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Sergio Lironi
Che spreco, povera Padova!
29 Febbraio 2008
Altre città italiane
Continuano a trasformare il verde pubblico dei piani della ”ideologia della regolamentazione” nelle “aree della perequazione urbanistica”. Da Carta, n.7/2008, 29 febbraio 2008

L’intensa attività edilizia di questi anni sta riscrivendo la geografia di Padova e del suo hinterland metropolitano. Purtroppo, ciò avviene senza una chiara visione del futuro della città e con un enorme spreco di territorio. Con conseguenze assai pesanti per la salute ed il benessere dei cittadini ed in relazione all’impronta ecologica della città. In assenza di un reale coordinamento delle politiche urbanistiche a scala comprensoriale, ogni comune – in concorrenza con i vicini – ha cercato in tutti i modi di attrarre investimenti per l’edilizia residenziale, commerciale ed industriale, rendendo estremamente “flessibili” i propri piani regolatori, con continue varianti e accordi di programma in deroga alle previsioni di piano. Il risultato è stata una inverosimile frammentazione urbana, una occupazione a pelle di leopardo di tutto il territorio che ha generato distruzione di paesaggio e risorse agricole, predominio incontrastato della motorizzazione privata, inquinamento dell’acqua, dei suoli e dell’aria oltre ogni limite immaginabile.

Tra il 1991 ed il 2006 la popolazione del Comune di Padova è diminuita di 4.836 abitanti, ma nel solo decennio 1991-2001 i dati del Censimento Istat ci dicono che si sono costruite più di 6.600 nuove abitazioni. Nei comuni della cintura tra il 1991 ed il 2006 gli abitanti sono aumentati di circa 33.000 unità, ma il corrispondente incremento di edilizia residenziale è stato quasi doppio rispetto al fabbisogno.

Per favorire l’attività edilizia ed immobiliare (uno dei pochi settori economici che non ha conosciuto crisi in tutti questi anni) la precedente Giunta comunale di centrodestra di Padova approvò una Variante di PRG che trasformava quasi tutte le aree un tempo destinate a verde pubblico (4,7 milioni di mq) in aree di perequazione urbanistica. Con le nuove cubature edilizie regalate ai privati, si sosteneva, il Comune avrebbe ottenuto in cambio, gratuitamente, una quota parte delle aree da destinare a verde e servizi urbani. Nel programma del Sindaco Zanonato vi era l’impegno alla revoca di detta Variante (non ancora, all’epoca, approvata dalle Regione), ma tale impegno dopo le elezioni venne clamorosamente disatteso. Solo a seguito della dura protesta di Legambiente e di alcune componenti di sinistra della nuova Giunta di centrosinistra, alcuni indici edificatori sono stati ridotti. Pur con qualche correttivo, la Variante venne quindi alla fine confermata, sparpagliando ville e condomini privati in tutte le residue aree aperte del territorio comunale, senza alcuna connessione con la rete dei trasporti collettivi e con le reali esigenze dei quartieri, ottenendone in cambio assai ridotti benefici per la comunità. Giardinetti e frammenti di aree verdi, anziché parchi e reti ecologiche.

In pendenza dell’entrata in vigore della nuova legge urbanistica regionale, anche la Giunta Zanonato ha d’altra parte continuato ad approvare programmi di “recupero urbano” d’iniziativa privata in variante al PRG vigente con notevoli aumenti di cubatura, quale quello famoso delle “Torri di San Carlo” nel cuore del quartiere dell’Arcella, fortunatamente respinto a seguito dell’indizione di un apposito referendum richiesto a gran voce dagli abitanti e da Legambiente.

La nuova legge urbanistica regionale ha imposto l’elaborazione di nuovi Piani Regolatori (oggi PAT) e, novità importante, la costruzione unitaria dei PATI – Piani di Assetto Territoriale Intercomunali. Per il PAT di Padova si è avviato – su richiesta delle associazioni ambientaliste e con i meccanismi di Agenda 21 – un interessante processo partecipativo, che in qualche misura sembra poter condizionare le scelte strategiche di piano. Il problema è che i tempi previsti sono slittati oltre ogni ragionevole attesa. Nel frattempo l’Amministrazione continua ad operare secondo le vecchie logiche del giorno per giorno e del caso per caso, preoccupata soprattutto di non interrompere il flusso di capitali privati che continuano abbondantemente a riversarsi nell’edilizia e nella speculazione immobiliare. Quando si arriverà ad adottare il nuovo PAT (che dovrebbe introdurre una nuova normativa per le aree già sottoposte a perequazione e che deve decidere del futuro di aree strategiche per le trasformazioni urbane quali quelle della ex Zona Industriale, dell’Ospedale, di cui è previsto il trasferimento in altro settore urbano, della Stazione ferroviaria e della Fiera, le cui attività sono per molti aspetti obsolete data l’attuale localizzazione, di tutta la fascia ovest del Centro Storico, attualmente occupata da caserme di cui è prevedibile la prossima dismissione, del quadrante di nord-est e di San Lazzaro, …) sarà probabilmente troppo tardi, perché molte di queste aree potrebbero già essere compromesse dalle decisioni “urgenti” nel frattempo operate senza alcun disegno strategico.

Ma le questioni più importanti a scala territoriale e per il futuro stesso della città (sistema ambientale, infrastrutture per la mobilità, localizzazioni produttive e commerciali, infrastrutture di servizio di livello metropolitano,…) dovrebbero di fatto essere affrontate dal PATI. Non appare quindi affatto casuale che a questa scala della pianificazione Provincia e Comuni non abbiano nemmeno fatto finta di avviare un processo partecipativo con le forze sociali e le associazioni ambientaliste. Da tre anni tutto sta avvenendo e si sta concordando nel chiuso degli assessorati e degli uffici tecnici competenti. Un’occasione sprecata, anche perché solo un aperto dibattito e confronto pubblico avrebbero forse consentito di superare le logiche localistiche manifestate dalle diverse amministrazioni comunali.

L’autore è Presidente di Legambiente Padova

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