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Dino Greco
Complici d'impresa
16 Settembre 2008
Articoli del 2008
Altissima la posta in gioco nelle vertenze sindacali oggi sul tappeto. Il neoliberalismo italiano stringe le ganasce della morsa. Il manifesto, 16 settembre 2008

Con la vicenda Alitalia e con l'ormai prossimo epilogo della trattativa sul modello contrattuale, entrambi recanti il sigillo dell'aquila confindustriale, si materializza il progetto di un nuovo paradigma economico, sociale, politico, il cui tratto distintivo è quello di una indiscussa egemonia del capitale sul lavoro. E si cementa un blocco politico-sociale che proietta definitivamente l'Italia fuori dalla sua Costituzione, stracciandone anche quel titolo III che disciplina le relazioni economico-sociali, fissando nel primato e nella tutela della dignità e della sicurezza del lavoro il limite invalicabile dell'iniziativa privata. Da una parte, c'è una cordata di avventurieri che rappresentano la versione affaristica, speculativa e usuraria del capitalismo italiano, clientes del governo e in sodalizio parassitario con esso. Costoro, nulla rischiando in proprio, impongono per Alitalia una soluzione che prevede il ricorso ai licenziamenti di massa, bilanciati da più lavoro e meno salario per i sopravvissuti alla mattanza, in cambio di un progetto di rilancio industriale che ha lo spessore di un foglio di carta. Mentre la sorte di 4.000 precari non è neppure oggetto di negoziato.

Dall'altra parte, Confindustria consegna ai sindacati un documento che spazza via la già tremebonda piattaforma sindacale, resa ancor più volatile dall'esser priva di qualsiasi mandato dei lavoratori. Con l'arroganza di chi pensa che ormai tutto le sia possibile, Confindustria mette a tema la liquidazione del contratto nazionale e, con esso, del sindacato. Il manifesto ha dato puntualmente conto, nei giorni scorsi, della luciferina coerenza del disegno. Quello che si delinea è il modello di un sindacato collaborativo, la cui funzione essenziale è di immolare i lavoratori al dogma della competitività, tutta costruita sulla flessibilità assoluta del mercato del lavoro e della prestazione. I lavoratori sono ridotti a combustibili del processo di accumulazione o, per usare le parole di Emma Marcegaglia a «complici» dell'impresa e delle sue ragioni. La rivendicazione di un'alterità, di una soggettività culturale e politica del lavoro è messa al bando come un'anacronistica velleità.

All'eutanasia del sindacato di classe corrisponde tuttavia un premio: la proliferazione di una pervasiva rete di commissioni bilaterali che sostituiscono la contrattazione, inibiscono il conflitto, assicurano al sindacato la sussistenza economica grazie alle quote di servizio obbligatorie che rendono via via ininfluenti quelle associative, volontarie. Il sindacato, dunque, sopravvive, ma come corpo burocratico, «parastatalizzato», gestore di servizi a domanda individuale, ingranaggio del potere costituito e di quella comunità solidale che è l'impresa. Un sindacato al quale è estraneo qualsiasi rapporto democratico con i lavoratori. Ciò di cui la Cgil discuterà nei prossimi giorni è dunque l'avvenire del sindacalismo italiano. La speranza è che prevalga in essa la forza (e la lungimiranza) di sottrarsi al ricatto di un finto negoziato che, nel perimetro dato, produrrà danni irreversibili. Dev'essere battuta l'idea nefasta secondo cui anche il peggior accordo è meglio che nessun accordo, perché qui non si tratta di arretrare i confini di una trincea difensiva: qui c'è la richiesta di capitolazione, la dichiarazione sottoscritta di subalternità del lavoro all'impresa. La grande responsabilità che la Cgil non può disattendere consiste nel rompere questa coazione suicidiaria e dedicarsi alla faticosa ricostruzione di una propria identità strategica. Ma intanto da qui, sull'orlo del baratro, è indispensabile fare un passo indietro.

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