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Mario Pirani
"Bianco o rosso?" E la Cina ci batte
5 Gennaio 2009
Articoli del 2009
I cascami della cultura industrialista e l’incapacità di usare correttamente la risorsa turistica, con una postilla. Da la Repubblica, 5 gennaio 2008 (m.p.g.)

«Vuoi tramutare i giovani del Mezzogiorno in un popolo di camerieri?». Saranno passati quarant’anni ma ricordo ancora l’insulto sprezzante di cui tanti uomini politici e sindacalisti gratificavano Francesco Compagna, uno dei più intelligenti e vivaci intellettuali meridionali, direttore di Nord Sud, nonché esponente politico repubblicano. La sua colpa consisteva nel sostenere che l’avvenire di Bagnoli, una perla paesaggistica al limite estremo del golfo di Napoli come di Gioia Tauro, il porto affacciato nella splendida piana a sud di Reggio Calabria, non andava individuato nell’ampliamento delle grandi acciaierie o nella costruzione di nuovi impianti siderurgici ma nella programmazione di un compatibile e congeniale sviluppo agroturistico. Analogo il discorso per la Sicilia dove stavano approdando devastanti e inquinanti impianti petrolchimici. Vinse il mito della grande industria come volano della rinascita, con la conseguenza che oggi l’Italsider è affondata, Bagnoli è chiusa, l’impianto siderurgico di Gioia Tauro non è mai nato, la petrolchimica è tramontata con le crisi energetiche ma le devastazioni del territorio sono irreversibili.

Nel frattempo il turismo, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle Isole, è cresciuto negli interstizi di un ambiente compromesso, fuori da ogni programmazione che collegasse l’offerta alberghiera a quella infrastrutturale, una rete di eccellenza agroalimentare alla valorizzazione del patrimonio artistico, la formazione degli operatori all’offerta culturale. Ma anche nel resto del Paese la consapevolezza delle potenzialità non accortamente sfruttate non è stata pienamente avvertita, se si tolgono le tre città mondiali (Roma, Venezia, Firenze), la riviera adriatica nordorientale e, in una certa misura, l’arco alpino. Abbiamo, quindi, un sistema in cui gli attori si muovono ognuno per conto proprio, senza un disegno d’assieme che ponga al centro dello sviluppo economico un’offerta turistico-culturale complessa, efficiente e concorrenziale. Le varie famiglie politiche ma anche le élite intellettuali e persino gli economisti, da un lato seguitano ad agire e a pensare all’interno dei vecchi stilemi di una cultura industrialista di stampo otto-novecentesco ma, dall’altro, sembrano avere una scarsa percezione della realtà materiale del nostro Paese. Al di là degli effetti della crisi economica in atto, i dati oggettivi danno, infatti, il quadro di una economia reale forte nell’industria manifatturiera piccola e media, nel turismo e nell’agricoltura, tre settori nei quali siamo secondi in Europa (dopo la Germania nel manifatturiero, dopo la Spagna nel turismo, dopo la Francia nell’agricoltura). Nessun altro paese dell’Ue è così forte contemporaneamente in questi tre ambiti di attività (la Germania è solo quarta nell’agricoltura e nel turismo, la Francia è quarta nella manifattura e nel turismo, la Spagna è terza nell’agricoltura e quinta nel manifatturiero). Ma i comportamenti pubblici e lo stesso dibattito economico non sembrano partecipi di questa specifica realtà. Anche se il dato è secondario, non è certo un caso che sia scomparso il ministero del Turismo e Spettacolo e che nelle Regioni e nei Comuni l’assessorato preposto al settore figuri tra quelli meno ambiti nelle spartizioni di giunta.

Il prossimo Quaderno di approfondimenti statistici della Fondazione Edison diretto dall’economista Marco Fortis, è appunto dedicato all’argomento e ci ricorda come nel 1970 il nostro fosse il primo paese al mondo per arrivi turistici internazionali, al vertice della graduatoria dove seguivano Francia, Spagna, Canada e Stati Uniti. Certo, operavamo in un mondo più piccolo, diviso dal muro di Berlino e l’Italia era la "spiaggia" d’Europa. Dopo è seguito il declino e nell’arco di 25 anni siamo scesi al quarto posto, dopo Francia, Spagna, Stati Uniti. Dal 2006 siamo stati superati anche dalla Cina, un paese che ci aspettavamo ci sopravanzasse in tanti settori ma non nell’appeal turistico.

Eppure registriamo ancora grandi possibilità di rilancio. Il flusso dei turisti stranieri negli ultimi anni è raddoppiato, da 22 a 41 milioni di presenze. Le entrate turistiche hanno registrato nell’ultimo anno il record storico di 31,6 miliardi di euro, il patrimonio artistico e paesaggistico unico al mondo non può essere insidiato che da noi stessi. La Spagna con una politica turistica e infrastrutturale più dinamica e intelligente ci suggerisce i termini di una ripresa stabile e vincente. Occorre, però, capire che il turismo del XXI secolo non è l’offerta di un cameriere svogliato che biascica: «Bianco o rosso?».

Postilla

La critica dell'editorialista di Repubblica all'arretratezza culturale della nostra classe politica ed economica, incapace financo di una lettura aggiornata ed adeguata della realtà sociale ed imprenditoriale del paese è pienamente condivisibile.

Così come andrebbe ripreso l'assunto di Francesco Compagna che prefigurava come occasione di riscatto e ripresa per il Mezzogiorno, uno sviluppo mirato sulle vere eccellenze di quell'area: il patrimonio culturale e il paesaggio e quindi, per conseguenza, un uso del territorio radicalmente diverso da quello attuato nel secondo dopoguerra.

E allo stesso modo il richiamo ad un più strutturato e sistemico intervento nel settore turistico appare più che giustificato: a patto di non reiterare ancora una volta le solite classifiche sui primati perduti e sulle posizioni in classifica da recuperare.

Come tante volte ribadito anche su eddyburg, il turismo non è un'industria light, ma implica un'impronta ecologica pesantissima, e spesso è causa prima di degrado urbanistico ed ambientale, così come dimostrano invariabilmente tutti gli esempi "positivi" portati da Pirani dei centri storici di Roma, Firenze e Venezia, della costa adriatica, della montagna: è, insomma, una risorsa da "maneggiare con cura", senza preconcetti puristi che possono sfociare in un elitarismo non più ammissibile, ma anche senza il mito del record a tutti i costi.

Anche in questo caso la quantità mal si sposa con la qualità. Della nostra vita innanzi tutto. (m.p.g.)

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