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Furio Colombo
Colombo, Dopo la caduta
18 Agosto 2005
Articoli del 2004
Anche il direttore de l’Unità, nell’editoriale del 4 luglio 2004, accosta il colpo di scena del primo fine settimana di luglio a quello che portò alla caduta del regime fascista. “ci ha salvato l’Europa”, conclde; e gli elettori che, bocciando Forza Italia nelle urne, hanno contribuito poderosamente a rompere i cocci della CdL

Colombo, Dopo la caduta

No, non è il caso di cantare “Bella Ciao” dopo la caduta di Tremonti. Il ricordo evocato da questo oscuro episodio di palazzo corre piuttosto al 25 luglio. La frase che viene in mente è quella triste e porta-sfortuna di Badoglio: «La guerra continua». Avverto subito coloro che - su tutti i giornali della Repubblica - assistono con serenità buddista a incredibili eventi di governo che sono fuori dal buon senso, fuori dalla Costituzione, fuori dall’Europa (venerdì navi della Marina italiana hanno costretto un cargo di profughi dalle stragi del Sudan a restare al largo per impedire che quei profughi potessero chiedere asilo politico) ma si allarmano subito se la sinistra si permette di celebrare un po’ troppo una sua vittoria.

No, in questo caso, dicendo guerra, non stiamo parlando della guerra dell’opposizione. Il riferimento è alla loro guerra, quella contro le leggi, contro le istituzioni, contro il Paese, al solo fine di allargare il loro potere personale.

Perché questa guerra finisca, o almeno ci sia un armistizio fra l’Italia e il suo rovinoso governo, sabato tutta l'opposizione, per prima cosa, ha chiesto le dimissioni di Berlusconi e dei suoi.

Nonostante che il momento sia insieme farsesco e tragico, perché il governo è inciampato malamente e in pubblico là dove un qualunque imprenditore di media esperienza avrebbe scambiato in poche ore ruolo e responsabilità dei suoi collaboratori, mostrando continuità ai concorrenti ed evitando piazzate, lui, il modesto eroe che alla fine lascerà di se stesso solo un ricordo un po’ ridicolo e un po’ sgradevole, non si dimetterà, se appena appena gli riuscirà di tenere testa al Quirinale. Perché, contro ogni buon senso e vera necessità, cercherà di non farlo? La spiegazione è in uno dei due grandi fili che legano e spiegano la sequenza di terribili performance politiche berlusconiane.

Il primo filo, come sappiamo, è l’interesse personale. Basti ricordare un episodio di questi giorni. Subito dopo la approvazione della Legge Gasparri, che sposta tutto il peso delle comunicazioni italiane sul sistema digitale (e che questo giornale - esagerando come al solito - aveva dichiarato un colpo di mano della famiglia Berlusconi, tramite l’amico di famiglia Gasparri) la Fininvest ha messo fuori gioco la Rai e si è assicurata con il calcio la parte più succosa del digitale, cioè del malloppo reso disponibile dalla nuova legge delle comunicazioni.

Ma questo percorso - come i lettori sanno - è stato esplorato da l’Unità in ogni singolo giorno del suo ritorno in vita, attirandosi sia le ire della famiglia in questione e dei suoi astiosi portavoce, sia la disapprovazione pacata di chi avrebbe voluto, invece, che ci dedicassimo a esaminare ogni mattina, da capo, i problemi della sinistra. Ognuno ha le sue ossessioni e la nostra, come i lettori sanno, è Berlusconi e il suo governo. Ragioni, che tutti conoscono e pochi dicono sono l’immenso conflitto di interessi, i gravi danni all’Italia, e il distacco dall’Europa, la trasformazione del nostro Paese da buon alleato a colonia americana.

Ma l’altro grande filo che spiega il comportamento a volte risibile, a volte infantile, spesso poco sensato del primo ministro italiano è una vanagloria più da avanspettacolo (era il tipo di varietà con cui una volta si intratteneva il pubblico dei cinema prima del film) che da show business. È il giorno giusto per soffermarci su tre scenette tipiche di questo avanspettacolo.

La prima è il vezzo di Berlusconi di darsi in pubblico dei meriti che non ha. Il pubblico, specialmente fuori dall’Italia, dove le televisioni sono libere, ride. Ma lui ci crede, insiste e ripete. Per esempio celebra “la durata senza precedenti” del suo governo, tentando di far credere che è lui, e non la durata della legislatura, il vero protagonista. In questo modo si mette con buffa e ingenua vanteria, nelle mani dei suoi alleati che non possono controllare il governo ma hanno qualcosa da dire sulla durata della legislatura e, come sembra stia per accadere questa volta, potrebbero giocarsela contro gli interessi dei loro rispettivi partiti.

Ma Berlusconi, al modo del compianto presidente cinese Mao, ha un altro vizietto: attribuisce a se stesso il merito di ogni azione di governo. Impresa azzardata, per un governo che di meriti ne ha pochi. Eppure lui si fa trovare accanto al ministro Lunardi per celebrare le grandi opere che non sono state mai fatte. Si fa trovare in televisione, accanto alla signora Moratti, per farti credere, con ammiccamenti, interruzioni e monologhi che la riforma della scuola è sua. Strana rivendicazione, visto che si tratta della peggiore e della più sgangherata riforma possibile. Ma a Berlusconi sta a cuore l'avanspettacolo di cui si sente la star. Il suo lato vanesio, come dimostra il penoso e non molto utile episodio del lifting facciale, vince sempre sulla ambizione ad apparire statista.

Ma Berlusconi è anche il primo ministro che, senza pudore, senza interlocutori, e con la complicità di giornalisti servili, andava in televisione da solo, quando voleva lui, e recitava senza esitazione sfilze di numeri inventati, contando sul fatto di avere intimidito abbastanza il mondo dei media dai tempi del licenziamento in tronco di Enzo Biagi, per non dover temere una domanda impertinente di un solo giornalista od esperto. Dunque lui ha preteso - da solo e con disprezzo per tutti - di essere, lui in persona, la vera anima e il vero cervello del piano e delle riforme economiche. Adesso Berlusconi ha inciampato in se stesso. L’uomo di avanspettacolo (Berlusconi) si è impigliato nel grande timoniere dell’economia (Berlusconi). Insieme non hanno saputo sbrogliare una obiezione dell’alleato Fini su numeri falsi e imbrogli contabili. E adesso chi darà risposte plausibili a Bruxelles?

Nella seconda scenetta vediamo Berlusconi trasformarsi da finto leader politico a vero padrone cattivo, come il miliardario di Charlie Chaplin disprezza e svilisce i suoi alleati. Sprezzante, si azzarda a dire loro in pubblico: ma dove andate senza di me?

Adesso loro, che hanno anche incassato qualche voto in più alle elezioni, rispetto alla rotta di Forza Italia, fanno il gesto di alzarsi e di andarsene. Solo il gesto. Ma lui? Lui che ama i fondali finti di Pratica di Mare e i successi inesistenti però celebrati da tutti i Tg di regime, adesso si trova in un saloon con i tavoli rovesciati.

La terza scenetta non è allegra neppure per chi ha sempre cercato di far capire quanto danno Berlusconi ha fatto, e si accinge ancora a fare, a questo Paese. Si tratta di confessare in pubblico, in Europa, come in un grande rito protestante, la bancarotta italiana del governo Berlusconi. Il lavoro duro di tutti gli editorialisti e commentatori che per tre anni hanno infaticabilmente celebrato il regime, le sgridate di Vespa e di Aldo Forbice, in studio o in trasmissione a chi osa dire male, anche solo con una mite osservazione, di Silvio Berlusconi, tutto va in fumo in un giorno, anzi in una notte. Lo avevamo detto fin dall’inizio di questo confronto impari con l’uomo più ricco e più incapace di governare nel mondo: l’Europa ci salverà.

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