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Marco Romano
Archistar fuori piazza
3 Febbraio 2009
Spazio pubblico
Ognitanto capita di trovare perle nei luoghi più impensati. Conviene raccoglierle, comunque. Il Domenicale, 2 febbraio 2009

Se tanti nuovi quartieri residenziali italiani fanno schifo, una ragione c’è. Antistorica. Se le nostre città sono coronate da piazze – che altre civiltà ignorano – non è per un caso bensì per un meraviglioso retaggio etico ed estetico. Una sfida durevole a mostrare quel che valiamo. Chi vuol progettare faccia i conti col passato, con la sua tensione estetica e umanistica

Il disastro vero non è lì, nelle opere talvolta stravaganti e sempre molto costose degli archistar, che con il tempo verranno innocuamente dimenticate come le riviste patinate che le rincorrono, il disastro vero sono i quartieri nuovi delle città europee, dove la cittadinanza dei cittadini è stata disperatamente vulnerata e che purtroppo dureranno invece centinaia di anni.

Quartieri di solito disegnati da professionisti di minore notorietà e qualche volta proprio da questi architetti che, pur rinomati per le loro opere architettoniche, non resistono alla tentazione di firmare anche qualche vasta lottizzazione allineata con gli altri disastri.

Il nuovo quartiere di Santa Giulia a Milano, firmato da sir Norman Forster. Il progetto del nuovo quartiere della Falck a Sesto San Giovanni, firmato da Renzo Piano. Il quartiere fiorentino, firmato da Marco Casamonti e ora sotto l’occhio della magistratura. La collina di Erzelli, a Genova, nelle versioni di Renzo Piano e di Mario Bellini. Eccetera.

Che questi architetti, quando viene loro chiesto il disegno di un brano di città, invece di ritrarsi e riconoscere la loro modesta competenza, siano pronti ad applicarsi in un campo del quale sanno nulla, mostra come l’antica e nobile arte di progettare le città – quella che le ha fatte così belle – è diventata da cinquant’anni un campo così privo di principi solidi, di una dottrina condivisa, di un insegnamento universitario fondato su manuali, di un mestiere riconoscibile e incontrovertibile, che chiunque ritiene di potervi impunemente scorrazzare, qualsiasi nuovo assessore all’urbanistica e qualunque architetto cui un committente privato richieda il piano di lottizzazione dei suoi terreni: molto spesso è il medesimo architetto cui chiederebbe il progetto della propria villa ma altrettanto spesso quello la cui notorietà aiuta a legittimare operazioni immobiliari di dubbia congruità.

Perché sono disastri? Chi autorizza un giudizio così perentorio, che peraltro molti condividono, come Oriol Bohigas?

Uno spazio libero e intimo

Da molto tempo molti lamentano la carenza di una soddisfacente vita collettiva e l’attribuiscono alla mancanza di spazi nei nuovi quartieri, tant’è vero che qualche anno fa il Comune di Roma lanciò il programma di “cento nuove piazze” per rivitalizzare la periferia, e cento nuove piazze si propose di realizzare di lì a poco anche il Comune di Torino, ma i risultati di tanta buona volontà furono agghiaccianti.

Il fatto è che la condizione essenziale di una piazza è di essere tale, cioè di essere costituita da uno spazio libero circondato e delimitato da case abbastanza alte perché alla vita collettiva occorre riconoscibilità e intimità. Ora, i quartieri progettati dopo il 1950 sono fatti di corpi di fabbrica disposti liberamente – vale a dire senza un criterio in qualche modo riconoscibile e consolidato e condivisibile – intorno a spazi vuoti privi di una specifica destinazione, se non talvolta per il gioco dei bambini o per altre modalità connesse all’uso residenziale: che ora, cresciuti i bambini, restano desolati monumenti all’insipienza dei progettisti, come sottolineava qualche anno fa il film L’odio (La haine, 1995, regia di Mathieu Kassovitz).

Dunque le nuove piazze erano di fatto spazi informi che l’arredo avrebbe dovuto riscattare: e ovviamente alla irrimediabile desolazione dei luoghi venne così aggiunta l’evanescenza delle loro nuove sistemazioni.

Se dessimo dunque ascolto a quanto sembrano reclamare i cittadini o comunque a quanto le amministrazioni comunali sembra percepiscano dei loro desideri – se avviano codesti programmi è forse perché ritengono che lo slogan delle cento piazze abbia una qualche favorevole risonanza nel loro elettorato –, ci sarebbe da attendersi che almeno nei nuovi quartieri venissero evitati gli errori del passato: ma invece non sembra sia così, sembra che coloro cui ne è affidato il progetto non possano liberarsi dall’idea moderna che la città nuova non debba per principio assomigliare all’antica.

Questa sorta di schizofrenia produce mostri, produce appunto l’epocale disastro europeo dopo le dittature del secolo breve.

Se invece ci proponiamo di riprendere il filo interrotto della città europea, se riteniamo cioè che le piazze debbano ridiventare, come un tempo, uno dei temi costitutivi della bellezza di una città e forse l’occasione perché le persone riconoscano, nel confronto con gli altri, la propria identità di cittadini, allora occorrerà disegnare piani regolatori che abbiano al loro centro ideale sequenze non di spazi pubblici generici – come recita una volgata insipiente – ma precisamente le piazze, che sono prima di tutto temi collettivi e solo secondariamente sono anche spazi pubblici. Anche i cessi stradali, i vespasiani, sono pubblici, ma non a quelli veniva affidata la bellezza della città e nemmeno – se non in forme marginali e notturne – la socialità cittadina.

Ma nel ricorrere alle piazze occorre conoscerne il senso, perché le piazze – una originalissima invenzione europea che invano cerchereste nelle città dell’Islam o nella lontana Cina – hanno ciascuna un proprio tema sociale, un proprio nome.

Tutti sappiamo riconoscere la piazza principale di una città, sappiamo cercarla perché siamo certi che in tutte le centomila città europee – villaggi o capitale che siano, da Edimburgo a Trapani e da Siviglia a Cracovia – la troveremo, proprio come troveremo la chiesa principale e il palazzo municipale. Se poi guardiamo meglio, vedremo le piazze dei conventi che nel Duecento i frati degli ordini mendicanti pretendevano davanti alle loro chiese, per sottolineare sul piano simbolico che la loro predicazione non era un compito da portare a termine nel cerchio chiuso della loro chiesa ma era diretta a tutta la cittadinanza, soprattutto agli eventuali eretici che vi sarebbero transitati, magari per caso.

E l’occhio amorevole e attento vede la piazza del mercato, dove venivano concentrate le bancarelle e, sotto i portici, le botteghe, per evitare di vederle nella piazza principale, di fronte al palazzo municipale, dove avrebbero intaccato la sua dignità, mentre il vescovo non aveva nulla in contrario ad averle di fronte alla cattedrale.

Così noi riconosciamo i portici delle botteghe, a Venezia, nella piazza davanti a San Marco, mentre la piazzetta davanti al Palazzo Ducale era la piazza principale dove quanti ne erano interessati tessevano i loro intrighi politici.

Poi riconosciamo la piazza della chiesa, concepita quando Alvaro da Cordoba divulgò la Via crucis nel Quattrocento, ma anche la piazza monumentale, con i palazzi privati o pubblici più prestigiosi ma senza botteghe – come piazza della Scala a Milano – o addirittura programmate con un’architettura rigorosamente unitaria, come le place royale francesi o le plaza mayor spagnole o come piazza san Carlo a Torino, piazza Mazzini a Catania o Piccadilly Circus a Londra.

E poi, dall’Ottocento, le piazze dedicate alla gloria della nazione, con le banche, gli istituti nazionali (l’Inps, l’Inail, ecc.), ma anche i monumenti ai cittadini che più si sono distinti nella sua costruzione culturale e politica, Raffaello a Urbino piuttosto che Pietro Vannucci a Perugia, e Vittorio Emanuele II o Garibaldi quasi dovunque.

Beninteso, la loro riconoscibilità non impedisce che la medesima piazza sia insieme – come piazza del Duomo a Milano – una piazza principale (perché tutti i cittadini vi accorrono spontaneamente quando un avvenimento mette in gioco l’appartenenza alla comunità), la piazza della chiesa, la piazza del mercato (perché è circondata da portici sotto i quali vengono aperte le botteghe), una piazza monumentale (perché scena di palazzi con la medesima veste architettonica) e infine una piazza nazionale con al centro la statua di Vittorio Emanuele II.

Queste piazze sono poi connesse tra loro dalle strade tematizzate (la strada principale con i suoi negozi, la strada monumentale con i palazzi dei maggiorenti, la strada trionfale con il suo fondale prospettico, la passeggiata alberata con una larghezza fuori del consueto, i boulevard uno di seguito all’altro, e i viali che ci accompagnano verso le altre città), strade, come le piazze, ben distinguibili una dall’altra.

Nel corso dei secoli i cittadini delle città europee hanno impresso il desiderio di fare della città un’opera d’arte, di farne la culla della bellezza, disponendo con una persistente e grandiosa volontà estetica le piazze e le strade tematizzate, in una loro deliberata successione, in sequenze che fino al 1950 raggiungevano i quartieri più nuovi e più lontani evitando così la loro emarginazione simbolica. Ecco per esempio a Firenze la strada monumentale, gli Uffizi, in sequenza con la piazza principale, piazza della Signoria, seguita subito dalla strada principale, via dei Calzaioli, dalla piazza del Duomo con il Battistero, dalla strada monumentale fatta di palazzi privati, primo di tutti il palazzo di Cosimo de Medici, poi la piazza del convento davanti a san Marco e infine la piazza nazionale, piazza della Libertà, circondata da un colonnato uniforme che la rende monumentale.

Desiderio divino della bellezza

Queste straordinarie sequenze, che riconosciamo subito in ogni altra città, sono il frutto di una deliberata volontà estetica dei cittadini europei che per otto secoli hanno dovunque dato forma alla loro urbs. La nostra città non è infatti l’esito del desiderio di condurre una vita piacevole accanto alla corte del sovrano, come sosteneva nel Settecento Cantillon, o delle convenienze commerciali, come sostenevano i positivisti dell’Ottocento, e neppure è un congegno meccanico, una machine à habiter con il medesimo rigore funzionale di una fabbrica vera e propria come, con terribili conseguenze, sosteneva Le Corbusier, ma è prima di tutto una creazione dello spirito, del desiderio divino della bellezza.

Progettare una città per gli uomini, per i suoi cittadini, è cosa semplice che non richiede il gesto geniale di un architetto famoso che forse la storia ricorderà, ma è un modesto lavoro, un mestiere che non richiede genio ma comporta invece, piuttosto, una conoscenza specifica dei cittadini e delle altre città.

Di costoro nessuno ricorda i nomi. Se molti sanno chi ha progettato la cupola di San Pietro a Roma, nessuno sa bene, neppure la Guida rossa del Touring, a chi dobbiamo il sublime tridente di piazza del Popolo, a chi dobbiamo l’invaso del campo di Siena, e chi ha progettato la croce di strade di Palermo, che l’ha resa una delle città più belle d’Europa, è molto meno noto di John Soane, che ha progettato nell’Ottocento a Londra la banca d’Inghilterra.

Chi disegna un nuovo quartiere sappia tutte codeste cose, sappia per averla riconosciuta in tutte le città europee questa antica e radicata sapienza, e sarà allora in grado di dare una risposta rigorosa alla domanda che in questa nostra società va emergendo, nelle richieste e nei programmi stessi delle nostre amministrazioni comunali, nella nostra collettività, nella nostra civitas.

Ed è questa grandiosa e pervasiva volontà estetica, sedimentata nei secoli nelle città europee, che dovrebbe essere al centro di una politica della bellezza, di quella bellezza della quale oggi un ministro dichiara di voler promuovere la ricerca e la protezione.

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