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Eugenio Scalfari
Chi goca a rubamazzo col popolo sovrano
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Un articolo da conservare, almeno finchè non si sarà fatta pulizia. Da la Repubblica del 27 marzo 2005

MOLTE esternazioni si sono lette e ascoltate dopo il voto del Senato sulla riforma costituzionale. Da destra, da sinistra, dal centro nelle sue varie declinazioni. Bossi ha pianto di gioia. Prodi ha chiamato il Paese alle armi (politiche). Fini e soprattutto Follini hanno votato turandosi il naso. Tutti gli altri compari inneggiano.

Ma l’esternazione più significante è quella venuta dal nostro "premier": «Non capisco perché Prodi si lamenta. Se fosse sicuro di vincere le elezioni del 2006 dovrebbe rallegrarsi perché io gli ho preparato un premierato fortissimo. Se se ne lamenta è segno che è sicuro di perdere».

Sembra una barzelletta, invece non lo è. E’ la quintessenza del pensiero berlusconiano. Anzi dell’antropologia berlusconiana. L’uomo berlusconiano è uno che naviga a vista e punta sui risultati immediati. Produrre valore, subito. Mungere la vacca, subito. Far passare una legge, subito, per decreto o con maxi-emendamento blindato dalla fiducia. Trovare i soldi che mancano all’erario, subito, con condoni e prestiti finanziari contratti il 30 dicembre e rimborsati il 2 gennaio. Si chiama finanza creativa e serve ad imbellettare il bilancio per tre giorni su 365.

L’uomo berlusconiano privilegia gli effetti di annuncio.

L’annuncio infatti produce effetti immediati. Purtroppo durano poco se non sono corroborati dai fatti successivi.

E’ un guaio, ma si può scongiurare lanciando un secondo annuncio e poi un terzo, un quarto, un quinto, all’infinito. Un annuncio sorregge il precedente e prepara il successivo. Un castello di carte tenuto insieme con lo scotch, dentro il quale c’è il vuoto. Sta in piedi fino a quando i destinatari scoprono quel niente che c’è dentro.

Allora e soltanto allora la gente smette di credere agli annunci e all’euforia subentra il disincanto.

Così è stato per la riduzione delle imposte, per i cantieri non-aperti, per i reati non diminuiti, per i militari in Iraq non ritirati e tantomeno ritirabili, per la ripresa economica sempre annunciata e mai cominciata.

Il nocciolo della riforma costituzionale è, come ha detto Prodi, la dittatura della maggioranza e quella del "premier". Quindi, se Prodi spera di vincere le elezioni sarà lui il dittatore. E non è contento? Che cosa c’è di meglio che avere poteri dittatoriali? Che un galantuomo democratico si rifiuti di prenderne possesso e di usarli a sua discrezione è un paradosso inconcepibile e incomprensibile per l’uomo berlusconiano. Per il democratico berlusconiano, per il liberale berlusconiano.

Per il liberista berlusconiano. È la bulimia del potere. Il fascino del monopolio. Tutto il resto sono chiacchiere, demagogia, populismo. Fuffa.

* * *

Dittatura della maggioranza è ben detto. Sappiamo che ne parlava anche Tocqueville come di un "monstrum" devastante di ogni sistema basato sull’equilibrio e sulla separazione dei poteri. In sostanza, l’opposto di uno Stato di diritto.

Su questo punto Rousseau diventò la bestia nera di tutto il liberalismo e il costituzionalismo successivi.

Personalmente credo che il pensiero di Rousseau sia stato molto frainteso, ma questo non c’entra con il nostro discorso. Sta di fatto che la dittatura della maggioranza è l’anticamera del regime totalitario. Serve ad abbassare tutti gli altri poteri e ridurli ad uno. L’esempio più eloquente di questo tipo di regime fu la Convenzione del 1792 in Francia, che accentrò nell’assemblea il potere legislativo. Esecutivo e financo giudiziario. Erano tempi di rivoluzione ma non per questo meno nefasti per la libertà.

Tuttavia - per tornare ai casi nostri - il nocciolo della riforma berlusconiana contrattata con Bossi in contropartita con la devoluzione, sta nella dittatura del "premier" sulla sua maggioranza. Questo è il cuore della questione e ciò che rende inaccettabile l’impianto complessivo della riforma.

La maggioranza parlamentare, in realtà, non conta nulla perché è soltanto la protesi del "premier" eletto a suffragio diretto dal corpo elettorale nello stesso momento in cui si votano i membri della Camera.

Non è la maggioranza uscita dalle urne ad avere in mano il "premier" uscito anche lui da quelle stesse urne, ma è per l’appunto il "premier" ad avere in mano la maggioranza. Perché può scioglierla quando vuole, rimandarla a casa quando vuole, promuovere una nuova votazione quando vuole.

Questo premier dispone di mezzi finanziari propri imponenti e di mezzi di comunicazione altrettanto imponenti. Dispone quindi di un potere esorbitante che non è solo quello, pur abnorme, scritto nella riforma costituzionale, ma suo proprio; un potere privato che dispone di strumenti persuasivi di ogni genere, capaci di contrarre alleanze, comprare o ripartire favori, corrompere corpi e anime, manipolare il consenso. Insomma instaurare e blindare quello che Umberto Eco ha definito un regime populista-mediatico, già in fase di avanzata costruzione.

La riforma approvata dalle Camere, in prima lettura rappresenta il tocco finale di quella costruzione. Quando sarà stata approvata anche in seconda lettura e confermata dal referendum previsto dalla Costituzione, il regime sarà pienamente operante.

Giulio Andreotti, che ha votato contro la riforma, ha ricordato con l’aria svagata che assume tutte le volte che vuole dire cose importanti, che la riforma votata dal Senato il 23 marzo coincide con la data in cui, nel 1919, fu fondato a Milano in piazza San Sepolcro il «Fascio di combattimento».

E’ una coincidenza casuale ma degna di attenzione. Non perché il 23 marzo del 2005 si siano messe le premesse della rinascita del fascismo. Chi pensa questo commette una sciocchezza. Ma è vero che il 23 marzo del 2005 si è fatto un decisivo passo avanti nella costruzione di un regime populista-mediatico imperniato su Silvio Berlusconi e blindato dal patrimonio privato e dalle proprietà televisive di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, leader di Forza Italia e della Casa delle libertà nonché concessionario dello Stato per le frequenze televisive via etere e dell’accesso privilegiato al digitale terrestre sulla base della legge Gasparri, titolare del potere di nomina del presidente della Rai e del potere di nomina del presidente dell’Autorità delle comunicazioni.

Tutto questo è in gran parte già avvenuto sotto gli occhi plaudenti o distratti della maggioranza degli italiani. Disse Indro Montanelli pochi giorni prima delle elezioni del 2001: lasciamolo governare, così gli italiani sperimenteranno sulla loro pelle chi è Berlusconi e ne usciranno vaccinati per sempre.

Più o meno le stesse parole (se l’accostamento non è offensivo) disse la brava Iva Zanicchi, vecchia cantante della Rai e neofita della causa berlusconiana. Indro aveva calcolato male il rischio (la Zanicchi invece, dal suo punto di vista, l’aveva calcolato meglio di lui). Non aveva messo in conto, Indro, gli strumenti potentemente persuasivi in tutti i sensi e in tutte le direzioni del regime populista-mediatico. Che rende dunque incerto l’esito delle elezioni 2006 e anche delle regionali di domenica prossima.

Domenica prossima si disputa una competizione della massima importanza per il futuro del paese. Non ancora decisiva. Se il centrosinistra vincerà, avrà migliori chance per vincere nel 2006; se non vincerà il percorso successivo sarà tutto in salita perché il potere populista - mediatico non perdona. E’ uno schiacciasassi da incubo. E per vincere non basta la Calabria o l’Abruzzo. Ci vuole altro e di più.

* * *

La posta in gioco è molto più alta delle volte precedenti.

Non voglio dire che sia l’ultima "manche" perché per fortuna la storia non finisce; ma certo se il centrosinistra dovesse perdere, dei suoi partiti, dei suoi gruppi dirigenti e anche d’una buona parte dei suoi elettori rimarrebbero ben poche tracce. Qualche sparuto manipolo di ostinati, privi di peso reale.

Un fastidio in meno per il regime populista-mediatico.

L’eventuale resistenza della Chiesa? E perché mai? Dopo Wojtyla ci sarà forse un po’ di sessuofobia in meno, ma non scommetterei un soldo sugli eminentissimi Sodano, Ratzinger, Ruini come difensori dei diritti civili e della democrazia. Del resto non è compito loro anche se, quando gli conviene, se ne arrogano indebitamente la competenza.

Ancor meno farei conto sugli alleati del titolare della ditta. Bossi ha già ottenuto il marchesato padano e se lo terrà ben stretto. Fini e Follini? C’è posto per tutti, se hanno abbozzato finora è segno che sono di stomaco forte.

Potrebbero ancora votare "no" alla legge in seconda lettura ma do quest’ipotesi a uno contro un milione. Il massimo che faranno sarà di concedere benignamente ai propri elettori la libertà di coscienza nel voto sul referendum confermativo quando si farà, sempre che si faccia.

Tutto questo se il centrodestra dovesse vincere nelle elezioni del 2006. Ma se dovesse invece perdere?

Ebbene, scomparirà e loro lo sanno. Se le tracce di un centrosinistra sconfitto saranno molto labili, quelle della Casa delle libertà non esisteranno più fin dal giorno stesso della perdita del potere perché il potere è l’unico cemento che li tiene insieme. Ci ricorderemo ancora di Bondi, Cicchitto, Schifani, Vito, Galan, Marzano, Tremonti, Urbani, Onofrio e compagni?

Berlusconi sì, ce lo ricorderemo per un pezzo. A lui del resto non mancherà né il pane né il companatico che sono già al sicuro e nessuno certo glieli porterà via. Ma la perdita del potere, del monopolio assoluto, del "ghe pensi mi" ovunque e comunque, quello sì gli brucerà disperatamente.

Attenti perciò. I dodici mesi che ci stanno dinanzi saranno durissimi.

Tutti i mezzi saranno impiegati, nessun colpo basso sarà escluso, nessun errore sarà perdonato. La regola confacente all’antropologia dei "berluscones" - lo sappiamo - è quella di bastonare il cane finché affoghi. Chi li contrasta cerchi di non imitarli. In fondo si viene scelti anche per la buona educazione che si dimostra. Almeno oggi è ancora così. Ci si batte anche perché sia così anche domani, non è vero?

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