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Luisa Alessandra; Grioni Carini
Ci rubano tutto in nostro patrimonio
7 Marzo 2009
Articoli del 2009
Demolire e ricostruire ampliando del 20 o 30 % ville, case, palazzi e capannoni in deroga ai piani e senza passare per gli uffici; trasformare monumenti nazionali (come l’Arsenale di Venezia) in alberghi di lusso: questi programmi del governo. La Repubblica online, 7 marzo 2009

Un piano straordinario per l'edilizia

libertà di ampliare o ricostruire

diAlessandra Carini

C'è chi la chiama legge anti-catapecchie, chi un rinnovamento edilizio stile Obama, cioè per promuovere l'utilizzo delle fonti di energia alternativa. Ma la rivoluzione annunciata da Silvio Berlusconi per l'edilizia, "un piano straordinario con effetti eccezionali sulla casa", dice il premier, promettendone l'approvazione al prossimo consiglio dei ministri, è anche qualcos'altro.

C'è un intervento di edilizia popolare con un piano da 550 milioni concordato con le regioni: le case saranno date in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e immigrati regolari, con diritto di riscatto. Ma il grosso della manovra è un altro: il via libera a un sostanzioso aumento delle cubature di tutto il patrimonio edilizio esistente, una liberalizzazione spinta delle norme per costruire, un ritorno in alcuni casi al "ravvedimento operoso" dal sapore di condono. C'è un articolato, già discusso da Berlusconi con i governatori del Veneto, Giancarlo Galan, e della Sardegna, Ugo Cappellacci, che costituisce l'ossatura di quella "rivoluzione" annunciata ieri, che ha ottenuto già l'approvazione delle due Regioni. È probabile che al prossimo consiglio dei ministri il premier proponga un progetto molto simile a quello dei governatori.

Vediamolo questo progetto di stampo "federalista" che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo. Titolo: "Intervento regionale a sostegno del settore edilizio e per promuovere l'utilizzo di fonti di energia alternativa". Dà la possibilità alle Regioni che la accettino, di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici ( realizzati prima del 1989) per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più, in base agli "odierni standard qualitativi, architettonici, energetici", di abolire il permesso di costruire per sostituirlo con una certificazione di conformità, giurata, da parte del progettista, di rendere più veloci e certe le procedure per le autorizzazioni paesaggistiche.

Il primo punto riguarda l'ampliamento degli edifici esistenti. I Comuni posso autorizzare, " in deroga ai regolamenti e ai piani regolatori" l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, se gli edifici sono destinati ad uso residenziale, del 20% della superficie se sono destinati ad altri scopi. L'ampliamento deve essere eseguito vicino al fabbricato esistente. Se è giuridicamente o materialmente impossibile sarà un " corpo edilizio separato avente però carattere accessorio". In caso di edifici composti da più unità immobiliari l'ampliamento può essere chiesto anche da singoli separatamente.

Ma non basta. La Regione "promuove" la sostituzione e il rinnovamento del patrimonio mediante la demolizione e la ricostruzione degli edifici realizzati prima del 1989, che non siano ovviamente sottoposti a tutela, e che debbono essere adeguati agli odierni standard qualitativi, architettonici ed energetici. Anche qui i Comuni possono autorizzare l'abbattimento degli edifici ( in deroga ai piani regolatori) e ricostruirli anche su aree diverse ( purché destinate a questo scopo dai piani regolatori). Qui l'aumento di cubatura previsto è del 30% per gli edifici destinati a uso residenziale, e del 30% della superficie per quelli adibiti ad uso diverso. Se si utilizzano tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è del 35%.

Tutti questi interventi debbono rispettare le norme sulle distanze e quelle di tutela dei beni culturali e paesaggistici, non potranno riguardare edifici abusivi, o che sorgono su aree destinate ad uso pubblico o inedificabili, non potranno essere invocate per aprire grandi strutture di vendita, centri commerciali. Sono previsti sconti fiscali: il contributo di costruzione sugli ampliamenti sarà infatti ridotto del 20% in generale e del 60% se la casa è destinata a prima abitazione del richiedente o di uno suo parente entro il terzo grado.

Fin qui la legge che verrà proposta alle Regioni, che ha già la disponibilità di Veneto e Sardegna, anche se non c'è dubbio che, con Comuni assetati di quattrini e assediati dalla crisi economica, le adesioni saranno molte. C'è anche una ridefinizione delle sanzioni, solo amministrative nei casi più lievi e più severe se nel caso di beni protetti. E' previsto un ambiguo "ravvedimento operoso con conseguente diminuzione della pena e nei casi più lievi estinzione del reato", dal sapore di condono, e norme per semplificare le procedure riguardanti i permessi in materia ambientale e paesaggistica.

Hotel di lusso nelle ex caserme

per finanziare le missioni militari

diLuisa Grion

Dalla camerata alla suite, dai militari di leva ai turisti. Là dove ieri c'era una caserma, domani ci sarà un albergo; là dove una volta l'aria risuonava di batter di tacchi e "signorsì", si sentirà solo il brusio ovattato delle grandi hall. Il ministero della Difesa vuole vendere o affittare una bella fetta del suo patrimonio immobiliare, mille edifici circa, di cui 200 di prestigio. Molte caserme, ma anche vecchi arsenali o fabbriche di armi. L'obiettivo, chiaramente, è quello di fare cassa, di recuperare liquidità da reinvestire, magari per finanziare le missioni militari all'estero.

In tempi di magra, infatti, si vendono i gioielli di famiglia e la Difesa ne ha diversi; perché nascosti fra centinaia di caserme in disuso (le esigenze di un esercito di professionisti sono diverse rispetto a quelle dei tempi della leva) vi sono anche palazzi storici e siti di prestigio. Ci sono per esempio l'arsenale di Venezia e l'isola di Sant'Andrea, l'arsenale di Taranto, l'isola Palmaria a La Spezia, il deposito di Punta Cugno ad Augusta, le caserme Cavalli e il Comprensorio San Gallo a Firenze, la Tagliamento a Bologna, La Marmora e Mardichi a Torino, la Montebello a Milano.

Ecco, il ministro Ignazio La Russa intende affittare o magari vendere (non subito, l'attuale legge non lo consente) tale patrimonio. Per metterlo in mostra parteciperà, nei prossimi giorni (dal 10 al 13 marzo), alla fiera immobiliare di Cannes: dove la Difesa organizzerà un suo stand, giusto per "prendere il biglietto da visita dei potenziali acquirenti".

E' sottinteso che sarà molto più difficile piazzare la sperduta caserma in disuso sul confine del Nord Est piuttosto che la prestigiosa sede amministrativa in centro o l'infrastruttura collocata a due passi da una zona turistica, ma il ministro La Russa mette in conto anche di cedere usi e proprietà a comuni e regioni in cambio di case per i militari ("vi è una domanda superiore all'offerta") o della costruzione di nuove sedi in nuovi posti. Oppure di cedere le parti degli arsenali meno prestigiose all'industria privata.

Sia chiaro: l'intenzione, spiega il ministro: "Non è di decurtare l'operatività e l'efficienza dei nostri militari, ma anzi di migliorarla. E per farlo ci sono due strade, entrambe da percorrere: il riordino del settore e i maggiori introiti". In tempi di tagli alla spesa pubblica però, meglio pensarci da soli e sacrificare qualche bene al sole.

Il fatto è che l'operazione rischia di dar vita ad un "doppione" e sprecare così parte delle risorse recuperate. Perché l'idea di cedere o affittare pezzi del patrimonio pubblico non è una novità: nel precedente governo Prodi era stata avviata una operazione ad hoc, chiamata "Valore Paese", che avrebbe dovuto appunto valorizzare gli immobili della Difesa. Il progetto era stato affidato all'Agenzia del Demanio, guidata allora da Elisabetta Spitz, alla quale - attraverso due decreti - la Difesa stessa aveva "girato" la gestione di circa 400 caserme. L'Agenzia avrebbe dovuto concederle in affitto per 50 anni garantendo agli affittuari la tutela degli investimenti effettuati. Poi il governo è cambiato, la Spitz è stata sostituita con Maurizio Prato e l'operazione non è mai davvero decollata. Peccato che nel frattempo l'Agenzia si fosse dotata di una Spa istituita apposta e tuttora esistente, necessaria per seguire gli affitti (e un domani, probabilmente le vendite). E che la Difesa - che nel frattempo si è ripresa l'Arsenale Venezia "passato" a suo tempo alla Spitz - ancora non ce l'abbia. Quando l'offerta sul mercato davvero ripartirà, gli immobili e terreni di Stato potranno comunque contare sulla "concorrenza" di ben due "agenzie".

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