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John Hooper
Come l'Italia è diventata il Grande Malato d'Europa
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Una inquietante analisi dei mali del nostro paese, da The Guardian, 30 settembre 2005 (f.b.)

Titolo originale: How Italy became the sick man of Europe – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Montebello Vicentino - Peter Mandelson è meglio che non faccia vedere la sua faccia, qui a Montebello Vicentino. “Odio Mandelson” dice Antonio Bonazzi. Il direttore generale del Gruppo Bonazzi ha il fisico di un attaccante di rugby, e la foga con cui sputa fuori le parole fa pensare che il Commissario Europeo al Commercio potrebbe rimediare qualcosa di peggio di una rampogna, se i due dovessero incrociarsi.

Il Gruppo Bonazzi produce tessuti sintetici e naturali di vario tipo. Come migliaia di altre imprese tessili di tutto il nord Italia, ha annaspato tutto l’anno per via delle importazioni cinesi a basso prezzo, che secondo il signor Bonazzi era compito di Mandelson arginare.

Il gruppo ha una storia tipica di impresa italiana. Bonazzi padre e madre hanno cominciato nel 1956, cucendo impermeabili insieme a cinque dipendenti. Oggi, l’impresa opera su 18 impianti, compreso questo vicino a Verona che produce denim di alta qualità per firme come Ralph Lauren.

Anche prima dell’ultima emergenza, una mossa sbagliata nelle produzioni chimiche aveva lasciato la Bonazzi in condizioni di debolezza. L’anno scorso, aveva fatto profitti lordi per soli 2 milioni di Euro su complessivi 437 milioni. Quest’anno, tranne una tutte le cinque aree produttive principali avvertono l’impatto dell’ascesa cinese. “L’effetto finale è stato quello di obbligarci a tagliare gli investimenti” dice tetro Bonazzi. “Di solito, riserviamo dall’8% al 10%. Ma anche se [il Presidente della Repubblica italiano Carlo Azeglio] Ciampi dice che è tempo di investire, non ho il coraggio di farlo in questo settore”.

L’Italia ha una esposizione unica, in Europa, rispetto alle sfide della globalizzazione. Una quantità sproporzionata della produzione è concentrata in aree come l’abbigliamento, calzature e beni di consumo durevole domestici, dove paesi come la Cina hanno un enorme vantaggio competitivo. L’Italia è anche unica nel suo essere poco competitiva. Tanto poco competitiva, che sempre più ci si domanda se il paese non si trovi di fronte a una drastica scelta: sottoporsi a anni di sacrifici o uscire dall’Euro in modo da poter svalutare la propria moneta.

Per dirla con Charles Dumas, della Lombard Street Research di Londra: “Il costo del lavoro in Italia è oltre la compatibilità con l’appartenenza alla moneta europea, se non si attuano sofferte riforme. Il deficit di bilancio si allarga per compensare le perdite nelle esportazioni. Il debito pubblico si avvia verso il 150% del prodotto nazionale lordo. Il pasticcio politico a Roma significa che l’uscita dall’Euro è praticamente inevitabile”.

Si tratta di un punto di vista ancora minoritario in Italia, ma il ragionamento di base – caos politico e seri problemi economici – è preciso. L’analisi della Commissione Europea del 2003 su 88 indicatori strutturali ha classificato l’Italia ultima fra gli allora 15 membri dell’Unione. La competitività era inferiore anche a quella di Spagna, Grecia o Portogallo. Uno studio recente degli analisti della HSBC ha rilevato che il costo relativo del lavoro è sceso in del 15% in Spagna dal 1995. In Italia, è aumentato del 40%.

L’Italia avrebbe potuto contenere i costi unitari del lavoro entro limiti di competitività se le retribuzioni fossero salite meno che nei paesi con cui è in concorrenza. Iñes Calado Lopes, che controlla il mercato italiano per la Goldman Sachs, sostiene: “È accaduto esattamente il contrario. La crescita delle retribuzioni in Italia è stata del 4,9% negli ultimi dieci anni, contro il 3,5% in Eurolandia”.

Il risultato sono il crollo delle esportazioni e, in un paese che dipende fortemente dalla vendita all’estero, un minore prodotto industriale e limiti al prodotto nazionale. A metà di quest’anno, la produzione industriale era stagnante o in calo da quattro anni.

”In nessun altro paese europeo, con la sola eccezione del Regno Unito, si è verificata una contrazione della produzione industriale così pronunciata e prolungata” affermava l’associazione degli industriali Confindustria in luglio. L’Italia stava allora emergendo dalla terza recessione in quattro anni. Aveva sciaguratamente mancato di avvantaggiarsi della ripresa internazionale del 2004 e, negli ultimi dieci anni, il prodotto nazionale lordo era cresciuto in media del 1,5%, contro il 2,1% della zona Euro.

Cosa c’era di sbagliato? Come aveva potuto l’Italia, un tempo una delle più vivaci a creative economie del continente, finire per essere bollata, nelle parole dell’ Economist, come “Il Nuovo Malato d’Europa”? La risposta si trova, più che in ciò che è stato sbagliato, in ciò che non è stato fatto. Governi successivi hanno mancato di sradicare un sistema che gradualmente – quasi impercettibilmente – stava diventando anacronistico. Invece, hanno utilizzato varie svalutazioni per fare una temporanea e inaffidabile iniezione di competitività.

Questa rianimazione ha continuato ad essere utilizzata sin quando l’Italia ha firmato il patto per l’unione economica e monetaria, e così è stato solo a partire da allora che la debolezza essenziale dell’economia è apparsa evidente. Comprende una eccessiva regolamentazione, alte imposte sul lavoro, bassi investimenti in ricerca e sviluppo e una diffusa informale – anche se quasi invisibile – cartellizzazione nell’offerta di beni e servizi. Elemento centrale del sistema è il suo basarsi sull’impresa di famiglia. La maggior parte sono piccole e quindi incapaci di investire nell’acquisizione di conoscenze sempre più indispensabili per avere successo. Ma anche quelle grandi – e alcune italiane anche fra le maggiori, come Benetton, sono ancora di proprietà familiare – hanno elementi frenanti. Dato che prendono il denaro principalmente dalle banche anziché dal mercato, sono meno soggette alla disciplina imposta dagli azionisti.

Gli italiani hanno bisogno di maggior competitività, e pure sono riluttanti ad aprirsi ad essa. La retorica protezionista è diffusa e corrente nella vita pubblica, ed è diventata anche più comune da quando è entrato in carica il governo di Silvio Berlusconi nel 2001, con un programma che comprendeva forti elementi di populismo e nazionalismo.

Molti si aspettavano che, retorica a parte, Berlusconi, in quanto imprenditore, avrebbe spinto per un audace programma di liberalizzazione, una volta eletto. Ciò non si è avverato. Ha invece rabberciato il mercato del lavoro e il sistema pensionistico, introducendo poi quest’anno un modesto pacchetto di misure pensate per aumentare la competitività. “Forse sperava che il ciclo economico mondiale non fosse tanto negativo come è stato, e che la politica della Banca Centrale Europea non fosse così rigida” sostiene Giorgio La Malfa, ministro italiano per l’Europa. “Avere l’Euro superiore del 20% al Dollaro è assurdo”.

Ma, come ammette anche La Malfa, l’attuale squilibrio Euro-Dollaro ha solo esacerbato una situazione già deteriorata. Non è il motivo alla radice di tutto. Per curare quella radice saranno necessari anni di difficili riforme strutturali.

Lo studio della HSBC sull’economia italiana già citato, doveva rispondere alla domanda: “Quanto vanno male le cose?”. Le conclusioni sono spietate: “L’economia è chiaramente in cattiva forma. C’è molto da fare – e in fretta – anche per stabilizzare la situazione di base”.

In breve:

Nota: il testo originale di questo inquietante articolo, al sito del Guardian (f.b.)

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