposto dal vincolo europeo. Vista dal punto di vista del lavoro, la seconda repubblica è stata una sventura. Declassamento economico, perifericità sociale, precarietà normativa, evanescenza politica e rimozione culturale.

Il lavoro senza più rappresentanza è finito, qualche volta addirittura in larga maggioranza, nelle braccia minacciose del micro capitalismo territoriale che lo ha attratto con le efficaci politiche identitarie che contrapponevano la bella comunità locale all'intruso straniero che pretendeva beni pubblici ormai residuali (asili nido, case popolari, assistenza sanitaria). Se l'èlite responsabile e modernizzatrice che progetta oggi il necessario defenestramento di Berlusconi pensa di procedere nell'azione chirurgica sbrigativa solo con la perizia della manovra e senza ripensare il significato politico del lavoro si sbaglia di grosso. Solo una ricostruzione di uno spazio politico del mondo del lavoro può arginare il populismo della micro borghesia dei territori che quando è al governo in posizione egemonica conduce alla catastrofe.

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