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“Burgio: non rigoroso, inconcludente, conservatore”
7 Giugno 2007
Lettere e Interventi
Andrea Declich

Cari Amici di Eddyburg, vorrei proporre un commento all’articolo scritto da Burgio sul Manifesto e ripubblicato da voi il 1° giugno. E’ una analisi del problema del decisionismo che ritengo non rigorosa, inconcludente e conservatrice.

E’ non rigorosa perché non è vero che i partiti di massa sono stati distrutti dalla stagione di riforme degli anni ’90. Infatti, lo sanno tutti quelli che facevano politica di base all’epoca, che i partiti di massa erano “morti” già da tempo. L’unico che resisteva era il PCI, ma era in profonda crisi organizzativa, di consensi, di militanza e di motivazione. Dire, poi, che l’attuale crisi politico-parlamentare discenda dalle riforme degli anni ’90 e non dalla attuale legge elettorale è una interpretazione così estrema da apparire una forzatura, almeno alla luce delle argomentazioni offerte.

E’ un’analisi inconcludente. Va bene criticare Prodi, ma l’articolo che pone tutte queste questioni manca di indicare qual è l’alternativa praticabile e realistica al presente stato di cose: riandare subito a votare, probabilmente con questa legge elettorale (proporzionale senza preferenze…). Si può pensare quel che si vuole di Prodi, ma Burgio avrebbe dovuto trarre dalla sua critica tutte le conclusioni.

Un ultimo punto, più interessante forse per le tematiche normalmente trattate da Eddyburg, è quello dei costi della politica. Qui mi sembra che Burgio sia anche conservatore. La politica è distrutta anche dal circolo vizioso scatenato dai suoi costi senza controllo, questo è fuori di dubbio. Eviterei, però, le critiche qualunquiste, ricordando che il primo a vincere le elezioni con questi argomenti è stato proprio l’”imprenditore” Berlusconi.

La politica ha bisogno di personale che vi si dedichi e che alla luce di considerazioni ovvie - va pagato. Il problema, è che il personale politico anche i portaborse, perché anche quelli servono - deve essere pagato il giusto e non devono essere permessi i parassitismi. Sono d’accordo, quindi, che un ceto politico finanziato come lo è adesso è inefficace e inaffidabile e finisce per causare il rigetto da parte dell’elettorato. Vorrei dire, però, che Burgio non deve dimenticare che la gente comune si arrabbia non solo per i politici strapagati e inefficienti, ma per tutta l’economia che viene attivata grazie alla politica e che, anch’essa, dà luogo a tanti sprechi. Se ci si arrabbia per i danni prodotti, per esempio al territorio, da politici incapaci, pensiamo anche che le inefficienze sono il prodotto di macchine amministrative che in molti casi non valgono il loro costo: cattiva amministrazione; dirigenti che non controllano; impiegati che non si aggiornano; malasanità e cattiva amministrazione; ecc. Il sottobosco della politica, cioè, non si limita ai vertici degli apparati, ma influisce su tutta la macchina amministrativa. I politici hanno molta responsabilità in tutto questo, se non altro perché continuano a permetterlo. Il punto, però, è che non sono i soli responsabili ed è qui che ci vorrebbe un bel po’ di innovazione.

Insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Quindi, critichiamo il neoliberismo laddove va criticato, cioè quando attribuisce al mercato virtù e funzioni che evidentemente non ha e non può avere (alla redazione di eddyburg è caro il tema del governo del territorio, che non può essere lasciato ai privati). Il funzionamento delle istituzioni penso che non sia così semplicemente - come sostiene Burgio - una questione di neo liberismo. Ci sono visioni diverse che possono essere condivise sia a destra che a sinistra, sia da liberali che da non liberali. La legge sui sindaci ha funzionato bene, ma l’Italia non è una città, quindi chi pensa che “il sindaco d’Italia” sia la soluzione, secondo me, sbaglia di grosso. D’altra parte, io non sono un neo-liberista, ma penso che un sistema uninominale sia migliore del sistema proporzionale, specie se legato a partiti che fanno le primarie: i politici finirebbero per essere più legati al loro territorio e alle loro responsabilità, e la loro appartenenza ai partiti sarebbe non garanzia di un successo elettorale immeritato, ma una delle carte che potrebbero giocare nel conquistare il favore dell’elettorato. La discussione sarebbe lunga e non ho titoli e spazio per proporla qui. Ma evitiamo di inventare nemici inesistenti (cioè fare polemica contro il neoliberismo a sproposito), e dire con troppa facilità che si stava meglio prima…

Le opinioni sulle ragioni per cui i partiti di massa sono stati distrutti sono certamente molteplici. Non me la sentirei di dire che quella di Burgio sia meno rigorosa di un’altra. Quella crisi è stato il risultato di un processo lungo, nel quale si sono variamente intrecciate le insufficienze delle varie parti che si dividevano il proscenio nei 60 anni che sono dietro le nostre spalle. Difficile non condividere il giudizio di Burgio sulle “riforme” degli anni 90 e sul ruolo che dirigenti del calibro di D’Alema svolsero allora: fu allora che cominciò l’ubriacatura per le parole d’ordine del neoliberismo (modernizzazione, governabilità e governance, mercato). Si avviò l’uscita dal welfare state, non dai sui difetti, se ne iniziò la distruzione non l’aggiornamento. Si promosse quella mutazione del personale politico che trasformò i militanti in clienti e i professionisti della politica da funzionari di un’dea e un programma in stipendiati a carico del pubblico erario.

Condivido con Declich la considerazione che chi fa politica deve essere pagato: lo stipendio agli eletti è stato gigantesco passo avanti rispetto a quando la politica era riservata a chi aveva redditi professionali o rendite. Ma penso che sia un gravissimo difetto della nostra democrazia il fatto che i politici siano diventati una classe: un gruppo sociale caratterizzato dal particolare ruolo che ha assunto nel ciclo della produzione sociale; il reddito che riceve non corrisponde né alla quantità e qualità della forzalavoro impiegata, e neppure al risultato conseguito, ma semplicemente alla rendita derivante da una posizione di dominio. E penso che il fatto che i membri di questa classe vivano esclusivamente del reddito che proviene loro dalla politica sia la ragione principale (o almeno, una ragione importante) della mancanza di ricambio dei decisori e di corruzione delle istituzioni.

Non credo che un analista abbia gli stessi doveri del politico o dell’amministratore. Al secondo, il cui compito è governare, spetta certamente indicare sempre le alternative possibili alle situazioni criticate. Ma se, per comprendere una situazione o un processo in atto, bisognasse aspettare di avere un’alternativa praticabile, quelli di noi che non hanno gli strumenti o il tempo o la competenza per studiare determinati aspetti della realtà rimarrebbero nell’ignoranza più assoluta di ciò che accade attorno a loro. Io sono grato a chi mi aiuta a comprendere, anche se non mi da’ la ricetta per uscire dalla crisi di cui mi illumina la consistenza e i risvolti.

Infine, credo che sul termine neoliberismo dobbiamo intenderci. Quello che oggi viene definito così non è una versione moderna del liberalismo: è il nuovo sistema di potere che, a partire dalla fine degli anni 70, ha iniziato a impadronirsi del mondo. Come molti studiosi fuori dall’Italia hanno compreso e stanno studiando da tempo, e come ha raccontato in modo molto efficacemente divulgativo Giorgio Ruffolo, nel suo gustoso libretto Lo specchio del diavolo (Einaudi 2006). Ruffolo definisce il neoliberismo “la controffensiva capitalistica”. Inserirò presto in eddyburg questo capitoletto del suo libro, ma rinvio i lettori che abbiano tempo e voglia alla più ampia analisi di David Harvey, Neoliberalism , recentemente tradotta in italiano e recensita su eddyburg . Oltre che agli autori citati da Burgio. (es)

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