loader
menu
© 2022 Eddyburg
Furio Colombo
Cantando sotto la pioggia
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Parole chiare, come al solito dal direttore de l’Unità (speriamo a lungo), a partire dall'ultima uscita di Rutelli. Dal giornale del 16 gennaio 2005. L’immagine è dalla copertina del manifesto di qualche mese fa: “a volte ritornano”

Con una effervescenza e una leggerezza alla Gene Kelly («Cantando sotto la pioggia») Francesco Rutelli ha danzato ieri sulle parole socialdemocrazia, ugualitarismo, lavoro, mercato, innovazione.

Purtroppo non ero a Fiesole ad ascoltarlo. Ero fra migliaia di persone retrograde e perdute nel buco nero del passato che si erano riunite in un salone gremito all'inverosimile nella Fiera di Roma (Ds, Rifondazione, Comunisti italiani, manifesto, Liberazione, tante Unità nella sala, tutta roba da scaricare, roba che per vincere non serve) dove la cecità verso il presente era tale che si parlava, pensate, di Sinistra.

Il rimpianto di non essere stato a Fiesole però è sincero. Perché persino dalle trascrizioni un po' anonime delle agenzie di stampa si sente quel modo di parlare per frasi brevi e ricche di humour che nei film americani consentono al protagonista di passare dal tono parlato alla canzone, dalla camminata alla danza con infinita naturalezza. Nello spettacolo la qualità della performance basta a se stessa. Nel caso di Fiesole frastorna. Perché mai Francesco Rutelli, capo di un partito che è parte indispensabile dell'opposizione e di una campagna elettorale accanita contro un governo di persone illegali e pericolose vuole, sia pure con gesti leggeri e quasi cantando, sganciare il suo vagone dagli altri, proprio mentre il treno di Prodi sta per partire? Il suo vagone è carico di persone che hanno lottato e stanno lottando per una vittoria elettorale che si può ottenere soltanto tutti insieme, e proprio mentre stavano dicendo: «Visto, la destra è divisa e passa il tempo a insultarsi, mentre il centrosinistra, intorno a Prodi, finalmente è unito».

Dico queste cose per far capire che cerco di distinguere tra il festoso colpo di scena di Rutelli a Fiesole, che appare senza dubbio pieno di verve e suscita ammirazione, in un mondo di politica cupa, dal senso di ciò che ha detto.

Non mi sembra giusto attribuirgli intenzioni, né mi sembra utile camminare sulla linea di divisione da lui tracciata. Ma devo permettermi di osservare che - nell'impeto allegro del suo discorso - ha urtato senza ragione (senza una ragione che si possa capire a distanza) non solo la sensibilità di una parte grandissima dei suoi amici o alleati, non solo la loro storia.

Ma alcuni punti di riferimento culturale, morale, politico di ciò che chiamiamo democrazia e di ciò che definiamo, con riferimento ad alcuni diritti e ad alcune garanzie fondamentali, Occidente.

* * *

Il discorso di Rutelli infatti, apre con un elenco di parole da respingere (con un certo vigoroso sdegno che certo è una sorpresa). Queste parole sono socialdemocrazia, egualitarismo, welfare (detto “vecchio welfare” e meglio traducibile come Stato sociale che garantisce pensioni, sussidi, ammortizzatori sociali, scuole pubbliche e gratuite, cure mediche garantite). Tutte queste parole riguardano vita e destino di tanti (salvo le trecentomila famiglie “redditiere” che, ci hanno detto, campano felicemente in Italia) e sono gonfie di senso e di storia.

Poi Rutelli propone una lista di parole nuove, che suonano bene, e sono gradevoli a dirsi. Sono utopia, futuro, ambiente, Europa, buon governo, sicurezza. Ma sono contenitori da riempire. L'utopia va da una parte e dall'altra, il futuro è speranza o terrore, l'ambiente è Tsunami o specie protette, l'Europa è Borghezio o Mario Monti. Berlusconi dice, sia pure senza fondamento, di essere un buon governo. La sicurezza può essere Canton Ticino o Stato di polizia.

Siamo certi che Rutelli non intendeva in nessun caso evocare il lato negativo o ambiguo di ciascuna delle parole nuove con cui ha provocato un soprassalto alla coalizione di cui la Margherita è parte essenziale. Di certo ha indicato uno scaffale vuoto, in cui tutto resta da definire, da scegliere, da discutere, da realizzare o anche solo da disegnare come progetto. E ha spinto fuori grossi pezzi di storia civile contemporanea, tutti quelli che porta in dote, per unirsi e per vincere, non solo la sinistra democratica del mondo, ma anche vaste zone di liberalismo laico e cristiano.

La cultura socialista e socialdemocratica italiana (forse persino Bobo Craxi e De Michelis, che pure si sono dislocati nel centrodestra) presenteranno - penso - obiezioni importanti alla camminata di Rutelli sui valori della socialdemocrazia. Anzi, diciamo meglio, su valori fondanti delle democrazie contemporanee.

Per parte mia raccoglierò alcune obiezioni dal mondo, dalla storia, dalla cultura americana. Dimostrano, credo, che c'è stata una certa leggerezza estemporanea nel proporre di accantonare il valore di uguaglianza. Dice Rutelli: «Quella egualitaria è una società povera, finta. Spesso sopraffatta da poteri oscuri». Dicono i “Federalist papers” dei Padri fondatori della Costituzione americana: «Un Paese che non sia di eguali non può prosperare». La frase che così audacemente contraddice Rutelli è stata firmata da Publius (Alexander Hamilton) nel gennaio del 1787.

Ma nel 1848 torna sull'argomento Alexis de Tocqueville che a pag. 139 del primo volume di “Democracy in America” (Vintage Book, New York, 1945) scrive: «Ciò che ti colpisce in America è il senso di uguaglianza che ogni cittadino prova nel confronto dell'altro. È ciò che lega questo Paese come nessun Paese in Europa. Perché qui l'uguaglianza è vista come un diritto, non come un dovere». Molti anni più tardi (1916) John Dewey, il fondatore del sistema educativo americano, indica senza esitazione in che modo si realizza, dal suo punto di vista di educatore, la democrazia: «L'espandersi della democrazia inevitabilmente diventa un vasto movimento di sostegno della scuola pubblica. Non vi è un altro modo per produrre una società di uguali. Stato e statale, quando si parla di scuola, sono sinonimi di ciò che che è umano e solidale».

Nel 1992 tocca a Michael Walzer intervenire sul rapporto tra uguaglianza e democrazia, nel suo libro “What it means to be an American” (“Che cosa significa essere americani”, New York, 1992): «A me sembra che la nostra singolare forma di cittadinanza basata sull'uguaglianza e la nostra tradizione pluralistica abbiano un comune nemico. Entrambe sono minacciate da una radicale cultura di privatizzazione. Infatti il legame di cittadinanza non funziona quando le persone sono abbandonate al proprio destino. Funziona quando i cittadini sono legati tra loro da interessi comuni, opportunità uguali e la loro cultura è della comunità, non dei privati».

E ai nostri giorni è il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz a definire il problema, (“The roaring nineties”, New York, 2003). «Nessuna innovazione della vita politica democratica è possibile se gli interessi privati dei grandi gruppi sono più importanti degli interessi della collettività, ovvero se di fronte agli interessi prevalenti di alcuni, i cittadini cessano di essere uguali». Stiglitz nota, dalla pubblicistica americana, il festoso e continuo guizzare della parola “innovazione” per dire “conservazione”, o meglio ancora, “smantellamento”. E deliberatamente la usa per mettere in guardia. Come farebbe un idraulico ammonisce di non toccare certi tubi per evitare di distruggere una rete invece di migliorarla.

Offriamo volentieri queste riflessioni, che vengono da un mondo nuovo, che ha fatto recenti esperienze di smantellamento, e in cui i più autorevoli personaggi dell'economia (da Joseph Stiglitz a Paul Krugman) chiedono di stare attenti, nella frenesia di cambiamento e nella gara di originalità, a non abbattere muri maestri. Mostrano, indicando certi aspetti della vita americana e delle sue decine di milioni di cittadini non più uguali perché senza Welfare, senza sostegni, senza istituzioni pubbliche (il problema di accedere agli ospedali per i 36 milioni di non assicurati) che abbattendo certi muri maestri restano solo calcinacci.

Ma torniamo al discorso di Rutelli e al suo festoso liquidare la socialdemocrazia. Come abbiamo detto, parla sotto la pioggia di un governo che anche lui definisce pessimo. In una cosa ha certamente ragione, e il suo ammonimento serva per tutti: non abbiamo ancora vinto.

ARTICOLI CORRELATI
19 Ottobre 2016
31 Dicembre 2008
6 Dicembre 2007

© 2022 Eddyburg