loader
menu
© 2022 Eddyburg
Ilaria Boniburini
3. A casa di Gathogo e Polly: estratti di vita africana urbana
6 Novembre 2010
Lettere da Nairobi e Kigali
Come ci si muove (aiutati da matatu, tuc tuc e boda boda) e come si abita da amici kenioti. 31 ottobre 2010

Le prime due settimane del mio soggiorno a Nairobi sono stata ospitata a casa di Gathogo e Polly (lui ex compagno di master, lei la sua simpaticissima moglie che abbiamo conosciuto nel 2004). Da loro, in Langata, e più precisamente ad Uhuru Gardens, prima periferia di Nairobi, ho fatto vera vita africana urbana (da middle class).

Questa comprende lunghi viaggi sui matatu (pulmini a 13 posti che suppliscono alla carenza di trasporto pubblico) nel traffico allucinate (sempre peggio aimè, ed ugualmente polveroso) e assordante (musica a manetta e ora anche video!) tra casa e lavoro. Ma devo dire che è più comodo, di una volta: non stipano più persone di quelle consentite perchè il conducente rischia ora di prendere una salatissima multa se lo beccano.

Matatu e sfera pubblica

Il viaggio in matatu non si può descrivere senza perdere gran parte del suo fascino, e anche della sensazione di terrore. Guidano spericolatamente, su strade dal fondo sconnesso, salendo su marciapiedi, cordoli, deviando per carraie, sorpassando sia a destra che a sinistra, tutto nel tentativo disperato di evitare il traffico.

Innanzitutto, dove si prende il matatu? Siccome non fa parte del sistema di trasporto pubblico, le sue rotte non sono scritte da nessuna parte, bisogna chiedere in giro, ma sta pur sicuro che un matatu che va dove hai bisogno di andare quasi sicuramente c’è. Ogni tratta ha due punti di carico e scarico “fissi”: i capolinea, i punti intermedi sono piuttosto flessibili (traffico permettendo), diciamo a richiesta. A Nairobi centro il capolinea è in downtown, nei pressi della fire station oppure vicino alla bus station, in entrambi i posti e più generalmente nella downtown, c’è un caos di mezzi e di persone inimmaginabile. La downtown si sviluppa a est e nord est di Nairobi, il confine è la mitica Tom Mboya Street. Al di là, la Nairobi “locale” al di qua, la Nairobi “internazionale”.

In questo caos, trovare il numero giusto non è cosa da poco. Ma se tu non trovi lui, lui, o meglio il “controllore” del matatu trova te. Siccome c’è concorrenza spietata tra mezzi, ogni business cerca di riempire il prima possible il matatu per poi partire, quindi urlano (in Swahili) la meta e il prezzo, con una cantilena che sembra quasi una filastrocca.

Non è neache il caso di specificare che anche i prezzi sono mutabili… la tariffa dipende dal mezzo (più o meno alla moda e dotato di IT, come il video), dall’ora (nell’ora di punta costano di più) e dal tempo atmosferico (quando piove il prezzo della corsa subisce immediatamente un incremento!). Ogni matatu può caricare 15 persone: l’autista, due passeggeri davanti, 12 passeggeri dietro e il “controllore” che ha il compito di trovare i viaggiatori, risquotere il pedaggio, e gestire le fermate.

Dal momento che comincia la corsa, le comunicazioni tra passeggeri, controllore e autista sono fatte perlopiù di segni… la musica assordante rende qualsiasi conversazione orale assolutamente inutile. Il controllore comunica all’autista attraverso delle manate date sulla lamiera del mezzo (oppure utilizzando una moneta, provocando quindi un suono metallico che riverbera ovunque). Un picchio significa che può ripartire, due picchi che alla prossima fermata (ipotetica, immaginata, sottointesa) si deve fermare. Le comunicazioni tra passeggeri e controllore consistono in tocchi con un dito sulla spalla. Se è il controllore che te lo da, significa che gli devi pagare la corsa. Se sei tu che lo dai a lui, significa che alla “prossima” vuoi scendere.

E’ un luogo privilegiato il matatu, riesci a vedere come funziona la città, come comunicano le persone, riesci a guardare quelle bellissime faccie senza essere insolente. E ne puoi sentire l’odore e ti puoi togliere il desiderio e la curisità di sfirorare il braccio di un bambino, di una donna o di un uomo senza che questo provochi alcun problema: lo spazio nel matatu è risicato!

Tutto sommato è un mezzo efficiente nell'inefficienza assoluta del sistema. Il matutu è un icona della città Africana. A Nairobi rappresenta la trasgressione (dalle regole del traffico, dell’economia, e della politica, che in più momenti ha tentato di bandirli), la creatività, la bizzaria dei kenioti. E’ al tempo stesso mezzo di comunicazione, non solo perchè trasporta persone da un luogo all’altro, ma anche perchè offre uno spazio di comunicazione, e prodotti culturali. Alcuni matatu sono dei veri e propri oggetti d’arte, per i colori, i graffiti che riportano sulla carozzeria, per la cura degli interni, per la musica o i programmi radiofonici che trasmettono.

Sono anche parte di quella “sfera pubblica” che si nutre di “rumours”, potenti mezzi di “verità” paralleli al sistema formale di informazione (media, giornali, radio e TV). Questa rete di comunicazione informale (detta anche da Musila “Kenyan grapevine”) prende vita dai discorsi popolari che si formano al mercato e sui matatu, e può diventare una forma potente di contestazione. La sua “legittimità” e forza la si capisce dal momento che le istituzioni e i media tentano di screditarla o ancora peggio di cooptarla. Qeusto “rumor” non è l’esclusivo dominio del pubblico discontento, ma un mezzo polivalente di cui talvolta si serve anche la classe politica. E’ soprattutto attraverso questo media che i Kenioti sono informati e totalmente coscienti della corruzione che divampa nel loro paese. Non c’è persona, per quanto distante essa sia dalla città, che non è a conoscenza delle malefatte della classe politica e dell’elite (c’è una strettissima correlazione tra i due gruppi, quasi una sovrapposizione geometrica…).

Tuc tuc e boda boda

Oltre ai matutu ci sono anche i tuc tuc, ovvero dei mini matatu che fanno la spola tra fermate dei matatu e quartieri non serviti dai mezzi collettivi. Affrontano tragitti più brevi e spesso su strade non asfaltate e raggiungono gli slum oppure i compound distanti dalle arterie principali. Ci stanno 4, a volte anche 5 persone, se magre. Si tratta di un Ape della Piaggio adattata al trasporto di passeggeri. E’ un servizio importantissimo, soprattutto per le donne che alla sera dalla fermata del matatu (da una arteria principale quindi) devono raggiungere la loro abitazione, attraverso strade non illuminate e non molto frequentate.

In questi ultimi anni sono proliferati i boda boda ovvero i taxi motocicletta, che fanno più o menoil servizio dei tuc tuc. Sono diffusissimi soprattutto nelle città minori e nei paesi. Questo mezzo si è diffuso perchè hanno prezzi di molto inferiori alle automobili e permettono ai giovani di guadagnarsi da vivere. Ma purtroppo, data la precarietà del mezzo, il non essere avezzi alle due ruote, alle condizioni delle strade e la guida spericolata (anche senza patente), i boda boda sono oggetto di tantissimi incidenti. Mi diceva un taxista, che nella città di Eldoret la metà dei pazienti in ospedale sono vittime di incidenti da motocicletta.

Tran tran giornaliero

Arrivata a destinazione (università, uffici comunali, biblioteca, archivio, etc.) la mia giornata prosegue tra appuntamenti, attese, attraversamenti (sto al passo degli africani!), studio, letture, e si conclude piuttosto presto, 5-6 del pomeriggio, per consentire un rientro a casa prima che faccia buio.

A meno che... si prenda un taxi (cosa che evito il più possibile, visto che non sono poi così economici) o non si aspetti Gathogo, che da buon professionista possiede un automobile e spesso passa a prendere la moglie e rientrano a casa insieme. Lui dice sempre “I am on my way… almost in town…” ma magari non arriva in città prima delle otto di sera.

E allora sto 2 ore nel loro cafè preferito “The Mug” (un Giava più locale, ma sempre per middle-high class, però più africano che europeo) dove praticamente loro sono di casa. Spesso aspetto con Polly, anche lei in attesa e magari altre persone che passano e poi vanno.

Il rientro a casa con Gathogo comprende SEMPRE una tappa al supermercato che è aperto se non tutta notte almeno sino alle dieci di sera. Sono incredibili, altrochè il Nakumatt del 2004! Questi fanno competizione a quelli inglesi e americani per la quantità di roba e ‘schifezze’ varie (tra patatine e dolcetti c'è da perderci l'occhio e la linea!). Anche qui è arrivato il latte appena munto che si scarica nelle bottiglie di plastica da un mega dispenser. Famiglia Gathogo (soprattutto Polly) da buoni ecologisti usano questo metodo, il che richiede almeno due tappe settimanali a riempire le 4 bottiglie da 1.5 litri!

Ora che siamo a casa sono le 9 passate e anche se non ho fatto niente dalle 5 del pomeriggio sono esausta e la testa sta per esplodere dalle chiacchiere e dalle infinite immagini che durante la giornate si sono accumulate e che continuano a mandare impulsi al cervello. Ma non è finita... doccia veloce e poi cena... televisione praticamente sempre accesa... spesso i bambini sono ancora alzati: Anissa di 30 mesi, che richiede un pò di attenzione e Fathili, 7 mesi che aspetta la sua tettata. Ci si aggiunge un gattino che miagola in continuazione...

Sometimes is just too much!

Dimenticavo, c'è una tata tuttofare che vive con loro, che accudisce i bambini, tiene in ordine la casa e prepara da mangiare: chapati favolosi!!!!!! Ma anche il resto non è male. Frutta deliziosa e riso saporitissimo, ugali (che poi non è altro che una specie di polenta) e quelle verdurine che tagliano finissime che non ricordo il nome. Raramente carne, ma poi fagioli, di vari colori, lenticchie e altre cose.

"Dam view estate" in Uhuru gardens

Vivono in un tipico appartamento da middle class: in una palazzina di 4 piani (a volte sono anche di 8), parte di un compound che comprende altre palazzine, ovviamente recintato da un alto muro e monitorato da una guardia 24 ore al giorno, che controlla chi entra e chi esce.

La palazzina ha dei tipici dettagli che a me sembrano "nairobesi" tipo l'uso del bowindow inglese ma usato per tutta l'altezza, richiami di semitettucci a capanna o addirittura a mansarda o peggio da chalet di montagna, e un archetto messo sempre da qualche parte. Nell'insieme diventa tipico di qui, comunque nulla di peggio di quanto succede da noi, anzi quasi piacevoli!

C'è un cortile, spazio per stendere e parcheggiare. Ci sono tutti i comfort: luce, gas (bombole) acqua potabile (o quasi), fognature. Ma al di fuori del compound sembra di essere in campagna, le strade interne, cioè quelle che dall'arteria principale (Langata Road) portano alle lottizzazioni sono sterrate, con buche che potresti annegarci dentro in tempo di heavy rain! Ai bordi delle strade i soliti gabbiotti che vendono immancabilmente le ricariche della Safaricom (rete cellulare), caramelle sciolte, i banchetti delle verdure, le donne che a terra cucinano ugali e spezzativo da vendere ai lavoratori nei paraggi (in these days vicino c'è sempre un cantiere). Non mi manca la compagnia nel percorso da casa alla fermata del matatu.

C'è anche un mini market, very basic (dove Gathogo famility non ha mai messo piede, ma la tata si, a comprare qualcosa che manca all’ultimo minuto) con gestori molto simpatici. A fianco un hotel (bar) dove fanno un chapati delizioso. E' una versione antecedente al centro commerciale moderno, che è ancora diffuso fuori Nairobi. A me ricorda un pò i “minimarket” che si trovavano nelle frazioni di campagna, dove accanto al bar c’era un piccolo alimentari con le cose essenziali, generalmente gestito dalla moglie del barista!

Questi negozietti, credo che siano utilizzati soprattutto dalla lower class che si trova in zona, o perchè lavora per la middle class (le varie tate, house help, lavandaie eccetera) o perchè hanno subaffittato una camera nelle casa della middle class, che così arriva a fine mese meno strafogata e si può permettere una macchina!

Ma entriamo in casa... potresti essere da qualsiasi parte del mondo, non c'è quasi nulla dentro che ti fa pensare che sei in Africa, forse la televisione se stanno trasmettendo un programma in swahili. C'è praticamente tutto quel che occorre, tranne la lavatrice. Al suo posto viene utilizzata una signora che tutti i venerdì viene a lavare a casa a mano tutto quello che si accumula in una settimana, e torna il lunedì a stirare. Per un totale di 3 euro alla settimana! Insomma conviene usare lei piuttosto che comprare una lavatrice. Di tipico c'è una stanzetta a fianco della cucina: qui c'è un rubinetto che butta acqua direttamente a terra e un fornelletto di quelli africani, è praticamente l'equivalente dell'aia che si trova nelle case rurali. Finestra sempre aperta, si distende qui la biancheria intima, si mette l'immondizia, si cuociono le cose ingombranti, si lavano frutta e verdura, c'è la cuccia del gatto e adesso c'è anche un gallo... ma questa è un'altra storia.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg