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Stefano Gianni; Pitrelli Del Vecchio
C'è un tesoro in comune
1 Giugno 2010
I tempi del cavalier B.
Le grandi manovre (e i molti rischi) dietro il federalismo demaniale. Da L’Espresso, 3 giugno 2010 (m.p.g.)

Quanto costa a' funtana? chiedeva a Totò l'emigrante rimpatriato. Oggi la finzione comica diventa realtà: perché quella stessa domanda la stanno facendo sindaci di comuni grandi e piccoli di fronte al federalismo demaniale. Solo che, adesso, al posto di Totò e Nino Taranto ci sono Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, e invece della Fontana di Trevi si tratta sul prezzo di caserme abbandonate, fabbriche dismesse, terreni incolti, aeroporti, moli in disuso. Nonostante le apparenze, un ricchissimo buffet da 3,2 miliardi di euro. E mentre nei Comuni tirano fuori le calcolatrici, in Regione i governatori si scervellano per un'eredità più impegnativa: laghi, fiumi, monti, spiagge e miniere. Da oggi toccherà a loro capire cosa farne.

Di primo acchito un fiume può sembrare un affare, e una caserma abbandonata una fregatura. In realtà nelle mani dei Comuni è stato consegnato un vero e proprio tesoretto. Perché grazie alla formula magica del "cambio di destinazione d'uso" al Catasto, una zucca può diventare una carrozza, o per meglio dire una vecchia polveriera senza futuro può diventare un esclusivo resort da gestire, o da rivendere. "I tre miliardi in beni demaniali ceduti dallo Stato possono facilmente raddoppiare, triplicare e perfino quadruplicare il proprio valore", spiega Luca Antonini, presidente della Commissione tecnica per l'attuazione del federalismo fiscale. Lo sanno bene gli amministratori locali, tanto che - nonostante il menu dei beni da passare agli enti locali non sia ancora pronto - al Demanio già vanno a batter cassa.

Come a Napoli, dove l'assessore al Patrimonio Marcello D'Aponte vorrebbe mettere le mani su uno dei simboli della città: Castel dell'Ovo. "Lì abbiamo già parecchi uffici per i quali paghiamo un fitto salato. Tutti soldi che potremmo risparmiare se tornasse a noi". A meno che qualcuno a Palazzo San Giacomo non ci voglia poi lucrare sopra. Secondo voci che girano al consiglio comunale, infatti, ci sarebbe già un potenziale acquirente: niente meno che Quentin Tarantino, il regista italoamericano, pronto a fare un'offerta in nome delle sue radici. A Roma, invece, Gianni Alemanno si frega le mani in attesa di vedersi assegnare le caserme di cui pullula la città. Soprattutto quelle di Prati, zona fra le più prestigiose della capitale: qui le case si vendono dai 6.500 agli 8.500 euro al metro quadro. Ma anche più in periferia i progetti del sindaco non mancano. A Tor di Quinto - se la città si aggiudicasse le Olimpiadi 2020 - un bel pezzo di zona militare potrebbe finire per ospitare il villaggio olimpico. Ancora, a Ferrara la vecchia caserma di Cisterna del Follo è pronta a diventare il parcheggio della zona medievale. A Brescia, il vicesindaco leghista Fabio Rolfi per la nuova vita dell'ennesima caserma (la Randaccio) ha in mente un campus universitario.

Il business della devolution non finisce solo nelle casse dei comuni, ma anche nelle tasche di chi ha fiuto per gli affari. Perché spesso i sindaci, quando si tratta di far soldi, preferiscono affidarsi a un privato. Sempre a Napoli, ad esempio, al comune fa gola il vecchio Hotel Londra di piazza Municipio (anche se poi toccherebbe sfrattare i magistrati del Tar): "Io lo farei tornare un albergo, per darlo in gestione a un privato", confessa D'Aponte. Ma quando li vogliono maledetti e subito, fiaccati dai tagli tremontiani di ieri, oggi e domani, ai nostri sindaci non resta che vendere.

Ed è qui che il federalismo demaniale si fa più opaco. "Noi attribuiamo beni del patrimonio statale ai Comuni e alle Regioni, che poi potranno venderli o fare accordi con gli immobiliaristi", avverte Bruno Tabacci di Alleanza per l'Italia, "il che si presta ad ambiguità già viste, come le cricche, le cerchie di amici, il sistema protezione civile". Per ogni palazzinaro che ci guadagna, però, c'è anche un fondo immobiliare che si sente tagliato fuori dal business. Loro credevano che si sarebbero visti affidare edifici e terreni ex demaniali per tradurli in finanza. Ma Tremonti ha chiuso loro la porta in faccia in favore di una creatura di sua invenzione: il fondo immobiliare chiuso a prevalente capitale pubblico. Ossia tanti piccoli fondi immobiliari dove ci sarà spazio solo per i soldi degli enti locali, e un po' per quelli di banche e fondazioni. In alternativa, toccherà rivolgersi al feudo tremontiano della Cassa depositi e prestiti.

Il tesoretto federalista, però, non è per tutti: il Comune grande prospera alle spalle del piccolo. Lo dimostrano i dati ottenuti dal senatore Marco Stradiotto, l'unico che sia riuscito ad ottenere la lista dei beni che il demanio trasferirà alla sua regione, il Veneto. Qui, su 581 Comuni, appena 103 riceveranno qualcosa. Ma la parte del leone la farà Venezia con la sua Provincia, che assorbirà 146 milioni in immobili e terreni, ossia più della metà di tutta la regione. Fra questi spicca l'antichissima ex caserma Guglielmo Pepe del Lido, che a Ca' Farsetti sognavano da tempo - già valutata, così com'è, 24 milioni e mezzo di euro. Ai ricchi tutte le fortune: a Cortina D'Ampezzo potranno andare a pescare dalla lista demaniale addirittura uno dei loro gioielli, il Monte Cristallo, valutato - incredibilmente - poco più di 250 mila euro. "Per me federalismo significa equità, e questo federalismo demaniale non è equo", lamenta Stradiotto: "Ci vorrebbe un fondo perequativo a livello centrale, per aiutare i Comuni svantaggiati". Anzi, la manna diventa mannaia: i tagli di Tremonti colpiscono in egual misura chi ha avuto tanto e chi niente. Il che è vero in ogni regione, ma è ancor più vero nel confronto fra Nord e Sud. Se infatti si leggono le stime del Demanio, ne emerge che le regioni settentrionali più il Lazio si prenderanno il 65 per cento dell'intero tesoro. Agli altri le briciole. Ad altri ancora, zero: i Comuni in stato di dissesto non potranno partecipare al banchetto. Come Taranto, Enna o Velletri.

"Abbiamo provato in tutti i modi a offrire una compensazione ai Comuni più sfortunati", racconta l'onorevole Enrico La Loggia, presidente della bicamerale sul federalismo, "ma c'era un problema tecnico insuperabile: alla fine sarebbero arrivati loro solo pochi euro. Per questo abbiamo chiesto al governo di trattenere una parte di quanto gli spetta (il 25 per cento di ogni euro incassato per la vendita d'immobili e terreni) per rendere questo federalismo più solidale".

Il federalismo non tocca solo i primi cittadini. Anche i presidenti delle Regioni possono contare sui gentili omaggi della politica romana, seppur in modo diverso: a loro andranno i beni demaniali, quelli che si possono solo gestire e non vendere per far cassa. A partire dalle spiagge, scrigno di quei preziosi canoni che i lidi pagano per montare cabine e ombrelloni. "Con la gestione diretta da parte dei governatori", spiega Riccardo Borgo, presidente del Sib, il sindacato dei balneari, "mi aspetto che le regioni possano farsi concorrenza fra loro, giocando sulla leva dei canoni e la durata delle concessioni". Previsione che già si sta rivelando azzeccata. Se il governatore ligure, Claudio Burlando, fa saper di voler venire incontro agli imprenditori turistici riducendo il canone il più possibile (in questo seguìto a ruota dal collega veneto Luca Zaia), l'assessore al Turismo laziale, Stefano Zappalà, non ha timore nel preannunciare un aumento.

Per Zaia, spiagge lo sono anche le sponde del Piave. Il fiume che mormorava, oggi acclamato primo fiume federalista, sembra destinato a grandi cambiamenti: "Bisogna realizzare le infrastrutture necessarie a rendere l'offerta turistica competitiva", sostiene Zaia, "la "spiaggia dei trevigiani" sarà un volano economico importante per il territorio". Peccato che l'economia del Piave, e il fiume stesso, siano già segnati dalle centrali idroelettriche e dai sistemi d'irrigazione, che se lo risucchiano, rendendolo poco più di un rivolo quando scende nella sua parte bassa. "Nessuno controlla i minimi di flusso vitale", denuncia Guido Trento, ex consigliere Pd, "quindi questo Piave è un fiume fantasma. Prima di fare proclami, Zaia dovrebbe occuparsene". Ma per farlo dovrà fare i conti con i soldi delle concessioni idroelettriche che adesso inizieranno a fluire nelle casse della sua regione. Anche a Biella l'acqua è sinonimo di affari: "Oggi lo Stato ci guadagna10 mila euro", osserva Marco Giovanni Reguzzoni, presidente dei deputati leghisti, "ma solo imbottigliando bibite alla provincia calcolano che si potranno ricavare sei milioni l'anno. Questo è il valore aggiunto che Roma da lontano non capisce". Che il lago di Garda sia importante, invece, lo capiscono tutti. Bisognerà vedere se Veneto, Lombardia e Trento sapranno trovare un accordo per gestirlo tutti insieme.

Nel decreto varato dal governo c'è posto anche per la devoluzione degli aeroporti. Non tutti, però. Si parla di quelli a carattere regionale, mentre quelli d'interesse nazionale sono esclusi. Una distinzione ragionevole, che però di fatto blocca il passaggio di mano dei piccoli scali. Come ammettono all'Enac, l'Ente per l'aviazione civile, la lista che divide i piccoli dai grandi ancora non è pronta. Lo sarà solo dopo aver completato il piano nazionale degli aeroporti. Quindi, almeno per ora, il federalismo dei cieli è una chimera. A meno che non si voglia prendere un criterio di distinzione molto empirico, suggerito dalle autorità europee: sotto i 5 milioni di passeggeri all'anno sei marginale, sopra sei strategico per il paese. Sulla base dei dati di traffico, si potrebbe fare una scrematura dei 47 scali commerciali italiani. Ebbene, potrebbero finire nel patrimonio delle regioni più di una trentina di piste, fra cui aeroporti di una certa importanza come quelli di Pisa, Cagliari o Genova.

E i beni scartati? Restano a casa

colloquio con Mauro Renna

Scelte troppo discrezionali lasciano spazio ad accordi poco trasparenti. Senza contare che i beni rifiutati resteranno in carico al Demanio

"Cambiare la destinazione d'uso di un bene oggi sarà più facile. Ma il rischio cricca è dietro l'angolo", avverte Mauro Renna, ordinario di Diritto amministrativo all'Università dell'Insubria e partner dello Studio legale Leone-Torrani e Associati, il quale ha studiato pregi e difetti del nascituro federalismo demaniale.

"Sono state introdotte procedure semplificate", spiega, "ma siccome c'è molta discrezionalità, le scelte compiute saranno poco controllabili. Il pericolo è che in alcune realtà le trasformazioni vengano fatte avendo già bene in mente i soggetti che poi potrebbero essere interessati all'acquisto".

Fiumi e laghi a parte, a sindaci e governatori viene lasciata assoluta libertà su cosa scegliersi e cosa scartare dal menu del demanio. I beni e terreni rifiutati resteranno allo Stato. L'ennesima "bad company"?

"È proprio così. Alla fine uno richiede solo i beni interessanti. Quindi i beni patacche, quelli per nulla valorizzabili o sui quali bisogna investire troppo, tenderanno a restare dove sono. Si sarebbe potuto imporre agli enti di prendere l'intero pacchetto o nulla. Così come stanno le cose, invece, tutti gli "scarti" finiranno nel freezer del Demanio, nella speranza che un giorno i sindaci cambino idea".

Il tesoretto demaniale è stato presentato come un regalo, ma non è proprio a costo zero...

"I trasferimenti in sé sono "gratuiti", ma i fondi statali che spettano a regioni ed enti locali verranno diminuiti in misura corrispondente alla riduzione delle entrate dell'erario post-trasferimento. Quindi parlare di gratuità è improprio, perché una ricaduta ce l'avrà, non è a costo zero. Bisognerà vedere se gli enti locali, costretti a guadagnarsi da soli il pane, saranno più bravi dello Stato nel farli fruttare. Ma non sono così ottimista che questo sia possibile in tutto il Paese".

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