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Elizabeth Rosenthal
A casa in Italia, ma ancora emarginati
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
Sassuolo: Europa. I problemi di integrazione degli immigrati in Italia, dalla cittadinanza in giù, guardando alle periferie francesi in fiamme. International Herald Tribune, 16 novembre 2005 (f.b.)

Titolo originale:At home in Italy, but still apart – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

SASSUOLO – Da qualunque punto di vista, la famiglia Qasim è fatta da cittadini modello, il tipo di persone che si vorrebbe avere come vicini di casa.

Zahi Qasim, un uomo serio in maglione a V e pantaloni sportivi, è capo reparto in un’azienda meccanica, rispettato lavoratore. Sua moglie Khalwa Ghannam è insegnante, parla correntemente tre lingue. Osama, 12 anni, lo conoscono tutti: è il primo della classe. L’esuberante Ali, un anno, adora sgattonare sulle piastrelle lisce del pavimento in soggiorno – decorate di proverbi del Corano – all’inseguimento del pallone sotto i tavoli.

Quando siamo andati a trovarli in questa città industriale del nord appena fuori da Modena, i Qasim si sono esageratamente scusati di non poterci offrire il pranzo, dato che stavano osservando il Ramadan.

Ma in Italia i Qasim, originari della Palestina, non sono cittadini, anche se hanno trascorso metà della vita a lavorare duro qui, costruendo una famiglia. La legge restrittiva sulla cittadinanza italiana consente solo dopo dieci anni di residenza agli immigrati di chiedere la cittadinanza, ed è piena di clausole difficili da rispettare. I bambini, entrambi nati in Italia, ne avranno diritto solo all’età di 18 anni. “Ci piacerebbe molto essere italiani” dice la signora Ghannam, 37 anni, incinta di sei mesi, vestita con un hajib marrone.

La loro vita, anche se sicura dal punto di vista finanziario, è piena di piccoli odiosi promemoria del fatto che loro non sono del tutto accettati in un paese che chiamano casa da vent’anni.

Dopo le bombe di Londra quest’estate, Qasim, 42 anni, è stato interrogato dalla polizia, che ha anche perquisito la casa. Crede che il suo cellulare sia sotto controllo. Quando sono venuti degli amici da Trono per la cena di Ramandan, la polizia è passata a chiedere chi fossero, rimproverando ai Qasim di non averli denunciati. I loro sforzi di acquistare un edificio per una Scuola Domenicale musulmana sono stati bloccati per due anni dai politici locali con la scusa della carenza di parcheggi disponibili. Le chiese a Sassuolo non hanno parcheggi, nota.

”Certo che mi infastidisce, è perché siamo musulmani, non lo farebbero a un europeo” racconta. “Diciamo ai nostri bambini che devono impegnarsi a fondo, essere i migliori in Italia, che con l’odio non si va da nessuna parte. Questa non è la nostra città, e hanno il diritto di controllarci, se vogliono”.

I leaders europei sono stati costretti a una scomoda introspezione nelle scorse due settimane, con automobili e edifici che bruciavano in Francia, incendiati da musulmani immigrati di seconda e terza generazione, che non hanno mai sentito l’Europa come una casa che dava loro il benvenuto. Se sta accadendo in Francia, dove la maggior parte dei musulmani sono almeno cittadini, potrebbe accadere in Italia, o Germania, o Inghilterra: in una qualunque delle altre numerose nazioni europee che hanno vaste underclass islamiche.

”Se non inteveniamo seriamente con programmi sociali e realizzazione di case, potremmo presto avere parecchie Parigi, qui” ha avvisato Romano Prodi, ex presidente dell’Unione Europea ora leader dell’opposizione italiana.

Anche se è stata una particolare miscela di alienazione, disoccupazione e rabbia ad accendere le periferie di Parigi, le politiche governative e l’atteggiamento sociale di molti paesi europei cospira per isolare, anziché integrare, gli immigrati in genere – e quelli musulmani in particolare – anche se vivono in Europa da anni.

Molti musulmani dicono di sentirsi particolarmente vulnerabili dopo le bombe di Londra, coi governi europei che intensificano la vigilanza sulle loro comunità per snidare terroristi che potrebbero nascondersi all’interno. Un sospetto degli attentati di luglio è stato scoperto in Italia settimane più tardi.

A Sassuolo, città industriale del nord di 40.000 abitanti, nota per le sue fabbriche di piastrelle, non ci sono stati incendi o violenze. Ma certo ci sono state alcune simboliche scintille e una buona dose di tensione da quando i musulmani – di solito arrivati da poco in Italia – hanno cominciato a riversarsi qui, da dieci anni.

Quest’estate, ci sono state infuriate proteste da parte di immigrati e gruppi sindacali di sinistra, dopo che il comune aveva sgombrato gli occupanti di un grosso edificio verde ad appartamenti, chiamato Casa San Pietro, quasi tutti musulmani immigrati dal Marocco.

”C’erano degli spacciatori, luce e bagni non funzionavano, stava cadendo a pezzi” dice il sindaco Graziano Pattuzzi, spiegando la sue decisione. “I cittadini sostengono che c’erano armi in quell’edificio, e la polizia si rifiutava di rispondere alle chiamate lì, per paura di essere aggredita con pietre e bottiglie. La situazione era insostenibile”.

Un altro motivo, spiega il sindaco, era di porre fine alla ghettizzazione dei nuovi immigranti e promuovere l’integrazione, sottolineando come gli esperti sostengano che i distretti debbano contenere un massimo del 4% di immigrati. Concentrazioni più elevate isolano solo gli immigrati dagli italiani e viceversa, sostiene.

Circa il 9% della popolazione di Sassuolo non è italiana, e il 68% di questi stranieri è musulmano. Alcuni edifici ad appartamenti sono diventati quasi completamente marocchini, dice il sindaco.

I leaders della protesta riconoscono che il quartiere attorno alla Casa San Pietro era interessato da piccoli crimini, ma sostengono che non avessero nulla a che spartire con gli abitanti, in maggioranza lavoratori e in parte proprietari degli appartamenti.

In realtà, sostengono, l’amministrazione di Sassuolo ha favorito il crearsi di un clima di razzismo, o almeno ha fatto poco per contrastarlo.

”Siamo al punto che quando aprono un call center o un ristorante pachistano, nasce subito un gruppo di residenti per protestare contro” dice Paolo Brini, leader sindacale che ha aiutato a organizzare gli immigrati.

Al momento un gruppo di cittadini del quartiere Rometta sta tentando di bloccare la costruzione di un complesso residenziale perché probabilmente attirerà immigrati, racconta Brini, aggiungendo, “È una bomba sociale a orologeria”.

A differenza della Francia e Gran Bretagna, dove gli immigrati musulmani hanno iniziato ad arrivare dalle ex colonie molti decenni fa, in Italia il fenomeno è relativamente nuovo. A Sassuolo, sono cominciati ad arrivare uomini soli 15 anni fa, seguiti poi dalle famiglie negli ultimi 7-10 anni. Oggi in alcuni quartieri, circa la metà dei bambini delle scuole sono di famiglie immigrate, dice Pattuzzi.

È stato uno scomodo adattamento. Ghannam racconta che suo figlio ha sopportato le prese in giro per il suo nome, Osama, specialmente dopo l’11 settembre. D’altra parte, gli insegnanti sono stati comprensivi quando l’alunno era assente per le feste musulmane, e uno si è anche informato su come individuare la direzione della Mecca, in modo che Osama potesse pregare durante una gita scolastica.

Quando i Qasim sono entrati nel loro appartamento, al terzo piano sopra un fruttivendolo, i vicini italiani erano freddi e ostili. Ma col tempo è migliorata, raccontano.

Qasim dice di non partecipare alle proteste per la Casa San Pietro, di credere che i musulmani dovrebbero mischiarsi un po’ di più coi locali, non importa quanto sia difficile.

Molte famiglie italiane si lamentano di questi arrivi, riconosce il sindaco, facendo l’equazione fra musulmani e piccola criminalità. Di fatto uno dei motivi per cui la Casa San Pietro si è trasformata in un ghetto, racconta, è che c’erano molti padroni di casa italiani che si rifiutavano di affittare a musulmani.

”Ci sono modi di arrivare all’inclusione o integrazione, quando si tratta di lavoro, culture, istruzione, vita cittadina” dice.

E molti esperti dicono che Sassuolo non è una potenziale scintilla da incendio, come le periferie parigine, dato che il lavoro è ancora piuttosto abbondante e c’è bisogno di manodopera “straniera” in questi centri industriali.

”Non voglio fare l’ottimista che tiene un occhio chiuso, ma una delle differenze importanti è la forte disoccupazione, che qui non è un problema” dice Antonio Oriente, preside di una scuola superiore di Sassuolo.

In effetti, Qasim racconta che è sempre stato trattato con rispetto al lavoro, gli è anche stato dato un posto dove pregare cinque volte al giorno, per esempio. Su posto di lavoro, racconta, si sente “come se fossi un italiano”.

Ma col declino economico dell’Italia, Brini dice che le fabbriche presto licenzieranno 500 lavoratori, il che potrebbe rappresentare la scintilla. La società italiana non è stata aperta, ha offerto banalità sulla fratellanza e poco altro.

”Non abbiamo mai pensato agli immigrati come a persone che sarebbero state qui a vivere per il futuro” dice Renzo Guolo, sociologo e islamista all’università di Padova, aggiungendo, “Semplicemente non sappiamo come costruire una società di diversi gruppi etnici”.

Un primo passo importante, lui e altri sostengono, sarebbe quello di consentire un accesso più facile alla cittadinanza. “Come possiamo aspettarci che seguano la legge, se non diamo loro qualcosa che li faccia sentire parte della nazione?” si chiede Guolo.

l’Italia è uno dei pochei paesi in Europa dove la nascita non conferisce cittadinanza. E nonostante gli immigrati possano fare richiesta dopo dieci anni di comprovata residenza legale, lo stato non ha l’obbligo di rispondere the state entro tempi determinati, e la pratica spesso si allunga, dicono gli esperti.

Ma se Qasim non è italiano, è difficile capire cosa sia, dato che non ha nessun altro posto che consideri casa sua. La famiglia mantiene una casa a Ramallah e ci torna per le vacanze estive, ma Osama non lega più coi ragazzi della sua età, che racconta in maggioranza lavorano a tempo parziale. Qasim, che ha abitato in Italia durante le due intifada, non si sente sicuro in Palestina. Quando Osama parla arabo coi suoi genitori, è spruzzato di italiano.

”Non perderò mai le mie radici, ma dobbiamo vivere come italiani perché è il nostro paese, adesso” dice Qasim, che, anche se devoto, ha rinunciato ad alcune delle più ortodosse rigidità dell’Islam: quelle che considera di carattere culturale ma non essenziali per la pratica religiosa.

Per esempio, uomini e donne si mescolano e lavorano fianco a fianco nella Associazione Islamica che Qasim dirige, anche se in Medio Oriente sarebbero separati. Poi, anche se gli piacerebbe che sua figlia indossasse abiti musulmani – come la moglie – dice che lascerebbe scegliere la ragazza. “Ci sono aspetti dell’Islam che funzionano in Palestina, ma non qui”, dice.

Molti musulmani in Italia, come i Qasim, hanno seguito con attenzione le rivolte francesi su Al Jazeera, la TV araba via cavo. Ezzedin Fatnassi, 41 anni, Imam originario della Tunisia in una moschea di un’altra città industriale del nord, Bassano Del Grappa, si oppone alla violenza, ma dice che “una volta iniziata, bisogna capirne le ragioni”. È rimasto scioccato quando casa sua è stata perquisita dopo le bombe di Londra.

Anche Qasim, crede che arresti e coprifuoco abbiano solo aggravato la situazione in Francia. “È sbagliato usare la polizia” dice. “Quando si parla con le persone, li si fa sentire parte della grande società. Se li si fa sentire emarginati, si ribelleranno”.

È una lezione che molte nazioni europee stanno imparando con fatica. Le due moschee di Sassuolo, riferimento per duemila fedeli, sono strutture improvvisate di legno in vecchi spazi industriali, sempre in lotta per la sopravvivenza.

Dopo due anni di rinvii, Qasim è riuscito ad aprire il suo Centro Islamico – che comprende una sala di preghiera e una scuola domenicale- ma invita i membri a parcheggiare lontano, per non provocare le autorità. L’imam scelto, uno yemenita già schedato per un visto dalle autorità italiane, è stato di nuovo interrogato dalla polizia locale.

Quando parla con suo figlio Osama, dopo vent’anni in Italia, Qasim ripete ancora il mantra dell’immigrato: ignora le offese, lavora più dei tuoi compagni di classe. “E comunque, gli dico, i palestinesi sono abituat ad essere controllati: pensa solo come sarebbe a Ramallah”.

Nota: il testo originale al sito dello International Herald Tribune (f.b.)

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