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Paolo Cirino Pomicino
A proposito di GAD
17 Agosto 2005
Articoli del 2004
Sono tante le ambiguità, le incertezze, le confusioni nell'area dei Democratici di sinistra, che perfino Paolo Cirino Pomicino può aver ragione. Da l'Unità del 15 novembre 2004

Caro direttore,

verso alcuni ho amicizia, verso altri simpatia, verso moltissimi stima ma una domanda mi ossessiona da quando ho aderito all’Udeur e li ho frequentati più da vicino: chi sono? Mi riferisco ai parlamentari europei e per loro ai rispettivi partiti della neonata Grande alleanza democratica (Gad) sperando di essere da molti di loro ricambiato con gli stessi sentimenti. Dunque chi sono? Lo chiedo innanzitutto agli amici della sinistra diessina che non sono più comunisti, non si sentono socialisti ma si definiscono riformisti. Troppo poco per capirvi cari amici. Voi siete alleati ed ho voglia di riempire questa alleanza di contenuti e di convinzioni forti piuttosto che adagiarmi in un accordo di risulta il cui unico cemento finirebbe per essere una sorta di contrarietà viscerale a Berlusconi. Anche questo è troppo poco per costruire un’alternativa di governo. Dunque non siete comunisti. Ne sono lieto e piuttosto che rigirare il coltello nella piaga, come si dice in gergo, cerco di guardare avanti e al percorso che dovremo tentare di fare insieme. Ma qual è questo percorso?

Non voglio, sia chiaro, chiedere le vostre proposizioni programmatiche. Chi sa di politica, e voi sapete di politica, sa anche che il programma è importante ma non è tutto perché un partito politico non è un centro studi. È l’insieme di convinzioni forti su temi fondanti quali, ad esempio, il concetto di democrazia, il rapporto tra economia, finanza e politica, il ruolo del pubblico nell’economia globalizzata, il valore del mercato e la consapevolezza di regolamentarlo per garantire la libertà di intrapresa a tutti ma anche la cancellazione di intollerabili enclave di miseria e di povertà che ancora allignano nel mondo. È vero, questi ed altri sono temi generali sui quali si rischia facilmente di essere d’accordo perché nessuno mai direbbe, quant’anche lo fosse, di essere contro la democrazia o a favore di un mercato senza regole e senza tabù. Eppure questo rischio va corso perché voi non siete più né comunisti né socialisti. Senza voler riesumare antichi steccati ideologici con il loro bagaglio di pregiudizi io so, o credo di sapere, qual è il concetto di democrazia e di libertà che ha il movimento socialista italiano ed europeo. Un concetto, ad esempio, diverso da quello del vecchio partito d’azione che pur non sostenendo mai sistemi autoritari aveva un concetto elitario del governo di un paese fondato prevalentemente sull’accordo tra poteri forti e non sempre chiaramente visibili.

Non so invece quale sia il concetto di democrazia sostanziale che avete voi oggi dal momento che siete riformisti senza aggettivazione e questo termine, esso sì, è troppo generico per farvi riconoscere. In politica le aggettivazioni di un sostantivo come il riformismo hanno dietro di sé quasi sempre una storia riconoscibile fatta di lotte, di successi e di sconfitte, di sacrifici e di entusiasmi. Voi non volete quegli aggettivi e finite per essere poco riconoscibili se non per le singole storie di ciascuno di voi. Non vi sfugge che vi sto chiedendo se vi sentite dentro la storia del movimento socialista italiano ed europeo. Se vi identificate in quella storia perché, allora, non amate chiamarvi socialisti? È possibile che l’ombra della scissione di Livorno sia tanto lunga d’arrivare sino ad oggi? E se invece Livorno e la sua scissione non c’entrano affatto così come le tracce visibili che ha lasciato Bettino Craxi negli ultimi trent’anni di vita del socialismo italiano, quale mai sarà il motivo per cui non volete chiamarvi socialisti? È possibile che riteniate vera la tesi di Michele Salvati secondo cui le grandi culture politiche, a cominciare da quella socialista, abbiano esaurito ogni potenzialità vitale per cui vanno messe in soffitta? Tutto è possibile ma ciò che si pensa politicamente va detto per evitare che vi siano scollamenti o incertezze permanenti che sono i tarli corrosivi di ogni alleanza politica.

Ciò che dico ai dirigenti diessini vale ancora di più per la Margherita, partito nel quale convivono culture profondamente diverse rappresentate da Rutelli e Realacci, da Prodi e Parisi per finire ai popolari di Marini e de Mita. Chi sono, dunque, anch’essi se non si chiamano più verdi, radicali e democristiani? Credetemi, lo sconcerto è davvero grande. La politica italiana sembra destrutturata nelle sue fondamenta senza che ci sia qualcuno capace di ritrovare il bandolo della matassa per ricomporre aree culturali e politiche capaci di essere alleati in una stessa coalizione o contrapporsi nella cosiddetta democrazia dell’alternanza che, peraltro, sembra essere una scoperta di questi anni mentre è in vigore in Italia da oltre 50 anni. L'alternanza a cui ci riferiamo è quella che vive e governa l’Europa dove si confrontano e si alleano le grandi culture politiche del novecento che danno vita a socialisti, popolari, verdi, liberali e comunisti mentre in Italia nelle ultime Europee, le due maggiori liste che si sono confrontate erano solo due slogan: Uniti nell’Ulivo e Forza Italia. Non ho alcuna autorità per chiedervi ciò che vi ho chiesto se non la voglia disperata di concorrere a ricostruire quell’edificio della politica le cui macerie ingombrano la vita e lo sviluppo del nostro Paese e insidiano sempre più da vicino la nostra democrazia con sofisticati meccanismi autoritari spesso poco visibili.Paolo Cirino Pomicino

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