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Arturo Carlo Quintavalle
Centro e periferie, una città spezzata
15 Marzo 2007
Bologna
Declino del modello felsineo. Altrove è peggio, ma non consola. E i Celestini, dove sono finiti? Dal Corriere della Sera, ed. Bologna, 15 marzo 2007 (m.p.g.)

Guardiamola, Bologna: le porte, le tracce delle mura che incontriamo percorrendo i viali di circonvallazione; guardiamola e pensiamo a come è stata progettata la cinta trecentesca della città perfetta, Jerusalem celeste con le sue porte, dentro le strade a raggiera, la calibrata dimensione dei suoi edifici, l'emergere delle chiese e, un tempo, lo svettare, accanto ai campanili, delle torri dei secoli XI, XII e anche XIII.

Guardiamola, Bologna e proviamo a capire come è stata ripensata, quella città. La città è una macchina per pensare l'esistenza, certo, ma quale esistenza? Una città è un sistema di funzioni, certo, ma quali funzioni? Una città è il luogo del vivere civile, sicuro, ma questo vivere civile, questa vita anche di relazione, è di tutti e quindi è sempre e ovunque possibile dentro la città?

Credo che per capire Bologna si debbano distinguere due tempi, quello prima e quello dopo gli anni '70, e ancora si debba pensare a distinguere le vicende del dentro e del fuori delle mura, salvo poche zone come quella dei colli.

Perché, prima di tutto, la distinzione temporale? Perché in una certa e precisa fase — quella che ha visto all'opera Pier Luigi Cervellati e Giuseppe Campos Venuti, l'urbanista che progetta Bologna fra 1960 e 1966 — si spostano dal centro al-la periferia, la Fiera, la Borsa e il Palazzo dei Congressi; si crea, quindi, un vero e proprio centro direzionale al settentrione della città, ancora oggi funzionale. L'assessore Pier Luigi Cervellati, in Via San Vitale, restaura delle case «popolari », dunque non costruisce fuori porta casermoni ma reinventa un modello urbano medioevale con servizi moderni; propone il rapporto spazio coperto-spazio verde riprendendo quello della gran parte degli spazi dentro le mura prima dei riempimenti ottocenteschi, e ulteriori, degli orti e dei giardini. La lezione è importante perché stabilisce una norma: che gli abi-tanti non abbienti devono potere vivere nel centro storico, non esserne espulsi.

Tutto questo accade ancora nel centro di Bologna? Ecco, la frattura che abbiamo indicato segna davvero uno spartiacque: il centro di Bologna diventa in pochi lustri sempre più simile a quelli delle altre città del nostro paese, diventa il luogo del terziario, il luogo degli uffici, delle banche, dei servizi; i cittadini, quelli coi redditi meno alti, sono costretti a uscire dalla cerchia delle mura e ad andare ad abitare nei quartieri periferici. Un corretto Piano Regolatore avrebbe dovuto prevedere linee di espansione precise e, visto che la collina veniva occupata progressivamente da edilizia residenziale e che al nord stava il centro direzionale, si doveva programmare un sistema di crescita coordinato, ma non è accaduto così. Il vecchio quartiere popolare in parte ricostruito dopo i bombardamenti e i disastri della guerra, la Bolognina, vive come una enclave a sé, e vive male, credo; a San Donato affiorano zone verdi ma il quartiere, come del resto quello prossimo di San Vitale, propone una crescita a macchia d'olio della città che si sviluppa, naturalmente, anche dal lato opposto; nella zona dello stadio e di porta Saragozza, modificando profondamente il rapporto con uno degli assi più significativi e che era certo da rispettare: la salita coperta alla Madonna di San Luca i cui portici, ancora ben conservati, sono stati otticamente manomessi in più punti e sopra tutto nella zona dello stadio.

La macchina della città, a questo punto, non propone più una forma, ma semplicemente un sistema di espansione disorganica senza spazi verdi, senza centri per il loisir, per gli incontri, per gli scambi.

Bologna ha un centro storico, certo, ma non hanno storia purtroppo le sue periferie: ancora oggi, infatti, i loro abitanti vivono se vanno «in centro», quello vero, pensato nell'età che dal Medioevo arriva al '700 e al primo '800, il tempo in cui Bologna è stata una città a misura di abitanti. Pochi anni fa, di fronte alla crisi della immagine stessa e delle funzioni della città, esplosa negli anni '80 e '90 e culminata con il cambio della maggioranza, un gruppo di urbanisti, Alessandro Del Piano, Marco Guerzoni, Giancarlo Mattioli fonda la Compagnia dei Celestini nel nome di un recupero di modelli diversi, e di uno spazio diverso dentro e fuori la cinta urbana.

Il nodo quindi oggi sta proprio qui, capire che cosa è accaduto non alle architetture, ma alla gente: capire dove vivono e come vivono le classi meno abbienti, capire se esse hanno dei punti di riferimento ma capire anche dove e come vivono gli altri, quale esistenza viene loro proposta al di là della qualità estetica dei condomini che per loro sono edificati.

La mancanza di forma della città, della Bologna di oggi, non è il risultato di un casuale accavallarsi di interventi, anche se questi certo vi sono stati, ma di una visione che si è perduta della funzione civile del rapporto cittadini-tessuto urbano. Nascere a Bologna, per decenni nel dopoguerra, ha voluto dire, mi si permetta la espressione, vivere nell'equilibrio di un sistema eccezionale nel nostro paese; vivere adesso a Bologna risponde a equilibri sempre più precari man mano che ci si allontana dal filo delle mura. Ma se i piccoli proprietari, i piccoli negozi, i poli stessi della microcultura urbana, compresi i cinema e tutto il resto, chiudono o si allontanano dal centro, se i grandi nodi della distribuzione di alimentari, di arredo, risucchiano all'esterno l'attenzione e i percorsi dei cittadini, se le grandi imprese, le assicurazioni, le banche, comprano o affittano i maggiori pa-lazzi del centro, che cosa resta della equilibrata, densa, ritmata e felice vita dei cittadini a Bologna? Si dovrebbe sperare soltanto che la Università avesse i fondi per comprare dentro le mura tutto quello che è possibile e per aprirlo a nuove funzioni, a nuovi usi collettivi.

Sono queste le domande che chiunque progetti, da adesso in avanti, la forma della città do-vrà porsi ricordandosi anche che, almeno in apparenza, percorrendo le strade fuori delle mura, si ha la impressione che la edificazione non sia stata pianificata se non quasi caso per caso, ogni pezzo di strada o di piazza separato dal resto. Tutto questo si vede. E si vede anche, ed è terribile, la spaventosa contraddizione fra edilizia speculativa recente ed edilizia anche e solo di fine '800 o dei primi del '900. E questo ovunque. I soli luoghi dove i villini, pur rifatti, pur ingranditi, si conservano nel verde è sulle colline a sud, lungo le strade da Via Castiglione a Via di Barbiano: affascinanti vie, alberi, verde, un bello per pochi, però, e tutti gli altri? Se avrete seguito l'itinerario negli spazi fuori della città, se avrete passato un'ora la domenica pomeriggio fra piazza dell'Unità alla Bolognina e Piazza della Pace dalle parti dello Stadio, forse allora potrete capire.

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