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Fabrizio Bottini
Arredo Urbano Diffuso
12 Luglio 2006
Padania
Anche a Carpi si chiedono: la città diffusa può essere occasione di qualità urbana? Ma dove vivono? Una galleria di immagini

Nel quadro dell’articolatissima iniziativa che si svolge a Carpi (MO) sulle Città Ideali è prevista fra l’altro per settembre una conferenza dal significativo titolo Land art, architettura-infrastruttura, paesaggio. Risposte alla città diffusa.

Di quali risposte si tratti, esattamente, sarà la conferenza a fornire i particolari. Ma una buona idea la può dare questo breve estratto dalla presentazione:

Lungo le arterie principali di comunicazione si snoda ormai, specie in pianura, un edificato rado, disordinato ma continuo, fatto di capannoni, magazzini, parcheggi, frammisti a case; può diventare tutto questo occasione di qualità?

Le “discipline del territorio” sono proprio indisciplinate. Pare l’unica spiegazione possibile (salvo la malafede, che si vorrebbe escludere a priori) per il ripetersi nei titoli di iniziative più o meno articolate, più o meno orientate, del tema “città diffusa” affrontato con strumenti sproporzionati, per non dire risibili.

Sarà per colpa di certa sociofagia dilagante, che teorizza a prezzi di saldo la Città Infinita, autorizzando a piazzare dentro questo iperuranio Enduring City tutto e il contrario di tutto?

Sia come sia, continua a lasciare perplessi che, a quasi mezzo secolo dalle prime teorizzazioni mature di Jean Gottmann sulle megalopoli, e altrettanto se non più di discussioni multidisciplinari sullo sprawl urbano, ciclicamente spuntino anime candide che si pongono domande sul tono di quella riportata sopra.



Quale qualità si può perseguire, tentando di rifare il trucco a Scatolonia? Una qualità che si declina al massimo attraverso gli interventi sulle architetture, la composizione del paesaggio, la qualità dell’ambiente costruito nel suo insieme. Niente di male, in sé: meglio il meglio del peggio, no?

Invece verrebbe proprio da dire no, niente affatto: c’è una questione ambientale e sociale molto seria legata al tema dello sprawl, che questo genere di approcci tende esattamente a nascondere, dietro la cortina fumogena della “occasione di qualità”. Nel caso migliore. In quello peggiore, implicitamente, a distinguere l’insediamento diffuso degenere da quello “di qualità”, magari perché composto secondo gli stilemi del teorico di turno.

E non si tratta solo di questione italiana, anche se il nostro contesto è particolarmente delicato a causa delle stratificazioni storiche anche di immensa portata (si pensi alla Postumia romana) ormai travolte dallo sprawl nel silenzio più generale. Anche in altri paesi spesso articolazioni della cultura che fa riferimento all’ambientalismo e all'urbanistica in senso lato si scontrano con altre articolazioni, stavolta legate all’approccio progettuale del new urbanism. Ma, anche qui, è raro trovare proposte che perlomeno formalmente non facciano riferimento alle questioni della densità, del recupero, dei nuclei centrali metropolitani alternativi al greenfield development.

Parafrasando l’opinione del giornalista esperto divulgatore di temi territoriali Anthony Flint, e del suo ultimo lavoro, This Land (Johns Hopkins UP, 2006), non esiste new urbanism che sia davvero tale, senza smart growth.

Più terra-terra, senza una valida pianificazione urbanistica, intesa come processo costante in evoluzione, monitoraggio, governo (e anche stimolo) della crescita secondo criteri ambientali sostenibili e socialmente condivisi, non saranno certo i magnifici rendering acquerellati degli studi di architettura e landscape, a rendere meno perniciosa la proliferazione delle superfici asfaltate superflue, dei volumi edificati “produttivi” destinati a non produrre assolutamente nulla, salvo i propri metri cubi.

E per capire quanto la questione non sia affatto teorica, basta farsi una passeggiata nemmeno troppo attenta proprio nei distretti territoriali che producendo ricchezza attirano anche intelligenze, progettualità, ambizioni. Che riguardo a qualunque uso non folle dello spazio e delle risorse, brillano per la loro assenza: le intelligenze, le progettualità, le ambizioni.

A meno di non voler chiamare tali il design delle insegne al neon, la redazione burocratica di “norme tecniche” avulse da qualunque riflessione (e applicate con il medesimo criterio), l’arredo a verde di qualche striscia a dividere un ettaro di asfalto dall’altro. Insomma: può diventare tutto questo occasione di qualità?

Prima di rispondere, può essere utile verificare, magari senza muoversi, lo stato attuale di un distretto produttivo fra i più dinamici del paese: la “città lineare del mobile” nella bassa veronese.

Vedere per credere. E poi magari riproporsi quella domanda sulla “qualità”.

Arredo Urbano Diffuso

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