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Lucia Tozzi
Architettura in progress
12 Settembre 2008
Articoli del 2008
Interessanti presenze di un’architettura che critica del mondo di oggi, alla Biennale di Venezia. Il manifesto, 12 settembre 2008

Nella mostra allestita al Padiglione Italia, «Experimental Architecture», i progettisti invitati, attivisti e intellettuali oltre che professionisti, mettono in discussione le politiche della sicurezza, i cicli dell’industria edilizia, la gestione delle risorse. Un impostazione ribadita all Arsenale nella sezione «L Italia cerca casa», che propone nuove forme di condivisione dello spazio

«Sperimentale» è una di quelle parole trite e abusate la cui sola vista induce a voltare pagina. Lungi dall'evocare la rivoluzionaria presa sulla realtà del metodo galileiano, il termine tende ormai a sovrapporsi alla sfera mielosa della creatività, manna degli uffici stampa e dei predicatori neoliberisti. La mostra Experimental Architecture ospitata nel Padiglione Italia della Biennale veneziana restituisce invece al lemma il senso di critica e verifica del reale che gli compete. È sufficiente scorrere la lista dei circa sessanta partecipanti per rendersi conto che la visita non assomiglierà alla solita stanca passeggiata tra plastici colorati: pochi i nomi conosciuti al grande pubblico, e in ogni caso noti più per avere espresso nuovi punti di vista sull'abitare, elaborato nuove strategie d'intervento nella città, che per gli edifici realizzati. «Sono architetti, urbanisti, artisti - spiega Emiliano Gandolfi, curatore di questa sezione della Biennale - che hanno scelto di reinterpretare il ruolo dell'architettura in un momento storico in cui è sempre più marginalizzata, schiacciata tra la produzione di oggetti spettacolari e le richieste imperiose di un capitalismo globale che disegna la crescita urbana esclusivamente in base a calcoli economici». Dopo decenni in cui l'unica sperimentazione possibile era la definizione di forme sofisticate o strutture biomorfe, si torna a rivendicare apertamente un significato sociale e politico dell'architettura, si producono analisi, visualizzazioni, racconti che generano alternative al sistema unico del real estate .

Spaesamento e tensione vitale

È vero che tutto questo non rappresenta una novità assoluta: con l'intensificarsi, nel terzo millennio, di crisi economico-finanziarie, petrolifere e immobiliari, anche gli ambienti più tradizionali dell'architettura mondiale hanno ritenuto opportuno stemperare l'entusiasmo ludico della creazione, fieramente ostentato per tanti anni, con una mesta retorica della responsabilità, dell'attenzione alla natura e al rispetto delle persone. Per limitarsi agli esempi più istituzionali, basta ricordare il Less Aesthetics, More Ethics della biennale di Fuksas o i rassicuranti casi di buon governo di Burdett, o ancora i temi dell'ultimo congresso mondiale degli architetti che si è tenuto a Torino a luglio. Ma gli architetti selezionati da Gandolfi sono decisamente più radicali, mettono in questione le politiche della sicurezza, l'istituto della proprietà, i sistemi di comunicazione, i cicli consolidati dell'industria edilizia, la gestione degli spazi pubblici, delle risorse energetiche. Per lo più sono attivisti e intellettuali, oltre che professionisti. Censiscono e quantificano fenomeni altrimenti difficili da valutare, come le enormi cubature di uffici inutilizzati o la sostituzione dei tessuti misti dei centri storici con i grandi centri commerciali (NL Architects e ZUS, entrambi olandesi). O studiano sistemi di riuso integrale dei materiali di costruzione (l'architettura a ciclo continuo dei 2012 Architecten, sempre olandesi). Oppure lavorano su nuove forme di architettura partecipata, come i cileni Elemental o Teddy Cruz, che opera sul confine Tijuana-San Diego. Altri «attivano» spazi abbandonati con installazioni e servizi temporanei, come una forma di manutenzione urbana, o inventano sistemi interattivi per gli spazi pubblici (Id-lab, Milano-Torino) o forniscono kit di autocostruzione (gli spagnoli Recetas Urbanas). Anche se molti di loro sono comparsi su riviste specializzate, a mostre e convegni internazionali, questa è con ogni probabilità la prima volta che si trovano concentrati in così grande numero a fare massa, protagonisti della scena e non speziate figure di contorno, in un posto come la Biennale: una contiguità che può produrre una sensazione di spaesamento, ma certamente anche una grande tensione vitale.

Sulla stessa linea si pone la mostra del Padiglione Italiano all'Arsenale, curata da Francesco Garofalo. Il titolo neorealista, L'Italia cerca casa , e i modelli in scala potrebbero dare l'impressione di un genere espositivo completamente diverso, e invece anche in questo caso la ricerca si è spostata dall'abitazione all'abitare, dalle soluzioni formali all'interrogazione politica, sociale, economica della città. In un paese dove il dibattito pubblico sui problemi delle periferie e del disagio abitativo è stato ininterrottamente dominato da faziose arringhe sulle responsabilità dell'architettura e dell'urbanistica modernista (che però per insondabili ragioni ha prodotto, dall'Olanda al Sudamerica, tessuti urbani e abitazioni più che desiderabili), un'analisi sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare come quella prodotta da Giovanni Caudo, co-curatore del Padiglione, è ossigeno puro. Studiando i meccanismi che hanno alimentato l'impennata dei valori immobiliari attraverso l'indebitamento delle famiglie, Caudo mette a nudo l'inutilità dei programmi di espansione edilizia: «Le radici dell'emergenza abitativa contemporanea sono profondamente diverse dalla storica "vertenza della casa". Per soddisfare il fabbisogno abitativo degli anni '70 bastava costruire più case. Oggi se ne costruiscono in abbondanza, ma solo in libero mercato, e la fascia di persone che se le possono permettere si assottiglia». La chiave del problema è nella quota di affitti a prezzi sociali, che negli altri paesi europei è infinitamente più alta, mentre in Italia il culto della casa di proprietà viene incoraggiato come «un fenomeno di identità culturale». Ma tra la realtà del debito e il miraggio di un canone equo si possono sperimentare nuove forme di condivisione dello spazio e dei servizi, dal co-housing in su.

Il recupero degli interstizi

Portando alle estreme conseguenze questo concetto di abitazione collettiva, Andrea Branzi propone un co-housing integrale , che estende la convivenza agli animali come nelle metropoli indiane, dove circolano scimmie, vacche sacre e altre bestie. Un modello non antropocentrico meno irragionevole di quanto possa sembrare a prima vista, che ritorna nel progetto dei Salottobuono, Altri inquilini - una rilettura critica del piano di riqualificazione del quartiere Sant'Elia a Cagliari elaborato da Oma - che prende in considerazione oltre ai movimenti dei residenti storici anche quelli delle «popolazioni» animali e vegetali. Molti si pongono il problema della ripopolazione dei centri storici, espropriati da turismo, commercio, uffici, banche: i genovesi Baukuh intensificando gli spazi interstiziali, i lotti abbandonati, i parcheggi a raso di cui è stracolma Milano, Ian+ riconfigurando i palazzi sottoutilizzati di Roma, Studio Albori convertendo un «ecomostro», ex-stazione ferroviaria disegnata da Aldo Rossi e Gianni Braghieri, in un aggregato di case miste. E se Italo Rota polemicamente sostiene l'impossibilità di immaginare nuove case collettive, perché «la gente non può vivere da sola, ma è incapace di vivere insieme», i disegni e il modello metallico di Beniamino Servino danno consistenza a questo paradosso attraverso una visione perturbante: un'enorme stecca orizzontale alla Le Corbusier sopraelevata su pilotis di ordine gigante, congiunta alla terra da rampe elicoidali che ricordano gli scivoli di Carsten Höller. Un'immagine che potrebbe coincidere con il peggiore incubo di un fiero abitante di una villetta brianzola.

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