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Franco Arminio
Avellino, la città come via Crucis
7 Marzo 2014
Altre città
«Nel cuore dell’Appennino, nonostante tutti gli sfregi che ha subito è un posto comodo, al centro della Campania. Dove si può anche trovare il silenzio e la luce dell’Irpinia d’Oriente. Ma sembra fatta apposta per dimostrare come il Sud possa sprecare le sue bellezze e le sue opportunità».

«Nel cuore dell’Appennino, nonostante tutti gli sfregi che ha subito è un posto comodo, al centro della Campania. Dove si può anche trovare il silenzio e la luce dell’Irpinia d’Oriente. Ma sembra fatta apposta per dimostrare come il Sud possa sprecare le sue bellezze e le sue opportunità». Il manifesto, 6 marzo 2014

Arrivo ad Avel­lino verso le nove. Per arri­varci da casa mia ci vuole un’ora di auto­strada che somi­glia assai poco a un’autostrada. Attra­verso una pro­vin­cia ancora bel­lis­sima, a dispetto del val­zer delle beto­niere seguito al ter­re­moto dell’ottanta.

Avel­lino è più viva di tante cit­ta­dine euro­pee. C’è una rin­no­vata viva­cità, i buoni ci sono ancora, anche se sono attori non pro­ta­go­ni­sti. Nono­stante tutti gli sfregi che ha subito è un posto comodo, al cen­tro della Cam­pa­nia. In meno di un’ora si pos­sono rag­giun­gere posti famosi come Pae­stum e la costiera amal­fi­tana, ma si può anche tro­vare il silen­zio e la luce dell’Irpinia d’Oriente. Avel­lino è in mezzo all’Appennino. Il suo futuro non è la deca­denza, per­ché non sarà la deca­denza il futuro dell’Appennino.

Intanto il suo pre­sente è molto simile a una via cru­cis, una città che sem­bra fatta appo­sta per dimo­strare come il Sud possa spre­care le sue bel­lezze e le sue opportunità.

Prima sta­zione

Entro in città dalla la zona del nuovo ospe­dale. Lo chia­mano città ospe­da­liera. Non so chi ha costruito la strut­tura, non deve essere un bravo archi­tetto. Ma il pro­blema più grande è fuori. Arri­vare al pronto soc­corso è come fare una cac­cia al tesoro. E poi si sono dimen­ti­cati di fare i par­cheggi davanti alla strut­tura. I lavori per porre rime­dio ovvia­mente vanno a rilento. E così chi entra ad Avel­lino da que­sto lato subito può farsi l’idea di una città slow, ma il rife­ri­mento è ai can­tieri, non al cibo.

Seconda sta­zione

Sono davanti al tea­tro Gesualdo. Anche qui l’opera ha una dise­gno archi­tet­to­nico molto discu­ti­bile, anche qui il disa­stro è fuori. Prima hanno cer­cato di recu­pe­rare dei ruderi micro­sco­pici di un castello col risul­tato che adesso non si notano i ruderi, ma una scala di metallo. Ora forse si vor­rebbe siste­mare lo spa­zio intorno al tea­tro, ma i lavori pro­ce­dono per avan­za­menti mil­li­me­trici. Lo spiazzo che vor­reb­bero rica­varne è una sorta di Aspet­tando Godot dell’urbanistica. Dun­que il tea­tro si fa den­tro e anche fuori, dove vanno in scena infi­nite repli­che del tea­tro dell’assurdo.

Terza sta­zione

Piazza Macello. Qui ci sono gigan­te­sche palaz­zine anni ses­santa, qui c’è sem­pre stato e c’è ancora il punto da cui par­tono e arri­vano i pull­man. Si parla da decenni di far tra­slo­care l’autostazione, ma non suc­cede nulla. I lavori sono stati fatti, i soldi sono stati spesi. Que­sto conta, per il resto i pull­man pos­sono restare dove sono. Per spen­dere altri soldi hanno pro­vato a fare una piazza. Non è venuta bene, forse gli unici a goderne sono i cani che pos­sono fare indi­stur­bati i loro bisogni.

Quarta sta­zione

Vado verso il cen­tro della città. Qui c’è il can­tiere totem, la meta­fora di tutti i fal­li­menti della poli­tica avel­li­nese. Dif­fi­cile cre­dere che potesse essere utile un tun­nel in una città che ha meno di ses­san­ta­mila abi­tanti. Il pro­getto ori­gi­na­rio è stato stra­volto e la pos­si­bile uti­lità è ancor più dimi­nuita. I lavori al momento sono are­nati e il tun­nel è solo una buca dove sono stati but­tati un sacco di soldi pubblici.
Quinta sta­zione

Sono arri­vato al corso. Que­sto è il cen­tro della città, la spada dritta, la gruc­cia a cui è appeso tutto il resto. Qui i lavori per farne un’isola pedo­nale sono stati por­tati al ter­mine. Un luogo molto bello, nono­stante ci siano ancora molti palazzi che atten­dono di essere rico­struiti. L’effetto è strano. Non si vedono bici­clette, gli avel­li­nesi senza mac­china sem­brano crea­ture a disa­gio, a parte i lumi­nari dello stru­scio che par­lano di sport e di poli­tica. Avel­lino è una città che parla molto di sport e di poli­tica. Le due cose hanno destini con­giunti. L’ascesa della squa­dra di cal­cio alla serie A e la sua lunga per­ma­nenza nell’olimpo del cal­cio coin­cise con il ful­gore dei poli­tici irpini. Il più noto è De Mita, poi ci sono Man­cino e Bianco, Gar­gani, De Vito. Su que­ste figure si è scritto molto, non è il caso di aggiun­gere altro, se non che sono tutti ancora in atti­vità, a parte De Vito, sin­daco del mio paese, morto senza il calore del popolo al suo capez­zale. Non so quale sarà il destino degli altri, auguro a tutti lunga vita, ma ho la sen­sa­zione che il volere a tutti i costi man­te­nere un ruolo stia offu­scando la loro opera anche agli occhi dei loro sodali.

Sesta sta­zione

Vado verso il cen­tro sto­rico e la sen­sa­zione molto netta è che non esi­ste. A fianco al Duomo c’è un can­tiere allo stato fos­sile, sem­bra pro­ve­nire da un’altra era geo­lo­gica. Non ci sono negozi, non si vedono per­sone. Hanno rico­struito le case, ma sem­bra un luogo senza futuro. In tante città del Sud i cen­tri sto­rici hanno ripreso un bel vigore, basti pen­sare a Bari o a Lecce. Qui c’è solo la pes­sima edi­li­zia del post-terremoto e qual­che can­tiere. Gli avel­li­nesi, a parte raris­sime ecce­zioni, sem­bra pro­prio che non ce l’hanno in testa il cuore della loro città. Una volta qui aveva sede il cen­tro Dorso. C’è ancora, ma da quando è morto Elio Sel­lino, l’editore che lo diri­geva, non ci ho più messo piede. Sel­lino aveva una grande pas­sione per l’Irpinia, ha fatto molte cose per valo­riz­zarne la sto­ria pas­sata e per rav­vi­vare la vita intel­let­tuale: non si può dire che le sue imprese abbiano avuto par­ti­co­lari riconoscimenti.

Set­tima stazione

Avel­lino ha come pro­pag­gine due paesi che si sono sal­dati alla città, cumu­lando le loro brut­tezze a quelle cit­ta­dine: al Sud i paesi di mag­giore dina­mi­smo eco­no­mico quasi sem­pre sono i più incu­ranti della bel­lezza. La strada che va verso Mer­co­gliano è peren­ne­mente inta­sata di traf­fico. Ogni volta che mi trovo in que­sto ingorgo sento che non ha nes­suna logica, come se ser­visse solo a dare l’idea di stare in città.

Ottava sta­zione

Sono col mio amico Livio Bor­riello. Dei tanti scrit­tori della città è quello a cui sono più legato. Avel­lino non è un posto privo di talenti. Un altro mio amico è il bra­vis­simo videoar­ti­sta Anto­nello Mata­razzo. In que­sto caso il rife­ri­mento alle sta­zioni della via cru­cis si giu­sti­fica col fatto che una città piena di ener­gie intel­let­tuali non è mai riu­scita a costruire un evento cul­tu­rale dura­turo e capace di uscire dai con­fini cit­ta­dini. Arti­sti, scrit­tori, tea­tranti avel­li­nesi hanno sicu­ra­mente meno atten­zioni di quelle che meri­tano; e meri­te­reb­bero, per comin­ciare, che l’ex cinema Eli­seo, ristrut­tu­rato da tempo, non restasse chiuso come ber­sa­glio per i van­dali; e che l’ex palazzo della Dogana tro­vasse la via per essere sot­tratto alla ragna­tela dei pro­po­siti mai realizzati.

Nona sta­zione

Sono davanti a una costru­zione vasta e pre­ten­ziosa. A vederla da lon­tano pare la sede di una grande mul­ti­na­zio­nale. Ti avvi­cini e sco­pri che si tratta della sede di una pic­cola banca. Una volta si chia­mava Banca Popo­lare dell’Irpinia. Ha cam­biato nome già una volta e sta per cam­biarlo di nuovo. Non ci sono più i soldi del post– ter­re­moto. Insomma, sono davanti a una gran­deur che adesso sem­bra deci­sa­mente fuori posto. L’Irpinia non è diven­tata quello che imma­gi­na­vano negli anni ottanta i nota­bili democristiani.

Decima sta­zione

Nel mio giro­va­gare in cerca di una città che non c’è da nes­suna parte, ora sono davanti alla cli­nica Mal­zoni. Anche qui un senso di deca­denza. La sanità pub­blica, tenuta per anni volu­ta­mente in con­di­zioni pie­tose, ha fatto qual­che passo avanti, e que­sta cli­nica che godeva di un pre­sti­gio immo­ti­vato, sta facendo molti passi indietro.

Undi­ce­sima stazione

Di nuovo nel cen­tro della città. Qui una volta c’era il car­cere bor­bo­nico. Ora è uno spa­zio assai bello che può acco­gliere atti­vità cul­tu­rali. Il cruc­cio in que­sto caso è che anche quando si fa qual­cosa di inte­res­sante non sem­bra godere dell’interesse dei cit­ta­dini. L’estate scorsa ci provò un corag­gioso edi­tore ad alle­stire un nutrito pro­gramma che si chia­mava la Bella estate. Rispo­sta tie­pida, come tutte le cose che si fanno fuori dai recinti dello sport e della politica.

Dodi­ce­sima stazione

Iper­coop. Qui trovo molta gente. Vago tra li scaf­fali stra­colmi di merce, non trovo tracce di pro­dotti irpini. Una terra che ha ancora tanti con­ta­dini non trova il modo di con­su­mare i suoi pro­dotti. Anche da que­sto punto di vista la città ha le sue colpe. Invece di essere quello che è: una città in mezzo a mon­ta­gne bel­lis­sime, un capo­luogo che guarda ai suoi paesi, Avel­lino sem­bra pro­ten­dersi inu­til­mente verso occi­dente, verso Napoli e Salerno, col risul­tato di pren­derne i difetti e non i pregi.

Tre­di­ce­sima stazione

Col mio amico Livio mi fac­cio un giro per i quar­tieri peri­fe­rici. Rispetto ad altre città del Sud, non sem­bra esserci una grande dif­fe­renza col cen­tro. Il motivo è che in que­sto caso non è la peri­fe­ria a far sfi­gu­rare il cen­tro, ma il cen­tro che tende a imi­tare la peri­fe­ria. Maz­zini, Valle, San Tom­maso, cam­biano i quar­tieri, ma i palazzi più o meno sono sem­pre gli stessi e pure le mac­chine par­cheg­giate e pure le facce della gente. Forse la nota più dolente viene dal quar­tiere Fer­ro­via dove c’è un sito di inte­resse nazio­nale da boni­fi­care: l’ex sta­bi­li­mento dell’Isochimica dove si scoi­ben­tava amianto. Amianto sot­ter­rato dap­per­tutto in quel quar­tiere, anche sotto i binari della fer­ro­via. Pic­cola con­so­la­zione: nella chiesa del quar­tiere c’è Il murale della pace, una pre­ge­vole opera di arte contemporanea.

Avel­lino è par­ti­co­lar­mente omo­ge­nea nel suo gri­giore. Più giriamo e più mi sem­bra di fare il giro della mosca nella bot­ti­glia. È una sen­sa­zione che mi danno molte città, come se la gran­dezza e il senso dell’infinito ormai si fos­sero andati a nascon­dere nei luo­ghi più pic­coli e sperduti.

Quat­tor­di­ce­sima stazione

Pas­siamo davanti al mer­ca­tone. Doveva essere un con­te­ni­tore di bot­te­ghe arti­giane. Aperto per alcuni mesi, si è rive­lato inge­sti­bile. Archi­tet­tura pes­sima per forma e dimen­sioni, costo di riqua­li­fi­ca­zione altis­simo. Si aspetta solo che il tempo la tra­sformi in rovina.

Mi sono stan­cato, ho voglia di tor­nare verso l’altura. Lascio la parola al mio amico Livio Bor­riello e alla sua per­ce­zione del gri­giore cit­ta­dino: Dire Avel­lino non è dire il nome di una città, ma quello di un posto, di una variante di luogo. Il nome Avel­lino non evoca nes­sun mondo, nes­suna dimen­sione psi­chica, come accade per le vere città che hanno delle vere carat­te­ri­sti­che. Pro­prio que­sto però è il suo aspetto inte­res­sante, essere una città neu­tra, una città inco­lore e trasparente.

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