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Nicola Tranfaglia
Come ti distruggo la Repubblica
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
La critica alle simgolari tesi di Ostellino, a proposito delle modifiche costituzionali del centrodestra. A Tranfaglia si potrebbe ricordare che non era solo la cultura "liberal-socialista e repubblicana" a riconoscersi nella Costituzione del 1948, ma anche quella liberale tout court; non fu un liberale doc, Luigi Einaudi, il primo Presidente a giurare fedeltà a quella costituzione? Se la destra italiana continuerà ad andare indietro così non si fermerà alla Vandea, ma raggiungerà l'uomo di Nehanderthal. Su l'Unità del 24 agosto 2004

Di questi tempi la stampa quotidiana non attraversa uno dei suoi periodi migliori.

La televisione, regolata secondo gli interessi del principale imprenditore privato del settore che, guarda caso, è nello stesso tempo il capo del governo (secondo la recente legge Gasparri intervenuta dopo vent’anni di duopolio più o meno collusivo) sottrae risorse finanziarie al lettore e ai quotidiani che si contendono accanitamente un mercato fin troppo ristretto.

Il dibattito politico, tuttavia, si svolge necessariamente sui giornali, visto l’assordante conformismo televisivo e l’asservimento dei principali telegiornali al governo Berlusconi.

Di qui conserva un qualche peso la posizione delle grandi testate e in particolare del quotidiano più diffuso, il Corriere della sera, sull’attualità politica e suscita un certo stupore, dopo gli accorti equilibrismi di cui è stato protagonista il direttore Stefano Folli negli ultimi mesi, leggere l’editoriale di domenica scorsa 22 agosto di quel giornale, affidato all’ex direttore Piero Ostellino.

Ostellino rompe tutti gli indugi rispetto alla questione di fondo di oggi, al di là dello scarso spazio che a essa dedicano i mezzi di comunicazione, cioè la riforma costituzionale che sarà discussa nelle prossime settimane e prende una posizione decisa a favore del disegno di legge dei «quattro saggi» cercando, nello stesso tempo, di fornire una spiegazione storica in grado di giustificare il rigore iconoclasta della maggioranza di centrodestra.

Il giornalista, riferendosi alla Costituzione del 1948 e alla storia politica del nostro paese, fornisce per l’ennesima volta una visione semplificata pressoché caricaturale, ripetuta più volte nell’ultimo decennio dell’Italia passata dalla dittatura alla democrazia, dal fascismo alla Repubblica.

A suo avviso, le culture politiche che hanno prodotto quel documento sono profondamente estranee al liberalismo e risentono invece in maniera determinante della cultura fascista e di quella successiva comunista. E, dunque, sostiene Ostellino, non ha senso difendere oggi quella Carta costituzionale ma occorre piuttosto modificarla radicalmente per esaltare le culture dell’individuo rispetto a una sorta di «neocomunitarismo» che avrebbe sostituito nella Costituzione fascismo e comunismo, essendo nient’altro che «la versione edulcorata ma ugualmente antiindividualista di entrambi».

Per dimostrare il singolare assunto che deriva da una lettura profondamente ideologica e antistorica del liberalismo come ideologia che si oppone per principio alla democrazia e al socialismo, oltre che al comunismo, Ostellino propone una lettura francamente ridicola dei princìpi della Costituzione, di quegli articoli fondamentali che occupano la prima parte della Carta e indica i limiti che di volta in volta sulla base dei prevalenti interessi generali si pongono all’esercizio di libertà individuali come vere e proprie contraddizioni rispetto a una cultura che ponga l’individuo al centro della società contemporanea. Ma una simile lettura produrrebbe effetti simili applicata a molte altre Costituzioni giacché il liberalismo individualistico a cui si riferisce Ostellino è profondamente estraneo alla visione di uno Stato moderno quale quello che è andato formandosi ed evolvendo negli ultimi due secoli in Europa e in occidente.

Ancora una volta è una visione idealizzata e astratta del modello statunitense a suggerire la critica della nostra esperienza senza tener conto della grande tradizione democratica di base che in America interviene a limitare l’arbitrio individuale e che in Europa ha bisogno invece per conseguire lo stesso obiettivo, di norme esplicite. In altri termini, nell’attacco di Ostellino alla prima parte della Costituzione repubblicana sull’onda di un preteso liberalismo individualistico di cui non si sa bene chi sarebbero gli alfieri, se non l’attuale maggioranza berlusconiana, l’obiettivo non è più soltanto la sinistra, in qualche modo erede del comunismo e del socialismo, ma anche quella parte della cultura repubblicana che rifiuta quel liberalismo assoluto e ha contribuito alla scrittura della Costituzione repubblicana e oggi la difende.

L’attacco è alla cultura cattolico-democratica, come a quella liberal-socialista e repubblicana, cioè a quelle forze che negli anni della Resistenza e del primo cinquantennio repubblicano, si allearono con le forze della sinistra nella lotta contro il fascismo e i suoi eredi.

Si ritorna, insomma, ancora una volta, a quelli che sono stati in questi anni gli obiettivi di fondo di un tenace quanto superficiale revisionismo storico: criticare a fondo, come contrario all’esperienza del liberalismo individualistico, il compromesso che condusse prima alla lotta contro il fascismo e poi alla costruzione dell’Italia repubblicana come della Costituzione del 1948.

La lotta è dunque non soltanto contro la cultura socialista e comunista ma anche contro tutte quelle culture che hanno avuto una parte più o meno rilevante nel compromesso del 1943-48. La Carta costituzionale costituisce il vero ostacolo da abbattere per l’affermazione di un compromesso diverso legato a un liberalismo estraneo all’esperienza storica europea e italiana ma meglio funzionale alle esigenze politiche attuali, all’interno dell’impero americano.

C’è da chiedersi, a questo punto, che senso abbia la presa di posizione del maggior quotidiano italiano sul dibattito politico che, almeno per ora, sembra riguardare la seconda parte, piuttosto che la prima, della nostra Carta costituzionale e che si è rifatto finora da parte del centrodestra piuttosto a esigenze di funzionalità e di concentrazione dei poteri nelle mani del premier che a visioni della storia italiana come quest’ultima pericolosamente esemplificanti.

Si vuole rafforzare le posizioni della maggioranza e lo si fa per tempo sulla base di una visione della storia come della politica attuale che hanno assai scarso fondamento sul piano scientifico come su quello culturale? O si tratta comunque di indicare fin da ora ai lettori che il compromesso costituzionale del 1948 non è più accettabile? È difficile rispondere a interrogativi come quelli che pure derivano dalla lettura dell’editoriale di Ostellino giacché assai diverso e più oscillante appare il percorso dell’attuale direzione del giornale, preoccupato in maniera addirittura ossessiva di trovare ascolto anche nella parte più moderata della coalizione di governo.

Le prossime settimane ci diranno meglio quale sarà il panorama dello scontro di fronte alla riforma costituzionale destinata a occupare molte sedute parlamentari nel prossimo autunno. Ma cercare di difendere l’attacco violento alla Carta costituzionale in nome del liberalismo, non di quello crociano ma di altri antenati non meglio individuati, può apparire di fronte agli italiani di oggi una sorta di artificio intellettuale che non entra nel merito dei problemi come dei valori messi in discussione.

Non so se alla destra berlusconiana, così povera di ragioni ideali, possa addirsi una simile difficile strategia ideologica.

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