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"A Pirani, un fondamentalista"
25 Maggio 2004
Lettere e Interventi
Salvatore Bonadonna 24.05.2004

Ti mando un pezzetto sull'articolo di Pirani. mi pare difficile che Repubblica lo pubblichi. al tuo giudizio, ovviamente, ci tengo. un abbraccio e a presto.

Gentile dottor Pirani,

in quanto responsabile del Partito della Rifondazione Comunista per la politica urbanistica, credo di dovermi riconoscere nella sgradevole definizione di fondamentalista con la quale Lei bolla quanti hanno sostenuto e sostengono che la “perequazione” non può essere lo strumento ordinario e generale per regolare lo sviluppo urbanistico e i rapporti tra potere pubblico e privati proprietari di aree.

Credo di essere nella buona compagnia di tanti urbanisti di chiara fama che considerano il “pianificar facendo” un modo surrettizio per trasferire ai privati la sostanziale funzione di pianificare lo sviluppo urbanistico proprio in quanto proprietari delle aree. Vorrei che riflettesse sul fatto che ciò ci riporta, in termini aggiornati, alla contrapposizione, che Lei richiama al punto uno del suo articolo, tra gli interessi della rendita e i principi della Legge Sullo contro la quale, ricorda Pietro Nenni, si udì il “tintinnar di sciabole”.

Se poi, come Lei richiama a proposito dei Parchi sulla Cassia o sulla Nomentana, si mette insieme la perequazione e la compensazione, il rischio di passare dal piano deciso dal Consiglio comunale a quello contrattato diventa eclatatante. Anche perché le previsioni urbanistiche che si intende trasferire “oltre l’EUR” non erano affatto consolidate, non costituivano impegni dell’Amministrazione ma solo previsioni che un Piano successivo può annullare o modificare.

Come vede sto facendo riferimento a norme del diritto liberale e non a dettami ideologici di tipo fondamentalista.

Peraltro il nuovo PRG di Roma è stato adottato e contiene una previsione di circa 65 milioni di metri cubi da edificare. Può verificare che si possono soddisfare tutte le esigenze di abitazione, servizi e standards urbanistici. Rimangono insoddisfatti solo coloro che pensano alla inarrestabile corsa alla edificazione dell’agro romano e trovano sponda in antichi maestri dell’urbanistica folgorati sulla via del riformismo liberista.

Ma visto che Lei si fa paladino di questa “perequazione”, mi può, per favore, sintetizzare quali possono essere i valori ai quali attuarla? E, per favore, non mi risponda che con la perequazione si livella la distribuzione della rendita fondiaria tra i diversi proprietari delle aree di un comparto edificatorio! Perché, appunto, se il Piano definisce l’area da edificare, le funzioni da collocarvi, le quantità e qualità di edificazioni da realizzare, nessuno obietta al ricorso alla perequazione.

Altra cosa è che il Piano dia solo criteri direttori di massima e che i privati propongano cosa, come e dove realizzare in funzione delle aree di proprietà. Questa ipotesi è stata proprio esclusa per la battaglia condotta da un ampio schieramento, di cui mi onoro di far parte, e, se posso dirlo sommessamente, in nome del primato del “bene comune” o, se preferisce, “dell’interesse pubblico” che i riformisti che ho conosciuto – da Fernando Santi a Riccardo Lombardi; e da Giovanni Astengo a Giuseppe De Finetti, per restare in campo urbanistico – tenevano nella massima considerazione.

Mi permetta di aggiungere due brevi considerazioni.

Berlusconi e le sue leggi sulle grandi opere, sulle centrali, sulle antenne non si inserisce nello scontro paralizzante tra massimalismo e riformismo; ma nella breccia aperta da “meno Stato e più mercato”; aperta negli anni ’80 e che la cosiddetta sinistra di governo ha accentuato in nome della “deregulation” e della “modernizzazione”. Non a caso il Ponte sullo Stretto era anche nel programma del centrosinistra. Anche Berlusconi si dice riformista contro lo statalismo imperante!

Riguardo al ruolo dei Sindaci eletti direttamente mi permetto di valutare con maggiore criticità le opere realizzate a Genova, ma anche in altre città compresa Roma, e richiamare la Sua attenzione sul fatto che si tratta, prevalentemente, di interventi di recupero urbano, talvolta discutibili e discussi, che nulla hanno a che fare, in ogni caso, con la “perequazione”.

Potrei giocare con le parole, come fanno i “riformisti”, e dire che recupero, riqualificazione, riuso dei centri storici e degli immobili degradati ed abbandonati costituisce fondamentale espressione di conservazione.

Posso essere più provocatorio? Mi dica, a Suo parere, se il nuovo PRG di Roma è attaccato dai fondamentalisti antiperequazione o da chi continua a chiedere che altre migliaia di ettari di agro romano siano resi disponibili per ulteriori metri cubi di cemento oltre i 65 milioni previsti.

Cordialmente.

Salvatore Bonadonna

Responsabile Nazionale Urbanistica P.R.C.

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