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A spese dei beni comuni il primo passo del federalismo all’italiana
21 Maggio 2010
Articoli del 2010
Riprendiamo dal manifesto di oggi, 20 maggio 2010, le informazioni e i commenti: l’articolo di Valentino Parlato, la cronaca di Matteo Bartocci e l’intervista di Iaia Vantaggiato ad Angelo Bonelli. Aggiungiamo una postilla

Lo spezzatino del Belpaese

di Valentino Parlato

Mai la discussione sul federalismo (fiscale, demaniale e quant'altro) è stata così intensa e animata come in questa fase di celebrazione dei 150 anni dell'unità d'Italia. Viene da dire che gli opposti si tengono. Ma il tema è centrale e ha largo spazio sulla stampa.

A porre la questione sul tavolo (senza il minimo riferimento a Cattaneo, Dorso e altri ancora) è stata la Lega, che con «Roma ladrona» metteva in causa lo stato centrale e puntava esplicitamente alla Padania, a separare e autonomizzare le ricche regioni del Nord dalla miseria e dal malaffare del Sud. Avendo mente fredda e occhi aperti è difficile contestare che lo stato centrale sia un disastro dal punto di vista amministrativo, economico e anche morale.

Adesso, con la crisi, il ministro Tremonti deve fare tagli che già si annunciano sul fronte del sociale: pensioni, pubblico impiego, salari (licenziamento «a voce» e aumento dell'orario di lavoro). Viene da dire che se Tremonti sottoponesse a una seria inchiesta le spese e gli abusi della amministrazione centrale e avviasse un serio piano contro l'evasione fiscale potrebbe risolvere molti problemi di bilancio, non castigando i più deboli, ma rimettendo a regime la macchina dello stato. Insomma siamo al punto che Il Tempo (che non è certo un foglio di sinistra) ha messo in testa alla sua prima pagina il seguente titolo e sommario: «Menù a prezzo politico. Nuova buvette. Ristorante su una terrazza per il personale di Palazzo Chigi. Vista sui tetti di Roma e prezzi stracciati. Ecco dove non ci danno un taglio».

Ma domandiamoci: le Regioni che dovrebbero essere i soggetti del federalismo funzionano meglio, quanto a sprechi e corruzione? Insomma il federalismo - visto come è oggi l'Italia - sarebbe la frantumazione dell'Italia in bande, gruppi di potere, tra loro concorrenti e di tutto preoccupati salvo che del benessere dei cittadini della loro federazione e dell'unità d'Italia. Con il rischio che, come abbiamo la delocalizzazione delle industrie, avremmo la delocalizzazione dei poteri regionali nei territori degli antichi occupanti del nostro paese: franchi, alemanni, normanni, arabi ...

A questo punto Giorgio Ruffolo, già nel suo libro «Un paese troppo lungo» e pochi giorni fa con un articolo su Repubblica del 12 maggio ha avanzato la proposta delle macroregioni: l'Italia divisa in due stati federali tra Nord e Sud. Insomma contro il regionalismo a spiccioli il federalismo all'ingrosso, che secondo Ruffolo sarebbe più razionale e produttivo e sulla base di un patto unitario tra le due macroregioni porrebbe concretamente al centro la famosa questione meridionale, sempre reale e presente, ma largamente dimenticata dai politici e dagli uomini di cultura.

A questa proposta di Ruffolo ha prontamente replicato Eugenio Scalfari sulla Repubblica del 16 maggio. Per Scalfari (e per Napolitano, aggiunge) questo sarebbe l'obiettivo della Lega e sarebbe la fine dell'Italia, con un nord europeo e un sud magrebino. O quasi. Il Nord con l'euro e il Sud «con qualche fiorino di antica e non commendevole memoria». Fortunatamente Scalfari non condivide neppure il federalismo regionale e anch'io penso che la strada federalista sia un disastro. Ma se proprio è inevitabile mi sembrano più ragionevoli le macroregioni, con le quali il problema dell'unità si porrebbe più realisticamente evitando lo spezzatino.

La «cricca demaniale» Coste e laghi alle regioni

Primo sì. Di Pietro vota con la Lega e attacca il Pd

di Matteo Bartocci

Il federalismo è salvo. Sul filo di lana la Lega porta a casa il primo mattoncino della riforma fiscale che chiede dagli anni '90. La delega al governo scadeva domani ma la «bicameralina» ha approvato a maggioranza il parere sul primo decreto che trasferisce i beni demaniali dello stato agli enti locali: 17 sì (Pdl, Lega, Svp e Idv), 3 contrari (Udc/Api) e 10 astenuti del Pd. Oggi pomeriggio il cosiddetto «federalismo demaniale» sarà approvato anche dal consiglio dei ministri e si avvierà un gigantesco processo di trasferimento politico ed economico dal quale tornare indietro sarà molto difficile.

La proprietà e la gestione dei grandi laghi del Nord sarà trasferita alle regioni. Così tutte le coste e tutto il demanio idrico (sorgenti, fiumi e laghi regionali, etc.). Beni che le regioni dovranno comunque gestire - così impone la delega con un termine sinistro - pompando al massimo la loro «valorizzazione funzionale». Tra i beni alienabili dunque foreste, aree agricole, immobili, zone portuali dismesse, le strade non statali e gli aeroporti non «di interesse nazionale».

Sono esclusi i beni culturali e, soprattutto, buona parte del demanio militare (caserme dismesse, vecchi alloggi o poligoni in disuso, etc.): una torta da 2 a 4 miliardi di euro che rimane appannaggio della «Difesa spa». Secondo una stima ufficiale dell'agenzia del Demanio a conti fatti si tratta di 18.959 beni (tra immobili e terreni) per un valore di libro di 3,2 miliardi. Una cifra che opportunamente rivalutata è ragionevole almeno raddoppiare. La maggior parte di questi sono nel Lazio: ben 860 milioni di euro. Piemonte, Lombardia e Veneto insieme ne raccolgono per 880 milioni. In Basilicata, Calabria, Molise e Puglia restano le briciole: sul loro territorio hanno beni demaniali per appena 312 milioni.

Bossi può esultare: «Iniziamo a portare a casa quello che si può». E per l'occasione il Carroccio trova un alleato inedito come Antonio Di Pietro. Il leader dell'Idv organizza addirittura una conferenza stampa col ministro Calderoli per rivendicare il sì del suo partito al federalismo e per criticare apertamente l'astensione del Pd: un atteggiamento secondo lui «preconcetto», con cui «il Pd non ha avuto il coraggio di assumersi le sue responsabilità». «L'Idv - attacca Di Pietro - non si astiene mai, perché non è politica la politica che non decide, non sono buoni pastori quelli che non sanno indicare la strada. Chi non è né carne né pesce è bene che se ne stia alla finestra. La Lega e l'Idv - conclude - hanno il coraggio di confrontarsi sui temi veri».

In concreto, il partito di Di Pietro ha ottenuto che nel testo siano richiamati gli articoli 5 e 114 della Costituzione. Un contributo su cui perfino lo stesso Calderoli maramaldeggia un po': «Anche se si tratta di una cosa scontata a volte è utile ricordare che l'acqua calda è calda». Mentre Francesco Boccia del Pd, membro della «bicameralina», è furioso con l'ex ministro delle Infrastrutture: «Ha perso un'altra occasione per dimostrare la sua affidabilità ma le bugie hanno le gambe corte, faccio fatica a ricordare i contributi politici dell'Idv. L'80% del testo approvato dalla commissione - conclude Boccia - è stato modificato grazie al Pd».

Tra le altre novità importanti c'è un fondo di perequazione che prevede che il ricavato della vendita dei beni vada per il 75% a riduzione del debito degli enti locali, il restante 25% andrà all'ammortamento del debito nazionale. I beni potranno essere ceduti a fondi immobiliari pubblici ma aperti a privati e soggetti istituzionali. Il relatore di maggioranza sul decreto, Massimo Corsaro del Pdl (un ex An milanese vicino a La Russa) tira un sospiro di sollievo: «Siamo riusciti a fare il primo dei decreti nei tempi previsti, dando legittimità all'intero percorso e con una cospicua partecipazione alla redazione del testo da parte di tutti i gruppi».

Il Pd è stato a lungo incerto sul provvedimento. Da un lato ha lavorato al massimo per riempire di contenuti (e qualche paletto) una decreto iniziale pericolosamente vago. Dall'altro si è diviso su chi voleva votare sì (gran parte dell'area ex Ds e lo «zoccolo duro» degli amministratori locali) e chi invece voleva votare no come gli ex popolari. Dario Franceschini l'astensione finale la spiega così: «Il testo è stato molto migliorato ma non in modo soddisfacente». Linda Lanzillotta, rutelliana dell'Api. indica che il re è nudo: «Il federalismo demaniale fa partire una massiccia operazione di vendita del patrimonio di tutti che andrà a vantaggio di pochi, per di più con il rischio di alimentare la speculazione immobiliare». E sul piano politico invece «si consente alla Lega di dire che il federalismo è partito mentre è chiaro che il governo non è in grado di dire quali saranno i costi e che la crisi impone di rinviare tutto a data da destinarsi».

In effetti questo primo passo federalista potrebbe anche essere l'unico. Giulio Tremonti è come al solito sibillino quando parla di numeri: «Il trasferimento di immobili tra soggetti pubblici di fatto ha un valore economico nullo o irrilevante». Una gigantesca partita di giro essenzialmente a vantaggio di Roma e del Nord. «La vera difficoltà risiede nella vendita del patrimonio immobiliare», ammette Tremonti, facendo capire che potrebbero essere anche altri interventi, in futuro, a «semplificare» la materia. «La riforma che si sta compiendo assume di fatto una valenza di carattere costituzionale e quindi ha un elevato valore simbolico», conclude il ministro. Eclissati e completamente innocui i «finiani». Immortale un titolo del Secolo che parlava di questo provvedimento come una puntata di «Scherzi a parte». Evidentemente ridere piace a tutti.

VERDI IN RIVOLTA

Bonelli: «Così il decreto consegna l'Italia agli affaristi»

di Iaia Vantaggiato

«La più grande speculazione immobiliare ed edilizia nella storia della Repubblica italiana». Così il presidente dei Verdi Angelo Bonelli definisce l'approvazione del decreto sul federalismo fiscale. «Molti sono soddisfatti - dice - noi invece siamo disgustati anche per il modo bipartisan con cui si è deciso di vendere l'Italia».

Lei protesta ma intanto il decreto è passato grazie al voto di Di Pietro e all'astensione del Pd.

Se non ci fosse Berlusconi, Di Pietro potrebbe stare benissimo dentro un governo di destra. Del resto fu proprio Di Pietro, quand'era ministro per le infrastrutture, a impedire la chiusura della società per il ponte sullo stretto ed è sempre grazie a lui che prima o poi, con la realizzazione del corridoio tirrenico-maremmano, ci ritroveremo con la Maremma tagliata in due da un'autostrada.

Almeno Di Pietro ha votato.

Se allude all'astensione del Pd, molti se ne sono già pentiti nel senso che avrebbero volentieri votato a favore. All'interno di questo governo non esiste nessuna opposizione di centrosinistra. A questo punto la distanza tra noi e loro prima ancora che politica è culturale.

Ma di questo decreto non salviamo proprio nulla?

Con questo provvedimento lo stato trasferisce, con qualche eccezione, tutti i beni demaniali agli enti pubblici e sin qui niente di male.

Quand'è allora che nascono i problemi?

Quando con l'alienazione dei beni, cioè con la loro vendita, se ne consente anche una contestuale variante urbanistica. Con questo meccanismo tutte le superficie agricole e non sinora appartenute allo stato potranno diventare terreno edificabile.

Il Parlamento non può intervenire, magari con qualche paletto?

I decreti legislativi non sono emendabili dal Parlamento che può solo esprimere «pareri» non vincolanti. E tra l'altro nel parere già espresso non c'è nessun paletto.

Ma una parte dell'articolo 58 era stata dichiarata incostituzionale.

Sì, ma solo sino a dove si dice che l'inserimento degli immobili nel piano di alienazione ne determina la conseguente classificazione come patrimonio disponibile e ne dispone la destinazione urbanistica.

Vale a dire?

Che una volta che hai comprato un pacchetto di immobili dallo stato ne puoi fare quello che vuoi. Del resto se ci fossero i paletti verrebbe meno la possibilità di valorizzare il bene e dunque il fine dell'intera operazione.

Lei parla di valorizzazione economica ma se l'ente locale decidesse, chessò, di trasformare una caserma militare in una scuola sarebbe una cosa buona, no?

Il problema non sono le caserme ma, per esempio, i terreni agricoli. Non crederà mica che a comprarli saranno i coltivatori? Su quei terreni si tufferà solo chi è intenzionato a realizzare operazioni edilizie con ricadute urbanistiche e ambientali enormi.

L'Italia nelle mani di costruttori e immobiliaristi, come lei dice.

E di speculatori. Pensi al demanio idrico di cui è stata mantenuta l'indisponibilità a eccezione delle sorgenti minerali e termali.

Che c'entarno le sorgenti con gli speculatori?

Le sorgenti si chiamano «Fiuggi», «Rocchetta» e qualsiasi altra marca le venga in mente. Allo stato rendono pochissimo ma dietro c'è un giro d'affari miliardario. A chi andranno?

Le spiagge almeno ce le hanno lasciate.

Sì, ma con la possibilità di realizzare canoni di concessione di 99 anni. Il che equivale a venderle.

Postilla

Pauroso il segnale politico e culturale che emerge da questa vicenda. Dagli articoli che riportiamo registriamo tre punti: (1) il larghissimo consenso all’obiettivo della priorità della “valorizzazione economica” su qualunque altro obiettivo; (2) l’accettazione comune della liceità, per raggiungere questo obiettivo, di alienare beni pubblici, di spezzettare beni strutturalmente unitari e addirittura di modificare le destinazioni urbanistiche derogando alla pianificazione; (3) la reiterata ammissione che il “federalismo all’italiana” di per sé è un buon obiettivo politico, del quale è importante solo concordare i modi.

Sui primi due punti convergono – sia pure con sfumature diverse – sia Di Pietro (il quale non sembra avere altri meriti politici se non la sua giusta intransigenza nei confronti di Berlusconi e del conflitto d’interessi) sia i Democratici. Sul terzo il consenso sembra ancora più vasto. Al punto che perfino Valentino Parlato, nell’articolo che pubblichiamo più sopra, aaccetta come ultima spiaggia – per evitare lo “spezzatino” – la rottura dell’Italia nelle macroregioni che Giorgio Ruffolo aveva proposto.

A nessuno (o a troppi pochi) viene in mente che il “federalismo”, predicato e praticato per dividere ciò che è unito, è una contraddizione in termini, e che la rottura dello stato unitario è una negazione della storia, dal Risorgimento alla resistenza e alla Costituzione, giustificata solo in alcuni dal rapace egoismo dei più ricchi e dei più ciechi rispetto al futuro, in altri dalla rassegnazione all’impossibilità di migliorare lo stato quale oggi doroteismo, craxismo e berlusconismo lo hanno ridotto.

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