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Giorgio Todde
70 milioni di metri cubi
2 Aprile 2007
Giorgio Todde
Con l’entrata in vigore del decreto salva coste ...

Questo articolo è stato pubblicato contemporaneamente su eddyburg.it e su la Nuova Sardegna (27 febbraio), quest'ultimo ha titolato "Col decreto salvacoste in Sardegna ora cresce una nuova coscienza civile"

Con l’entrata in vigore del decreto salva coste un indimenticabile consigliere regionale argomentò, con una logica tutta d'un pezzo, che il danno della legge già si avverava e che la dimostrazione consisteva in una drammatica diminuzione degli ordinativi degli infissi. Gli infissi fermi nelle fabbriche rappresentavano, secondo il consigliere, un segno certo di come la crescita si sarebbe inesorabilmente fermata. L’argomentazione conferisce all’infisso un folgorante valore simbolico e essa tratteggia un modo non isolato di ragionare.

Si creò, in reazione al decreto, un immediato clima da controriforma che oltre a fornire una rendita perpetua a pensosi studi legali, ha determinato la divisione della cosiddetta opinione pubblica in due parti. Si è scritto, si è discusso, si sono organizzati convegni interminabili contro le regole e a favore delle regole e, mentre anche le poltroncine sbadigliavano, si cercavano scappatoie e si ragionava di vulnus mortali, proprio così, ai Comuni, di autonomie soffocate oppure, sosteneva la parte avversa, rispettate. Intanto, per fortuna, alcuni punti fermi restavano decisi e stabiliti.

Per esempio.

Tutti sanno che le cosiddette zone F dei piani regolatori erano quelle aree destinate allo sfruttamento turistico, le zone più belle, puntigliosamente perimetrate nelle carte. Oggettivamente più belle, visto che esiste un bello assoluto sul quale tutti i contendenti, guarda caso, sono d’accordo. Ma il fatto è che sommando le volumetrie previste nelle zone F la nostra Isola sarebbe stata, in assenza di regole, ricoperta di 70 milioni di metri cubi. Lo sarebbe stata, questa era l’intenzione disgraziata, se le zone F non fossero state provvidenzialmente cancellate dalle nostre cartografie attraverso le nuove norme.

Si arrestò di colpo la sbornia cementificatrice destinata ad arricchire pochi e a produrre un danno irreparabile e eterno. Il territorio sarebbe stato definitivamente consumato e reso irriconoscibile e con esso saremmo stati irriconoscibili anche noi. Altro che Popolo Sardo, altro che identità senza uguali, sepolti sotto i mattoni. Si mobilitò un piccolo esercito di garçon pipì al servizio delle imprese, innumerevoli pesci pilota navigavano nervosi nelle nostre acque terse. Si moltiplicarono i mediatori, i conciliatori pronti a tutto. E l’onorevole preoccupato per gli infissi - archetipo di un ragionare diffuso – continuò, pare, a preoccuparsi.

Secondo la parabola sviluppista quei 70 milioni di metri cubi avrebbero costituito una quantità equivalente di lavoro e di benessere, la pietra filosofale dello sviluppo, il mattone filosofale.

Un’argomentazione falsa alla quale gli economisti ( perfino la banca mondiale ) hanno da tempo fornito una risposta. Per quanto sia vero che paesi ( piccoli, di solito isole ) prosperino per il turismo è ancora più vero che il modello di crescita sostenuta dal metro cubo ha creato in buona parte del nostro meridione una diffusa povertà intrecciata con la delinquenza organizzata, ha cancellato migliaia e migliaia di chilometri di coste. E questi 70 milioni di metri cubi avrebbero ripetuto una realtà drammatica già vista. Avrebbero consolidato rendite, sì, ma non sviluppo. Si sarebbero arricchiti i già ricchi. Si sarebbe creato un lavoro facile, certo, ma di bassa specializzazione e, principalmente, di breve durata. Poi, daccapo, tutti poveri. Ma, soprattutto, avremmo esaurito il territorio e creato 70 milioni di metri cubi di interminabile dolore. Il contrario di uno sviluppo durevole.

Ma nelle discussioni infinite intorno all’argomento c’è un aspetto importante che anche i sostenitori degli infissi dovrebbero, guardando oltre gli infissi, tenere in considerazione.

Il responsabile di questo processo di civilizzazione non è un solo un governo e non è una legge per quanti insegnamenti possano essere contenuti dentro un codice. Quel governo e quella legge sono l’espressione di un mutamento storico nella percezione che la nostra società ha dei grandi valori, anche economici, connessi al paesaggio e al territorio. Ed è questo mutamento avvenuto nell’opinione pubblica che ha determinato la necessità di regole certe e ha dato forma a un governo. Non il contrario.

In altre parole la cosiddetta opinione pubblica ha richiesto un cambiamento nel governo del territorio e quello che avviene è quello che è stato richiesto. La maggioranza desidera che l’Isola sia conservata, protetta e tutelata dalle norme.

Il simbolo dell’infisso abbandonato nei magazzini contiene una sua sostanza. Ma l’argomentazione che la disoccupazione scompare con l’apparizione e la moltiplicazione degli infissi - metafora di un’economia che funziona – è fasulla. Quando tutto sarà costruito e ogni angolo colmato di metri cubi non sapremo più dove cercare lo sviluppo. Così gli infissi e tutto quello che essi rappresentano nell’allegoria concepita dall’onorevole, torneranno a giacere nei magazzini, per sempre.

P.S.: Nel 1834, quando la Sardegna era lontana dal “grand tour” Antoine Valery scrive di Cagliari e della necropoli di Tuvixeddu. Decanta la bellezza del colle e delle sepolture che però, dice Valery, “ gli abitanti della città notano appena”. Beh, evidentemente le vicende e le parole di oggi hanno origini lontane. Noi siamo sempre gli stessi. Interessati agli infissi sui quali fondiamo il futuro e il passato non ci interessa.

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