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Carlo Iannello
Campania. Con il “piano casa” una pietra tombale sull’urbanistica delle città
27 Giugno 2009
Campania felix
Si omologa alle regioni (e alle “ragioni) di Berlusconi la regione di Bassolino. La Repubblica, Napoli, 26 giugno 2009

Il disegno di legge sul cd. piano casa proposto dalla giunta regionale mette una pietra tombale sull’assetto urbanistico delle città.

Innanzitutto, questa normativa non esclude dal suo ambito di applicazione tutte le zone soggette a vincolo paesistico: sono solamente i vincoli di inedificabilità assoluta a impedirne l’applicazione. Dove è scritto nel disegno di legge che l’ampliamento non è possibile in ogni area sottoposta a vincolo paesistico? Manca pertanto una disposizione chiara del tipo «nei centri storici e nelle aree sottoposte a vincolo paesistico non si applica la disciplina della presente legge».

Inoltre, effetti ancora più dirompenti di quelli contenuti negli art. 3 e 4 del testo approvato in Giunta (i quali disciplinano, rispettivamente, l’ampliamento, in deroga alla pianificazione urbanistica, della volumetria degli edifici del 20% e del 35% ) provengono dall’art. 5 comma 4 ossia dalla possibilità di modificare, sempre in deroga alla pianificazione urbanistica, la destinazione d’uso degli edifici e di effettuare interventi di sostituzione edilizia a parità di volumi. Chiaramente questa disposizione si applica ad attività industriali rendendo possibile la riconversione in edilizia residenziale degli spazi attualmente utilizzati (o inutilizzati, si pensi alle attività dismesse) dalle imprese. Senza nessuna verifica dell’impatto di scelte di tale tipo sul contesto sociale e ambientale, si introduce una possibilità che vanifica d’un colpo la stessa funzione urbanistica. Per voluntas principis trasformazioni rilevanti dell’assetto urbanistico delle nostre città sono operate senza che vi sia la men che minima percezione degli effetti (potenzialmente devastanti) sulle città e sulla vita quotidiana dei cittadini.

Quali esiti, in una città come Napoli, potrebbe avere una disciplina di questo tipo? La trasformazione delle ex aree industriali potrebbe essere gestita in deroga alla pianificazione urbanistica. Si pensi a Napoli est, ma non solo. Si vanificherebbero, così, le più rilevanti decisioni urbanistiche adottate dalla città di Napoli. Il governo del territorio passerebbe dalla mano pubblica a quella dei privati proprietari delle aree.

Inoltre, siamo sicuri che questa normativa non si applichi nei centri storici? Gli interventi che prevedono l’ampliamento ne sono esclusi: La sostituzione edilizia a parità di volume, invece, non lo è, almeno in modo chiaro. La normativa è scritta male, anzi malissimo. È così piena di difetti e di ambiguità che si potrebbe sostenere l’applicabilità della disciplina sulla modifica di destinazione d’uso a parità di volume (art. 5, comma 4) anche ad edifici ricadenti nei centri storici per i quali la pianificazione comunale prevede invece l’abbattimento.

La critica che generalmente viene condotta contro questi provvedimenti, ossia che maschererebbero un condono anticipato, non coglie dunque nel segno. Gli effetti di questa legge sarebbero molto più devastanti di quelli di un condono. Le deprecabilissime leggi sul condono si limitavano a ratificare (entro certi limiti) l’esistente, per fare cassa (non senza incentivare, almeno sulla carta, un rafforzamento del rigore per il futuro). Senza nemmeno la giustificazione di fare cassa, la giunta regionale propone una legge che mina l’idea stessa di pianificazione urbanistica, concretandosi in una completa abdicazione dell’urbanistica pubblica a favore della più completa deregulation. Una legge che nella sostanza tradisce il compito che la costituzione ha –inopportunamente, stando a questo disegno di legge – affidato alle regioni denominato «governo» del territorio.

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