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Nicola Lombardozzi
Addio spazzini e bidelli la fuga degli stranieri paralizza le grandi città
15 Gennaio 2015
Città quale futuro
Affidare lo sviluppo urbano alle pure dinamiche di mercato, pensando che qualche mano invisibile risolverà tutto, è stupido e sadico, come ci conferma il caso della Mosca post-socialista.

Affidare lo sviluppo urbano alle pure dinamiche di mercato, pensando che qualche mano invisibile risolverà tutto, è stupido e sadico, come ci conferma il caso della Mosca post-socialista. La Repubblica, 15 gennaio 2015, postilla (f.b.)

Sembra proprio il sogno di un leghista modello: gli immigrati che se ne vanno, tornano a casa più rapidamente di come sono arrivati. Oltre un milione di stranieri, ma forse molti di più, provenienti dalle repubbliche più povere dell’ex Unione Sovietica, letteralmente spariti nel giro di due settimane e tanti altri pronti alla fuga. Ma dopo le prime inevitabili reazioni di soddisfazione, anche i russi più ostili all’“invasione”, cominciano a temere di essere precipitati in un incubo. D’improvviso la Russia di Putin, tanto amato e corteggiato da Matteo Salvini e dai suoi, sembra bloccata, paralizzata nelle piccole cose che sembrano marginali quando ce le hai e che creano il panico quando invece non ci sono più.

Se ne sono accorti i moscoviti, generalmente viziatissimi quanto a pulizia e manutenzione delle strade, ritrovandosi a galleggiare su lastre di ghiaccio che nessuno ha tolto via per tempo dai marciapiede. O ad attraversare come in un percorso di guerra, vie cittadine su cui piovono quintali di neve dai tetti che non hanno più alcuna manutenzione. A San Pietroburgo, comune storicamente molto più povero, va ancora peggio. L’ufficio del sindaco ha chiesto alla gente di «spalarsi la neve con mezzi propri», ricevendo in risposta una valanga di improperi e e di insulti da cittadini assolutamente impreparati alla bisogna.

Ed è solo l’inizio. La fuga degli stranieri sta bloccando cantieri, negozi, ristoranti, piccole fabbriche aggiungendo altri danni alla già incontenibile crisi economica. I motivi sono tanti. Certamente hanno avuto un loro ruolo le nuove leggi che restringono notevolmente la possibilità di circolazione degli stranieri e che pretendono una «perfetta conoscenza della lingua russa. Ma il colpo decisivo è stato il crollo del rublo che ha dimezzato il suo valore rispetto alla fine dell’estate.

Il ridicolo salario medio, che nessun russo avrebbe mai accettato, di 4000 rubli al mese (fino a settembre 100 euro, adesso 53) è diventato intollerabile perfino per questo popolo di disperati arrivati dalle steppe dell’Uzbekistan, dalle montagne del Kirghizistan e del Tagikistan o dai villaggi più miseri di Bielorussia e Ucraina. Troppo poco per sopportare condizioni di vita da medioevo, l’arroganza persecutoria della polizia, l’indifferenza della gente che li evita per le loro diverse abitudini religiose, alimentari e di igiene personale e che li chiama con la parola tedesca Gastarbeiter, che qui ha una valenza fortemente dispregiativa. E soprattutto, il guadagno irrisorio, non giustifica più i ricatti continui dei datori di lavoro tipo: «Fai così o ti rispedisco al tuo villaggio».

Uno sfruttamento spudorato che ha fatto la ricchezza di molti imprenditori e portato molte invidiabili comodità agli abitanti delle grandi città russe. A Mosca, per esempio, basta anche meno di un anno per costruire un palazzo di dieci piani o per ristrutturare stucchi e colonne di un’antica abitazione pre-rivoluzionaria destinata ai grandi ricchi della capitale. Così come in pochi mesi si possono veder realizzare opere stradali, strutture pubbliche che in Europa richiederebbero anni. Il metodo è semplice: si ospitano gli immigrati in container di metallo limitrofi ai cantieri e trasformati in alloggi di fortuna, un gabinetto all’aperto e un piccolo rumorosissimo generatore per la luce e il, poco, riscaldamento. La spesa per dieci lavoratori è inferiore alla paga richiesta da un operaio russo. L’orario di lavoro non c’è, nel senso che si lavora dall’alba fino a notte inoltrata, anche nei giorni di festa. I container con gli immigrati vengono poi trasferiti in tutta fretta in alti campi di lavoro alla vigilia delle inaugurazioni e dei brindisi compiaciuti tra politici e oligarchi.

E non sono solo i privati a guadagnarci ma anche i comuni e le organizzazioni statali. Lo hanno scoperto gli studenti che hanno trovato le aule sporche e i cortili delle scuole colmi di rifiuti dopo la scomparsa dei “bidelli asiatici” che dormivano in palestra e, all’alba, si occupavano delle pulizie. O i direttori dei musei sconvolti dalla polvere che si accumula ovunque, i medici degli ospedali privati di colpo di un personale disposto a qualsiasi genere di servizio pur di rimanere ospitato in qualche sottoscala.

Per anni la maggioranza dei russi ha mugugnato, perfino protestato in piazza contro l’invasione degli ex cugini della defunta Unione sovietica. Mal tollerate le adunate di preghiera islamica, gli sguardi penetranti degli ”omini spazzaneve dagli occhi a mandorla”, perfino la “fastidiosa musica orientale” che si può sentire uscire a “palla” dagli angusti finestrini dei container che circondano le case da rimettere a nuovo nel centro storico. Ma adesso l’emergenza cambia le cose.

In pochi giorni a Mosca sono scomparsi sguatteri da cucina, parcheggiatori, guardiani, addetti alle pulizie, giardinieri, meccanici. Promesse di straordinari e qualche ordine perentorio sono serviti a tirare fuori dagli uffici un centinaio di impiegati (russi doc) attempati e inadatti a questo genere di lavori. Li vedi con la pala in mano scivolare sulla neve maledicendo gli stranieri e la loro fuga: «Queste cose non dovremmo farle noi».

postilla
Forse non sarà sfuggita al lettore (oppure si, chissà) l'analogia del caso specifico di Mosca, con quello di tante altre città piccole e grandi che vedono scappar via gli “immigrati che fanno lavori utili” di cui sino a quel momento non si accorgeva quasi nessuno. E forse però serve allargare il campo, e rileggere da questione sul versante del metodo, allargandola: se a Mosca si tratta di immigrati, altrove accade a normali cittadini, che subiscono gli effetti economici non solo di qualche crisi o svalutazione, ma più semplicemente e normalmente del metabolismo urbano determinato dalle forze di mercato. Per esempio quando una famiglia di lavoratori dei servizi alla persona non può più in alcun modo trovar casa abbordabile ragionevolmente vicino al luogo in cui eroga quei servizi, e se ne allontana sempre più, sino ad abbandonare il lavoro: nuova povertà da disoccupazione, e meno servizi, o servizi assai più cari, per chi se ne avvantaggiava. Centrale anche il ruolo incrociato delle politiche della casa e dei trasporti pubblici: se anche in un contesto di riduzione del centro a terreno di caccia di ricchi e attività terziarie, esiste comunque (come accadeva nella seconda metà del '900) una politica pubblica dei trasporti collettivi e della casa economica, pur in quartieri periferici ma serviti, i servizi indispensabili a far funzionare la città saranno assicurati. In mancanza di questi due interventi coordinati, fasce di reddito sempre più comprensive, di tutti coloro che non sono davvero ricchi, verranno allontanate dalla città, con impoverimento da mancato reddito, oppure da spese per trasporti privati, e relativi impatti ambientali. Ecco cosa ci dice, fuori dal contesto specifico, anche il caso di Mosca (f.b.)

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