loader
menu
© 2022 Eddyburg
Silvio Casucci
Ben più delle abitazioni altre sono oggi le cause della “cementificazione”
10 Maggio 2012
Scritti ricevuti
Un parere particolarmente esperto si aggiunge al dibattito e getta nuovi raggi di luce sui dati dell’ultimo censimento della popolazione. Scritto per eddyburg

Provo ad aggiungere qualche breve considerazione sul dibattito che si è sviluppato su eddyburg a seguito della pubblicazione dei primi dati del nuovo Censimento del 2011.

Come è noto, il consumo di suolo è legato alla presenza sia di edifici ad uso abitativo sia di edifici non residenziali (alberghi, uffici, attività commerciali e produttive, trasporti, impianti sportivi, scuole, luoghi di culto, ecc.), tralasciando le infrastrutture. Oltre al numero assoluto di edifici, conta naturalmente anche la loro grandezza media ed il modo in cui sono stati realizzati (su un solo piano, su più piani, ecc.).

Ora, i dati che l’ISTAT ha reso al momento disponibili ci raccontano solo una parte della storia. Innanzi tutto, ci dicono che gli edifici complessivamente censiti nell’ottobre del 2011 ammontano a 14.176.371 unità; di questi, 11.714.262 sono edifici ad uso abitativo, mentre i restanti 2.462.109 sono edifici non residenziali. Purtroppo, il confronto con la situazione esistente nei decenni precedenti può essere solo parziale. Infatti, i dati sugli edifici vengono rilevati dall’ISTAT solo a partire dal Censimento del 2001, mentre in precedenza venivano rilevate solo alcune caratteristiche degli edifici ad uso abitativo.

Se facciamo comunque il confronto con il 2001 risulta in particolare che:

• gli edifici totali (residenziali e non residenziali) sono passati da 12.774.131 unità a 14.176.371 unità, con un incremento in termini assoluti di circa 1,4 milioni di unità (+11%); è importante sottolineare che nel dato relativo agli edifici totali sono compresi anche gli edifici che al momento del Censimento non risultavano utilizzati perché in costruzione, ricostruzione o in fase di consolidamento oppure perché in stato di decadenza, rovina o in corso di demolizione (nel 2001 gli edifici non utilizzati ammontavano complessivamente a circa 725 mila unità, pari al 5,7% del totale);

• gli edifici ad uso abitativo sono aumentati in misura abbastanza modesta (+4,3%), essendo passati da 11.226.595 a 11.714.262 (meno di 500 mila unità in più);

• infine, gli edifici non residenziali – che comprendono anche quelli non utilizzati – sembrerebbero viceversa essere aumentati in modo molto rilevante (+59%), poiché dovrebbero essere passati da 1.547.536 unità (2001) a 2.462.109 unità (uso il condizionale perché l’ISTAT non ci dice esattamente quanti sono, ma questo dato può essere tuttavia ricavato per differenza, sottraendo agli edifici totali il dato relativo agli edifici ad uso abitativo).Per comprendere meglio questo fenomeno sarebbe tuttavia utile conoscere più nel dettaglio quali tipologie di edifici non residenziali sono aumentate maggiormente nell’ultimo decennio, distinguendo gli edifici utilizzati a fini produttivi (alberghi, uffici, laboratori, impianti produttivi, ecc.), dagli edifici che ospitano attività sportive, ricreative, scuole, ospedali, chiese, ecc. e dagli edifici che risultano non utilizzati .

Da questi primi pochi dati mi sembra quindi di poter affermare che la “cementificazione” del Paese segnalata da alcuni quotidiani, sia un fenomeno che – laddove venisse confermato da dati più analitici al momento non ancora disponibili – è da ricollegare soprattutto al boom dell’edilizia non residenziale. Per esprimere giudizi più circostanziati sarebbe inoltre opportuno chiarire direttamente con l’ISTAT quali eventuali limiti presenti la rilevazione degli edifici, dal momento che non risulta al momento chiaro se il censimento degli edifici sia a carattere sostanzialmente esaustivo oppure trascuri alcuni edifici, ed in particolare le costruzioni più ingombranti, come sostiene Meneghetti.

Per quel che riguarda invece l’edilizia residenziale, non c’è viceversa alcun dubbio sul fatto che la situazione sia andata apparentemente migliorando nel nostro Paese, almeno rispetto agli anni precedenti. Per avvalorare questa tesi credo sia sufficiente considerare i tassi di crescita delle abitazioni mettendoli a confronto con quelli delle famiglie e facendo riferimento ad un arco temporale che copre gli ultimi 50 anni. Come emerge chiaramente dalla tabella seguente, se nei tre decenni che vanno dal 1961 al 1991, il tasso di crescita delle abitazioni nel nostro Paese è stato non solo molto sostenuto (sempre a due cifre), ma anche nettamente superiore al tasso di crescita delle famiglie, nell’ultimo decennio la situazione si è completamente invertita, visto che l’incremento delle abitazioni – oltre ad essere stato percentualmente modesto (+6%) – è risultato pari a meno della metà di quello degli alloggi (+12%). La conseguenza è stata ovviamente un aumento del tasso di occupazione abitativa, che è passato dall’80,5% del 2001 all’83,1% del 2011, il che non può che essere interpretato come un segnale di un utilizzo se non altro più efficiente del patrimonio abitativo esistente.

[tabella e note nel file .pdf allegato]

ARTICOLI CORRELATI
1 Novembre 2018

© 2022 Eddyburg