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"Cattive ricette da la_Repubblica"
8 Maggio 2005
Lettere e Interventi
Giuseppe Palermo

Siracusa, 7 maggio - Forse potranno interessare i lettori di eddyburg alcune integrazioni e correzioni all’articolo di Giovanni Valentini sulle progettate trivellazioni nel Val di Noto.

È vero intanto che l’autorizzazione a svolgere quelle ricerche, in vista di future estrazioni di idrocarburi, è stata concessa nella più assoluta mancanza di trasparenza. Basti dire che il parere di compatibilità ambientale, che ha esentato il progetto dalla procedura di V.I.A., non è stato nemmeno pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” (contro queste irregolarità sta per essere presentato ricorso al Tar). Del progetto si è avuta notizia poco alla volta e faticosamente, dopo di che è esplosa la protesta degli abitanti (con comitati spontanei, ecc.). Questa è stata così forte e unanime che numerosi politici, anche del centrodestra, a loro volta hanno preso posizione contro l’iniziativa, fino ad impegnarsi a chiederne la revoca. Vedremo cosa ne verrà fuori.

Per valutare correttamente l’accaduto va però premesso: a) L’autorizzazione per le ricerche nel Val di Noto non è l’unica esistente. Anche a volersi limitare alla sola Sicilia (ma assai istruttivo sarebbe un paragone con quanto va accadendo in Basilicata), si sa che autorizzazioni analoghe, altrettanto silenziosamente, sono state concesse per altre aree. Se – come è auspicabile – si dovesse giungere ad una revoca per questa di cui parliamo, il problema resterebbe tuttavia irrisolto per il resto dell’isola. “Non nel mio giardino”, quindi, anche se – ne sono certo – qualche politico demagogo non mancherà di farsi bello per aver “salvato” il Val di Noto da un pasticcio prodotto dalla sua stessa amministrazione. Sull’Etna o altrove però (e si tratta spesso di aree non meno delicate e importanti) saremo al punto di prima. È evidente allora che il problema può essere risolto solo attraverso una pianificazione non settoriale, alla luce del sole ed evitando che scelte di simile portata siano affidate ad un solo Assessorato, in modo da stabilire, dopo aver ponderato tutti gli interessi in gioco, delle priorità condivise; b) Perché ciò avvenga è essenziale che siano applicati con rigore gli istituti normativi già esistenti: la V.I.A. e, adesso, la V.A.S. (Valutazione Strategica di Area), scandalosamente elusi in Sicilia. È attraverso queste procedure, da attivare prima del rilascio delle autorizzazioni, che si garantisce fra l’altro la trasparenza e la partecipazione del pubblico.

Chiarite le vere ragioni, di metodo oltre che di merito, che portano a respingere con forza l’iniziativa, mi sia concesso però di criticare anche alcune asserzioni fuorvianti dell’articolo di “Repubblica”.

Che le estrazioni di idrocarburi mettano a rischio “il patrimonio del Barocco, le chiese e i palazzi, ecc.”, compromettendo così “l’industria del turismo”, è indubbiamente argomento di facile presa, ma che potrà essere facilmente smontato in qualche prevedibile futuro briefing dei petrolieri: gli impianti infatti, una volta a regime, sarebbero praticamente invisibili, oltre che lontani dai centri abitati. Un forte rischio potenziale riguarda invece la falda idrica, l’agricoltura, gli ecosistemi, ed è per queste ragioni che il principio di precauzione dovrebbe scoraggiare questo tipo d’iniziative in aree così fragili. Fa un po’ sorridere, al riguardo, il richiamo, accanto al Barocco, del celebrato pomodorino di Pachino. Questa coltura (per niente tipica, si tratta di una varietà israeliana introdotta una ventina di anni fa!), con le sue immense serre di plastica è stata in realtà una vera catastrofe per l’ambiente (in tutti i sensi, paesaggio incluso) e, pur se economicamente riuscita, si è affermata proprio a spese dell’agricoltura tradizionale (vigneti).

Se queste imprecisioni possono essere perdonate a chi scrive da lontano, mi pare invece pericolosa la ricetta che, in alternativa al petrolio, l’articolista condivide con il neoministro Miccichè: “più campi da golf, scuole di vela e porti turistici” (meno male, ci risparmia i casinò). Queste iniziative – distruttive per l’ambiente almeno quanto le trivelle, oltre che spesso economicamente fallimentari – sono state incoraggiate con massicci contributi a fondo perduto, sia regionali che nazionali (legge 488, delibere Cipe, ecc.), e non a caso adesso sono oggetto di un’intensa campagna promozionale.

In particolare sui campi da golf come panacea per i mali del Sud l’altro neoministro Stanca, dopo Miccichè, non ha temuto di perdere la faccia. Ma c’è poco da ridere, sono in gioco interessi enormi e anche l’attenzione della mafia per questo lucroso affare (puro movimento terra e speculazione su aree estesissime, con le spese pagate) è ormai documentata. Dispiace che giornalisti seri come quelli di “Repubblica” non se ne siano resi conto.

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