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Nadia Urbinati
A cosa serve l’opposizione
8 Maggio 2009
Articoli del 2009
Mutazioni preoccupanti dei modi della politica, e scomparsa del ruolo dell’opposizione, nella fase attuale delle democrazie. La Repubblica, 7 maggio 2009

C’è un fenomeno che accomuna democrazie di diversi continenti e paesi, con più o meno solide tradizioni costituzionali, con governi di destra e di sinistra: lo sfilacciamento e l’impotenza dell’opposizione. Negli Stati Uniti, la vittoria di Obama e del Partito democratico è stata accompagnata da un crollo senza precedenti del Partito repubblicano, il quale nonostante la radicalizzazione del linguaggio reazionario di alcuni suoi leader non riesce a riconquistare credibilità presso il suo proprio elettorato; e soprattutto è incapace di definire una politica di opposizione che sia seria ed efficace. Si dirà: le sconfitte sono sempre accompagnate da delusione e smarrimento in chi le subisce.

Nulla di nuovo sotto il sole. Non é forse vero che dopo la vittoria di Reagan lo stesso destino era toccato al Partito democratico che ha impiegato due decenni per rinascere? Eppure qualcosa di nuovo sembra esserci. In Brasile, per esempio, il presidente Lula è al suo secondo mandato e gode di una larghissima popolarità, tanta quanto quella del nostro presidente del Consiglio, di Sarkozy e di Obama. A differenza degli altri paesi, la sua maggioranza ha una storia di più lunga durata e questo avrebbe dovuto consentire all’opposizione di meglio attrezzarsi al suo ruolo e raffinare linguaggio e strategia. Invece, come notano anche osservatori che condividono la politica del presidente Lula, la prova che danno di sé i partiti di minoranza (tanto di sinistra estrema quanto e soprattutto di destra) è deludente.

Eppure un governo che fa buone politiche e ha largo consenso non ha meno bisogno di essere incalzato dall’opposizione di un governo che fa politiche pessime e ha un consenso risicato. In Europa, la situazione non è diversa. In Francia, il Partito socialista non gode di miglior salute del nostro Partito democratico, e l’insoddisfazione dei suoi elettori non è meno accentuata. Pierre Rosanvallon ha avuto modo di commentare di recente le ragioni della crisi della sinistra francese e ha osservato che è fuorviante parlare genericamente di crisi delle ideologie. In realtà, a essere in crisi è solo l’ideologia che esce sconfitta dalle elezioni.

L’identificazione delle elezioni con la competizione sportiva, la lettura dell’esito elettorale in termini di vittoria-e-sconfitta, è un segno indicatore per comprendere quella che chiamerei la sindrome dell’inutilità della dialettica politica post-elettorale. Il suffragio, come sappiamo, contiene due diritti: quello di formare una maggioranza (i voti si contano) e quello di essere rappresentati (i voti si traducono in seggi). Il secondo non è meno importante del primo perché il Parlamento, per godere di una legittimità non solo formale, dovrebbe essere in grado di riflettere il maggior numero delle componenti ideali della società, anche quelle che non hanno vinto. Chi ha "perso" le elezioni è assente dall’esecutivo ma non è né può essere assente dal Parlamento. In questo senso è scorretto usare il linguaggio della vittoria e della sconfitta perché suggerisce l’idea - fuorviante e pericolosa - che conta solo chi vince.

Nell’ottica della vittoria e della sconfitta, l’opposizione non pare avere altro ruolo che quello di testimoniare i perdenti presso il pubblico dei vincitori. E il perdente in una competizione che registra solo chi vince è certamente inutile o impotente; non conta nulla. Ma questa non è né la logica né la procedura che opera nelle democrazie rappresentative, anche se è vero che i sistemi elettorali maggioritari sono più di quelli proporzionali predisposti a favorire questa mentalità. Ma l’intensità del problema che si manifesta oggi travalica la stessa funzione dei sistemi elettorali e chiama in causa la cultura politica, se si vuole l’ethos, il modo di pensare che si sedimenta nell’opinione pubblica. Le democrazie contemporanee sembrano essere sempre di più governi della maggioranza, non semplicemente sistemi nei quali i partecipanti alle decisioni parlamentari decidono secondo il criterio di maggioranza. L’etica della gara per la vittoria è il segno di uno stravolgimento della partecipazione alla costruzione della politica nazionale, perché è evidente che anche chi non ha conquistato la maggioranza contribuisce a determinare la politica nazionale: lo fa sia perché siede in Parlamento e il suo voto è comunque decisivo anche quando sia solo per registrare l’esito di una votazione, sia perché la sua presenza è comunque attiva, attraverso la voce, la contestazione e la capacità di condizionare una proposta di legge. Il lavoro dell’opposizione ha una grande dignità e il voto a un partito che non vince non è un voto perso.

Ma l’ideologia che sembra dominare il campo oggi è quella che vuol far credere che la popolarità dei sondaggi renda l’opposizione inutile, che la maggioranza sola debba governare e che i leader debbano essere come in una permanente campagna elettorale. Un elemento che non può sfuggire in questa politica della celebrità del capo e della sua maggioranza è l’esautoramento delle assemblee legislative. Il Parlamento decade nella misura in cui solo la maggioranza ha voce e visibilità. La funzione dell’opposizione è anche per questa ragione cruciale - la sua sconfitta numerica non si traduce mai in una sconfitta del suo ruolo politico, perché la sua voce e la sua presenza sono la nostra garanzia di libertà democratica. Più di questo: l’opposizione politica è depositaria della nostra certezza che l’alternanza democratica non è un’utopia. Ci si dovrebbe imporre di non ascoltare le sirene dell’ideologia dell’inutilità dei perdenti perché il gioco democratico ci assicura che non c’è la fine della storia.

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