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Toni Fontana
Calipari, l’Italia accusa gli Usa
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Da l'Unità del 3 maggio 2005 il racconto dell'omicidio di Calipari e del ferimento di Sgrena secondo il "controrapporto" italiano

Il rapporto dei membri italiani definisce la versione americana una «apodittica auto-assoluzione» 1. Il blocco non era segnalato. 2. L’auto andava a bassa velocità. 3. Gli Usa sapevano della missione. 4. I soldati, stressati e inesperti, hanno fatto fuoco subito. 5. La scena della sparatoria è stata alterata

Pentagono sotto accusa per gli omissis decrittati: reso noto anche il nome del soldato che ha sparato



È un rapporto che accusa pesantemente i militari e le stesse autorità americane quello che ieri sera è stato consegnato dai due membri italiani nella commissione sull’uccisione di Nicola Calipari. In primo luogo - sostengono l’ambasciatore Ragaglini e il generale Campregher - l’organizzazione del posto di blocco sulla strada per l’aeroporto di Baghdad era «a dir poco carente». Nessun segnale avvertiva dello stesso posto di blocco. L’auto su cui viaggiavano Calipari e Giuliana Sgrena procedeva a «una velocità non rilevante». È verosimile che i militari abbiano sparato per stress e inesperienza. Le autorità americane erano a conoscenza della missione italiana, anche se non nei dettagli. La scena dei fatti, infine, non è stata preservata.

L’Italia accusa: quel check point era illegale

Il rapporto italiano su Calipari denuncia l’autoassoluzione Usa: l’auto non correva, hanno sparato per stress e inesperienza

Toni Fontana

Con una relazione di 52 pagine l’Italia ribatte e contesta la versione dei fatti accaduti a Baghdad il 4 marzo. Le autorità americane di Baghdad sapevano «indiscutibilmente» dell’arrivo di Nicola Calipari per un’«attività istituzionale», il posto di blocco era stato allestito «senza la più elementare misura precauzionale» e non vi era alcuna segnalazione, l’auto degli italiani procedeva a bassa velocità, i militari americani hanno agito «in uno stato di tensione» e in assenza di «regole chiare». Per tutte queste ragioni non si giustifica «l’autoassoluzione» decretata dai comandi americani. Sono questi i titoli principali della «controrelazione» diffusa ieri a Roma ad termine di una lunga giornata segnata da inspiegabili ritardi e attese.

La relazione, redatta dall’ambasciatore Cesare Ragaglini e dal generale Pierluigi Campregher, i due rappresentanti italiani in seno alla commissione mista formata con gli Usa, appare una dettagliata requisitoria che contesta punto per punto la versione americana dei fatti accaduti la sera del 4 marzo a Baghdad. Nessuna delle valutazioni espresse dai comandi statunitensi coincide con quella degli italiani che, nel dossier, descrivono l’improvvisazione dei militari, decritti come soldatini stressati, impreparati, ossessionati dalla paura e agli ordini di comandi che non si sono curati di segnalare il passaggio dell’auto. Se, da un lato viene esclusa la «volontarietà» dell’uccisione del dirigente del Sismi, dall’altro nella relazione diffusa ieri si mette l’accento sul fatto che, dopo la sparatoria al posto di blocco volante, la scena del delitto è stata rapidamente ripulita. In tal modo, pur essendo stati sparati decine di colpi, non è stato possibile effettuare un’adeguata investigazione sull’accaduto, non sono stati contati così i proiettili partiti dal fucile mitragliatore del soldato Mario Lozano e la sua arma non è stata prontamente sigillata per permettere successivi accertamenti.

La parte nella quale il giudizio implicito nei rilievi tecnici appare più duro e accusatorio nei confronti dell’operato dei militari Usa è quella relativa ai presunti accertamenti satellitari che, si fa notare,- non facevano parte del materiale esibito dalla controparte. Ciò - sostiene il dossier italiano - «potrebbe far considerare l’ipotesi, che i rappresentanti italiani rifiutano e non ritengono verosimile, che taluno abbia voluto alterare, o occultare, dei mezzi di prova». Ragaglini e Campregher spiegano di aver «accuratamente preso visione di tutto il materiale» che gli americani hanno consegnato nel corso dei lavori, ma che «null’altro esisteva se non ciò che è stato consegnato».

Sulla diffusione del rapporto con quattro ore di ritardo si è innestato un giallo che ha alimentato ogni sorta di voce. Verso le 20,30 il sottosegratario alla presidenza Gianni Letta si era spinto ad affermare ai giornalisti che lo interrogavano, che «non c’è alcun ritardo». Erano tuttavia passate ormai quasi tre ore dall’orario previsto per la consegna del documento alla stampa via Internet. Il sorprendente ritardo sarebbe stato causato da due ordini di motivi. Tra i dirigenti del Sismi, palazzo Chigi e la Farnesina vi è stata ieri una lunga mediazione per limare le frasi della relazione. In particolare si è discusso a lungo sulla risposta da dare alla frase contenuta nella relazione Usa che recita: «Gli Stati Uniti considerano l’intero Iraq zona di combattimento». Da questa considerazione consegue il fatto che anche i tremila militari italiani schierati a Nassiriya sono dentro un teatro di guerra, ma l’Italia ha sempre negato l’esistenza di questo contesto che obbliga i nostri soldati ad agire sotto comando britannico anche se, ufficialmente, sono impegni in una «missione umanitaria». Non solo. Quando gli americani affermano che tutto l’Iraq è zona di guerra e che «Baghdad è una città di 6 milioni di persone e di un gran numero di resistenti e terroristi che operano sia in città che nelle vicinanze» ricordano tra le righe all’Italia che gli 007 dovevano tener conto del contesto e comportarsi di conseguenza, adottando quelle che, secondo il comando Usa, sono le precauzioni che si debbono prendere e che i funzionari del Sismi non hanno seguito quella sera. L’altra ragione che ha ritardato la diffusione della relazione è più tecnica, ma pur sempre politica. Si trattava infatti di decidere quale sito avrebbe diffuso sul Web la versione italiana. Anche su questo Sismi, palazzo Chigi e Farnesina hanno espresso valutazione diverse. Sul portale della Farnesina l’annuncio della divulgazione del materiale era apparso fin da sabato, ma ieri pomeriggio è misteriosamente spartito. Poi si è pensato di affidare il dossier a vari siti non ufficiali del governo e, alla fine, si è optato per quello del governo che però, quattro ore dopo l’orario stabilito, non aveva ancora pubblicato nulla. Nel frattempo la relazione consegnata dall’ambasciatore Ragaglini e dal generale Campregher era stata limata fin nelle virgole e quindi consegnata alla presidenza della Repubblica, ai presidenti dei due rami del Parlamento, Pera e Casini e al presidente del Copaco, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, Bianco. A quel punto il ministro degli Esteri Fini e il sottosegretario Letta si sono consultati ed hanno deciso che il primo passo da compiere era la consegna della relazione all’ambasciatore Mel Sembler, ricevuto in serata a Palazzo Chigi. Poi il presidente del Senato Pera ha annunciato che tutti i presidenti dei gruppi parlamentari avrebbero ricevuto il dossier per poterlo consultare. A tarda sera Letta ha tentato di mettere a tacere la girandola di voci facendo sapere che il ritardo era stato determinato dalla necessità di completare il testo e recapitare quindi il dossier alle massime cariche dello stato.

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