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Vezio De Lucia
“Ambigua rassegnazione”
10 Aprile 2004
Lettere e Interventi
Vezio De Lucia, Roma, 03.03.2004

All'Eddytoriale del 2 marzo, con cui sono pienamente d'accordo, manca una considerazione. Mi sembra che sia finora mancata una netta e visibile opposizione dell'Ulivo e della sinistra in generale all'abominevole proposta della maggioranza. Come può sfuggire che sono in gioco non solo il governo del territorio, ma anche questioni essenziali di democrazia? Se l'urbanistica può essere affidata a soggetti diversi dalle istituzioni elettive, se alle decisioni sui piani regolatori il parere del proprietario fondiario vale quanto quello del sindaco: allora, non è messa in discussione la stessa sopravvivenza dell'autonomia comunale, uno dei cardini della costituzione repubblicana? Noto con sconcerto che prevale un silenzio frutto di colpevole sottovalutazione o, peggio, di ambigua rassegnazione. Ti pare che questo disegno di legge sia meno grave della riforma Moratti, o del codice Urbani, o della legge Gasparri, o del condono edilizio, e così di seguito, tutti provvedimenti che hanno determinato un innegabile mobilitazione? La "svolta" dell'Inu, chiamiamola così, secondo te non è coperta da qualche inciucio con segmenti dell'opposizione?

Non mi meraviglia molto la mancanza di una “netta e visibile opposizione”. Non dimentichiamo che il terreno all’ascesa di Berlusconi è stato preparato anche dall’assunzione, da parte del centrosinistra, di temi, slogan (e forse convinzioni) proprie della destra. Non è a te che devo ricordarlo: gli slogan “meno Stato e più mercato”, “privato è bello”, “basta con i lacci e lacciuoli” sono stati pronunciati da uomini di sinistra (anche estrema) prima ancora che B. prendesse tutto il potere. E non parliamo del tappeto rosso che D’Alema ha steso ai piedi del Cavaliere! E’ come se ci fosse, da parte della sinistra, una scarsa capacità di acquisire i valori di una moderna cultura dello Stato.

E’ probabile che ci sia un nesso tra questa debolezza culturale della sinistra e l’incompiutezza della rivoluzione borghese in Italia. All’indomani della Liberazione, a sinistra si lanciò l’appello: “bisogna raccogliere le bandiere che la borghesia ha lasciato cadere nel fango” (l’amico Carlo Lojodice mi ricorda che è di Togliatti). Si intendeva dire che la classe operaia doveva assumere come propri quei valori di libertà, giustizia, democrazia che erano stati lasciati cadere nel fango del nazifascismo dalla debole borghesia liberale.

Direi che la sinistra italiana ha raccolto quell’appello, ma ha dimenticato che – tra quei valori – c’era anche quello di considerare beni della collettività quelli che, come il territorio, non sono fungibili, divisibili, riproducibili: i valori della economia liberale. Se ne è ricordata solo in alcuni momenti e luoghi: gli anni di Aldo Natoli a Roma, il lungo perodo dagli anni Cinquanta ai Settanta nell’Emilia Romagna, e qualche altro momento significativo.

Del resto,è difficile sostenere che, tra i valori della borghesia italiana prima del fascismo, ci fosse quello di una saggia amministrazione dei beni pubblici: la borghesia italiana (anch’essa, tranne qualche momento: Nathan, un certo Giolitti) ha pagato il prezzo della sua alleanza con l’Ancien régime nell’intrecciare i propri interessi con quelli della rendita fondiaria.

A questo aggiungi che: la sinistra non ha più un progetto di società; gli alleati moderati della sinistra rivelano singolari sinergie con le proposte della Cdl; la prospettiva di ogni politica si appiattisce sul breve termine della scadenza elettorale.

E’ già troppo lunga questa risposta in questa sede. Ma sarebbe utile continuare a discorrere. Per capire l’oggi e preparare il domani è indispensabile ragionare su ciò che è successo ieri. (es)

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