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Bianca Di Giovanni
Berlusconi vuole ridurre le tasse con l’oro di Bankitalia
31 Marzo 2004
I tempi del cavalier B.
Svende tutte la nostre riserve, pur di vincere e aiutare i più ricchi. Da l'Unità del 31 marzo 2004

Utilizzare le riserve di Bankitalia per finanziare il «taglio» fiscale annunciato a più riprese dal premier. L’ipotesi, rimbalzata sabato scorso a Cernobbio, poi smentita da Silvio Berlusconi, sarebbe in relatà sulla scrivania di Giulio Tremonti. Sull’operazione c’è il massimo riserbo perché il ministro vorrebbe parlarne al vertice informale dell’Ecofin di venerdì, per fare in modo che la proposta assuma un carattere europeo.

Per arrivare all’obiettivo, infatti, occorre convincere la Bce (che dispone delle riserve a tutela della stabilità della moneta unica) e superare le ritrosie di Via Nazionale, con cui i rapporti sono tutt’altro che rosei. Per questo, meglio smentire per il momento.

Così, nel giorno della proroga di quattro mesi del termine per aderire al condono edilizio (un flop vertiginoso per le casse pubbliche che si aggiunge a quello del concordato preventivo), in consiglio dei ministri il premier dà mandato al titolare dell’Economia di verificare, simulazioni alla mano, le condizioni per l’alleggerimento fiscale. In Tv poi Tremonti aggiunge: «Agiremo sui trasferimenti». Tradotto: meno soldi a ministeri e amministrazioni locali (già sull’orlo del collasso). Difficile stringere ulteriormente la cinghia. Più facile «pescare» nei forzieri di Bankitalia. Anche se sarà assai complicato convincere i banchieri di Francoforte che quelle riserve vengono utilizzate per ridurre le tasse e non per ridurre il debito gigantesco del Paese. Per di più con il rischio declassamento degli analisti internazionali, visti i «buchi» di bilancio che stanno emergendo (le ultime indiscrezioni parlavano di 4 miliardi di euro).

Ma sul reperimento delle risorse necessarie per realizzare il capitolo fondamentale del programma di governo circolano anche altre ipotesi. Una riguarda gli immobili. Si potrebbe estendere il lease back (vendita e riaffitto) dei ministeri, già varato con il «decretone» (gettito previsto: 1,5 miliardi quest’anno, un miliardo per il 2005 e il 2006). Ma quello immobiliare è un altro capitolo rischioso, viste le «secche» in cui si sono ritrovate anche le cartolarizzazioni. Ieri il governo ha dovuto porre la fiducia alla Camera sul decreto che riconosce agli inquilini degli enti un prezzo inferiore a quello previsto dalla Scip2. Un’operazione gigantesca 8sulla carta) quella lanciata dal Tesoro su un patrimonio valutato in 7,7 miliardi di euro. Ebbene, i ricavi al 31 dicembre non superavano i 693 milioni, tanto che ad una delle ultime aste ha dovuto intervenire Fintecna (sempre il Tesoro) per acquistare l’invenduto, e che si è dovuto assicurare un prestito ponte alla Scip in risarcimento degli «sconti» voluti dal Parlamento. Insomma, la matassa degli immobili sta diventando sempre più intricata. Se ci si mette anche il fisco a reclamare incassi dalle case si trasformerà in un nodo insolubile. Terza strada: una tassa per la salute. Meno Irpef, ma un «obolo» per la sanità. Magari da addossare alle Regioni, «colpevoli» secondo Tremonti di essere troppo spendaccione. L’ipotesi si affiancherebbe bene con quel «taglio ai trasferimenti» ipotizzato in Tv dal ministro.

A parte le «fonti» di finanziamento, c’è anche da scoprire chi beneficerà della riduzione fiscale e in che forma. I malumori del vicepremier Gianfranco Fini la dicono lunga sul duello interno alla Casa delle Libertà. Perché partire dall’Irpef e non dall’Irap per le piccole e medie imprese, si chiede Fini. E soprattutto, da quale aliquota Irpef si dovrebbe cominciare? A quanto pare Berlusconi penserebbe a quella dei più ricchi. Per un semplice motivo: costerebbe meno «coprire» il «taglio». I più abbienti sono sicuramente di meno del ceto medio-basso. Ma in termini di voti sarebbe il collasso. E An lo sa bene. Per questo batte le mani sul tavolo e chiede maggiore collegialità. Quanto all’Irap, non sembra che il vicepremier abbia speranza di spuntarla: Berlusconi parla di una misura per le famiglie. E basta.

La proroga (annunciata) della sanatoria ambientale sposta al 31 luglio il termine dell’adesione e al 30 settembre e 30 novembre quello per il versamento della seconda e terza rata dell’oblazione e degli oneri concessori. La «mossa» viene definita tecnica da ambienti vicini all’esecutivo, visto che solo l’11 maggio la Consulta deciderà sulla costituzionalità del provvedimento. Difficile dunque che si denuncino gli abusi sena avere la certezza del condono. Tant’è che le adesioni finora non avevano superato le poche migliaia (in testa Roma con quasi 7mila domande). Resta comunque difficile che si raggiunga l’obiettivo dei 3,7 miliardi di euro iscritti a bilancio. E non solo perché su tutta l’operazione pesa l’incognita Consulta. A molti osservatori sembra assai difficile che si possa raggiungere quella cifra. A parte gli aspetti tecnici, comunque, la decisione avrà pesanti «code» politiche, vista la latitanza del ministro dell’Ambiente al consiglio di ieri.

«Oltre che un indecente invito all’illegalità sul territorio - dichiara Fausto Giovanelli, capogruppo ds al Senato - quel condono si è dimostrato un errore di valutazione politica e finanziaria». .«La proroga del condono edilizio equivale all' ammissione di una disfatta per il governo - aggiunge Fabrizio Vigni dalla camera - Dei soldi previsti per le casse dello Stato non c'è neppure l' ombra. In compenso c'è un danno grave per l' Italia, esposta ad una nuova ondata di abusivismo». Fuoco ad alzo zero dagli ambientalisti. «Si proroga l'impunità, lo scempio, l'irresponsabilità del governo», dichiara Legambiente.

«Spendete più che potete». L'inflazione non cala ma il premier non cambia ricetta.

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