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Esther Zandber
Architetti via da Ariel
5 Settembre 2010
Articoli del 2010
Dal quotidiano israeliano Haaretz, 4 settembre 2010, un accorato appello perché i professionisti del territorio non prestino la propria opera nei nuovi insediamenti (f.b.)

Dopo che decine di attori, lavoratori del teatro, professori e scrittori hanno dichiarato il proprio rifiuto a partecipare alle manifestazioni culturali di Ariel e di tutte le altre colonie, è arrivato il momento che anche gli architetti e gli urbanisti si impegnino, dichiarando pubblicamente che non lavoreranno a nessuna nuova realizzazione negli insediamenti.

La protesta avrà più rilievo di qualunque altra presa di posizione. L’architettura serve a trasformare in realtà le decisioni politiche. Architetti e urbanisti sono coloro che mettono in pratica le strategie di occupazione del governo israeliano, spostando il conflitto sul tavolo da disegno.

A differenza delle scenografie di una commedia, gli artefatti concepiti dagli architetti su un territorio poi non tornano certo in un magazzino teatrale, dopo che è calato il sipario. I loro effetti sono irreversibili. Chi traccia le linee direttrici di una piano regolatore per nuovi insediamenti si deve sentire vincolato più che mai da una precisa linea di confine nella propria coscienza.

Gli architetti controllano ogni aspetto degli insediamenti in Giudea e Samaria. Sono loro che redigono i progetti di massima delle nuove cittadine, che progettano quei quartieri residenziali dai tetti rossi di Ariel e delle altre zone, che danno forma ai loro spazi pubblici.

La nuova struttura culturale di Ariel è stata progettata da un architetto, come se si trattasse semplicemente di qualunque altro complesso, in qualunque altro luogo nello stato di Israele.

Un rapporto di B'Tselem descrive Ariel come una enclave lunga e stretta che penetra profondamente nel territorio Palestinese, spazio concepito così non certo per soli motivi di organizzazione urbanistica, ma sulla base di considerazioni politiche, la cui sostanza essenziale è di creare una fascia di interposizione a separare le città della Palestina interrompendo la continuità territoriale fra di esse.

Architetti e urbanisti non hanno certo bisogno di B'Tselem: queste cose le capiscono benissimo guardando una mappa, un progetto, vedono da soli la situazione. Sono le loro voci che si dovrebbero sentire.

Nella comunità professionale, più che in qualunque altro settore culturale, è costume diffuso separare clinicamente la pratica dalle convinzioni politiche. Una posizione di comodo che consente a molti di continuare a presentarsi come persone di sinistra, ma lavorare per la destra.

Non si è levata alcuna protesta pubblica dai ranghi degli architetti, contro la presenza di una sezione di architettura al college di Ariel College, che instillerà negli studenti l’arte di astrarsi da ciò che li circonda, in contrasto coi principi fondativi disciplinari e una corretta etica professionale.

Non si parlerà mai loro di politica. Nessuna meraviglia, dunque, che poi il paesaggio appaia come territorio intatto biblico, in cui operare liberamente e senza alcuna inibizione.

Il Ministro della Cultura Limor Livnat questa settimana chiede alle persone di teatro di lasciar da parte di dibattito politico quando si parla d’arte, si tratta raccomandazioni superflue nella comunità degli architetti, da cui il dibattito politico è costantemente escluso dalla professione, anche se poi rientra dalla finestra.

Tendenze e prospettive filtrano dall’altro lato della Linea Verde, con effetti sull’architettura nel resto di Israel più profondi di quanto non si sia disposti ad ammettere. Una protesta da parte dei nomi noti della comunità, figure dotate di fama e influenza, potrebbe trascinare con sé un più ampio movimento, restituire fiducia in sé stessa alla disciplina, ai suoi valori, e anche contribuire alla fine dei conflitti per il territorio. Architetti? Protesta? La pace è possibile.

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