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Alberto Burgio
Approfondiamo il discorso di pace
30 Marzo 2011
Sinistra
Che cosa c’è dietro le divisioni della sinistra sulle “guerre umanitarie”. Forse una diversa percezione dell’imperialismo? Il manifesto, 30 marzo 2011

Se la prima vittima della guerra è la verità, la seconda, nel caso della guerra che infuria in Libia, rischia di essere quel che ancora resta dell'unità della sinistra anticapitalista in Italia e in Europa. Mai come in questo caso le differenze di valutazione sono apparse profonde, sino a tramutarsi in una sorta di conflitto intestino. Vale la pena invece, proprio in occasione dell'appuntamento contro la guerra «umanitaria» del 2 aprile, di riflettere su questo stato di cose. Perché la mancanza di chiarezza può contribuire all'estinzione di un un campo di forze critiche e alla dissoluzione di culture politiche che in questi vent'anni hanno orientato la lotta dei movimenti contro le «guerre democratiche» e la cosiddetta globalizzazione neoliberista.

Parlando di una inversione di ruoli (la sinistra sarebbe diventata interventista, la destra pacifista) la stampa alimenta la confusione. Ovviamente le cose non stanno così. Il centrosinistra ha una lunga tradizione guerresca (sin dai primi anni Novanta, quando contribuisce alla elaborazione del «nuovo concetto strategico» che trasforma in chiave offensiva la politica estera italiana e che mira a fornire una formale legittimazione all'intervento armato nei Balcani) mentre il centrodestra non è per nulla contrario alla guerra (la Lega ha brontolato solo per rafforzare la propria immagine di baluardo della «Fortezza Europa»). Ma qualcosa di nuovo è effettivamente avvenuto da quando la crisi libica è precipitata, Gheddafi ha reagito militarmente alla rivolta e si è cominciato a parlare di un intervento armato dei Paesi occidentali.

Vent'anni fa le cose andarono diversamente. Quando Saddam Hussein invase il Kuwait, Norberto Bobbio si schierò a favore dell'intervento della coalizione internazionale, di cui faceva parte anche l'Italia. I suoi argomenti somigliavano a quelli di quanti ora approvano l'intervento occidentale. Come oggi Gheddafi, così ieri Saddam era il bandito, il tiranno. Come la Libia di Lockerbie, anche l'Iraq era uno «Stato canaglia». La presa di posizione di Bobbio - il quale, suppongo, ignorava i retroscena della crisi (il voltafaccia del Kuwait, che prima aveva sostenuto l'Iraq contro l'Iran e poi pretese l'immediata restituzione dei prestiti di guerra, e, soprattutto, la garanzia di non-interferenza fornita a Saddam dagli Stati Uniti in caso di invasione del vicino) - fornì una patente di legittimità all'intervento (la prima guerra dell'era post-bipolare, motivata dall'esigenza di ristabilire la «legalità internazionale» e non dalla necessità di fermare l'avanzata del comunismo), destò scalpore e provocò divisioni anche tra i suoi allievi diretti. Ma vent'anni fa la sinistra critica fu sostanzialmente compatta contro quella tragedia (nessuno saprà mai quanti civili caddero sotto le bombe di Desert storm e quanti soldati iracheni finirono sepolti vivi nelle trincee spianate dai carri armati trasformati in bulldozer) e contro le altre che seguirono, sino alla seconda guerra irachena. Ora invece ci si divide e ci si scambiano, tra compagni, accuse pesanti. Perché? Che cosa è cambiato dal gennaio del 1991 ad oggi?

Una prima e parziale risposta può venire dal confronto tra le due posizioni in campo. Agli uni appaiono decisivi la natura dispotica del regime di Gheddafi e la brutalità della sua reazione contro una insurrezione popolare tesa - come in Tunisia e in Egitto, in Yemen, Giordania e ora in Siria - a instaurare un regime democratico. In questa prospettiva passa in secondo piano tutto il resto (la cifra politica del governo provvisorio di Bengasi; la composizione dello schieramento degli insorti; l'illegittimità della risoluzione del Consiglio di sicurezza e dell'intervento armato; le motivazioni strategiche ed economiche dei Paesi che hanno spinto per la guerra e si contendono la guida delle operazioni) che appare invece cruciale agli altri. Nella discussione le posizioni di irrigidiscono e si polarizzano. Pur di avere ragione dell'avversario, si ignorano le sue ragioni (che sussistono, da entrambe le parti).

Come accade, i toni si inaspriscono proprio per la vicinanza dell'interlocutore. I «democratici» accusano i «geopolitici» di cinismo («pur di denunciare la volontà di potenza degli Stati abbandonereste gli insorti sotto le bombe di Gheddafi») o, al contrario, di essere «anime belle», preoccupate solo di non farsi coinvolgere in un inevitabile conflitto. Accusati di essere «amici del tiranno», i geopolitici reagiscono trattando i democratici come «utili idioti» che, bevuta la favola della rivolta popolare, si sono fatti reclutare dagli impresari dell'ennesima guerra democratica. Eppure basterebbe poco per sottrarsi a questa tenaglia e far valere la verità interna a ciascuna delle due posizioni. Perché opporsi alla guerra dovrebbe implicare l'avversione nei confronti degli insorti, l'indifferenza verso la loro domanda di libertà e addirittura il sostegno a Gheddafi e alla sua azione militare? Perché mai affermare la necessità di proteggere l'insurrezione dalla controffensiva delle forze lealiste imporrebbe di ignorare il contesto internazionale in cui è maturata la decisione del Consiglio di sicurezza e gli inconfessabili propositi di Sarkozy e di Cameron? Perché risulta così arduo, questa volta, tenere la posizione di sempre: dire che Gheddafi va fermato ma che una guerra è inaccettabile? che la «comunità internazionale» ha (avrebbe avuto) un solo compito: interporsi e imporre immediatamente il cessate-il-fuoco e il negoziato tra le parti?

Non ho la pretesa di conoscere la risposta, quindi mi limito a formulare due ipotesi. La prima è che siamo rassegnati all'impotenza e per questo subiamo, prima ancora delle ragioni prevalenti (in questo caso, l'idea della necessaria difesa armata dell'insurrezione), la rappresentazione delle alternative sulle quali prendere posizione. Pesa a tal punto la sconfitta del movimento contro la guerra, che, pur di conservare un ruolo attivo nel dibattito pubblico, accettiamo - certo inconsapevolmente - di inscrivere i nostri giudizi nel quadro discorsivo imposto all'opinione pubblica. La seconda ipotesi, che non esclude la prima, chiama in causa la cultura politica di ciò che resta della sinistra.

Sbaglierò, ma ho l'impressione che i democratici imputino ai geopolitici di non essersi ancora sbarazzati della strumentazione concettuale della critica dell'imperialismo, che essi considerano arcaica e per di più contaminata dall'esperienza del movimento comunista novecentesco. Questa pervicacia intellettuale appare imperdonabile, nella misura in cui attesta il rifiuto di congedarsi senza riserve da una storia che anche a sinistra si considera in toto indifendibile. Se le cose stanno così, sarebbe il caso di discuterne seriamente, perché nessuno può illudersi che con la Libia il capitolo delle «guerre democratiche» si chiuderà per sempre. Nel 1983 Reagan creò un organismo (il National Endowment for Democracy) che aveva il compito di promuovere la «global democratic revolution» e mentre gli Stati Uniti attaccavano per la seconda volta l'Iraq qualcuno propose l'istituzione di un sottosegretariato di Stato per la «defenestrazione dei dittatori». Forse ha ragione chi sostiene che, andato a casa Bush, è cominciata un'altra epoca e che nella guerra contro Gheddafi l'imperialismo americano o franco-inglese non c'entra niente. O forse l'imperialismo, che non è una categoria etica, magari c'entra ancora, ma in modo diverso e perfino più cogente. Comunque, varrebbe la pena di vederci più chiaro.

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