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"Chiamiamolo Piano Borseggio"
13 Maggio 2004
Lettere e Interventi
Sergio Brenna (MI) 13.05.2004

A proposito della nota di Raffele Radicioni su BorSetTo. Perché non chiamarlo Piano Borseggio ? Credo renderebbe bene l’idea di ciò che si stia per fare delle risorse pubbliche e collettive. D’altra parte non è un’esperienza nuova per l’Italia: qualcuno ricorda la vicenda dell’EUR, gestito per decenni da un comitato di nomina governativa, e la lunga battaglia del Comune di Roma per riportare questa consistente parte di città entro le previsioni del PRG ? O quella delle Aree di Sviluppo Industriale (ASI) nell’ambito della Cassa del Mezzogiorno ? Eppure, la tendenza di moda oggi (STU, PRUSST, URBAN) è di nuovo quella di creare tanti EUR e ASI, presentati come strumenti innovativi, immemori del passato e ignari del futuro. Ma si sa che chi non ha memoria del passato è costretto a ripeterne gli errori.

Lo storico francese Pierre Vilar era solito ammonire che nel campo della cultura, come in quello dei detersivi, spesso la novità del marchio è spacciata per innovazione per sostenere un mercato altrimenti stagnante. E la mancanza di visione storica rende inermi di fronte a tali manovre. Si veda la vicenda del vecchio recinto della Fiera di Milano, con indici di edificabilità di 9 mc/mq e aree pubbliche dimezzate, ma santificati da uno pseudo-concorso gestito privatisticamente da Fondazione Fiera, cui prestano volonterosamente il proprio nome i più pervasivi protagonisti dello star-system architettonico internazionale (Buffi, Foster, Ghery, Hadid, Isozaki, Libeskind, Piano, ecc.) ingaggiati, certo non disinteressatamente, dai più noti gruppi finanziario-immobiliari (Generali, Ras, ING, IPI, Pirelli, Zunino, ecc.). Un “modello unico e ripetibile” di procedura urbanistica vincente strombazzano Fiera, Comune di Milano e Regione e ripete servizievolmente la stampa locale. Ma la città e la cultura urbanistica, non hanno proprio nulla da dire al riguardo ?

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