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Barbara Spinelli
Clima, il sacrificio del futuro
28 Gennaio 2007
Articoli del 2007
Aporie della politica, contraddizioni del modello economico, censure dei media. Ma questa volta la posta in gioco è la stessa sopravvivenza della specie. Da La Stampa, 28 gennaio 2007 (m.p.g.)

Dice Carl Gustav Jung che la gente «non può sopportare troppa realtà»: preferisce pensare ad altro, chiudere le finestre, rinviare il momento in cui guarderà quel che ha davanti e deciderà il da farsi. Il cambiamento del clima che stiamo vivendo è una di queste realtà, ormai ben visibile e proprio per questo insopportabile. È difficile guardare la catastrofe che s'avvicina, perché noi stessi l'abbiamo in parte creata e stiamo accelerandola: con i nostri comportamenti di consumatori, con la nostra abitudine al petrolio a buon prezzo e all'acqua sprecata come fosse inesauribile, con le nostre politiche incuranti, asservite a lobby e compagnie petrolifere. Le scienze economiche aiutano poco a fronteggiare il male, prigioniere come sono - da decenni - di ideologie liberiste senza più costrutto: l'invisibile mano del mercato non produce correzioni del clima, e l'individualismo che s'accompagna a tale ideologia perpetua le illusioni della belle époque petrolifera che ci ha viziati e accecati, con la benzina poco cara e l'atmosfera che intanto si riempiva di biossido di carbonio. Perfino la preferenza assoluta che si tende oggi ad accordare al cittadino-consumatore, rispetto al cittadino-produttore, potrebbe rivelarsi intelligente ma fatale: se stesse nel consumatore, nessun prezzo aumenterebbe e di certo non quello di petrolio o gas. Questo nel momento in cui proprio il contrario si impone: che i prezzi restino alti, in modo da favorire la ricerca - subito - di energie alternative (vento, solare, anche nucleare). E che la tassa sull'emissione di anidride carbonica, già adottata in gran parte d'Europa, diventi una necessità anche agli occhi degli Stati Uniti, prima potenza mondiale non per saggezza ma per i danni che sta arrecando al pianeta.

Venerdì prossimo, 2 febbraio, ne sapremo ancora di più: l'Ipcc, un organismo delle Nazioni Unite nato nell'88 per studiare il cambiamento climatico, pubblicherà un nuovo rapporto. L’Observer annuncia fin d'ora che il linguaggio sarà improntato al massimo allarme, e la conclusione inequivocabile. Non ci saranno più dubbi sulle responsabilità dell'uomo nel riscaldamento planetario, e sul nostro destino qualora si continuasse come se nulla fosse. Il collasso delle attuali condizioni di vita, dunque della nostra civiltà, è già oggi anticipabile da quel che vediamo, viviamo: i ghiacciai tendono a sciogliersi - al Polo Nord, al Polo Sud, in Groenlandia - e, come è già avvenuto nella storia terrestre, il livello del mare di conseguenza si alza. Intere regioni e città minacciano d'essere sommerse (New York, Florida, Olanda - solo in Cina, Bangladesh e India i rifugiati sarebbero 520 milioni). È un riscaldamento dovuto anche alla radiazione solare, sostengono alcuni scienziati, ma l'emissione di anidride carbonica (CO2) contribuisce grandemente a dilatarlo e ad accelerarne i tempi. Ogni volta che si consuma petrolio o gas naturale o carbone si sprigiona questa letale sostanza e ci si avvicina al punto critico, di non ritorno. Anche il metano è sostanza che surriscalda, ed è destinato a esser liberato nell'atmosfera con lo sciogliersi del permafrost in varie regioni e soprattutto in Siberia, dove il ghiaccio sta diluendosi per la prima volta da quando si formò, undicimila anni fa alla fine dell'ultima glaciazione. Grande quanto Germania e Francia, il permafrost siberiano contiene 70 miliardi di tonnellate di metano, un quarto del metano nascosto in terra. Il metano sprigiona un gas serra venti volte più potente del biossido di carbonio. Dice uno dei massimi esperti, James Hansen: «Abbiamo tempo fino al 2015 prima di arrivare al punto di non ritorno, oltre il quale la Terra diverrà un altro pianeta e la situazione sarà fuori controllo». Al calore potrebbe paradossalmente far seguito una serie di glaciazioni: se si fermerà la corrente del Golfo, a seguito dello sciogliersi dei ghiacciai, l'Europa tornerà alla sua temperatura «naturale», non più temperata come l'attuale. L'allarme nasce da una straordinaria accelerazione del mutamento, e della sua visibilità. La canicola in Francia del 2003 (15 mila morti), l'estate surriscaldata del 2005, l'uragano Katrina che quasi sommerse New Orleans, il recente uragano in Europa, gli ultimi dati sullo scioglimento dei ghiacciai: siamo entrati nella Lunga Emergenza, come annuncia in un libro James H. Kunstler (The Long Emergency, New York 2005). L'allarme viene anche da Al Gore, il candidato alla Casa Bianca vinto da Bush nel 2000. Il suo libro e il suo film s'intitolano Una scomoda verità (Rizzoli 2006) e in America libro e film hanno un successo enorme. Al Gore mostra senza eufemismi un collasso ineluttabile se non contrastato. Anch'egli sostiene che abbiamo pochissimi anni, meno di dieci. Nel 2005 Hansen disse: «Abbiamo dieci anni non per decidere, ma per ridurre fondamentalmente le emissioni di gas serra».

In altre parole è necessario il ritorno della politica, e precisamente, come ripetono gli scienziati più avvertiti, della capacità di egemonia e di leadership dei governanti. Una capacità venuta tragicamente meno, soprattutto nel paese che pretende di governare il mondo: gli Stati Uniti. Rifiutando di aderire al trattato di Kyoto, l'America di Bush ha non solo intralciato gli sforzi delle altre nazioni ma si è anche sbarazzata dell'obbligo, previsto dal protocollo di Kyoto, di assistere i nuovi consumatori d'energia - Cina e India - che dovranno ridurre le loro crescenti emissioni di gas serra. L'indifferenza dell'America è totale, e l'ultima presa di coscienza di Bush è flebile e retorica. Più ancora che nella fallimentare lotta al terrore, l'America è lungi dal comportarsi - nella Lunga Emergenza climatica - come la superpotenza che pretende essere. Non guida più nulla, e l'Unione europea ha una ben più decisiva capacità di leadership, grazie alla sua adesione al protocollo di Kyoto. La parte dell'America nell'emissione di biossido di carbonio è impressionante: circa il 30 per cento, molto più di altri paesi fortemente inquinanti come Cina e Russia (meno di 8 per cento ciascuno). Un Presidente davvero egemone mondialmente non ha paura, come ha paura Bush, di urtare lobby e petrolieri usando parole scomode come global warming, riscaldamento globale. Leadership vuol dire rimettersi a far politica, sfatando tanti luoghi comuni accumulatisi negli animi di governi, classi dirigenti, giornalisti. E vuol dire parlar chiaro, non mentendo. Non è vero che il consumatore ha sempre ragione. È vero che il prezzo dell'energia (come dell'acqua) deve riflettere il costo del suo consumo smisurato. E il costo è ormai chiaro: il riscaldamento climatico, le guerre che si scateneranno - già son cominciate - per il controllo delle risorse. Il costo del riscaldamento globale, scrive l'economista Nicholas Stern nel rapporto preparato per il governo inglese il 30 ottobre, supera quello di due guerre mondiali e della Grande Depressione degli anni Trenta.

Cambia il pianeta, cambieranno i nostri modi di vivere, ed è sperabile che anche la politica cambi. L'impoliticità degli stessi ecologisti è spesso disastrosa, perché individualmente si può far poco per mutare le cose e l'impegno nella prassi di governo è più che mai urgente: l'individualismo è figlio del petrolio facile, e la tassa sul carbonio difficilmente passerà se non l'impongono i governi. La politica deve ritornare al centro, deve sapersi imporre agli industriali e al consumatore. Nell'era del petrolio che si sta esaurendo e che resterà caro conterà sempre più l'«agire in comunità», spiega Hansen, e sempre meno la buona coscienza dell'individuo isolato (o dell'isolato Stato nazione). Un altro luogo comune è l'idea secondo cui i grandi cambiamenti si ottengono solo con l'accordo bipartisan di tutti, e con interminabili dibattiti d'opinione. Non sempre è vero: il politico coraggioso deve poter affrontare anche l'odio avversario, se ritiene che l'alternativa sia necessaria. Lo spiega bene Paul Krugman sul New York Times del 26 gennaio, ricordando come nacque il New Deal di Roosevelt. Anche Al Gore fu considerato un pazzo, quando mise il clima al centro della sua battaglia. Il suo libro rivela che un consenso vasto esiste tra riviste scientifiche, ma non tra giornali e tv. Questi ultimi, dipendenti come sono dalla pubblicità e dunque da gruppi d'interesse, non mancano mai di presentare la questione climatica come molto più controversa di quanto essa sia in realtà. Ma soprattutto si tratta di ricominciare a pensare nei tempi lunghi, e non nell'orizzonte inane di settimane e mesi. Probabilmente, per i politici e per noi giornalisti, è questa la difficoltà maggiore. Non saremo noi infatti a pagare per l'indifferenza di oggi, ma chi ancora non può agire: i figli e nipoti. La scelta immorale che stiamo facendo è stata ben spiegata, un centinaio di anni fa, dal filosofo William James: «La caratteristica più significativa della civiltà moderna è il sacrificio del futuro sull'altare del presente, e tutto il potere della scienza è stato prostituito per raggiungere questo obiettivo».

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