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Anna Tito
«Al burqa dico no Ma diffido di una legge»
4 Marzo 2010
Articoli del 2010
Le opinioni della storica Michelle Perrot, che difende le ragioni dello stato laico, e della suora Beatrice Salvioni, che sottolinea la strumentalità della proposta di Sarkozy. L’Unità, 4 marzo 2010

Cattolica in origine, poi comunista, Michelle Perrot esce dal Pcf dopo Budapest, nel 1956. La sua tesi, «Les ouvriers en grève (1871-1890)» contribuisce a fondare la sociologia storica. Ha collaborato con Michel Foucault, ha scritto «Les ombres de l’histoire. Crime et châtiment au XIXe siècle». Dal 73 lavora sulla storia delle donne. Ha diretto, con Georges Duby, «Storia delle donne in Occidente». Ha scritto «Les 2010femmes ou les silences de l’histoire».

Negli uffici e negli spazi pubblici, quindi in treni, autobus, ospedali, uffici comunali, nonché in strade e parchi, il burqa, velo integrale, va messo al bando, in quanto «offende i valori della Repubblica» degradando la donna, dissimulando volti e corpi. Lo ha stabilito a fine gennaio la commissione parlamentare francese, istituita ad hoc. Hanno lavorato in grande armonia il deputato comunista André Gerin ed Eric Roult, del partito di Sarkozy, mentre i socialisti non si sono pronunciati. «Il burqa non è benvenuto in Francia» ha annunciato il tentennante Presidente in giugno, ma nulla si deciderà prima delle elezioni regionali. Combattiva, e decisamente contraria a una legge si dichiara la storica «delle donne», Michelle Perrot: «Sono, com’è ovvio, decisamente ostile al burqa,ma non favorevole a una legge» esordisce con noi.

Per quale motivo?

«Perché l’intrusione del potere nella comunità musulmana potrebbe ritorcersi contro le donne. E diffido anche dell’intervento del potere in tutte le questioni delle apparenze, poiché ritengo che, legiferando oggi sul burqa, un domani si potrà farlo sulla barba o sui pantaloni. Contro il burqa promuoverei libri, trasmissioni, articoli, insommatutto quanto possa servire a dimostrare che il velo integrale rappresenta l’oppressione delle donne».

Nel 2004 però si dichiarò favorevole alla legge Raffarin, approvata con un’ampia maggioranza, che proibiva il foulard a scuola, nonché tutti i simboli religiosi “ostensibili”: dalla kippa ebraica fino al turbante sikh e alle croci cristiane.

«In Francia la scuola pubblica è laica e nessun simbolo religioso ostensibile vi va ammesso, e ritengo che questa sia una conquista per le donne. Nel caso specifico del foulard, si trattava di minorenni. Se avessero autorizzato il velo a scuola, alcune fanciulle sarebbero state costrette dalla famiglia a portarlo, mentre noi davamo loro si davamo loro la possibilità di non farlo. E mi sembra che oggi ben poche ragazze a scuola portano il foulard».

Ma va considerato che dal 2004, ovvero dalla legge contro il velo a scuola, l’islamismo ha continuato aprosperare.

«Certo, si tratta di movimento di fondo che riguarda l’integralismo islamico. Detto questo, va anche ridimensionata la questione sulle donne che in Francia portano il burqa, circa trecentocinquanta, più o meno. Non avrebbe senso promulgare una legge per così poche persone. Tutte le religioni comportano un elemento di dominazione di tipo patriarcale. Da questo punto di vista la laicità a scuola si è rivelata positiva per le donne, e perciò difendo questo modello».

In questo periodo la Francia va interrogandosi sull’identità nazionale:le discussioni sul burqa e sull’identità della Francia sono forse una coincidenza?

«No. Riscontro un reale smarrimento, perché la popolazione francese deve affrontare un problema nuovo, al tempo stesso di “rinascita” dell’islamismo e dell’immigrazione, ma anche sulla posizione del governo che mette l’accento su tali questioni. E il dibattito sull’identità nazionale è stato avviato in maniera disastrosa, in maniera autoritaria. Mi sembra che agire in questa maniera alla vigilia delle elezioni regionali sia una vera e propria strumentalizzazione».

Come spiega il fatto che ad esempio in Gran Bretagna il burqa non crea alcun problema?

«Ci troviamo di fronte a costruzioni politiche diverse. Ma non si può fare il confronto: in Francia abbiamo assistito alla costruzione di una repubblica laica, che ha vantaggi e inconvenienti.Riconosco che è rigida, non sempre si adatta all’attuale congiuntura - fatta di movimenti migratori, dell’accoglienza del “diverso” - ma costituisce comunque un progresso ».

Djemila Benhaid, algerina rifugiata in Canada e autrice di “Ma vie à Contre-Coran”è intervenuta in Senato nello scorso novembre sostenendo che la Francia svolge un ruolo centrale per la laicità, e che se non apre una strada contro il burqa, spiana la strada agli integralisti dell’Europa tutta. È d’accordo con lei?

«Sì, certo, tutte si dichiarano favorevoli a una legge contro il burqa. Noi ci facciamo troppi scrupoli: dovremmo sostenere con maggiore forza la nostra tradizione di laicità. Djemila Benhaid è un esempio di quelle donne algerine che ritengono “tiepido” il nostro approccio al problema, anche perché l’hanno anche vissuto sulla loro pelle».

Intervista a suor Beatrice Salvioni

«Quante storie Anche noi suore portiamo il velo»

Non capisco perché si faccia un gran parlare del velo islamico quando anche noi lo portiamo». Occhi vispi e sereni. Voce chiara e leggera. Suor Beatrice Salvioni è perplessa: «Non sono un’esperta in materia. Sono solo una che ogni tanto pensa», dice cauta. E al velo deve averci pensato più di qualche volta in quarant’anni di vita religiosa. Suor Beatrice infatti il velo, che pure ha indossato per qualche tempo, oggi non lo indossa più. Alcune donne islamiche sostengono che il velo le faccia sentire più sicure. Lei perché l’ha tolto?

«Non è stato certamente un motivo di maggiore o minore sicurezza, ma semmai il bisogno di sentirmi più vicina, meno separata... Le islamiche che indossano il velo non credo lo facciano solo, comunque non tutte, per senso di sicurezza. Io non mi sentivo più sicura col velo, tutt’altro. Per questo ho scelto di non indossarlo più. E francamente, quelle che tra noi decidono di non portarlo non ricevono esattamente degli applausi ». (sorride) Che reazioni ricevono invece? «Qualcuno mi chiedeva: ma così cometi riconoscono le persone? Come se, paradossalmente, l’«abito» facesse il monaco. Eppure nonostante io vesta in borghese la gente mi ferma per strada, magari per chiedermi un’informazione, chiamandomi«sorella »: mi riconoscono».

Il velo è dunque vissuto alla stregua di una divisa. È appartenenza… «Esattamente. L’abito non è che un veicolo di comunicazione, per dire immediatamente, io sono questo o sono quello. Tante donne comunicano appartenenze di vario genere a prescindere dal velo. Così una ragazza di diciotto anni sceglierà un tipo di abbigliamento che probabilmente comunicherà la sua età o spensieratezza, ma lo stesso abito su una donna più matura potrebbe comunicare una grande debolezza, esattamente la stessa che si vorrebbe attribuire a queste donne islamiche ». Lei cosa comunica? «È chiaro che scelgounabbigliamento sobrio. Per esempio, non sceglierei il rosso…». Perché il rosso no, sarebbe sconveniente? «No, il rosso mi stanca. Quello che indosso è una mia libera scelta. Una scelta di sobrietà che in questo modo è attenta, è sentita, è vera.»

Il velo islamico secondo lei è una scelta attenta? «Non saprei. L’impressione, tuttavia, è che si voglia entrare nella sensibilità, nell’intimità o, ancora, nella spiritualità di un’altra cultura attribuendole le stesse nostre dinamiche. Bisogna tenere presente che il velo è anche da noiunsimbolo piuttosto significativo». Cosa significa? «Pudore, purezza... In realtà anche all’interno della Chiesa, ilmantenimento del velo per le suore rivela appartenenza a un passato che non differiva dal presente del mondo islamico. Siamo molto più attaccati al passato di quanto non ci rendiamo conto».

Perché allora questa polemica sull’abbigliamento delle donne islamiche? «Sembra servire solo ad aver ragione su di loro. Si pretende di indagare su cosa ci stia dietro una scelta puramente estetica di un’altra cultura, e non voglio dire che possano non esserci dei condizionamenti forti e discutibili. Ma lo facciamo scordando che anche noi affidiamo a un «abito», o a una parte di esso un significato di grande rilevanza. Il velo è diventato un’arma contundente. Un giavellotto da utilizzare contro un’altra cultura, per dire: noi siamo meglio». Dietro la sua scelta di diventare suora c’erano dei condizionamenti? «Ogni scelta è in qualche modo condizionata da una serie di variabili, la famiglia, l’educazione, l’estrazione sociale, ma questo avviene in qualsiasi genere di scelta si voglia intraprendere, no?».

Quando ha deciso di diventare suora? «Ero ancora parecchio giovane. Era vicinissimo il ‘68.» Ha dunque scelto di diventaresuora proprio quando la società occidentale si accingeva a vivere una vera e propria rivoluzione sessuale? «In effetti sì, ma allora non me ne resi conto. Considerata l’epoca la scelta potrebbe sembrare contro corrente. In realtà io scelsi di dedicare la mia vita a qualcosa di grande, così come tanti sessantottini. Solo che riconobbi nel Vangelo il codice ideale al quale sentivo di appartenere, un modello, altissimo fin che si vuole,manondisincarnato e di grande portata rivoluzionaria».

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