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Giovanni Valentini
Assolutismo ambientale
22 Maggio 2006
Articoli del 2005
Potremmo definirlo “ambientalismo peloso”, quello testimoniato da quest’articolo, su la Repubblica del 24 maggio 2005. E magari “ambientalismo sostenibile” è un ossimoro. Ne riparleremo, lo meritano l’autore e il suo giornale, nonché quelli (molti) che pensano come lui

Se fosse vero – come per i "mali" del proverbio popolare – che anche le polemiche e i litigi non vengono tutti per nuocere, si potrebbe sperare che la querelle esplosa tra Legambiente da una parte, e Italia Nostra e le altre associazioni ambientaliste dall´altra, produca qualche effetto o conseguenza positiva. C´è francamente da augurarselo: nell´interesse loro innanzitutto, ma ancor più nell´interesse della natura, del territorio, del paesaggio, del nostro patrimonio artistico e culturale, della salute e della qualità della vita collettiva.

Con tutti i limiti e i difetti che si possono imputare più o meno strumentalmente agli ecologisti, si deve proprio alla loro presenza, alla loro azione, alla loro iniziativa, e in certi casi perfino al loro "estremismo", il merito d´aver impedito o quantomeno contenuto finora lo scempio finale del Belpaese. Dalla lotta all´abusivismo edilizio a quella contro l´inquinamento, per citare solo due capisaldi storici, tanti risultati non si sarebbero raggiunti senza l´impegno e la compattezza della galassia ecologista.

L´occasione, dunque, può rivelarsi propizia per aprire un tavolo di dialogo e di confronto all´interno dell´ambientalismo italiano, per tentare di superare le divergenze e ricercare possibilmente una sintesi unitaria. Se questo mondo si divide o si spacca, se questa cultura comune si disperde, il fronte è destinato certamente a indebolirsi e la battaglia allora diventa ancora più difficile. E certamente non giova il tiro al bersaglio da una sponda e dall´altra, il gioco dei sospetti e delle accuse reciproche.

Sarebbe tuttavia un grosso errore ridimensionare l´incidente, ridurlo a una questione circoscritta o locale, peggio accantonarlo o nasconderlo come una piccola bega occasionale. Qui non si tratta, infatti, soltanto di Roma o della nuova linea della metropolitana. E neppure si tratta di discutere sull´opportunità o meno d´imboccare la "via giudiziaria", come ha fatto Legambiente costituendosi in giudizio ad adiuvandum al fianco del sindaco Veltroni, contro il ricorso di Italia Nostra sul progetto del nuovo metrò.

Si tratta, piuttosto, di confrontarsi su un modello economico-sociale imperniato sulla tutela e sulla valorizzazione dell´ambiente come "regolatore dello sviluppo", come valvola di sicurezza per la salute dei cittadini, come relais d´un capitalismo moderno. Una sorta d´apparecchio "salvavita", insomma, come quelli elettromagnetici che nelle nostre case impediscono il cortocircuito, la folgorazione dei bambini che infilano le dita nella presa o di chi maneggia l´asciugacapelli con le mani bagnate.

Dal metrò di Roma, l´unica metropoli al mondo senza una vera metropolitana, all´auditorium di Ravello; dalle pale eoliche in Sardegna o altrove all´impianto di compostaggio per lo smaltimento e la riutilizzazione dei rifiuti a Grosseto, le domande della comunità riguardano aspetti fondamentali dell´organizzazione sociale, come i trasporti, l´energia, la salute, il turismo. Ognuna va affrontata in un´ottica complessiva di sistema, fuori dagli interessi municipali, al di là delle rivendicazioni più astratte o all´opposto più materiali. E probabilmente farebbero bene le associazioni, a cominciare da Italia Nostra, a non delegare completamente l´iniziativa alle singole sezioni locali, per evitare il rischio della frammentazione, della conflittualità o a volte del protagonismo.

È fin troppo scontato dire, come abbiamo già detto tante volte in passato, che gli ambientalisti non possono e non devono diventare "il partito del No". Ed è ovvio ripetere che hanno la responsabilità di formulare proposte alternative, d´immaginare soluzioni ecocompatibili, concrete e praticabili. Al giorno d´oggi, però, tutto questo non basta più.

Di fronte alla crisi internazionale, alla recessione e alla disoccupazione che avanzano, alla precarietà e alla paura che aumentano, l´ambientalismo italiano non può rifugiarsi in una ridotta isolata e nostalgica, in un "castello incantato" dove custodire le risorse naturali e i beni artistici come i codici miniati dei monaci benedettini. Deve uscire in campo aperto, mettersi in gioco, misurarsi con la realtà quotidiana per conservare da un lato e valorizzare dall´altro. L´obiettivo è quello di coniugare la salvaguardia dell´ambiente con il rilancio dello sviluppo, tanto più importante in questa fase per un Paese come il nostro povero di materie prime e ricco invece d´un patrimonio inestimabile fatto di verde, mare e coste, monumenti e chiese, quadri e sculture.

Se il pomo della discordia è dunque la leadership dell´intero movimento, bisogna intenderla nel senso d´una contesa culturale, all´interno della quale si contrappongono due visioni, due anime, due modi di interpretare le grandi questioni del nostro tempo, della nostra civiltà. Non c´è spazio per un "vecchio" e un "nuovo" ambientalismo. C´è bisogno, piuttosto, d´una coscienza comune per affrontare e magari risolvere i problemi aperti, per corrispondere alle aspettative e soddisfare le esigenze della società contemporanea.

Gli ambientalisti parlano, giustamente, d´uno "sviluppo sostenibile". Ecco: forse è arrivato il momento di parlare anche d´un "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con l´esigenza d´una maggiore giustizia, una maggiore sicurezza e una maggiore solidarietà. L´ambiente per l´uomo, l´intero genere umano, non contro l´uomo. L´ambiente al servizio dell´uomo, e naturalmente della donna, non l´uomo e la donna sottomessi all´assolutismo dell´ambiente.

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