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Paolo Brogi
Appia, immagini di una scoperta. Abusi, illegalità, condoni: testimonianze da un assedio
22 Giugno 2011
Pagine di cronaca
Una struggente mostra a capo di Bove sull’Appia Antica, nel nome di Antonio Cederna. Su Corriere della Sera, 22 giugno 2011 (m.p.g.)

Un nuovo grido di dolore dall'Appia antica. Che fare di questo straordinario territorio archeologico che nonostante la bellezza e la ricchezza dei suoi tesori appare progressivamente assediato dal degrado e dagli abusi? Se lo torna a chiedere la Soprintendenza archeologica di Roma che in quel piccolo gioiello che è Capo di Bove (via Appia 222) ha deciso di allestire una bella mostra sulla «scoperta» dell'Appia e su ciò che ne resta. La mostra con 70 foto e pannelli vari si inaugura oggi, presente il neoministro dei beni culturali Giancarlo Galan, e resterà aperta fino all'11 dicembre. Le foto innanzitutto, di tre epoche: quelle della scoperta di fine '800-primi '900, poi le immagini del degrado denunciato negli anni '60 da uomini di cultura come Antonio Cederna, infine qualche sprazzo d'oggi col degrado sotto gli occhi di tutti. «Il territorio attraversato dalla via Appia nel tratto romano si sviluppa per chilometri, un cuneo ben riconoscibile all'interno dell'espansione edilizia della città, cresciuta in modo esuberante negli ultimi decenni e ancora in crescita - spiega Rita Paris, l'archeologa responsabile dell'Appia, che firma uno dei contributi riuniti nel libro accluso alla mostra "La via Appia, il bianco e il nero di un patrimonio italiano" (gli altri sono di Maria Pia Guermandi, Adriano La Regina e Italo Insolera). La città costruita assedia l'Appia e su essa e le altre strade del territorio, come l'Ardeatina e l'Appia Pignatelli, riversa un traffico veicolare intenso, dannoso alla conservazione del patrimonio archeologico, ambientale e naturalistico e decisamente limitativo per ogni iniziativa di fruizione. II fenomeno dell'abusivismo, che qui ha trovato una delle sue espressioni più clamorose e sfrontate, è stato ed è la vera legge per l'Appia, ossia la regola dell'interesse privato a danno di quello pubblico». Come appaiono dunque lontane le immagini quasi idilliache di Rodolfo Lanciani ed Ester Boise ritratti dal fotografo Thomas Ashby all'inizio del secolo scorso. L'Appia è ai suoi albori, la riscoperta di un tesoro ineguagliabile. E ora eccola qui, invece, tra abusi vecchi e nuovi, abusi consolidati, moltiplicazioni di feste e fuochi d'artificio, piscine che continuano a nascere qua e là... «Il problema principale dell'Appia è la sua definizione - prosegue Rita Paris -. A tutti l'Appia evoca qualcosa, una strada antica, conservata con i suoi monumenti, un parco dove poter trascorrere del tempo tra natura e monumenti, decenni di battaglie ricordate da grandi titoli sulla stampa, residenze esclusive di personaggi famosi, la metafora della deturpazione dei monumenti antichi». Che fare allora? Ripristinare innanzitutto la legalità, rispettare le regole, risolvere il problema dei condoni, definire infine il territorio in modo chiaro (naturalistico? archeologico?). «Occorre un progetto di ampia portata e condivisione, a cui può contribuire il Piano Territoriale Paesistico della Regione di recente approvazione. Altrimenti l'Appia rischia di scomparire senza grande clamore». Scriveva Adriano La Regina una quindicina di anni fa: «E stato più volte sottolineato come per giungere alla reale costituzione di un parco di tale rilevanza culturale e urbanistica, quale è potenzialmente quello della via Appia nel suburbio romano, sia necessaria una legge dello Stato. Con essa si può inoltre pervenire all'istituzione di adeguate forme di tutela dell' antica strada e delle relative pertinenze monumentali e ambientali in tutta la sua estensione, da Roma a Brindisi. Solo tramite una legge, infatti, è possibile ottenere in tempi ragionevoli il riconoscimento dell'interesse pubblico di ambiti territoriali così estesi...». Nel 2011 siamo però ancora al grido di dolore.

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