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Marco Revelli
Avviso al navigante
24 Ottobre 2008
Articoli del 2008
Chi agita il manganello (e poi lo ritira) non ha capito che cosa sta succedendo in Italia. Il manifesto, 24 ottobre 2008

«Attenti a voi, ragazzi». Così, ieri, il quotidiano Libero traduceva nel lessico dell'avvertimento mafioso, o dei bulli di periferia, l'«avviso ai naviganti» del capo del governo. E per chiarezza aggiungeva: «Studente avvisato...». Linguaggio incredibile, per tanto che si sia fatto il callo all'imbarbarimento in atto, che la dice lunga su quali umori velenosi debbono maturare nei retrobottega del governo, e voglia di menar le mani nell'ebbrezza di un consenso espugnato. E nel delirio di onnipotenza di chi sente di non avere avversari politicamente rilevanti.

Poche ore più tardi, dall'altra parte del mondo, con raro sprezzo del ridicolo, il Grande Proclamatore si rimangiava tutto, negando quello che i giornalisti di tutta Italia avevano ascoltato, qui, con le proprie orecchie, e i quotidiani di ogni colore avevano pubblicato in prima pagina: «Mai pensato alla polizia nelle scuole». Esempio ineguagliato di cattivo maestro della menzogna. Modello di quella pedagogia dell'inganno che guida l'«opera riformatrice» di questo governo che pretenderebbe di riscrivere la sintassi elementare del nostro sistema formativo.

Certo da uno che ha, come luoghi simbolo del proprio «stile», la discoteca e il Bagaglino non ci si aspettava altro che la voglia di riempire scuole e università di uomini in divisa. Ma da un Capo dello Stato che invece la cultura alta la conosce e - lo sappiamo - la rispetta, ci saremmo attesi una parola più esplicita. Una difesa più limpida. Perché, in fondo, la natura di questa protesta che scuote le scuole di ogni ordine e grado è tutta qui: una difesa quasi disperata, un ultimo tentativo di salvare un residuo di dignità culturale di fronte alla marea montante dell'incultura, sociale e di stato. Una resistenza intergenerazionale e transpolitica - o metapolitica - contro l'ignoranza di governo che minaccia di abbattere e di travolgere quel poco di serietà professionale e di possibilità formativa che sopravvive nello spazio pubblico italiano.

Erano cinquant'anni che non si vedeva, nelle università, un'unità così ampia, dai rettori alle matricole, dai professori ordinari ai precari. E nelle scuole genitori, insegnanti, studenti, personale tecnico... Qualcosa vorrà ben dire: è ciò che si manifesta solo quando si avverte che è in gioco qualcosa di vitale. Che si è sotto una minaccia mortale. Non è il Sessantotto. O una sua ennesima replica, come ottimisticamente o all'opposto minacciosamente si dice. Quello vedeva - in uno scenario gioioso e giocoso - il conflitto tra studenti e autoritarismo accademico. Dava per scontata l'esistenza di un contesto scolastico garantito. Pretendeva di mutare la cultura ossificata dell'istituzione scolastica. Questa sommossa pacifica, invece, in un clima fattosi rigido, un po' plumbeo, sa di dover garantire la sopravvivenza stessa del proprio habitat scolastico. Di dover salvare un ruolo e uno spazio per la cultura in quanto tale.

Il Sessantotto poteva permettersi il lusso della battaglia politica. Questo pezzo di paese a rischio di naufragio sa di dover giocare una struggle for life più «originaria» ed elementare, che riguarda questioni come il rispetto di sé, la dignità collettiva, la serietà del sapere, la non negoziabilità di valori primari. A cominciare dal mantenimento in vita di un sia pur danneggiato e minacciato residuo di «spazio pubblico». Per questo non sarà facile metterlo a tacere.

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