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"Cofferati a Bologna"
17 Aprile 2004
Lettere e Interventi
Mariangiola Gallingani (Bologna), 04.06.2003

Da Mariangiola Gallingani (Bologna)

4 giugno 2003

Cofferati a Bologna

caro eddy,

Se le cose andassero bene, se le cose andassero come io spero assieme a molti altri, non è esatto dire che sia Cofferati a "rifugiarsi" a Bologna, o, peggio ancora, come vuole uno stuolo fra i peggiori dei commentatori locali, che sia in questa città da altri "rifugiato" - o pensionato, o paracadutato, il che è lo stesso.

Edmondo Berselli, peraltro direttore dell'autorevole rivista il Mulino, perdendo forse una buona occasione per tacere, ha scritto addirittura di "veltronizzazione" del Cofferati, nel senso spregiativo della sua peggiore svalutazione pensabile, insultando, allo stesso tempo, Cofferati, Veltroni, Roma e Bologna.

No; quello che accadrà se tutto dovesse andar bene è l'esatto contrario: Bologna troverà il rifugio di cui ha bisogno in Cofferati - una Bologna morente - le città muoiono anche quando restano in piedi le case, perfino quando se ne continuano a costruire -, languente ospizio per una trasversale aurea mediocritas le cui sfaccettatture sono di giorno in giorno più appannate e meno lucenti, quando non addirittura ripugnanti allo sguardo; una Bologna ferma - e la ricorsività ormai quasi ossessiva dei temi che ciclicamente riemergono come centrali nella pianificazione, anche nella migliore, ne è il segnale -, con il cuore e la mente assopiti; per un verso appagata del benessere cui è avvezza, ma, più che disperata come vuole il lombardo Biffi (lui sì, a differenza di Cofferati, a suo tempo davvero "paracadutato" dal soglio romano), incline a prendere la via della rassegnazione - o della fuga.

Se il problema principale è addirittura "ripopolare Bologna" - e non dopo la peste del Boccaccio, che uccise un terzo della popolazione d'Europa -, come riconosce anche, fra gli altri, Campos Venuti, se il problema è dissuadere i cittadini in fuga verso qualsiasi cosa sia altro da questa città, chi resta, sia pure circonfuso dei miti/riti di una bolognesità evanescente, è condannato a imboccare la strada mesta della rassegnazione; rassegnazione ad una mediocrità che non si legge soltanto nelle graduatorie di "rango" delle città europee, come andava di moda fare solo qualche anno fa, ma è diventata lo stigma non solo della classe politica, ma dell'intera classe dirigente, non solo di chi prende le decisioni, ma delle decisioni stesse, che sempre meno rispondono al senso originario della parola che le definisce.

La consuetudine a tenere d'occhio le opinioni dei cittadini, inevitabilmente legata al nostro continuo fare sondaggi, ci dà segnali in questo senso contraddittori: la popolazione di Bologna, e soprattutto del centro di Bologna, bacino elettorale del guazza, è fortemente e sempre più scontenta; trova che la città sia rapidamente peggiorata sotto i suoi occhi, è sempre più insofferente di un traffico che la sommerge e la uccide (a quando una campagna sul fatto che le polveri sottili nell'aria provocano tumori come il fumo?), della mancata gestione delle molte convivenze con cui oggi qualunque realtà urbana deve fare i conti, convivenze che degenerano sempre più spesso in fenomeni ed atti (anche amministrativi) d'intolleranza e di vieto proibizionismo (in centro è ora proibito bere una birra fresca per strada), di un servizio di trasporto pubblico sempre più costoso e sempre meno competitivo con l'auto, che trova però il modo di finanziare, con una quota del nostro biglietto del bus, il tetro mausoleo dei progetti comunali comunemente chiamato infobox, che qui, nella provincia dell'impero, tante polemiche ha suscitato per il suo impatto formale.

Fatti salvi i limiti imposti dal reddito, questa popolazione scontenta è potenzialmente altra popolazione in fuga - potenzialmente altra popolazione diffusa che andrà ad impinguare quella metropoli vasta di cui proprio la "diffusione" sul territorio costituisce l'aspetto più negativo, specie sul piano ambientale, altre villette a schiera, altre espansioni sparse, altra crescita senza progresso.

Cofferati può essere - e se sarà eletto lo sarà certamente - un potente antidoto contro tutto questo; l'orgoglio perduto di una città che sa nel profondo di esser divenuta mediocre può anche cominciare a ricostruirsi dal prestigio e dall'autorevolezza di chi si candida a governarla. Cofferati, comunque le cose vadano a finire, e sempre che i vizi della mediocrità che portarono Guazzaloca alla vittoria l'altra volta non soffochino sul nascere anche la speranza, Cofferati merita che Bologna lo ringrazi.

C'era una cosa che a Bologna non accadeva da tempo: che qualcuno o qualcosa la facesse sognare.

Ciao, Mariangiola

Mi rendo conto perfettamente delle ragioni dei bolognesi. E non credo affatto che Bologna sia, per Cofferati, un’impresa riposante: le cronache di questi giorni lo testimoniano, e rivelano il peso delle piccole miserie della politica d’oggi. La questione è che per molti Cofferati era l’unica speranza oggi visibile di una sinistra capace davvero di superare gli errori e le miserie degli ultimi anni, e di collegare creativamente il proprio messaggio con quello dei “movimenti”; per ciò stesso, di far parte di una leadership seria di uno schieramento alternativo. Rinviare al futuro questa partita ha un senso se si dà per scontato che il signor B. resterà al comando per un altro mandato (e che quindi il surplace sarebbe troppo lungo per non logorare). E questo mi terrorizza, per l’accumularsi delle rovine che questo sciagurato governo produce

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