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Mose, il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar

Il Consiglio di Stato ha dato ragione al Consorzio Venezia Nuova (un consorzio di imprese di costruzione cui lo Stato ha delegato lo studio, la sperimentazione, la progettazione e l’esecuzione di tutte le opere per la salvaguardia della Laguna di Venezia): il vero Potere che, nell’assenza o nella complicità di quelli istituzionali, governa la città più bella del mondo. Le informazioni sono da la Nuova Venezia del 21 e 22 dicembre 2004

(21 dicembre) Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar Veneto sul Mose. L’iter delle apporvazioni, secondo i giudici romani, sarebbe stato regolare. Ma il Codacons, l’associazione in difesa dei Consumetori, annuncia un nuovo ricorso all’Europa. «E’ un’opera inutile, che non risolverà il problema delle acque alte, stravolgerà l’ambiente e peserà sulle casse dello Stato», dice il presidente nazionale del Codacons, avvocato Carlo Rienzi.

Una storia che non è finita, quella della grande opera. Sabato il congresso provinciale dei Ds ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che invita il Comune a fare marcia indietro sulla salvaguardia, e a recuperare un ruolo da protagonista nella vicenda. E i dubbi sulla grande opera aumentano. Intanto però i cantieri proseguono spediti, A Punta Sabbioni è nato un nuovo comitato («I danni del Mose») che chiede di sapere cosa succederà al loro territorio. A Ca’ Roman gli ambientalisti della Lipu protestano perché l’oasi naturalistica sarà presto invasa dai cantieri. A Santa Maria del Mare è previsto il taglio della diga ottocentesca per realizzare l’enorme conca di navigazione. A Sant’Erasmo già si lavora ai fondali dell’isola artificiale da 7 ettari e mezzo che sorgerà davanti al bacàn. I progetti già in parte approvati prevedono lavori per 4 miliardi di euro e alle tre bocche una colata di milioni di metri cubi di cemento. Così il Codacons, come già le associazioni ambientaliste, hanno fatto ricorso all’Europa. (a.v.)

«Sul Mose ricorso alla Corte europea»

(22 dicembre) «Siamo stupefatti da questa sentenza che dà il via libera al Consorzio Venezia Nuova senza nemmeno considerare le normative europee e le alternative possibili». All’indomani della sentenza del Consiglio di Stato, che ha respinto in blocco i ricorsi contro le procedure di approvazione del progetto Mose, ambientalisti e Codacons annunciano un ricorso alla Corte europea. «Rischiano di stravolgere l’intero ecosistema lagunare senza risolvere il problema delle acque alte», protesta il responsabile nazionale del Wwf Stefano Lenzi, «c’erano soluzioni più economiche e reversibili che avrebbero permesso di affrontare il problema senza distruggere la laguna».

Di segno opposto il commento del presidente del Veneto Giancarlo Galan. «Il sindaco Costa ora dovrebbe chiedere i danni ai suoi assessori che lo hanno costretto a fare un ricorso assurdo», dice Galan, «la grande opera è partita e Venezia tra qualche anno sarà al riparo dalle acque alte eccezionali».

Una battaglia che continua in sede politica. I Ds hanno approvato al loro congresso un ordine del giorno che impegna la prossima amministrazione a «cambiare registro sulla salvaguardIa». «Il Mose è la madre di tutti gli sprechi», commenta la deputata dei Verdi Luana Zanella, «non risolverà il problema delle acque alte ma in compneso comprometterà l’attività del porto e provocherà seri problemi alla laguna».

Intanto l’iter del grande progetto va avanti. Sono decine i Grandi cantieri approvati in questi giorni dal Comitato tecnico di magistratura e dalla commissione di Impatto ambientale della Regione. Saranno installati dal Consorzio Venezia alle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Alberoni. Si comincia con le dighe foranee (già ultimate a Malamocco) e con i porti rifugio, in costruzione a Chioggia e a Punta Sabbioni. Nel litorale intanto si è costituito un nuovo comitato che si chiama «I danni del Mose», ed è intenzionato a battersi per cercare di ridurre al minimo il devastante impatto delle opere sul territorio. Un’opera che il governo ha inserito nella Legge Obiettivo, saltando così le procedure previste dalla Legge Speciale e affidando la Valutazione di Impatto alla Regione. (a.v.)

A proposito di quest’ultima notizia, pochi sanno che esiste un progetto, più volte presentato al Consorzio Venezia Nuova e al Magistrato alle acque, molto più morbido del MoSE e capace di raggiungere i medesimi risultati, in grado di soddisfare, a differenza del MoSE, i tre prescritti requisiti di “gradualità, flessibilità e reversibilità”, e infine molto meno costoso sia in fase di costruzione (si parla di risparmi di opere e di materiali tra il 50% e il 70%) sia, e ancor di più, in fase di gestione.

«Ricorsi? Non è il momento»

Il sindaco Costa gela le richieste degli alleati: «Le procedure vanno bene». Ma adesso potrebbe muoversi la Provincia - Bettin: «Per la Variante al Prg non sono stati così rapidi»

VENEZIA. «Il ricorso? E’ un’arma che abbiamo, la useremo nel momento più opportuno. Ma sulle procedure di questi giorni non ho niente da dire, l’accordo che abbiamo firmato a Roma è quello». E’ una vera doccia fredda quella che il sindaco Paolo Costa apre sugli alleati - in testa Ds e Verdi - che avevano chiesto di «bloccare la procedura del progetto Mose». «Io la verifica la chiederò al Comitatone», dice.

Lo «schiaffo» della Regione, che ha provocato l’uscita dall’aula al momento del voto dei rappresentanti di tutti i comuni di gronda e della Provincia, minacce di ricorsi e accuse di illegittimità, non scandalizza il sindaco. «Non ne voglio fare un uso strumentale», dice, «se qualcuno ha dubbi fondati, li avanzi». Quanto all’accordo tradito, Costa ammette che in un anno nulla si è mosso. E che i finanziamenti - a parte quelli del Mose - sono stati tagliati. «Ma la verifica si fa nell’unica sede titolata, il Comitatone», insiste Costa, «lì voglio arrivare con delle proposte». E precisa: «Non sta scritto da nessuna parte che le nostre erano condizioni vincolanti. Noi abbiamo approvato una strategia complessiva. Quel poco che abbiamo ottenuto lo porteremo a casa. Ma il progetto Mose deve andare avanti, era questo l’accordo».

Una linea che stride con le richieste pressanti da parte degli alleati di «assumere un’iniziativa per bloccare le ennesime forzature attuate sul progetto Mose da parte del presidente della Regione Giancarlo Galan. Il prosindaco Gianfranco Bettin ha presentato una interrogazione a Galan in cui chiede quali siano i motivi di una «evidente disparità di trattamento nell’esame di due pratiche in Salvaguardia». Se il Mose è stato approvato in tempo di record, senza nemmeno il tempo di esaminare il metro cubo di carte dei progetti, la Variante al Prg di Mestre ci ha messo un mese per essere trasmessa, un altro mese per fare un piano di scale ed essere protocollata. «Vorrei sapere», dice Bettin, «se Galan non ritenga di avviare un’inchiesta per verificare se vi siano state pressioni, violazioni di leggi o regolamenti e se si sia violato il principio di buona amministrazione, dato che la Variante interessa migliaia di cittadini». Una polemica per niente placata, quella sull’approvazione del progetto del Mose. Restano in piedi le minacce di ricorsi (anche sul «difetto di istruttoria» segnalato dall’avvocato Perulli, rappresentante del Comune). E ora potrebbe arrivare la richiesta di sospendere i lavori. Se non la farà il Comune, potrebbe farla la Provincia, che rappresenta tutti gli enti locali eslcusi dal voto. «Ne parleremo in giunta», dice l’assessore Ezio Da Villa. «Venezia è stata vittima di una forzatura politica», dice il vicepresidente Zoggia, «e di vendetta di chi non è riuscito a trovare ascolto in città. Ci attiveremo perché siano assunte tutte le iniziative a tutela del bene laguna».

ITALIA NOSTRA, «Cerchiamo alternative»

«Perché insistere sulle dighe mobili senza valutare in modo approfondito soluzioni alternative al Mose?» Italia Nostra, l’associazione per la tutela del territorio, ha scritto un appello a Comune e Provincia, invitandoli a riflettere bene prima di dare il via a un progetto di quella portata. Il presidente della sezione veneziana Alvise Benedetti si dice «sempre più preoccupato per le decisioni assunte in questi giorni sul cosiddetto sistema Mose». Ricorda che esistono interventi alternativi (come i rialzi dei fondali, i pennelli, l’apertura delle valli, che possono proteggere per i prossimi venti-trent’anni la città dal 95 per cento delle acque medio alte.

Ma anche in tema di acque alte eccezionali - quelle sopra i 110 centimetri mai viste nel 2003 per cui il Mose è stato progettato - esistono soluzioni diverse da quelle proposte dal Consozio Venezia Nuova. Italia Nostra precisa che «non si tratta di sponsorizzare un progetto o l’altro», ma è dovere dell’associazione quello di sottoporre a chi ha la responsabilità di decisioni «il massimo delle conoscenze tecnico scientifiche, fino ad oggi puntate su un unico progetto».

Il progetto da esaminare con attenzione, secondo Italia Nostra, è quello illustrato qualche tempo fa dall’ingegner Vincenzo Di Tella, esperto di costruzioni marine. Che prevede in sostanza una chiusura parziale (ma reversibile, a differenza del Mose) delle bocche di porto, e il rialzo dei fondali nella parte rimanente della bocca. Vi sono anche altri progetti alternativi sul tavolo, fino ad oggi mai esaminati. «Questo», conclude Benedetti, «risponde alle condizioni di legge che prevedono opere sperimentali, graduali e reversibili». (a.v.)

Incarico del Consorzio Venezia Nuova E lo Iuav progetta gli edifici in mezzo alla laguna

VENEZIA. Non solo dighe. Il Mose prevede anche spalle in cemento e sbancamenti di milioni di metri cubi di materiale, tagli ai moli foranei ottocenteschi, grandi isole artificiali ed edifici costruiti in mezzo alle bocche di porto. Un impatto ambientale notevole, tra le osservazioni negative fatte dalla commissione Via che aveva bocciato il progetto nel 1999. Ma adesso il Mose va avanti. E l’unica osservazione di tipo «ambientale» arrivata dal ministero dei Beni culturali è stata quella di «porre attenzione nella tipologia dei nuovi edifici».

Per questo il Consorzio Venezia Nuova ha già dato incarico all’Iuav, la facoltà di architettura, di progettare gli edifici che dovranno sorgere in mezzo alla laguna. «Un incarico che abbiamo accettato», spiega il rettore dell’Iuav Marino Folin, «perché io sono convinto che se il Mose si farà almeno conviene farlo nel modo migliore possibile». L’Ufficio studi e progetti dell’Iuav ha già messo al lavoro i suoi esperti, ingegneri e architetti, per poter dare una risposta afeguata.

Nel progetto definitivo approvato in tempo di record dalla commissione di Salvaguardia sono previsti tra l’altro gli interventi di supporto alle paratoie. E’ il caso della grande isola artificiale davanti al bacàn di Sant’Erasmo, alta quattro metri, che dovrà agganciare le due file di paratoie da una parte e dall’altra della bocca di Lido. E ospitare i nuovi «edifici di controllo», le torrette di regia da dove dovrebbero in futuro essere azionate e controllate le paratoie. Ci sono anche i cantieri a terra, con le costruzioni «provvisorie» (dureranno però per i circa dieci anni di lavori) e gli altri edifici. Costruzioni che modificheranno radicalmente lo sky-line delle bocche di porto. E che il Consorzio Venezia Nuova vuole ora «mitigare» affidando il progetto alla facoltà di architettura. (a.v.)

In un anno l’analisi del progetto preliminare di tram sublagunare, grazie al gruppo di esperti nominato dal Comune, ad alcuni docenti e ricercatori della Facoltà di Pianificazione e alle prime verifiche in Commissione di Salvaguardia, ha evidenziato alcune problematiche qui sintetizzate.

- Il progetto non è solo in contrasto con tutte le norme del Piano ambientale regionale della laguna (PALAV) e del Piano Regolatore comunale (PRG e Varianti della città storica, di Mestre e della Laguna) ma è anche e soprattutto in contrasto con la loro “filosofia” come ha dichiarato lo stesso progettista, il Prof. Benevolo, in Commissione Salvaguardia.

- Il progetto è stato predisposto senza il confronto con le proposte alternative che possono ottenere gli stessi risultati con molto minor tempo, spesa e impatti ambientali. La scelta del sistema di trasporto è stata fatta dall’ACTV con logica e interesse aziendali miopi. Si vuole infilare in un tubo sott’acqua il tram di Mestre, dopo averlo fatto proseguire per 4 km in mezzo alla campagna da Favaro a Tessera (in concorrenza con il futuro collegamento all’aereoporto del Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale (S.F.M.R.), per ridurre gli investimenti e i costi di gestione dell’azienda.

- Si ipotizza di trasportare nelle giornate più cariche circa 8.000 persone complessive per senso di marcia (stime tutte da verificare). I circa 2500 cittadini viaggiatori pendolari ci metterebbero almeno 1 ora e 50 minuti (con tram pienissimi: 4 persone a mq), cui va aggiunta parte dei circa 5500 turisti giornalieri (caratterizzati da tempi rigorosamente contingentati e concentrati negli arrivi e partenze); se si aggiunge tra le 7 e le 9 qualche volo capace di portare 3-400 passeggeri per Venezia il disastro sarebbe completo.

Per andare da Tessera a F.te Nuove si risparmierebbero circa 10 minuti rispetto ai mezzi acquei ma poi occorre risalire di 22m (da – 20 a + 2 m. sul medio mare per evitare il rischio di invasione di un’acqua alta eccezionale) lungo un tunnel obliquo di circa 60 metri.

Invece di valutare comparativamente le diverse opzioni (tecnologie differenti e servizi acquei) si è scelto un sistema profondamente inadatto alle quantità (pur modeste) e alle qualità della domanda ipotizzata.

Con il paradosso che la linea Favaro-Tessera (dove non c’è domanda) viene realizzata con doppio binario e una frequenza di 30 minuti mentre la linea Tessera-Venezia (con domanda stimata fortemente concentrata) viene realizzata a binario unico e avendo una frequenza ogni sei minuti non trova connessione .

Se le stime si rivelassero errate e i ricavi netti scendessero sotto al 90 % di quelli attesi il Comune sarebbe tenuto a compensare le passività di esercizio.

Per quanto riguarda la compatibilità ambientale i proponenti sanno pochissimo degli aspetti idrogeologici, geologici, stratigrafici e geotecnici del sottosuolo e non sono in grado di escludere che la costruzione del tubo alla profondità di -20 m (con spostamenti e assestamenti di materiali, vibrazioni, peso, stabilità, ecc) modificando la struttura dei sedimenti e i flussi di acqua e di gas sotterranei sconvolga gli equilibri del sottosuolo (e i cicli biochimici e l’inquinamento della laguna in sinergia con i lavori per la realizzazione del Mose). Ciò mentre l’interconnessione degli equilibri è tale che “nelle falde acquifere si riproducono, con ritardi di qualche ora, le variazioni di pressione e di livelli dell’acqua dovute alle corrispondenti fasi di marea che si verificano in superficie” e “Venezia, in una particolarissima e precaria condizione galleggia sugli strati di caranto … come su una membrana elastica” (Ing. Rusconi Montedison, Arch. Giuseppe Rosa Salva, 1992).

Altri problemi sono stati evidenziati quali l’insostenibilità della rumorosità a F.te Nuove e la non sopportabilità di questi flussi di persone nelle strette calli retrostanti, l’aumento dei flussi turistici indotti e il grande aumento dei prezzi delle residenze nelle zone nord della città, la non accettabilità che i molti materiali di scavo del tunnel vengano scaricati in laguna a realizzare finte barene artificiali (mai esistite) lungo il lato est del canale di Tessera quasi a realizzare un argine trasversale alla Laguna a collegamento tra Tessera e Murano.

LE ALTERNATIVE

Nonostante tutto ciò sino ad oggi non è stata fatta la valutazione comparata delle alternative anche se le norme della Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) in vigore dal luglio scorso la prescrivono e anche se almeno alcune di queste alternative sono state prospettate sin dal 1990.

Sin da allora con la giunta Casellati si sono arretrati i più consistenti flussi turistici giornalieri dal P.le Roma al Tronchetto e si sono predisposti i Piani Particolareggiati per l’avvio dei Terminali acquei di Fusina e di Tessera. Per i turisti un servizio per l’arrivo a Venezia in circa 20 minuti lungo un percorso acqueo era ed è un modo ottimale per entrare da subito in sintonia con la città d’acqua e per non incentivare un approccio di massa “mordi e fuggi”. Ma il terminale di Tessera non è mai stato avviato e recentemente il Piano Particolareggiato è stato modificato per realizzare nell’area insediamenti commerciali, di uffici e alberghieri senza garantire la sua funzione primaria: manca la connessione da un lato con il sistema della mobilità su strada e dall’altro con la darsena per i servizi acquei.

Il sindaco Casellati chiese all’ACTV di avviare da subito il trasporto pubblico acqueo Tessera-F.te Nuove con vaporini o motonavi “piccole” (con circa 300 passeggeri e pescaggio limitato a 1,5 m) ipotizzando la realizzazione di un prototipo con carena “mangia-onde”. Nulla da allora si è mai realizzato nonostante che nel 2000, in occasione del Giubileo, siano stati concessi finanziamenti statali per l’avvio di questa linea.

Ma fin dal 1990 un altro progetto era stato inserito nel Piano Regolatore e prospettato alle Ferrovie per quanto di competenza. La realizzazione di un servizio ferroviario continuo (“navetta”) tra Mestre e Venezia (sui quattro binari del ponte sotto-utilizzati) per servire ampia parte dei cittadini pendolari (lavoratori e studenti) che tutti i giorni entrano a Venezia dalla terraferma (complessivamente circa 65.000).

Erano state previste due uscite laterali dalla stazione ferroviaria connesse a due pontili per i mezzi acquei (lato nord a S.Giobbe e lato sud prospicente il canale Scomenzera) per la connessione con un trasporto acqueo esterno alla città per ridurre la congestione del Canal Grande e del rio di Cannaregio (in dieci minuti si può arrivare a F.te Nuove e con poco più all’Arsenale).

Era stata verificata anche la possibilità di un trasporto meccanico di connessione rapida verso i pontili interno alla stazione ferroviaria (sotterraneo, trasversale ai binari e molto arretrato rispetto alla loro testata; con la possibilità di avviare anche un piccolo rialzo dei binari e una leggera salita verso la laguna con una pendenza del 2 per mille, per realizzare in una fase successiva anche l’innalzamento del ponte ferroviario con strutture sottili ma resistenti per consentire la realizzazione di un sistema acqueo circolare continuo esterno alla città).

La Ferrovia non collaborò alle proposte, ancor oggi è interessata solo alla valorizzazione immobiliare dell’area; quando pochi anni fa fu insediato un pontile sul lato sud della stazione prospicente il canale Scomenzera boicottò l’esperimento impedendo il transito dei passeggeri. Anche il finanziamento stanziato per realizzare la fondamenta e il nuovo ponte delle Vacche sul lato nord verso S.Giobbe non è stato speso.

Nel frattempo però, sia pur con grande ritardo dai primi progetti del 1992, sta per arrivare alla stazione S.Lucia il S.F.M.R. che connetterà la città storica con tutto il territorio della terraferma veneziana e del Veneto. E’ un’occasione strategica importantissima sino ad oggi ignorata e sottovalutata.

La nuova giunta Comunale ha una opportunità straordinaria per avviare operativamente una connessione del S.F.M.R. con i mezzi acquei che consenta l’accessibilità rapida dei pendolari a gran parte della città dall’esterno, fornendo un servizio rapido ai pendolari e decongestionando così anche il traffico acqueo lungo il Canal Grande e il rio di Cannaregio.

VENICE. The vibrations accurately recorded by the Marigraph of San Mark suddenly rise when large cruise ships pass by, confirming the concerns expressed by the Council of Castello (a Venice quarter) and its residents about the effects caused by the passage of large ships through the S. Mark’s basin. And August is one of the most dangerous months, according to the statistics of the Hydrographical Institute.

The 26th August of two years ago is an example for all. In fact, the situation, as regards the cruise ships, has not changed in these two years.

The marigraph records the tides waves, but also works like a seismograph, recording the water vibrations. After a night without vibrations, the marigraph curve starts rising at approximately 5 in the morning when the “Splendid of the Seas”, one of the cruisers that stops in Venice, enters the S. Mark’s Basin.

After some quietness, another violent vibration occurs at 8.30, when is the Costa Atlantica to arrive.

That day the marigraph records have many ups and downs but a sudden rise occurs at 5 p.m. when the “Rotterdam 6” leaves the basin. The marigraph records the top oscillation just after 6 p.m. when is the turn of “Costa Classica” to leave the Marittima docks and thus pass triumphantly through the S. Mark’s Basin, offering its passengers a monumental picture of Venice.

Afterwards, the marigraph oscillations calm down, as soon as the big cruisers stop passing by the S. mark’s area. But the day after is again the same, with the ships’ passage leaving their trace on the graph. When? At around 8.30 a.m., when again is “Costa Classica” that comes by.

It is an impressive correspondence, regardless the recent assessment of the experts that the Port of Venice has appointed to answer the public opinion’s concerns about these large cruise-ships passage.

The Port experts reasserted that «the 60 tons ships, according to hydraulic experts, only generate a very limited wave motion that cannot be distinguished from the so-called background noise, or the waves provoked by other ships that pass through the Giudecca channel very day».

So it would be that more than the “Mistral” or the “Princess” are the «motor boats, the Actv waterbuses and the police speedboats » that provoke the waves. And how do they explain the vibrations that the S. Mark’s marigraph records when the holiday cruisers pass by?

«It is absurd – says one of the spokesperson of Associazione Arco, an association that gathers the residents of East Castello concerned about the impact of large cruisers in the area – that so many serious problems are caused to local residents and so big risks are put on the City monumental patrimony, only to let the cruising tourists pass through the S. Mark’s Basin. Cruisers can easily pass through the Oil Channel. And in fact, one of the Costa cruisers has gone through the Oil Channel during the Redentore celebrations ».

The motor vibrations and noise emissions are a continuous reason for concern. Arpav – the regional agency for environmental protection – has recognised that the noise level is incompatible and the City Council Environmental Commission has asked an evaluation of environmental impact.

It is still an open issue, a problem that both the City Mayor Paolo Costa and the Commissioner for the water traffic have promised to address.

“Non so se Massimo Cacciari sia di sinistra nel senso che gli attribuisce il nostro lettore. Personalmente, sono totalmente disinteressato a questa tematica. Essere di sinistra non è un marchio di qualità. Ho conosciuto perfetti imbecilli di sinistra con comodo di presunzione incorporata. Per il resto, ognuno voti come vuole. Una domanda voglio però farle: per lei i partiti non esistono? I partiti ieri “complici” di Cacciari oggi sono “complici” (Costa compreso) di Casson. Come la mettiamo con la discontinuità?”

Non ho mai detto che Massimo Cacciari è di sinistra. Non penso che lo sia, ma neanche a me interessa molto. Ho detto solo che lo sono io, e che anche per questo non voterò per chi cerca voti a destra.

Sono più vecchio del giornalista della Nuova che ha commentato il mio intervento, e perciò ho certamente conosciuto più imbecilli di sinistra di quanti ne ha incontrati lui: non me ne vanto, ma lo so.

Alla sua domanda rispondo: non voterò i partiti che ieri erano ‘complici’ di Cacciari e “oggi sono ‘complici’ (Costa compreso) di Casson”, ma il candidato sindaco Felice Casson. Magari sbaglierò, ma con Cacciari ho già sbagliato, nel 1993.

Il testo della mia lettera, pubblicata anche come eddytoriale n. 69

La necessità istituzionale di dare un parere su una delle opere del Sistema MoSE (la “lunata”, una gigantesca diga in pietrame, lunga un chilometro e alta 4 metri sul livello del medio mare, da realizzare davanti alla Bocca di Lido) ha indotto il Consiglio comunale di Venezia a riesaminare la sua posizione sul MoSE. Nonostante i compromessi dovuti alla presenza, nella stessa maggioranza di centro-sinistra, di esponenti non contrari al MoSE, il documento votato dal Consiglio testimonia la volontà di prendere atto della debolezza della posizione assunta in precedenza (vedi i documenti dell’aprile 2003, in questa stessa cartella). E di passare da un “si condizionato” al MoSE a un netto No.

Il Gazzettino, 5 dicembre 2003

La nuova lunata è arrivata all'esame di Ca' Farsetti

Il progettista, Alberto Scotti, e i tecnici del Consorzio Venezia Nuova hanno illustrato ieri a Ca' Farsetti, in Commissione Ambiente (presidente il verde Flavio Dal Corso), la seconda versione dell'intervento di dissipazione della marea alla bocca di porto del Lido, nell'ambito del processo di Valutazione di impatto ambientale nel quale anche il Comune è tenuto a dare il suo parere.

Si tratta, come si ricorderà, di una grande "lunata ", di una diga in pietrame davanti alla bocca di San Nicolò, che la Commissione Via della Regione l'anno scorso aveva bocciato, e che il Consorzio ha recentemente ripresentato, modificando le prime ipotesi. La diga, inizialmente progettata di 1400 metri e con una particolare inclinazione rispetto alla costa, è stata ridotta a 1000 metri, e diversamente orientata, senza che ne vengano mutati gli effetti di riduzione della marea.«Il nodo - ha spiegato Scotti indicando il manufatto in pianta - è tutto nella testata Ovest». Quella è rimasta esattamente come era nel progetto originario, e non la si è spostata neppure di pochi metri, a differenza del resto della diga che attorno a questo caposaldo è ruotata come un compasso, e i modelli avrebbero dimostrato che così, anche accorciando la lunata , i risultati di dissipazione di marea non cambiavano.

La diga verrà eretta su un fondale tra gli 8 e i 10 metri, e sarà alta sull'acqua 4 metri. Costerà oltre 25 milioni di euro. Ridotto, secondo i tecnici del Consorzio, il possibile danno sulla qualità delle acque lungo i litorali, anche grazie a due interventi di fitodepurazione nel canale Silone e in aree barenose della laguna, che dovrebbero ciascuno ridurre l'apporto di fosforo di 80 tonnellate l'anno.

Andreina Zitelli, già componente della Commissione Via nazionale, ha ricordato che la delibera del Comitatone sugli 11 punti del Comune imponesse lo sviluppo progettuale di "tutti" gli interventi chiesti alla bocca di Lido dal consiglio comunale. «Questo è solo lo sviluppo di un progetto avvenuto prima - ha detto -. Dov'è il resto»? «Non ci sono altri interventi», hanno replicato i tecnici del Consorzio, rimandando ad altre trattative col Comune.

A Ca' Farsetti sono poi rimasti sì e no una ventina di giorni per dare un parere sul progetto di terminale petrolifero in mare, di cui Magistrato alle Acque & Consorzio hanno avviato la procedura di Via nazionale, visto che Venezia è stata considerata come un qualsiasi altro interlocutore non istituzionale. Al riguardo, il parlamentare diessino Michele Vianello ha chiesto al ministro Pietro Lunardi come intenda coinvolgere il Comune nella procedura, e con quali fondi intenda realizzare il terminale, dato che per la Salvaguardia la Finanziaria non prevede poste di bilancio.

Da ultimo, il Governo con un decreto sta cercando di porre rimedio alla bocciatura, subita al Tar, per il siluramento dei vecchi componenti della Commissione Via nazionale, tra cui le veneziane Zitelli e Maria Rosa Vittadini, ma al Senato è già battaglia.



Il Gazzettino, 5 dicembre 2003

«Si torni in Comitatone». È questo il grido di dolore

«Si torni in Comitatone». È questo il grido di dolore lanciato ieri dal consiglio comunale con un ordine del giorno, votato ovviamente a maggioranza, in cui si sottolinea «il perdurante inadempimento dello Stato agli impegni asssunti in sede di Comitatone, per il mancato assolvimento delle richieste già dettate dal consiglio comunale nell'ordine del giorno del 1. aprile 2003 come condizioni preliminari alla realizzazione delle opere mobili».

Tradotto: il consiglio comunale ha "scoperto" che dei famosi 11 punti con i quali il suo no al Mose si era magicamente tramutato ad aprile in un sì, 11 sono stati finora disattesi, mentre la "lunata " davanti a Malamocco sta ormai affiorando dal mare e il ricorso del Comune al Tar contro la Valutazione di impatto ambientale della Regione sul progetto della diga, non accompagnato a suo tempo da una richiesta di sospensiva, dorme da qualche parte.

«Si torni dunque in Comitatone», ha votato ieri il consiglio, dopo che la mozione stesa originariamente dall'assessore alla Legge speciale, Giampaolo Sprocati, aveva subìto limature e modifiche a più mani, e soprattutto una sostanziale cancellatura, proposta dall'assessore ai Lavori pubblici, Marco Corsini, e accettata dalla maggioranza. La versione originale, infatti, sosteneva che poiché degli 11 punti il Governo se n'era fatto un baffo, il sì al Mose tornava no, e si chiedeva che non venisse più autorizzato il passaggio alla progettazione esecutiva.

«Questo - ha poi spiegato il presidente della commissione Legge speciale, Flavio Dal Corso (Verdi) - lo faremo appunto in Comitatone». Per questa ragione, il Comune stilerà ora un corposo documento col quale, forte anche dei pareri e delle relazioni del consulenti del gruppo di lavoro, verrà dimostrato come e qualmente gli 11 punti siano stati disattesi. Il tema degli 11 punti è stato introdotto nell'articolata mozione con la quale il consiglio comunale ha bocciato, nell'ambito della procedura di Via regionale, il progetto della "lunata " a mare davanti alla bocca di porto del Lido che il Consorzio ha recentemente ripresentato in sostituzione di quello già respinto anche dalla Regione l'anno scorso. Si tratta di un'opera che dovrebbe dare effetti dissipativi della marea, cioé abbatterne i picchi, «ma il risultato - ha polemizzato Sprocati - è ridicolo, calcolabile in pochi millimetricon grande spreco di risorse pubbliche per un intervento che, così com'è, non ha senso di essere realizzato».

Sprocati, e con lui tutta la maggioranza, ha rilanciato invece l'approccio sistemico ai problemi della laguna. «Bisogna sperimentare le opere removibili, mobili» ha sostenuto Sandro Bergantin (Città nuova) rilanciando il principale degli 11 punti. «Qui ci prendono in giro», ha concluso Gianni Gusso (Ds), e la maggioranza ha votato compatta (24 sì, 12 no) anche se Saverio Centenaro (Fi) aveva irriso ai consulenti del Comune, arrivando a parlare di spese illegittime. Renato Darsié (Ci) ha duramente polemizzato per l'assenza del sindaco al momento del voto. Con 23 sì, 1 astenuto e soli 3 no (l'opposizione non ha votato) è stato bocciato anche il progetto del terminale petroli davanti a Malamocco, poi tutti a casa perché il Gruppo Misto ha lasciato l'aula, polemizzando per come era finito il voto sulla cartolarizzazione (vedi sopra), e la minoranza ha fatto saltare il numero legale.



La Nuova Venezia, 23 dicembre 2003

Bocciata la diga al largo del Lido

VENEZIA. Lo Stato è inadempiente sulla salvaguardia e non ha mantenuto gli impegni. La diga al Lido è inutile, e potrà provocare danni ambientali. Il Consiglio comunale rompe gli indugi e boccia a larga maggioranza i progetti delle nuove dighe al largo del Lido.

Un messaggio chiaro al governo, dopo quasi un anno di indugi. E una presa di posizione che potrebbe cambiare il corso della salvaguardia. Il via libera al progetto esecutivo del Mose era stato dato, nel dicembre 2002, con 11 condizioni «preliminari». Invece le richieste non sono state accolte. Così il Comune chiede ora di riconvocare il Comitatone per «verificare lo stato di attuazione delle attività del Magistrato alle Acque rispetto agli adempimenti fissati dal Comitatone in base alle richieste del Consiglio». Parere negativo anche sulla soluzione proposta dal Consorzio Venezia Nuova per le dighe al largo del Lido. Un chilometro di massi e una barriera alta quattro metri che avrebbe dovuto ostacolare l’ingresso dell’acqua in laguna. Ma il Consiglio ha ieri fatto proprio il giudizio espresso dalla commissione tecnica di Ca’ Farsetti. «Risulta totalmente insufficiente», si legge nel documento apoprovato ieri sera dall’assemblea, «e inoltre non risolve adeguatamente le problematiche ambientali».

Un documento duro, anche se la versione originale redatta dall’assessore alla Legge Speciale Paolo Sprocati è stata in parte limata. L’assessore Marco Corsini ha voluto aggiungere un passaggio che ricordava il ricorso al Tar sulle procedure dell’anno scorso (peraltro mai esaminato dal Tar perché il Comune non ha mai presentato la sospensiva). Ma ha modificato la parte che chiedeva di fermare la progettazione esecutiva fino alla messa in atto delle sperimentazioni chieste dal Comune. Cioè il «restringimento delle bocche con opere rimovibili e l’innalzamento dei fondali, senza creare problemi alla navigazione». Interventi di cui, secondo il Comune, bisognerebbe verificare i risultati prima di passare alla progettazione del Mose. «Il concetto è lo stesso», hanno garantito Ds e rossoverdi. Un ulteriore attacco al governo è stato votato sulla parte finanziaria, dopo il taglio dei fondi per la manutenzione ordinaria attuato - per la prima volta - dalla legge Finanziaria 2003.

Approvata ieri sera dal Consiglio comunale anche la delibera sulla cartolarizzazione. 25 milioni di euro di incassi previsti, a fronte della vendita di case, magazzini e palazzi di pregio (Ca’ Zaguri, Ca’ Nani, palazzo Costa) da affidare a una agenzia olandese che li metta sul mercato.

Proteste in aula da parte dei genitori dei bambini in attesa di un posto agli asili nido. E da parte di Zona bandita, un centro sociale che ha sede nella palestra della scuola. Il presidente del Consiglio di quartiere 1 Enzo Castelli ha preso la parola per esprimere «preoccupazione su una scelta sbagliata». «Prendo atto», dice, «che si è deciso di sottrarre spazi alle scuole». Qualche protesta anche da Rifondazione, che poi si è accontentata di un ordine del giorno che promette nuovi spazi. Pietrangelo Pettenò e Andreina Corso non hanno votato la delibera. «Un disguido tecnico» ha detto Pettenò. Alla fine, il provvedimento è passato con 22 voti a favore, 7 no e un astenuto (Bonafé).

Titolo originale dell'HeraldTribune: A Venice Subway? Mayor hops aboard, e del New York Times: Venice Underground, traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini. In corsivo le parti pubblicate solo dal NYT

VENEZIA – Per un turista, il fascino di Venezia sta anche nel fatto che l’unico modo di muoversi per la città è a piedi, o in barca. Per il sindaco Paolo Costa, uno dei limiti della città è che l’unico modo di spostarsi è a piedi o in barca. Ed è per questo, dice, che ha proposto di costruire una metropolitana, che vada dalla terraferma al centro della città: la parte visitata da milioni di turisti all’anno. Il sindaco sostiene che una metropolitana potrà infondere nuova vita alla città, che secondo l’ufficio municipale di statistica ha una popolazione di 64.000 abitanti, contro i 175.000 di mezzo secolo fa.

”Venezia perde popolazione e posti di lavoro, e la cosa è destinata a continuare se non miglioriamo i collegamenti pubblici con la terra” ha sostenuto in una recente intervista Costa, veneziano di nascita. ”Naturalmente non sappiamo con esattezza come cambieranno le cose, con questo progetto, ma sicuramente manterrà posti di lavoro, e sarà un incentivo perché la gente continui ad abitare qui. È un atto per evitare che Venezia diventi un museo, frequentato solo dai turisti”.

Una commissione regionale di impatto ambientale deve decidere entro la metà di aprile se la linea metropolitana possa danneggiare la città o l’ambiente. Il progetto prevede una linea di otto chilometri (5 miglia) in sotterranea dall’aeroporto di Venezia sotto la laguna, l’isola di Murano, e fino al centro storico, dove la galleria scorre parallela alle rive del canale per finire nei pressi dei vecchi cantieri navali della città.

Per evitare di scavare sotto il centro, le stazioni della metropolitana saranno sotterranee, ma a circa 45 metri (150 piedi) dalle rive del canale. I passeggeri scenderanno in ascensore o scale mobili fino a una galleria che conduce alle stazioni. I treni scorreranno su ruote di gomma ad evitare vibrazioni che possano danneggiare la città. Per contenere i costi e ridurre l’impatto ambientale, ci sarà un binario unico utilizzato dai treni in entrambe le direzioni. I convogli potranno incrociarsi solo nelle stazioni.

La metropolitana, i cui sostenitori affermano possa essere pronta entro il 2009, sarà collegata con un tram per Mestre, il cuore commerciale di Venezia in terraferma, e alla stazione, da realizzarsi, della linea ad alta velocità in corso di costruzione fra Torino e Trieste. La metropolitana percorrerà gli otto chilometri dall’aeroporto ai vecchi cantieri navali in 14 minuti, meno della metà del tempo che si impiega con una imbarcazione, a un costo stimato di 2 Euro (2.65 dollari) per i residenti, e di 6 per i visitatori, contro quello di 5 Euro (10 per i visitatori) del vaporetto. È ancora troppo presto per dire se la metropolitana otterrà tutte le necessarie autorizzazioni.

Un precedente sindaco, Ugo Bergamo, aveva tentato senza successo nel 1992 di far costruire una metropolitana a Venezia. Ma il nuovo progetto presenta qualche differenza. Il primo era per una metropolitana tradizionale a due binari, con varie linee.

Il governo italiano si è impegnato a contribuire per il 56% ai 343 milioni di Euro preventivati dai promotori come costo dell’opera. Il resto sarà finanziato da investitori privati, che otterranno in cambio la gestione della metropolitana per 40 anni. Esiste un gruppo di investitori che intende finanziare il progetto, ma se esso sarà approvato, il comune afferma che la gara sarà aperta da altri concorrenti.

Molti veneziani si oppongono alla realizzazione della metropolitana, sostenendo che chi si trasferisce in terraferma non lo fa a causa dei trasporti pubblici, ma per i prezzi delle abitazioni in centro storico. In un sondaggio informale su 15 veneziani, 12 mi hanno risposto che la città non ha bisogno della metropolitana. Un’opinione condivisa da Paolo Cacciari, responsabile comunale per l’ambiente.

”Per mantenere gli abitanti ne centro della città, si deve fare qualcosa per tenere bassi gli affitti” dice Cacciari. “La metropolitana porterà più speculazione immobiliare, e questo renderà ancora più difficile permettersi di abitare qui”.

Entrambi gli schieramenti si stanno organizzando ora perché, sostengono, è il momento in cui si decideranno le sorti della battaglia.

Il meccanismo del project financing, dove alcuni investitori si fanno carico di parte dei costi di costruzione per trarre profitto dalla gestione dell’opera una volta conclusa, è stato sostenuto dal primo ministro italiano Silvio Berlusconi, nel tentativo di migliorare le infrastrutture nazionali in un momento di crescita economica limitata, e col paese caricato dal più pesante debito pubblico in Europa. Una legge del 2001, approvata su sollecitazione di Berlusconi, ha reso più facile agli investitori privati partecipare ai progetti pubblici.

Edoardo Salzano, professore fuori ruolo e già responsabile cittadino per l’urbanistica dal 1975 al 1985, non è a favore della metropolitana: “Costi da sostenere o meno, si tratta di un progetto di cui Venezia non ha bisogno” dice, “Una metropolitana aumenterebbe solo il numero dei turisti”. Costa e altri respingono questa affermazione.

Dalla parte dei critici, Roberto D’Agostino, responsabile cittadino per l’urbanistica, dice “Nessuno, da Tokyo o da New York, decide di Venire a Venezia perché c’è un modo più rapido per arrivare dall’aeroporto fino in centro”. I turisti continuano a voler prendere il vaporetto. Non vengono a Venezia per entrare in un tunnel”.

Postilla

Nella ridda dei candidati per il centrosinistra alla carica di futuro sindaco di Venezia non si riesce a comprendere qual'è l'atteggiamento della formazione (o delle formazioni) su alcune questioni nodali della città. La coalizione che fa capo ai DS e alla Margherita sembra cedere alla lunga pressione di Massimo Cacciari per il candidato Alessio Vianello (un giovane avvocato mestrino, membro della giunta Cacciari), ma sono candidati anche Mara Rumiz (DS, presidente del Consiglio comunale, che gode di un vasto consenso ma ha dinmostrato una certa autonomia dagli apparati, e poi...è donna), Michele Vianello (deputato, avversario del MoSE e critico sulla Metropolitana), Roberto D'Agostino (promotore delle discusse strategie urbanistiche iperliberiste, poste in essere dalle ultime giunte Cacciari-Costa), Gianfranco Bettin (Verde, ma tenacissimo supporter del sindaco Costa e suo difensore a oltranza nei momenti critici).

Un'alleanza tra Costa, Bettin e D'Agostino ha rovesciato qualche giorno fa il tavolo programmatico per bloccare la candidatura di Alessio Vianello. Fatto sta che, se sembra che si sia vicini all'individuazione del candidato sindaco, sulle cose da fare la nebbia è fittissima. L'accordo si sarebbe trovato solo su formulazioni evanescenti,così "politichesi" che, come nel passato per gli 11 punti del MoSE, andrebbero bene a tutti i poteri forti: al potente Consorzio Venezia Nuova, alla holding pronta ad accogliere i finanziamenti statali per la Metropolitana, alla proprietà immobiliare, ai padroni della chimica a Porto Marghera.

Per quanto squalificati (al limite della presentabilità) siano i candidati della destra, è presumibile che molti elettori di sinistra, delusi dei metodi arcaici adottati per scegliere il candidato e per la trasparente ambiguità dell'intravisto programma, voteranno scheda bianca.(es)

Qui l'accesso ai testi originali dell’Herald Tribune e del New York Times

Escavo dei fanghi, primo colpo di benna

di Alberto Vitucci

La draga «Conte Savoia» dell’impresa chioggiotta Sergio Boscolo «Menela» dà il primo colpo di benna. Dieci metri cubi di fanghi neri vengono estratti dal canale Malamocco-Marghera, nella secca davanti a Fusina. «Giornata storica», applaude il presidente del porto Giancarlo Zacchello, «l’economia del porto può ripartire». «Ce l’abbiamo fatta», canta vittoria il presidente della Regione Galan. La benna lavorerà adesso fino all’estate. E scaverà dal canale Malamocco Marghera 830 mila metri cubi di fanghi. L’obiettivo è di riportare entro due anni il livello dei fondali a 10 metri e mezzo. Dopo tre anni riparte lo scavo dei canali portuali. Si era fermato nel 2002, e dal canale dei Petroli erano stati scavati 8 milioni di metri cubi in tre anni.

A dare solennità all’avvenimento c’è il presidente della Regione Giancarlo Galan, insieme all’assessore Renato Chisso, all’ammiraglio Calcagno e alla presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Tutti a bordo del motoscafo d’altura Milvus, un gioiello della nautica dotato di sofisticate apparecchiature per il controllo dei fondali messo a disposizione dal capitano Ferruccio Falconi.

Un anno dopo l’ordinanza della Capitaneria di porto, che aveva decretato la riduzione del pescaggio da 31,6 a30 piedi (da 9 metri e 60 a 9,14), per motivi di sicurezza, l’attività di scavo. Il problema dei fanghi è stato risolto dopo la nomina del «commissario» per l’emergenza socio economica dei canali portuali. Roberto Casarin, dirigente dell’ufficio ambiente della Regione, capo dell’Ufficio Via e uomo di fiducia del presidente Galan, ha dal 3 dicembre scorso i pieni poteri per decidere sulla vicenda. Non sono dunque più necessarie le autorizzazioni di Provincia, Usl e ministero per l’Ambiente, perché il commissario può decidere da solo. Il primo atto è stato quello di dare l’autorizzazione allo scavo «in presenza d’acqua». E le sostanze inquinati che vanno disperse per la laguna? «E’ il male minore», allarga le braccia Casarin, «del resto quando passa una nave i sedimenti vanno in giro lo stesso. Bisognava intervenire. E poi le sostanze ricadono in una zona circoscritta. Non c’è problema». Secondo atto, quello di firmare l’autorizzazione per il deposito dei fanghi. L’isola delle Tresse, ormai al limite della capienza, sarà «rialzata» di tre metri e mezzo, e i fanghi saranno scaricati nella parte centrale fino a raggiungere l’altezza di nove metri e 60. Il piano complessivo prevede lo scavo di sei milioni e 200 mila metri cubi di materiale, in larga parte delle categorie B e C, inquinate e con notevole presenza di metalli pesanti ma che non necessitano di trattamento. Il problema sarà in seguito trattare i fanghi di tipo «C», ad alto contenuto di diossine, arsenico, cadimio, piombo e idrocarburi, per cui è previsto un costo di 200 milioni di euro. Fondi «da reperire», si legge nel progetto del commissario, mentre i finanziamenti per lo scavo, il sovralzo dell’isola e l’ampliamento del molo Sali (80 milioni di euro) sono stati messi a disposizione dall’Autorità portuale e dal commissario. Per la cassa di colmata A si conta invece di trovare i soldi dal Project financing del grande progetto Pif (Piano integrato di Fusina).

«La dimostrazione che a Venezia si può fare», commenta Galan, «quando abbiamo chiesto il commissario tutti si erano opposti, e nessuno credeva che ce l’avremmo fatta». «Il ripristino della profondità permette al porto di tirare il fiato», dice Zacchello, «oggi le navi arrivano con 3 tonnellate in meno di carico».

7 milioni di tonnellate nei canali industriali

Gli 800 mila metri cubi di fanghi che verranno scavati dal canale Malamocco-Marghera sono ben poca cosa rispetto ai 6 milioni di metri cubi, di cui 1,5 tossici, che riempiono i fondali di tutto il canale dei Petroli, dei quali una parte dovranno essere trattati in modo speciale per il loro grave stato di contaminazione. Del resto nei canali industriali di Porto Marghera ci sono da scavare più di 7 milioni di tonnellate di fanghi contaminati a vario titolo, dai più tossici (ultra C), seguiti dai fanghi di tipo B fino a quelli meno pericolosi di tipo B e A.

Fanghi, è giusto ricordare, che nessuno vuole, a cominciare dai comuni della Riviera del Brenta e prospicienti alla laguna sud (Campagna Lupia, Codevigo, ecc.) e le famose «casse di colmata».

L’escavo e la bonifica dei canali industriali, senza contaminare altre aree, è un’opera immane che tra l’altro presuppone la disponibilità di luoghi dove collocare i fanghi più contaminati - bioaccumulabili e persistenti scaricati dalle industrie di Porto Marghera in decenni d’attività - e di impianti di decontaminazione ancora da costruire.

Si tratta, infatti, di fanghi provenienti dalle aree più «compromesse» dal punto di vista ambientale, della laguna. Dal rapporto del Magistrato alle Acque risulta che ci sono oltre 7 milioni e mezzo di metri cubi di fanghi da smaltire, dei quali ben 1.600.000 metri cubi sono stati definiti «pericolosi», per questo dovranno essere scavati e opportunamente trattati in impianti specializzati che a tutt’oggi sono ancora da realizzare. A dire il vero, ne sono stati già sperimentati alcuni dall’Autorità Portuale di Venezia che a questo proposito ha sperimentato diverse opzioni collaborando con i porti di New York e Amburgo. In attesa dello scavo dei fanghi più contaminati c’è la soluzione della «muraglia» che dovrebbe lambire tutti i canali e la Penisola della Chimica, in modo da mettere in sicurezza le sponde piene di sedimenti contaminati accumulatisi negli anni ed evitarne la dispersione in laguna e nella falde sotterranee. Ma anche la «muraglia» è tutta da realizzare. Sedimenti che, tra l’altro, sono sempre più inquinati sulla base delle nuove normative europee e l’aggiornamento delle tabella di tossicità. Purtroppo, le fonti d’inquinamento (motori delle barche, scarichi fognari, industrie di Porto Marghera) continuano a scaricare i loro veleni in laguna. Veleni che si depositano sui fondali e da là non si muovono da soli ma finiscono per fissarsi in tutto il «biota» lagunare. Intanto leggi e direttive europee che puntano a risanare l’ambiente e a difendere la salute pubblica diventano, giustamente, sempre più rigide, soprattutto per quanto riguarda le sostanze bioaccumulabili, cancerogene e mutagene (idrocarburi, clorurati organici, metalli pesanti, diossine, ecc.) per le quali sono previsti limiti di concentrazione nell’acqua e nei sedimenti sempre più restrittivi a protezione della salute. Intanto, i fanghi restano e continuano a disperdere la loro carica velenosa in tutta la laguna che prolifica di valli per l’allevamento di pesce (branzini, orate, ecc.) e molluschi di vario genere, a cominciare dalle vongole, che finiscono sulle nostre tavole. Senza parlare della pesca abusiva di molluschi che prolificano nei canali e nelle zone della laguna più inquinate. (g.fav.)

Bisogna riportare i fondali a quota meno 10 metri e mezzo

Sei milioni e 200 mila metri cubi di fanghi da scavare. Per riportare i fondali dell’intero canale Malamocco-Marghera alla quota di meno 10 metri e mezzo. I sedimenti da scavare subito ammontano a circa 830 mila metri cubi, e troveranno posto sull’isola delle Tresse (che diventerà più alta di tre metri e mezzo, dagli attuali sei metri e 20 a9 metri e 50 sul livello laguna) e poi nell’ampliamento del Molo Sali. Ma il grosso dei fanghi scavati (oltre 5 milioni di metri cubi) finirà sotto la cassa di colmata A, in Comune di Mira (3 milioni di metri cubi) e nella nuova isola lungo il canale Malamocco-Marghera (2 milioni). Oltre alla manutenzione straordinaria, ogni anno dovranno essere scavati altri 500 mila metri cubi per garantire la navigabilità. La stragrande maggioranza dei fanghi scavati appartengono alle categorie B e C (circa 4 milioni su 6 milioni di metri cubi), 400 mila sono della classe A (inerti, e dunque recuperabili anche come materiali per l’edilizia). Circa un terzo del totale (un milione e 600 mila metri cubi) sono invece della classe C (dove gli idrocarburi totali superano i 4 mila milligrammi per chilo, i metalli pesanti e le diossine sono presenti in quantità industriali. Questo tipo di fanghi dovrà essere trattato, e per questo sarà necessaria una gara internazionale, dal momento che la spesa preventivata è di circa 200 milioni di euro. Nel frattempo saranno stoccati «in via provvisoria» nell’area delle Tresse e dei 43 ettari. (a.v.)

Postilla

Il morto afferra il vivo

Tre commenti alle notizie del quotidiano veneziano.

1. L’innocente Laguna restituisce i veleni mortiferi che i decenni dell’industrialismo selvaggio, guidato e dominato solo dall’ansia della crescita, hanno accumulato. Un problema di dimensioni tali da renderne incerta la soluzione. Eppure, la chimica di base, ragione della nascita di Porto Marghera tra le due guerre mondiali e della morte della Laguna, continua a macinare i suoi veleni.

2. Con tracotante arroganza la Regione e gli organi centrali dello Stato riprendono imperterriti il disegno del Canale dei Petroli, tracciato negli anni precedenti l’alluvione del 1966, poi individuato come massimo responsabile (insieme all’incuria per la regimazione delle acque lagunari e di quelle fluviali) di quell’evento catastrofico, e come colpevole della persistenza del fenomeno delle acque alte, dell’erosione dei fondali, della demolizione delle barene e della loro vegetazione, della distruzione progressiva dei paesaggi lagunari – in una parola, della riduzione della Laguna, unica al mondo, ad un anonimo braccio di mare.

3. Insofferenti dei “ritardi” provocati dal sistema democratico e dalle perplessità dei pur esitanti governi comunale e provinciale, regione e governo nazionale, proseguendo nella loro diuturna azione di sostituzione di uno statuto illiberale, centralistico e autoritario alla Costituzione repubblicana, nominano un commissario straordinario con pieni poteri di distruggere, insieme alla democrazia, quanto mille anni di cura assidua della natura e quarant’anni di studi e decisioni responsabili avevano costruito.

Quanto sembrava morto e sepolto (l‘industrialismo più becero, l’ignoranza delle regole della natura, il centralismo fascista) risorgono dalle ceneri del passato e afferrano quanto di vivo ancora nella Laguna esiste: le mort saisit le vif!

Una precisazione di Lidia Fersuoch, di Italia Nostra - Sezione di Venezia

La giunta ha deciso contro il parere del sindaco. E’ la prima volta in cinque anni, e su una questione non proprio secondaria come il progetto Mose. Il ricorso al Consiglio di Stato si farà, anche se Paolo Costa non avrebbe voluto. Uno schiaffo che non modifica la rotta del primo cittadino. «Il siluro si è infranto sulla corazzata», scherza Costa, «il ricorso è un atto irrilevante, e anche inutile. Non sposta di un ette la politica del Comune sulla salvaguardia e la coerenza di quanto abbiamo fatto finora».

Una sicurezza che però non modifica la situazione di grande tensione all’interno del centrosinistra sulla questone Mose. I prossimi giorni saranno decisivi. Perché il governo Berlusconi ha convocato per il 22 ottobre il Comitatone a Roma. E venerdì il Consiglio comunale dovrà dare il suo parere sulla questione dei cantieri per la costruzione dei cassoni del Mose, che il Consorzio Venezia Nuova vuole aprire a Santa Maria del Mare e Ca’ Roman. Ma due anni dopo il Comitatone che diede il via libera al Mose (nonostante il parere contrario del Consiglio comunale) gli unici interventi che procedono spediti sono quelli delle grandi dighe. Per il resto non ci sono progetti né finanziamenti. Ma sulla prossima riunione del 22 ottobre Costa ripone buone speranze.

«Mi aspetto che il governo dimostri la stessa leale collabotrazione che abbiamo dimostrato noi», dice. Basteranno un po’ di soldi tolti al progetto Mose (che ha avuto 709 milioni di euro dal Cipe, mentre la Finanziaria non ha stanziato nemmeno una lira per la città) ad accontentare il Comune?

Costa prende fiato. «Ci aspettiamo anche risposte sulle sperimentazioni promesse sui fondali. Ma è bene chiarire che quelle sperimentazioni sono inserite nel Mose. Nessuno può pensare che siano alternative. Sono interventi complementari che ridurranno l’impiego del Mose. Quello è il patto che abbiamo sottoscritto». Eccola la divisione, sempre più profonda, tra Costa e la sua maggioranza. Mentre sono sempre di più coloro che nel centrosinistra chiedono la «revisione del progetto Mose», il sindaco non nasconde di essere a favore delle grandi dighe. Una posizione che a dispetto degli alleati porta avanti con coerenza, da quando era ministro dei Lavori pubblici con il governo Prodi. Ecco il motivo della resistenza a presentare il ricorso al Tar, e della soddisfazione con cui lo stesso Costa aveva accolto la discussa bocciatura da parte dei giudici amministrativi veneti di tutti i ricorsi presentati dalle associazioni, dalla Provincia e dallo stesso Comune. Così il Comune ha tirato in lungo. Mentre Ca’ Corner, Italia Nostra e Wwf hanno depositato da tempo il loro ricorso, la giunta comunale è arrivata a discuterne l’altro ieri, a tre giorni dalla scadenza dei termini. Decisione presa a maggioranza, su proposta dell’assessore alla Legge Speciale Paolo Sprocati, del viccesindaco Mognato e dell’assessore all’Ambiente Paolo Cacciari. Il sindaco ha dichiarato il suo parere contrario, poi si è astenuto, insieme a Ugo Campaner e Loredana Celegato, assenti Marco Corsini e Giorgio Orsoni.

«Decisione inutile», ripete, «invece di perdere tutto questo tempo a mettere ostacoli si facciano proposte. Non vedo proposte che non siano per ritardare l’avvio del Mose». Una tesi che pochi, nella sua maggioranza condividono. C’è anche chi (Ds, Verdi, Rifondazione, Gruppo Misto), propone la linea dura. Cioè di rimettere in discussione la delibera del 3 aprile. perché attuata «senza rispettare le condizioni poste dal Comune». Un atto già impugnato alla Corte dell’Aja da 150 parlamentari del centrosinistra, su iniziativa del deputato Ds Michele Vianello. Clima che si riscalda, mentre la legittimità del Mose torna sotto i riflettori. Poteva un’opera così enorme essere approvata prima di ottenere il via libera della Salvaguardia, senza la Valutazione di impatto ambientale nazionale? Lo decideranno adesso i giudici del Consiglio di Stato.

Coalizione allargata, già al primo turno. Una «Conventione programmatica» da tenersi entro ottobre, aperta alle forze sociali ed economiche. E le primarie, per scegliere candidature basate sulla «condivisione del programma». Ecco il decalogo dei Ds, in vista della prima riunione plenaria della coalizione prevista per martedì. Si cerca il candidato sindaco del centrosinistra, ma prima ancora l’alleanza sul programma. Dopo una lunghissima riunione della Direzione provinciale, i Ds hanno dato all’unanimità mandato alla segretaria provinciale Delia Murer di rappresentare la posizione del partito. «La grande novità», attacca la Murer, «è che abbiamo deciso che la priorità sarà l’accordo programmatico, da costruire non soltanto tra le forze politiche, ma con una grande convenzione della città, del volontariato e delle personalità che si richiamano al centrosinistra». Poi si arriverà alle candidature. «I Ds ritengono di avere personalità all’altezza di ricoprire questo ruolo», continua la Murer, «e nei prossimi giorni gli interessati dovranno farsi avanti, presentando programmi e proposte. Agli alleati noi sottoporremo una rosa di candidature». L’altra sera di nomi non si è parlato. Ma non è un segreto che in assenza di «colpi a sorpresa» i candidati possibili dei Ds - anche se non ancora ufficiali - sono il deputato Michele Vianello, il rettore dell’Iuav Marino Folin, la presidente del Consiglio comunale Mara Rumiz, l’assessore alla Pianificazione strategica Roberto D’Agostino. Anche in casa della Margherita circola qualche nome, come quelli di Alessio Vianello e del commercialista Arcangelo Boldrin. Poi ci sono i nomi che il sindaco uscente Paolo Costa vedrebbe con favore al suo posto. Giorgio Orsoni, avvocato, attuale assessore al Patrimonio, e Giuliano Segre, presidente di Fondazione Venezia, ex consigliere economico di Bettino Craxi e oggi di Giuliano Amato.

Ma il totosindaco resta sullo sfondo. Martedì si parlerà di punti programmatici. Quello più difficile (la chimica) è stato in qualche modo digerito dai Ds. Le posizioni opposte (l’ala che difende il settore, capitanata da Livio Marini e quella contraria alla chimica guidata da Michele Vianello) hanno trovato un compromesso. A Marghera resteranno solo «produzioni pulite», con un periodo per la transizione. C’è unità anche sulla salvaguardia («Ridiscutere il progetto Mose e invitare il centrosinistra nazionale a sciogliere le ambiguità»).

«E poi bisogna rilanciare», avverte la Murer, «il ruolo del Comune su Porto e aeroporto, su sanità e welfare. Ma anche sulla cultura e il turismo: non più solo fruizione ma anche produzione e tutela». Martedì comincia il confronto. E dagli slogan si passerà alle alleanze e ai nomi

Levata di scudi contro le «forzature» della giunta per la sublagunare. «Una scelta già fatta e votata dal Consiglio comunale», ha detto l’assessore ai Lavori pubblici Marco Corsini in una intervista alla Nuova. «Non è affatto vero», lo smentisce la presidente del Consiglo Mara Rumiz, «è ora di smetterla con il gioco delle tre carte. La città non vuole essere espropriata come per la Biennale, il Mose e la Cini».



«Non ho preclusioni a discutere sui nuovi progetti», dice la Rumiz, «ma non si possono forzare le procedure. Quando nel Piano Triennale abbiamo votato il collegamento veloce Tessera-Arsenale era per attivare i fondi statali. E la giunta aveva garantito che non si trattava di un via libera al progetto. Occorrono procedure chiare e trasparenti». Di «forzature evidenti» parla anche il deputato dei Ds Michele Vianello, che annuncia un ricorso alla Corte dei Conti. «Vorrei sapere», attacca, «come mai se l’opera è a carico dello Stato i soci del promotore Actv non siano stati scelti con una gara. Com’è possibile che il pubblico metta i soldi e il privato compartecipi? E’ un regalo per pochi». «In genere io credo nella politica, non mi piace chiedere l’intervento della magistratura. Ma viste le forzature evidenti dell’assessore Corsini, che mi auguro abbia parlato a titolo personale, non resta altra strada che chiedere l’intervento della magistratura».

Dure critiche a Corsini e alla politica della giunta arrivano anche dai Verdi. «Invitiamo l’assessore a portare subito in Consiglio comunale il progetto e soprattutto la comparazione tra il collegamento veloce sublagunare e quello per via acquea», dice il capogruppo Flavio Dal Corso, «non è affatto vero che il Consiglio comunale abia deciso, e non basta attivare procedure per dire che una città ha deciso cambiamenti epocali». Polemico anche Sandro Bergantin, vicepresidente del Consiglio comunale, autore insieme a Dal Corso, Gianfranco Bettin e Pierluigi Gasparini (Ds) di una interrogazione sull’argomento. «Non si può considerare un’opera già approvata con una furbizia procedurale», dice. E a pochi mesi dalle elezioni il dibattitito si infiamma. Il sindaco Paolo Costa e i suoi fedelissimi (tra cui l’assessore Corsini) sono determinati ad accelerare le procedure per portare avanti il progetto di sublagunare. «E’ stato approvato, e poi era nel programma del sindaco», ripete Corsini, Avvocato dello Stato portato a Venezia da Paolo Costa nel 2000. Il tubo da Tessera all’Arsenale (prolungabile al Lido) prevede 7 fermate e 11 grandi piazzole di emergenza in mezzo alla laguna, e un tram che porterebbe dall’aeroporto all’Arsenale 2400 persone l’ora in 14 minuti, la metà di quanto si impiega per via acquea. Costo, 360 milioni di euro, di cui il 60 per cento a carico dello Stato. Un progetto contestato, già bocciato 15 anni fa sull’onda della protesta internazionale.

Ds contro: contro sé stessi e contro gli alleati nell’Unione, in un confronto che sta dilaniando la Quercia, divisa tra la candidatura ufficiale del pm Casson e quella del filosofo Cacciari. Ieri è stato il deputato diessino Michele Vianello (dichiarato fan cacciariano e della Fed) a prendere di petto il verde Gianfranco Bettin e Paolo Cacciari (Rc). La vicenda è sempre la stessa: l’avvio del Mose proprio durante la gestione Costa, quando in giunta sedeva il polo-rossoverde che del «no» alle dighe mobili aveva fatto una bandiera.

«Nella tanto vituperata prima Repubblica», scandisce Vianello, «Laroni venne dimissionato e sostituito con quel vero galantuomo di Antonio Casellati (con una giunta rosso-verde) proprio sul Mose. E’ incontrovertibile che il via libera al Mose sia stato dato dalla giunta Costa: sta scritto nei verbali del Comitatone. Quindi, o andava bene a tutti (e allora tacciano) oppure non si capisce perché non abbiano fatto cadere la giunta. E’ un dato di fatto: in 5 anni, nel completo silenzio di Bettin e Paolo Cacciari, la giunta Costa ha fatto le scelte peggiori». L’affondo è per i Verdi: «Non vorreri - ricordando quell’illustre sovrano che, rinnovando la sua fede protestante, spiegò che “Parigi val bene una messa” - che si dovesse dire: “Il Mose val bene un assessorato alle Politiche sociali».

Il deputato della Quercia - candidato - non risparmia attacchi neppure ai suoi colleghi di partito: «I ds? Tutti preoccupati a dire che, con il voto disgiunto a favore di Massimo Cacciari, la presenza a Ca’ Farsetti scenderebbe a 6 consiglieri. Bene: meglio 6 attenti, che un intero Consiglio comunale umiliato, con i ds subalterni alle decisioni altrui, come accaduto negli ultimi cinque anni». Ds contro ds, anche all’interno di una stessa corrente.

Ogni dichiarazione è benzina sul fuoco. Ieri, in un’intervista, il coordinatore regionale della Sinistra ds Andrea Dapporto aveva bacchettato «chi, seduto sulle gambe di Massimo Cacciari, ipotizza il voto disgiunto», sostenendo che penalizza gravemente la Quercia, portando da 15 a 6 i suoi rappresentanti. Replica a stretto giro di comunicato del Coordinamento comunale: «Al candidato Dapporto che si avvale della carica generosamente concessagli di coordinatore regionale della Sinistra Ds vogliamo, benevolmente, raccomandare di controllare la sua incontinenza nell’uso della polemica personale e volgarità diretta». Il coordinamento ricorda di aver lasciato libertà di scelta tra Casson e Cacciari: «Nessuno ha mai lontanamente pensato che potesse essere condizionata da accordi di potere. Fermiamoci al confronto politico, se se ne possiedono capacità e virtù».

Al prossimo duello. (r.d.r.)

Povero Costa, nessuno più di lui può capire quante amarezze riserva la politica. Marcato a vista dalle componenti più a sinistra della sua coalizione, è assillato dal pericolo di aprire bocca per non essere clamorosamente smentito. Deve essere duro per il sindaco sapere di non poter decidere e doversi guardare alle spalle ogni volta che parla, ma è molto più triste per i veneziani sapere che la propria città è guidata da un gruppo di litigiosi cittadini di Babele divisi su tutto: su quello che c’è da fare, su cosa si deve fare e come farlo, chi deve decidere di fare.

E’ ciò che sta accadendo clamorosamente per la sublagunare: un progetto utilissimo a Venezia per velocizzare i trasporti penalizzati dai mezzi acquei e combattere il noto ondoso. Il cuore del centro storico verrebbe collegato non solo con la terraferma, ma con l’alta velocità europea. Il ministro Lunardi ha creduto di fare un grande regalo ai veneziani, mettendo a disposizione del sindaco questa opportunità.

Costa come avrebbe potuto dire di no al Governo? Ha fatto l’accordo, ne sono sicuro, con il terrore di dover poi guardare in faccia gli alleati. Qualche ora di tempo e la bomba è esplosa. «Il sindaco dice bugie», «Ha superato il segno. Un comitato contro la sublagunare», «Una presa per i fondelli», «Costa perde la maggioranza». Gli autori di queste frecciate fanno parte della maggioranza di giunta. Perché meravigliarci, non è successa la stessa cosa per il Mose? Costa non è a capo di una coalizione, ma di un gruppo di animatori di un «teatrino della politica» che da troppo tempo mette in scena le imprese di un sorta di samurai a tre teste, una riformista, l’altra postcomunista, la terza verde e comunista, che combatte tutto e tutti, in particolar modo contro la difesa della città e il suo progresso. Di fronte a qualsiasi progetto, inconsciamente il samurai, come fosse caricato a molla, lancia fendenti verso ogni direzione, senza risparmiare la testa di Costa, che è il sindaco di Venezia e il capo della maggioranza per cui dovrebbe governare la città e risolvere i suoi annosi problemi, come l’aveva promesso quando ha chiesto il consenso elettorale.

Il samurai non si pone problemi politici, né morali di dover onorare il voto dato imprudentemente dai veneziani al centro sinistra. Non si rispetta certo la volontà popolare negando ogni prospettiva, ogni richiesta, ogni speranza. Non è forse così che opera l’Amministrazione comunale sotto gli occhi di tutti? Il mondo vive trasformazioni straordinarie: la Cina sta diventando una potenza, l’India la segue, la Spagna ci sta sorpassando, la Grecia compie passi da gigante, alcuni Paesi della sfera sovietica hanno assunto trend di crescita eccezionali, l’Oriente rischia di mettere in crisi il nostro sistema produttivo anemico di tecnologia, e tutto questo perché hanno deciso di guardare avanti e di porsi come obiettivo lo sviluppo, di agganciarsi alla formidabile forza trainante della modernizzazione.

Per Venezia cosa sta facendo il centrosinistra? Chiude gli occhi, si tappa naso e orecchie e sventola la bandiera del populismo, esalta la politica che rifiuta le idee, combatte ogni energia e sforzo innovativo. Gli anni del centrosinistra hanno lasciato dietro di loro una strada lastricata di lapidi: sotto ognuna di esse riposa non in pace un’occasione persa, un «no» categorico e violento, un rifiuto a metabolizzare l’aria impetuosa del rinnovamento che spira da ogni lato e abbatte chi osa contrastarlo.

Ricordate quando hanno bocciato l’Expo che dissero i rosso verdi? «Faremo quello che avrebbero voluto realizzare con l’Esposizione Universale». Risultato: Siviglia e Hannover hanno intanto goduto uno sviluppo sorprendente dai loro Expo, noi a Venezia, rimasta senza, cosa abbiamo realizzato? Il gruppo consiliare della Casa delle Libertà ha chiesto la convocazione di un consiglio straordinario e le dimissioni del sindaco. Una volta si faceva così: quando il capo dell’amministrazione era clamorosamente sfiduciato se ne andava a casa. Costa che fa? Si appella alla città!

Siamo a un nuovo atto del «Teatrino della politica», non decoroso per un primo cittadino che deve difendete il prestigio di suo alto incarico istituzionale, perché sul palcoscenico dei teatri popolari sono soliti esibirsi i saltimbanchi. La città ha sbagliato a legittimare questa giunta, ma ora sembra troppo. I veneziani, anche i più pazienti, si ricorderanno di tutto questo e sapranno valutare l’attaccamento che la Casa delle Libertà ha per Venezia, che dimostra difendendo il progetto della sublagunare e dando il via, con un’iniziativa della Regione, al Passante di Mestre, anche questo fortemente contestato dai rosso-verdi.

Noi ci siamo assunti l’impegno di governo il Paese puntando sulle grandi opere e le stiamo realizzando, come lo si può constatare a Venezia con il Mose e il Passante. Ma non ci fermeremo qui: in alternativa al «fronte del no» rappresentato tenacemente dalla sinistra, ci proporremo alla guida di Venezia con un pacchetto di grandi interventi e di importanti innovazioni, che riguarderanno anche la sublagunare. Una risposta concreta alle necessità dei cittadini, e delle attività artigianali e commerciali

VENEZIA — Spetta al ministro Lunardi abbattere il Mose fuorilegge. A sostenerlo è il Comune di Venezia, secondo il quale rompete al ministro delle Infrastrutture ordinare la sospensione dei lavori del sistema di barriere mobili contro l'acqua alta che lui stesso ha fatto iniziare, e disporre la demolizione delle opere costruite finora perché «difformi» rispetto a tutti gli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale, comunali e regionali, oggi vigenti.

La «diffida» a Pietro Lunardi è contenuta nel dossier che il Sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha inviato al ministro e al governatore della Regione Veneto Giancarlo Galan, sulla base di una relazione dell'architetto Giovanni Tornato, dirigente dell'ufficio comunale «Controllo del territorio». In essa si sostiene che, secondo la legge, l'articolo 28 del titolo IV del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (il Dpr 6-6-2001 n. 380), impone al Comune che riscontra degli abusi edilizi nelle opere realizzate da amministrazioni statali, come nel caso del Mose, di informare «immediatamente» il ministro delle infrastrutture e il presidente della Regione. A questi, dice la legge, rompete la «adozione dei provvedimenti previsti». In caso di abusi commessi da privati tocca invece ai Comuni intervenire. E i «provvedi-

menti previsti», in questi casi, sono drastici: sospensione «immediata» dei lavori, e demolizione delle opere abusive con «ripristino dello stato dei luoghi» entro 45 giorni dalla sospensione. Le violazioni alle leggi in vigore riscontrate dai tecnici comunali nei cantieri del Mo-

se, dove verranno installate le barriere mobili, sono 17: sette sulla «bocca di porto» di Malamocco, sei su quella di Chioggia, quattro su quella del lido. Sono le «bocche» che mettono in comunicazione il mare con la laguna.

Sulla «bocca» di Malamocco sarebbero abusive, secondo il Comune, la costruzione di una conca di . navigazione per le grandi navi e della relativa «spalla» di sostegno, i rinforzi al molo nord, l'eliminazione di una parte del molo sud, la realizzazione di un sostegno alle barriere mobili, il rafforzamento del muro del forte di San Pietro, e lo scavo di un canale per le opere di cantiere. Su quella di Chioggia sarebbero fuorilegge la realizzazione di un porto-rifugio peri pescherecci e dei relativi moli di sponda, la demolizione di parte del molo esistente, lo scavo di una porzione della battigia, la costruzione di un nuovo molo di contenimento dell'isola di Pellestrina e la formazione di una nuova isola vicino al forte Barbarigo. Sulla «bocca» del Lido, gli abusi riguarderebbero la realizzazione di un porto-rifugio per le barche, la costruzione di una nuova isola davanti a Sant'Erasmo, il rafforzamento del molo sud e lo scavo di un canale per il cantiere.

Se ministero e Regione non interverranno, il Comune di Venezia, insieme a quelli di Chioggia e Cavallino, si rivolgerà alla magistratura. E la battaglia del Mose si trasferirà nelle aule giudiziarie. Anche perché il Sindaco di Cavallino, Erminio Vanin, intende chiedere il risarcimento dei danni subiti per i lavori del Mose sia da privati cittadini che da aziende che dalla stessa amministrazione. «Chi ha deturpato una delle aree più belle • del nostro litorale — dice — dovrà anche farsi carico della sua ricomposizione complessiva».

«Noi non possiamo intimare nulla allo Stato — spiega Cacciari — però abbiamo segnalato le violazioni che abbiamo riscontrato, e abbiamo chiesto al ministero e alla Regione che cosa hanno intenzione di fare a questo punto». Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle acque, che è il braccio operativo del ministero delle infrastrutture, da cui dipende la costruzione del Mose, sostiene invece che tutti i lavori in corso sono «pienamente legittimi», perché l'approvazione del progetto Mose da parte della commissione perla salvaguardia di Venezia avrebbe «sanato» le violazioni urbanistiche riscontrate dal Comune. Le associazioni ambientaliste contrarie alla grande opera si sono costituite in una «Assemblea permanente No Mose». Simbolo uno squalo e lo slogan: «II Mose fa bene solo a chi lo fa».

In laguna arriveranno 38 cassoni

Una specie di Lego di ferro e cemento da montare sott’acqua

Alberto Vitucci, 28 agosto

Trentotto enormi cassoni in ferro e cemento da costruire in mezzo alla laguna. Il progetto Mose va avanti, e ieri il Consorzio Venezia Nuova ha spiegato cosa succederà nei prossimi anni al litorale, destinato a diventare un grande cantiere a cielo aperto. Primo atto della procedura di Impatto ambientale sui lavori della grande opera. «Sarà una specie di Lego», spiega soddisfatto il progettista del Mose Alberto Scotti, «i pezzi li faremo a fianco delle bocche di porto poi li monteremo sott’acqua». Le aree che saranno trasformate in cantiere sono Santa Maria del Mare a Malamocco (dove saranno costruite le grandi basi in cemento anche per San Nicolò), Chioggia e Treporti. Tutto per venire incontro, ha spiegato Scotti, «alla richiesta della commissione di Salvaguardia che ha voluto la produzione in loco, per incentivare l’occupazione e alla Regione che ci ha chiesto di delimitare le aree di lavoro». I cassoni saranno costruiti all’interno del porto rifugio, previsto al Lido e a Chioggia, mentre a Malamocco i lavori saranno compiuti su una collina artificiale a fianco della conca. Conseguenza sarà lo sbancamento di molte zone anche pregiate. «Vorrei sapere quali sono le misure di compensazione previste dal punto di vista ambientale», ha chiesto Federico Antinori, responsabile dell’oasi Lipu di Ca’ Roman, destinata in parte a scomparire, «e se avete avvisato l’Unione europea, secondo le procedure previste dalla direttiva Habitat». «No», è stata la secca risposta di Andrea Rinaldo, docente a Padova e consulente del Consorzio Venezia Nuova per lo Studio di Impatto ambientale. «La Valutazione di impatto ambientale ha superato queste analisi», ha precisato Scotti. «Ma quale Valutazione, se non è nemmeno stata fatta», sbotta Stefano Boato, che da anni segue la questione per il ministero dell’Ambiente. Anche per il nuovo progetto la procedura di Via sarà inviata alla Regione e non al ministero. Presenti in sala numerosi componenti dei comitati antiMose, che annunciano nuove manifestazioni di protesta dopo lo sbarco in bacàn di domenica scorsa. Il Wwf ha pronto il ricorso al Consiglio di Stato contro le sentenze del Tar Veneto che ha respinto in blocco tutti i ricorsi presentati sulle procedure, accogliendo completamente le tesi degli avvocati del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova. Una battaglia destinata a infiammarsi a settembre, alla ripresa dell’attività politica. In Comune sono tante le forze politiche che chiedono alla giunta un «atto forte» dopo che l’ordine del giorno del Consiglio comunale che chiedeva di sospendere i lavori non è stato nemmeno preso in considerazione. Ma la procedura delle grandi opere va avanti spedita, e mentre il governo taglia anche le spese della carta igienica ai comuni, i fondi per le grandi opere non sono in discussione. Il ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi ha infatti ribadito che non ci saranno problemi, e la programmazione può proseguire. Il Mose è stato inserito tra le opere «intoccabili», insieme al ponte sullo Stretto, Frejus, Salerno-Reggio Calabria e passante di Mestre. Ma le perplessità in città sono molte. L’opposizione alla grande opera passa trasversalmente ai partiti, e interessa molti semplici cittadini che hanno aderito ai comitati. «Daremo battaglia», promette Salvatore Lihard, della Cgil, «e ci dovranno ascoltare». Intanto il progetto dei megacantieri è partito. Per le osservazioni ci sono 50 giorni di tempo.

Dopo lo sbarco in bacàn ricomincia la battaglia

Mose, pronti nuovi ricorsi,

28 agosto 2004

LIDO. Ricorso al Consiglio di Stato contro le procedure adottate per approvare il Mose. Il Comune tentenna, e l’iniziativa la prendono gli ambientalisti. Sinistra ecologista, il movimento fondato da Edo Ronchi e Fulvia Bandoli, ha già pronto il ricorso che sarà presentato nei prossimi giorni. Le associazioni contestano la decisione del Tar del Veneto (presidente Stefano Baccarini) che ha respinto in blocco i ricorsi presentati. Molte delle osservazioni riportate nelle motivazioni della sentenza, osservano gli ambientalisti, sono discutibili. Dunque gli estremi per un ricorso in secondo grado esistono. Ne sembra convinta anche la Provincia, che ha presentato due mesi fa un ricorso alla Corte europea dell’Aja. Il presidente Davide Zoggia ha annunciato la presentazione del ricorso al Consiglio di Stato. Diverso il caso del Comune, dove com’è noto il sindaco Costa è un sostenitore della grande opera fin dai tempi in cui era ministro dei Lavori pubblici. Costa ha annunciato di non voler presentare ricorsi, proprio mentre gran parte della sua maggioranza (Ds, Verdi, Rifondazione, Gruppo Misto) si sono espressi in modo esplicito contro i lavori alle bocche. Una manifestazione molto partecipata si è svolta domenica scorsa sulla spiaggia del bacàn di Sant’Erasmo, destinato a scomparire per far posto alla grande isola artificiale di sette ettari. Dopo la pausa estiva riprende dunque la battaglia contro il Mose. I comitati annunciano iniziative a raffica. «Per far capire alla gente», dicono, «quali saranno le conseguenze della costruzione delle dighe». Solo al Lido saranno scavati cinque milioni di metri cubi di fondali, sostituiti con il cemento, piantati migliaia di pali in ferro lunghi trenta metri. Un cantiere che durerà dieci anni e cambierà per sempre il volto della laguna, fissando i fondali alla quota di dieci metri per ospitare gli enormi cassoni. Molti, non soltanto tra gli ambientalisti, si chiedono se sia proprio necessario. E la campagna di autunno, anche in vista dell’elezione del nuovo sindaco, è già cominciata. (a.v.)

Gasparetto (Salvaguardia) polemizza con il sindaco Costa

GRANDI OPERE «Io voto seguendo la mia coscienza»

19 agosto 2004

Una bacchettata respinta al mittente. Con gli interessi. Una lettera durissima, quella inviata ieri dal rappresentante del Comune in commissione di Salvaguardia, l’architetto Cristiano Gasparetto, al sindaco Paolo Costa. Che qualche giorno fa aveva invitato i rappresentanti eletti dal Comune a «collaborare di più per far apoprovare i progetti presentati dalla giunta». «Non è concepibile», aveva scritto tra l’altro il sindaco, «che i rappresentanti del Comune non partecipino ai lavori o se vi partecipano non tengano in nessuna considerazione la volontà degli organi di governo della città». Un atteggiamento reiterato che secondo Costa avrebbe addirittura «danneggiato l’imagine dell’amministrazione, ritenendo poco credibili i progetti presentati». Ma secondo Gasparetto quelli del sindaco sono «rilievi errati e pretestuosi». «Per quanto riguarda le presenze basta guardare i verbali», scrive l’architetto, «il sottoscritto è tra i più presenti». «Per quanto riguarda l’allineamento alle scelte politiche dell’amministrazione», continua Gasparetto, «ella non può ignorare le leggi che costituiscono la commissione, né tantomeno il pronunciamento della Corte costituzionale del 1998». Secondo Gasparetto insomma, la commissione non è certo parificabile a una conferenza di servizi tra i vari enti, come sostenuto dal sindaco. E dunque ogni membro eletto (due dalla maggioranza e uno dalla minoranza in Consiglio comunale) ha «l’obbligo e il diritto ad agire in piena autonomia, secondo scienza e conoscenza». Gasparetto continua invitando il Comune ad adeguare invece tutti gli strumenti urbanistici alle norme del Palav (la legge speciale lo prevede da nove anni, e in quel caso la commissione sarebbe abolita, ndr), e citando due grandi progetti su cui lui stesso - e buona parte della maggioranza - non la pensano come Costa: Mose e sublagunare. «Il primo è inutile, pericoloso e costosissimo, la seconda un pericolo anche sociale per la città». «Mi pare che queste posizioni di Costa», conclude Gasparetto, «siano infondate, pretestuose e strumentali, «e forse la reprimenda scaturisce dall’impossibilità di accettare, su nodi di così grande rilievo, diversità non riducibili al solo piano politico, ma che rappresentano strutture culturali profonde. Ognuno, fortunatamente, ha la sua cultura». (a.v.)

Il sindaco bacchetta i consiglieri

8 agosto 2004

I consiglieri della Commissione di Salvaguardia nominati dal Comune di Venezia devono avere un occhio di riguardo per i progetti sottoposti al suo esame da Ca’ Farsetti. Non è una preghiera, ma una richiesta formale del sindaco Paolo Costa inviato agli architetti Cristiano Gasparetto e Antonio Gatto e all’avvocato Gianfranco Perulli, rappresentanti del Comune in Salvaguardia. «In più di un’occasione in merito a questioni le più diverse, ma tutte di grande interesse della città - scrive il sindaco ai tre consiglieri”tirando” loro le orecchie - ho dovuto, mio malgrado, rilevare come i componenti della Commissione per la Salvaguardia di Venezia espressi dall’Amministrazione Comunale abbiano brillato per le loro assenze nelle sedute della Commissione stessa e, se presenti, per la scarsa collaborazione rispetto ai progetti presentati dal Comune. Tale atteggiamento, reiterato, ha danneggiato l’immagine dell’Amministrazione Comunale nei confronti delle altre Amministrazioni rendendo poco credibili i progetti e i piani presentati nel Comune di Venezia». Costa ricorda che - se formalmente i tre consiglieri non sono legati a un esplicito vincolo di mandato - nello spirito della Legge Speciale che ha costrituito la Commissione di Salvaguardia, essi sono comunque tenuti a rappresentare la posizione del Comune e a tenere in considerazione la volontà di Giunta e Consiglio comunale. Visto che «nelle prossime settimane la Commissione di Salvaguardia sarà chiamata ad esaminare degli importantissimi provvedimenti di grande interesse per l’Amministrazione comunale - scrive ancora Costa - i tre consiglieri si regolino di conseguenza e non facciano scherzi. (e.t.)

Chi è serio si dimetta,

Ufficio di piano sotto tiro

VENEZIA. Un Ufficio di piano alternativo. Una sorta di governo ombra, composto di tecnici indipendenti, che possano fornire indicazioni tecniche sui progetti della salvaguardia. E’ la proposta provocatoria, avanzata dal capogruppo di Rifondazione a Ca’ Farsetti Pietrangelo Pettenò. «Hanno tradito i patti, quello è un gruppo di tifosi del Mose, in larga parte consulenti del Consorzio Venezia Nuova», accusa Pettenò. Che invita «le persone serie» nominate dal governo nell’Ufficio di Piano a dimettersi. «Hanno lasciato fuori il rettore di Ca’ Foscari», tuona Pettenò, «per mettere quello che è stato sconfitto nella corsa al rettorato, hanno messo i consulenti del Consorzio e non gli esperti di idraulica come D’Alpaos».

Monta la polemica sul fronte della salvaguardia. Oggi pomeriggio a Ca’ Farsetti si svolgerà l’atteso vertice di maggioranza con il sindaco Costa. Rifondazione, ma anche Ds, verdi, Gruppo Misto e Sdi, chiedono al sindaco di chiarire gli aspetti «poco chiari» della vicenda. Una delle richieste avanzate al Comitatone dell’anno scorso era quello di istituire l’Ufficio di Piano. «Adesso aspettiamo che siano mantenuti gli altri due punti», dice il sindaco, «cioè i finanziamenti alla città e l’avvio delle sperimentazioni alle bocche di porto. Solo così potremo vedere se è sono stati mantenuti i patti. Noi abbiamo sempre dato al governo una leale collaborazione».

Ma il problema sembra sempre più complicato. Mentre gli ambientalisti attendono l’esito del ricorso al Tar contro il progetto Mose (udienza fissata per il 6 maggio) in Parlamento il deputato Michele Vianello ha presentato un’interrogazione di fuoco denunciando un probabile «conflitto di interessi» tra tutti gli studiosi nominati nell’Ufficio di Piano che hanno svolto «attività di consulenza per il Consorzio progettista delle opere».

Una battaglia aperta su più fronti. E oggi la commissione Legge Speciale presieduta da Flavio Dal Corso ha in programma l’audizione dei rappresentanti del omune in seno alla commissione di Salvaguardia. L’architetto Cristiano Gasparetto e l’avvocato Gianfranco Perulli dovranno illustrare alla commissione l’andamento della seduta della commissione di Salvaguardia che aveva approvato il progetto definitivo del Mose tra accese polemiche. (a.v.)

MOSE Comune in fibrillazione

La maggioranza "convoca" Costa

I Ds pretendono un chiarimento

(S.T.) Il deputato diessino Michele Vianello ha mandato ieri un'interrogazione ai ministri Lunardi (Infrastrutture) e Matteoli (Ambiente) sulla costituzione dell'Ufficio di Piano, ricordando l'assoluta necessità della sua neutralità, dato che tra le sue funzioni c'è la verifica tra gli indirizzi del Comitatone e l'operato del Consorzio Venezia Nuova, e dunque chiedendo «se i singoli membri dell'Ufficio di Piano abbiano svolto attività, retribuite o non retribuite, direttamente o tramite società, Istituti universitari o altri Enti, per conto del concessionario Venezia Nuova o di società appartenenti al succitato Consorzio».

Una domanda retorica, perché tra i 13 componenti dell'Ufficio nominati da Berlusconi vi è certamente chi ha avuto rapporti anche professionali col Consorzio, e comunque destinata ad avere effetti non solo a Roma, ma anche a Venezia. «Eh sì - ammette Vianello -, ho fatto l'interrogazione anche perché ora i miei devono venire allo scoperto». I Ds, infatti, sul tema generale della Salvaguardia sono stati finora tra il timido e il diviso, ma l'ultimo schiaffo dell'Ufficio di Piano - un ufficio che Gianfranco Bettin (Verdi) non ha esitato a chiamare"Del Mose" per la sua composizione - sembra avere provocato una scossa. La Quercia alla fine si è data una linea unitaria incentrata su alcuni capisaldi: sostegno ai ricorsi al Tar contro il Mose; battaglia anche nazionale a favore degli 11 punti; accelerazione sugli interventi alternativi alle bocche di porto.

E ieri il capogruppo della Quercia in consiglio comunale, Livio Marini, ha convocato al volo una riunione di maggioranza, che si è conclusa con un documento che sarà la base di un incontro a 360 gradi col sindaco sulla Salvaguardia. «L'intento - ha spiegato Sandro Bergantin (Città nuova) - è mettere Costa alle strette». Nel mirino, infatti, c'è anche il sindaco, accusato senza mezzi termini di slealtà da Rifondazione, anche per la presenza di Ignazio Musu nell'Ufficio di Piano. Una candidatura sostenuta da Costa anche dopo che il professore s'era dimesso da consigliere comunale in polemica col il documento degli 11 punti, e nonostante il no sul suo nome di Ds e Polo rossoverde per l'incompatibilità che così si era creata.

Il documenro siglato ieri avverte che l'Ufficio di Piano, anche se richiesto da sempre dal Comune, «non può prescindere da regole di rigore istituzionale», a afferma che se i suoi componenti saranno quelli anticipati dalla stampa (il decreto, infatti, non è ancora pubblicato) «ci troveremmo in presenza di soggetti che avendo svolto compiti di consulenza per enti privati sulle opere, sarebbero ora chiamati a controllare le medesime e il proprio operato». Su Musu c'è un accenno senza far nomi, e il documento si conclude indicando che il chiarimento col sindaco dovrà comprendere, in vista del Comitatone, i temi dell'integrale applicazione degli 11 punti del Comune «a partire dall'indispensabile criterio della sperimentazione alle bocche di porto».

C’è l’evento che rilancerà in tutto il mondo del benessere «Shark tale», lo squalo-cartoon che ricoprirà (una volta di più) d’oro Spilberg & Co. C’è il battage che porterà il mome della Biennale e l’immagine di Venezia ai quattro poli, con tornaconti economici e turistici. C’è la grande curiosità di poter assistere gratuitamente a uno spettacolo certamente particolare, vedendosi passare sotto il naso Angelina Jolie e Robert De Niro, che ai personaggi disegnati hanno dato voce. Ma a tutto c’è un limite.

Così il Comune si è impuntato davanti al crescere delle richieste da parte dell’Uip, la casa distributrice del film che cura la serata evento e che dopo Piazza San Marco - subito concessa dal Comune in uso gratuito, quale favore alla Biennale - ha poi chiesto di poter utilizzare anche metà Piazzetta.

«Non se ne parla», risponde il capo di gabinetto del sindaco, Marco Agostini, «bisogna essere chiari, non chiedere un pezzetto alla volta: hanno a disposizione lo spazio dall’Ala Napoleonica fino ai Pili, non un metro di più. Ci hanno chiesto, nei giorni scorsi, anche la possibilità di occupare metà Piazzetta, per sistemare i metal detector. Sia chiaro: non c’è alcun problema di sicurezza pubblica da salvaguardare. Non è un nostro problema che la produzione voglia bloccare cellulari e videocamere temendo copie pirata: abbiamo detto sì alla serata evento in Piazza perché è un’opportunità per la città, ma non correremo dietro ad altre pretese. O così o niente».

Naturalmente, l’anteprima mondiale andrà in onda, anche se al momento non c’è traccia di ordinanza che dica chiaramente a che ora potrà chiudere la Piazza in deroga al regolamento comunale per trasformarsi in Cinema.

Intanto, a discutere, sono i 62 esercenti e commercianti coinvolti, con le loro attività, dalla rivoluzione «Shark tale», che prevede lo sgombero dei plateatici sin dalla serata dell’8 settembre per poter allestire la platea con 4000 posti, mentre palco, mega-schermo, cavi e attrezzature inizieranno ad arrivare già prima.

Per gli indennizzi ci sono tre trattative. La prima, la più ecumenica, è quella intavolata dall’Associazione Piazza San Marco, che a Biennale e Uip hanno chiesto un indennizzo una tantum di 20 mila euro, da devolvere in beneficenza ad un ente veneziano. «Per la prima volta, dopo anni, siamo stati contattati prima di un simile evento, senza che ci precipitasse addosso», spiega il presidente Enrico Gigi Bacci, «e siamo grati al presidente della Biennale Croff per quest’attenzione. D’altra parte, è vero che questo sarà un evento che avrà una copertura mondiale e, pertanto, porterà l’immagine di Venezia nel mondo: che è quello che serve. Ci è sembrato pertanto giusto chiedere un indennizzo per i disagi subiti dalle attività, ma anche dare un segnale chiaro, devolvendo questi soldi ad un ente veneziano: il nostro interesse non è personalistico, ma è rivolto alla città». Biennale e Uip, ancora, non hanno detto né sì, né no.

C’è poi la trattativa diretta di un negozio e un esercizio, rappresentati dall’avvocato D’Elia (che spiega di essere stato contattato anche da 4 ambulanti e dai gondolieri di Bacino Orseolo) che intendono ottenere un indennizzo al centesimo per i danni economici patiti, devolvendolo anch’essi in beneficenza. «Un cartone animato non è un’operazione culturale», taglia corto D’Elia, «è un affare commerciale gigantesco. E’ giusto che paghino il dovuto: anche il Comune avrebbe dovuto pretenderlo». Infine c’è la trattativa diretta - questa sì per un indennizzo puro, variabile tra i 6.500 e i 18 mila euro - tra i Caffè di Piazza e la produzione: gli esercizi dovranno chiudere i plateatici per 48 ore.

«Il Consiglio comunale ha già deciso. La sublagunare si deve fare, e io ho il dovere di portare avanti tutte le procedure di legge». E’ un assessore «tecnico», ma di politica se ne intende. Marco Corsini, avvocato dello Stato da quattro anni assessore ai Lavori pubblici chiamato da Paolo Costa, non lascia spazio a dubbi: «Non capisco questo allarme, non ci sono forzature, né viene espropriato il Comune». Due anni dopo, riesplode la polemica sulla grande opera sotto la laguna. La novità è che in questi giorni in Provincia è stato depositato lo Studio di Impatto ambientale, cioè il progetto dettagliato di quello che succederà con i lavori. Un passaggio imprevisto, perché in origine la sublagunare doveva essere finanziata tutta dalle imprese.

Poco importa che siano sempre di più i dubbi e le riserve sulla grande opera, già proposta da Gianni De Michelis 15 anni fa e bocciata sull’onda della protesta internazionale. Non conta che molti consiglieri abbiano chiesto un dibattito urgente. L’iter va avanti, e Corsini lo difende. Il suo obiettivo, dice, «è quello di mantenere le promesse e realizzare le opere ferme da anni».

Dunque hanno torto i consiglieri che denunciano la mancanza di un dibattito in Consiglio comunale?

«La programmazione dei lavori pubblici è di competenza del Consiglio comunale, e questa è stata esercitata nel 2002, quando è stato apprrvato l’inserimento nei programmi della sublagunare, che peraltro era già un punto del programma elettorale del sindaco».

Una righetta in un documento basta per decidere una trasformazione epocale?

«Non è una righetta, è il passaggio previsto dalla legge. Non posso accettare che si riduca a cavillo una procedura di legge. Se qualcuno per convenienza politica ha fatto finta di non vedere non so che farci. Si fanno dibattiti di ore per un marciapiedi...»

Forse la sublagunare è opera un po’ più complessa.

«Il principio non cambia. Se il Consiglio comunale vota sì, io ho il dovere di portarla avanti. Ma ora il Consiglio comunale ha esaurito il suo compito. Chi decide deve assumersi la responsabilità, non si può sempre tornare indietro: ci sono impegni presi e contratti firmati».

Una procedura forzata che ricorda un po’ quella del Mose. I lavori sono cominciati, eppure la città aveva espresso forti dubbi, il Consiglio comunale aveva addirittura votato no al progetto definitivo.

«Qui è più semplice, perché quest’opera non è stata concepita a Roma, ma a Venezia»

Lei è sicuro che Venezia la voglia, questa sublagunare?

«Ammetto che il dibattito finora non c’è stato, in una città dove si passano mesi a dibattere sulle opere finite, come la scala della torre di Mestre. Ma si farà, la procedura di Via lo prevede».

Non sarà tardi, magari con i contratti già firmati?

«Se il Consiglio comunale viuole può fare una mozione e chiedere che tutto si fermi. Ma è una scelta politica».

I saggi nominati dal Comune avevano bocciato il progetto, due anni fa.

«Avevano dato un parere articolato e molte prescrizioni. Il nostro responsabile del procedimento Roberto Scibilia ha ritenuto accolte tutte le prescrizioni».

Secondo lei il tram sott’acqua è una priorità per questa città e ne risolve i problemi?

«Da solo non basta, è evidente. Ma comunque se si va sotto è meglio. Si riduce anche il moto ondoso, e si rivitalizza l’Arsenale».

Val la pena fare tutto questo lavoro per risparmiare un quarto d’ora? Perché non provate con un vaporetto, magari studiato per correre di più e fare meno onde?

«Perché la scelta è già stata fatta. E io ho l’incarico di portarla a termine».

I soldi ci sono tutti?

«Il 60 per cento li metterà a disposizione lo Stato, i privati da soli non ce la facevano».

Come mai le imprese in corsa sono le stesse del Mose, della Fenice, di Insula, del Parco di San Giuliano?

«Questo non lo so. Io faccio sempre le gare e chi vince vince. Anche per il progetto si farà una gara, e vincerà il migliore. In ogni caso sono imprese che i lavori li finiscono. La Holzmann e la Ferrovial le abbiamo dovute cacciare».

Sulla Sublagunare si veda anche:

Salzano, Vogliono bucare Venezia

Vitucci, Sublagunare, domani il verdetto

Erbani, Se la Laguna si trasforma in un Club Mediterannée

Vitucci, La politica degli annunci

Sondaggio della Margherita: Cacciari già in fuga

Silvio Testa

Massimo Cacciari già in fuga, e gli altri candidati sindaci a pedalare in salita, intenti a schivare le buche del voto disgiunto che, nel caso di ballottaggio Cacciari - Casson, spaccherebbe in due il Centrosinistra. Su 100 elettori di Rifondazione, ad esempio, 65 voterebbero Cacciari, e solo 25 Casson, il candidato ufficiale del partito; tra i Ds, 54 voterebbero Cacciari, 40 Casson.

È il risultato del primo sondaggio che sia uscito dalle segrete stanze dei partiti, commissionato dalla Margherita (il partito di Cacciari) all'Ipsos di Milano, società dell'omonima multinaziona, condotto telefonicamente il 10 marzo su un campione di 1000 elettori. Il sondaggio indica chiaramente la preferenza dell'elettorato per un sindaco di Centrosinistra (47,6 per cento contro il 25,6 per un candidato di Centrodestra, col 26,8 per cento di incerti), e alla domanda su chi voterebbero tra i candidati, gli intervistati si sono espressi al 30,9 per cento per Cacciari (Margherita e Udeur), al 18,2 per cento per Casson (Ds, Verdi e Prc, Sdi, Ci, Di Pietro), all'11,8 per cento per Cesare Campa (Fi e Udc), al 6,5 per cento per Raffaele Speranzon (An), al 2,7 per cento per Alberto Mazzonetto (Lega Nord), al 4,4 per cento per Maurizio Crovato (Uno di noi), allo 0,4 per cento per Augusto Salvadori (Per Venezia Mestre), allo 0,3 per cento per Vittorio Salvagno (Socialisti laici), allo 0,1 per cento per Mario d'Elia (Mav).

Se però si portano correttamente a 100 le risposte, togliendo dalle percentuali quel 24,7 per cento di elettori che si sono detti incerti o decisi a non votare, Cacciari sale addirittura al 41 per Cento, Casson tocca il 24,2, Campa arriva al 15,7. Ai ballottaggi, Cacciari prevarrebbe sempre. Con Casson la spunterebbe 46,5 contro 28,1 (62,3 contro 37,7 depurando la statistica del 25,4 per cento di indecisi o non votanti); con Campa 59,7 contro 22,3 (72,8 contro 27,2 non tenendo conto del 18 per cento di indecisi). Casson prevarrebbe su Campa col 45 per cento contro il 23,5 per cento, con un'alta quota di indecisi (31,5 per cento) che con la solita correzione porterebbe il candidato del Centrosinistra a prevalere col 65,7 per cento contro quello del Centrodestra (34,3 per cento).

Il sondaggio indica anche un'altissima tendenza al voto disgiunto, che non andrebbe a solo vantaggio di Cacciari: di Ds e Rifondazione abbiamo già detto, ma il 76 per cento degli elettori dell'Udeur è orientato a votare Casson, e così il 18 per cento di quelli della Margherita. In caso di ballottaggio Cacciari - Casson, il primo verrebbe votato dal 39 per cento di elettori di Forza Italia contro il 26 per cento che voterebbe Casson, percentuali che vanno al 41 e al 35 in caso di elettori di An.

«I nostri sondaggi danno indicazioni esattamente contrarie», sostiene la segretaria provinciale dei Ds, Delia Murer, pur senza dare indicazioni più dettagliate, ovvero Casson tra il 35 e il 40 per cento, Cacciari tra il 21 e il 26, Campa tra il 18 e il 21. «Sondaggi seri, ripetuti nel tempo su campioni omogenei e selezionati di elettori divisi per fasce d'età e categorie sociali», aggiunge il leader dei Verdi, Gianfranco Bettin, accusando la Margherita di diffondere sondaggi fatti per tirare la volata al proprio candidato.

Un missionario combattente.

Alda Vanzan

Un missionario combattente. Uno che come missione si è dato tre obiettivi: vincere le elezioni (con i suoi sempre più convinti che sarà una passeggiata), ricompattare il centrosinistra, amministrare la città. Massimo Cacciari riassume la battaglia così, nella straripante e soffocante sala al quarto piano dell'hotel Michelangelo, gremita di margheriti e di "apartitici" dei comitati, qualche cacciariano con tessera concorrente in tasca (il diessino Paolo Dozzo), perfino un avversario di dodici anni fa (Aldo Mariconda) che all'appuntamento si presenta con un foglietto intitolato "Perché voto Cacciari". Centocinquanta persone, gente in piedi col cappotto sul braccio ché fa caldo, ovunque manifesti con il primo piano del filosofo che non guarda in faccia ma scruta altrove, ovviamente in alto, tre slogan diversi: "Il tuo sindaco/la tua fiducia", "Il tuo sindaco/il tuo futuro", "Il tuo sindaco unitario e ulivista da una vita". Ed è da qua che Massimo Cacciari, nella conferenza stampa di presentazione del programma, al centro del tavolo cui siedono gli alleati Guido Berro (Movimento repubblicano europeo), Olvrado Girardello (Udeur), Danilo Corrà (Intesa per la città), il senatore Tiziano Treu e Alessio Vianello (Margherita), attacca. «Oggi presentiamo il programma di una lista radicata nel contesto del centrosinistra e che intende ricostruire il centrosinistra. Perché non siamo stati noi a rompere l'unità. Noi abbiamo subìto un isolamento e questo isolamento ha portato alla mia candidatura. Ma il nostro obiettivo è ricostruire l'unità su basi programmatiche chiare».

Cacciari cita alcuni punti del programma. Il rilancio di Porto Marghera: «Noi parliamo di sviluppo, non di dismissione né di post-industriale, proponiamo una società pubblica/privata per gestire le bonifiche e riallocare le aree». La salvaguardia di Venezia: «Bisogna recuperare la centralità del Comune nelle politiche di salvaguardia», quindi, visto che i lavori del Mose sono iniziati, attacca la giunta Costa: «L'Amministrazione non ha reagito con la sufficiente determinatezza, è mancata una logica di sistema, dire adesso "no al Mose" è uno slogan non un programma di governo». Ossia, visto che il Mose è già avviato, va auspicata una «rinegoziazione dei lavori», con più attenzione al recupero del microtessuto cittadino piuttosto che alle opere faraoniche. Poi il traffico: «Interventi drastici, compresa la pedonalizzazione, da assumere immediatamente». L'emergenza casa: «Bisogna riprendere a costruire case e fare una politica dell'abitazione, senza più guardare solo al reddito, ma alle funzioni. Case alle giovani coppie, ai lavoratori extracomunitari, agli studenti». La sublagunare: «Sono stato io, con il compianto Marino Grimani, a inventarmi la sublagunare fino all'Arsenale, ma il ragionamento era che l'Arsenale doveva diventare un centro di attività cantieristiche e fieristiche. Quindi, prima di tutto, bisogna "sdemanializzare" l'Arsenale, la sublagunare la faranno i privati in project financing». Pausa. In prima fila è seduto il presidente di Asm e Pmv, Enrico Mingardi. Cacciari lo guarda e parte all'attacco, il vero attacco contro Costa & C. «La sublagunare la può fare Mingardi in quanto capitalista, perché il Comune non può affrontare spese di questo genere, non tocca al Comune comprare palazzi, semmai li dovrebbe vendere, non può essere che il Comune indebiti la sua gallina dalle uova d'oro per fare lo stadio, lo stadio con me lo faceva Zamparini non il Casinò che doveva servire per sostenere le spese per le politiche sociali». Ecco qua, come li definisce Cacciari, i «punti di fraterna polemica col centrosinistra». Per il resto il programma è praticamente una fotocopia di quello del centrosinistra, più o meno accentuato in alcuni punti. Domanda: e allora perché votare l'uno anziché l'altro? «Vivremo il primo turno come una sorta di primarie tra due differenti stili di politica: i cittadini diranno se preferiscono me o chi ha rotto la Fed e candidato un magistrato».

Non ce n'è uno che ammetta ...

Al.Va.

Non ce n'è uno che ammetta di aver incaricato il tipografo di stampare il santino disgiunto. Non uno, neanche tra i più accesi sostenitori dei voti diversificati. Che poi, per farla breve, sono tutti a sinistra e tutti tra Ds e Cacciari. Ossia: voto di lista alla Quercia e croce non sul candidato sindaco Felice Casson sostenuto dal partito, ma sul candidato sindaco della Margherita Massimo Cacciari. I santini disgiunti, se mai salteranno fuori, diventeranno l'emblema delle elezioni 2005, delle polemiche avvenute e in corso: roba da finire in foto in una ricostruzione storica. Comunque sia, con o senza santini, il voto disgiunto sta tenendo banco. L'ha invocato pro domo sua Massimo Cacciari. L'hanno apertamente apprezzato alcuni diessini (Mara Rumiz e Michele Vianello, gli stessi sponsorizzati nelle preferenze dal filosofo). Lo stanno seriamente temendo gli apparati dei partiti. Che, comunque, negano possa prendere piede. Per due motivi: lealtà al candidato di partito, rischio di non entrare a Ca' Farsetti. Dice Delia Murer, segretaria dei Ds: «Il voto disgiunto non è come fare le primarie. Se al ballottaggio andassero Casson e Cacciari, i Ds sarebbero fortemente penalizzati nella rappresentanza in consiglio comunale. Ma a parte ciò è l'aspetto politico che va sottolineato: i Democratici di sinistra sostengono Felice Casson, hanno fatto una scelta democratica e questa scelta impegna tutti i Ds a sostenere Felice Casson. Certe uscite non sono leali e nemmeno serie. E teniamo presente che il voto disgiunto a favore di un altro candidato sindaco che non sia Casson penalizza il partito». Idem per Roberto Del Bello, segretario del Prc: «Smentisco nel modo più assoluto l'esistenza di un qualsiasi dissenso all'interno di Rifondazione circa la candidatura di Felice Casson. Le uniche voci isolate, cui è stato dato troppo spazio e peso, riguardano quelle provenienti da un presunto iscritto che restituisce la tessera attraverso una lettera al Gazzettino e di cui non troviamo traccia nei nostri elenchi e quella di un aderente al partito della chimica il quale, evidentemente, oltre a non avere ascoltato le parole di Felice Casson, da anni non ascolta nemmeno quelle provenienti dal partito di cui dice di far parte». Anche Del Bello, come Murer, avverte: «Con il voto disgiunto si corre il rischio di regalare la maggioranza assoluta del consiglio comunale a un partito, la Margherita, che con l'Udeur non arriva al 10% dei voti».

La legge (decreto legislativo 18 agosto 2000 numero 267, articolo 73, comma 10) assegna un premio di maggioranza pari al 60% al vincitore del ballottaggio: tra Cacciari e Casson, se al secondo turno vincesse il filosofo, la Margherita otterrebbe 28 seggi dei 46 in consiglio comunale; i rimanenti 18 andrebbero proporzionalmente distribuiti tra tutte le altre forze politiche, da An ai Ds. Insomma, un campo di margherite a Ca' Farsetti, Cacciari sindaco di un monocolore di centro. A meno che non succeda che una lista (eventualità improbabile) o un gruppo di liste collegate (più facile) non superi al primo turno il 50% dei voti validi. Potrebbe capitare, cioè, che tutto il centrosinistra che sostiene Casson il 3 aprile prenda la maggioranza assoluta. Se succedesse, al successivo ballottaggio, anche se vincesse Cacciari, la Margherita non avrebbe il 60% dei seggi. L'eventualità al momento non è suffragata dai numeri: solo assieme alla Margherita il centrosinistra arriva al 53% (Comunali 2000), senza la Margherita si ferma al 44% (Provinciali 2004). In ogni caso, resterebbe da chiarire come sarebbe composto il consiglio comunale: probabilmente col proporzionale puro (e un sindaco senza maggioranza in consiglio). L'argomento è oggetto di interpretazioni.

Il film di Manuela Pellarin è giocato sul contrappunto di tre serie d’immagini: le interviste con operai che hanno vissuto l’ultimo mezzo secolo di vita di Porto Marghera; brani di filmati d’epoca, generalmente in bianco e nero, che narrano la storia dello sfruttamento del lavoro e della resistenza degli operai (e della città); le sequenze che esprimono la realtà d’oggi, abbandono e smantellamento.

Il leit motiv sono gli uomini: le interviste sono la parte più profonda e “costruita” del film, la sua storia. Ma indubbia è la forza delle immagini dei luoghi e degli eventi, sia nella loro sequenza e nel loro intreccio con le vicende degli uomini e del grande impianto produttivo, sia nella bellezza del paesaggio (allucinante, disfatto e pieno di tensione) che rappresentano.

Ho raggruppato le immagini tratte dal film in due serie: “ persone” raccoglie alcuni fotogrammi tratte dalle interviste, di cui le brevi didascalie danno i tratti essenziali; “ luoghi ed eventi” offre rapide sequenze di alcune porzioni del film. Le didascalie dei fotogrammi mi sono state suggerite da Manuela.

Non so se con questo sarò riuscito a dare un’dea del lavoro di Pellarin; sarà comunque, nel migliore dei casi, un’immagine molto esile e sfocata, approssimativa.

L'immagine qui sopra rappresenta e ricorda Giobatta Gianquinto, l'amato sindaco di Venezia (ma era nato a Trapani) la cui vita fu intrecciata a quella della classe operaia di Porto Marghera nei suoi momenti più significativi; è al centro della foto

Le immagini degli operai intervistati

Le immagini di alcuni dei luoghi e degli eventi

Il Consorzio Venezia Nuova, potente pool di imprese che ha proposto, elaborato e ora realizzato un particolare tipo di progetto per dividere il mare dalla laguna di Venezia, ha pure per trent'anni distorta l'informazione nazionale ed internazionale. Anche se ora risulta difficile comunicare una realtà assai complessa, la necessità di altre soluzioni realizzative lo impone. A Venezia le stesse forze politiche della sinistra hanno faticato a lungo per arrivare a capire ed ora finalmente a schierarsi tutte di conseguenza, che il MoSE «serve solo a chi lo fa» come recita un recente manifesto dell'Assemblea permanente contro il MoSE costituita da tutte le Associazioni che da anni lottano per la salvaguardia della laguna. Il progetto è un'opera ingegneresca, segnata tecnologicamente già dal tempo (scherzosamente detto il ferro vecchio), che da sola dovrebbe bloccare le acque alte nella laguna e gli allagamenti di Venezia e delle isole che avvengono con sempre maggiore frequenza ed intensità. Una mega opera salvifica che non interviene sulle cause del fenomeno (interramenti e canali devastanti la laguna) ma vorrebbe risolverlo operando solo sugli effetti. Esistono precise leggi speciali per Venezia che regolamentano cosa dovrebbe essere un'opera di salvaguardia lagunare: il MoSE non rispetta questi dettati, ma - cosa ancor più grave - è inefficiente e pericolosa proprio rispetto all'obiettivo che si propone. Inefficiente perché, ad esempio, delle 94 acque alte che nel 2003 hanno allagato piazza san Marco, se già costruito ne avrebbe evitate 7. Inutile perché se, nei prossimi anni, ci fosse un innalzamento del livello marino legato all'effetto serra come ampiamente previsto dagli scienziati, sarebbe del tutto inutilizzabile. Pericoloso fisicamente poiché non dà sufficienti garanzie di tenuta per certe particolari mareggiate (il cosiddetto «fenomeno della risonanza»). Non solo, il danno è anche sociale in quanto penalizza fortemente tutti i traffici commerciali marittimi che possono permettere una riconversione ecocompatibile dell'ex polo industriale di Marghera. Pericoloso perché modifica in maniera irreversibile l'ambiente lagunare devastandolo con una nuova isola, nel centro della bocca di porto, di 9 ettari; 9.000.000 di mc. di pietre; 8.000.000 mc. e 12.000 pali di cemento; 5.960 palancole d'acciaio; 157 enormi cassoni di cemento in parte sommersi; 560.000 mq. di pietrame ed infine 79 paratoie mobili per un totale, preventivato per la sola costruzione, di più di 8.000 miliardi di vecchie lire. Ma se il MoSE è tutto questo, come effettivamente è, e se non ci fossero alternative, sarebbe opportuno prenderlo in considerazione magari cercando di migliorarlo e mitigarne l'impatto. La situazione però non è questa: anni di studi, ricerche, opere e sperimentazioni hanno costruito le alternative.

Si possono: costruire sistemi che riducano la portata dell'acqua in entrata alle bocche, disinquinare la laguna ed aprire alla circolazione delle acque le valli da pesca aumentando così la dimensione dell'invaso lagunare, verificare la possibilità di innalzamento dei suoli con insufflazioni nel profondo. Oppure diversificare le bocche di porto in relazione al tipo di traffico (turistico, commerciale) e estromettere il traffico petrolifero in laguna con un terminal off-shore. Si può impedire anche l'attraversamento del bacino di San Marco alle enormi navi crociera con la costruzione di un terminal in prossimità della bocca di porto e quindi innalzare i fondali alle tre bocche con riduzioni dei varchi d'entrata.

L'insieme di queste opere sistemiche, nessuna sufficiente da sola ma virtuose nell'insieme, il cui scopo è essenzialmente diminuire in quantità e forza lo scambio acqueo col mare, può ridurre, come verificato dal C.N.R., di 22-27 cm. l'altezza di tutte le maree e non solo di quelle più alte, come dovrebbe fare il MoSE.

Questo significa tornare ad una situazione simile a quella della prima metà dell'800 (1 o 1,5 acque alte in media l'anno con valori ridotti per tutte di 27 cm. rispetto alle attuali) e attendere maggiore precisione nella previsione dell'innalzamento dei mari per l'effetto serra. Su queste basi si dovrebbero decidere eventuali interventi, se necessario ancor più radicali ma con tecnologie innovative appropriate e realmente efficienti anche per il futuro.

Comunque si voglia valutare, tutti i cantieri già iniziati da un anno sono illegittimi. Su questo sta operando l'amministrazione comunale per chiedere al ministero il fermo dei lavori. Sono illegittimi perché non conformi in ben 14 punti con i piani urbanistici di Venezia, 3 per i Comuni vicini, 8 col Piano Regionale della laguna e 4 con procedure obbligatorie europee per aree protette. Su questa realtà si basa il nuovo conflitto che sta montando. Conflitto particolarmente complesso perché coinvolge i movimenti, le istituzioni (anche al loro interno) e le omertà dei poteri forti capaci di trasversalità politica; l'informazione gioca un ruolo particolarmente attivo che i movimenti hanno ben compreso facendosi carico unitariamente dell'allargamento del fronte di lotta, anche a livello europeo, con controinformazioni e presidi attivi sul territorio. Il sindaco Cacciari è stato esplicito nel rilevare l'irregolarità dei lavori: a breve si vedrà come si comporterà la maggioranza, in gran parte Margherita, che lo ha eletto. La sinistra tutta che ha raggiunto processualmente una difficile unità, dovrà rafforzarla per imporre, con i movimenti, il blocco immediato di tutti i lavori. Un blocco che rimanderebbe tutto al dopo elezioni, quando un governo rinnovato dovrebbe uscire dalle ambiguità che nel passato hanno permesso di portare il progetto all'inizio dei lavori.

Un'illustrazione più ampia delle alternative al MoSE negli articoli sul progetto Di Tillo e altri e sull'ARCA.

Non ci sono i soldi, ma i lavori del Mose accelerano. Il giorno dopo l’avvio ufficiale del cantiere, con l’occupazione da parte della ditta Mantovani (Consorzio Venezia Nuova) dello spazio acqueo davanti a Punta Sabbioni, la polemica non si placa.

«Si fanno forzature proprio quando il Comune chiede con un ordine del giorno di sospendere i lavori e il Cipe taglia i finanziamenti statali», accusa il deputato dei Ds Michele Vianello. Intanto il Magistrato alle Acque ha stanziato un milione di euro per una polizza che garantisca le future dighe da «attacchi terroristici». Da innocuo braccio di laguna, le tre bocche di porto potrebbero diventare una centrale appetibile per azioni terroristiche con macchinari, edifici e cabine di regia per il sollevamento delle paratoie. Un cantiere che durerà dieci anni e bloccherà in buona parte la navigazione e gli spostamenti dei mezzi in laguna.

Intanto da ieri l’area vicina a Punta Sabbioni è stata consegnata (per tre anni) alle imprese del Consorzio. Che la occuperanno con una trentina di draghe, motopontoni, rimorchiatori. Secondo il progetto dovranno costruire nel canale di Treporti, a ridosso della diga di Punta Sabbioni, due porti rifugio per consentire alle imbarcazioni di entrare in caso di maltempo con le paratoie sollevate. Un’opera che non era prevista nel progetto definitivo, aggiunta al Comitatone dello scorso anno. Perché cominciare dalla fine? «E’ chiaro che è partita una corsa per vedere chi fa prima», dice Pietrangelo Pettenò, capogruppo di Rifondazione, «credo che sia il momento di fare qualcosa. Il sindaco adesso deve andare a Roma e non muoversi di là finché il governo non convoca il Comitatone e accoglie le richieste del Comune». Richieste inascoltate da un anno e mezzo, che secondo il Consiglio comunale dovevano costituire «condizioni vincolanti per l’approvazione del progetto». Il Comitatone (con il voto favorevole del sindaco Costa) ha approvato non soltanto il progetto ma anche l’avvio dei lavori di costruzione del Mose, nonostante la progettazione non sia ancora ultimata, siano pendenti ricorsi sulla mancanza di Valutazione di impatto ambientale, e non siano certi i finanziamenti. «Il pre-Cipe ha bloccato una serie di grandi opere», spiega Vianello, «perché il governo di centrodestra non è in grado di garantire i flussi finanziari. Alcune opere potrebbero essere sbloccate, se arrivano finanziamenti privati. Ma non è il caso del Mose. Rischiamo di trovarci con i cantieri aperti di un’opera che non sarà mai ultimata».

Mentre il Magistrato alle Acque accelera, le perplessità aumentano. Uno studio dell’Università di Padova ha messo in luce le difficoltà per i basamenti in calcestruzzo di sostenere il peso delle enormi paratoie, dubbi espressi anche da Vincenzo Di Tella, ingegnere della Tecnomare che aveva collaborato con il Consorzio e che ha presentato un progetto alternativo di chiusure. Un’altra alternativa è quella del progetto Arca, per sperimentare con cassoni autoaffondanti la riduzione della sezione delle bocche che dovrebbe ridurre le acque alte senza opere fisse. Infine, il progetto De Piccoli, per portare il porto fuori della laguna. La grande opera è partita, gli appalti assegnati (al Lido lavorerà l’impresa Mantovani, capofila dal Consorzio e titolare di buona parte dei grandi lavori lavori in area veneziana).

«Non si può dare la colpa di tutto al Comune», dice il prosindaco Gianfranco Bettin, «adesso dobbiamo sperare che questo governo che ci ha portato la guerra, i tagli al sociale e le grandi opere cada al più presto. Il Mose distruggerà l’ecosistema lagunare e colpirà a morte la stessa economia portuale e risorse fondamentali della città. Il Comune di Venezia deve reagire a questo atto di prepotenza impugnando ogni strumento a sua disposizione. Intorno a questo nodo va costruita la nuova coalizione che si candiderà a guidare Venezia nei prossimi 5 anni».

VENEZIA. «Il Mose è tecnicamente superato e culturalmente datato. Il Comune lo deve dire forte, e rilanciare il suo ruolo di guida nella salvaguardia. Altrimenti le grandi scelte sul futuro di questa città saranno prese in sedi esterne alla politica e all’interesse dei cittadini».

Cesare De Piccoli, ex vicesindaco e segretario regionale dei Ds, raccoglie la sfida lanciata da Michele Vianello. E rilancia.

Autore di una proposta alternativa al Mose per la difesa delle acque alte, De Piccoli punzecchia il presidente Galan e invita il centrosinistra a «riprendere la politica». «Il trionfalismo di Galan è fuori luogo», attacca, «non c’è stato nulla di storico nella decisione della Salvaguardia. Semmai una forzatura delle procedure, in un meccanismo farraginoso sempre più separato dall’opinione pubblica. Puntano a prendere la gente per stanchezza»

Un deputato del suo partito, l’ex vicesindaco Michele Vianello, ha lanciato accuse gravi. Invitando i Ds a «non far finta di nulla».

«Non ne farei una questione interna a un partito. Vianello ha posto degli interrogativi di merito, che non possono essere liquidati con la solita polemica. Sono quesiti posti da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni.

Esempio?

«Non è pensabile che la più grande opera europea sia realizzata senza la Via».

Questione di procedure e di diverse interpretazioni.

«Eh no. Non è un problema solo di cavilli giuridici ma di sostanza progettuale, se si possa realizzare un’opera così impattante per l’ambiente quando la Valutazione di impatto ambientale è stata negativa. E’ ovvio che restando questi gravi punti interrogativi si legittimano tutti i dubbi possibili e si dà la stura a contenziosi infiniti. Non è accettabile, perché non si tratta solo di dubbi ambientalisti, ma del futuro di questa città».

Secondo i progettisti sarà il Mose a salvare Venezia.

«Invece si è persa un’occasione irripetibile per voltar pagina e perseguire un’idea di modernità di Venezia senza rotture con la sua storia com’è invece avvenuto nel secolo scorso».

Insomma il Mose è già vecchio?

«Sì, perché rimane all’interno del vecchio paradigma industrialista. Non è vetusto il funzionamento delle paratoie, che possono anche funzionare, ma la logica progettuale. Oltre al fatto che si tratta di un progetto rigido. Nel 2003 non sarebbe mai servito, nel 2002, alzando troppe volte, si sarebbe paralizzato il porto».

Allora è un progetto da buttare?

«Avevamo proposto al Consorzio Venezia Nuova di avviare una revisione progettuale. Purtroppo dobbiamo prendere atto che sono prevalse le logiche aziendali».

Il progetto definitivo è stato approvato anche dal Comune.

«Negli anni scorsi, anche quando in Regione e al governo vi erano amministrazioni politicamente ostili, il Comune aveva una funzione di dominus dei processi di salvaguardia. Oggi questo ruolo si è offuscato, Galan e Lunardi possono usare il bastone e la carota a loro piacimento».

Vuol dire che il Comune non conta più nulla?

«Dico che anche il punto di equilibrio trovato dal sindaco Costa e dal Consiglio doveva rappresentare una condizione per approvare il Mose. Così non è stato. E il rischio è che la città ora sia fuori gioco e le scelte siano fatte altrove.

Non a Venezia?

«Se si continua con questo balletto di tatticismi e di forzature puntando sulla stanchezza dei cittadini, della politica resta poco. Forse dovremo affidarci a Beppe Grillo».

VENEZIA. L’assessore licenzia i suoi tecnici. «Non intendo più rinnovare il contratto all’Osservatorio Casa», dice Roberto D’Agostino, responsabile dell’assessorato alle Politiche abitative di Ca’ Farsetti. Non si placa la polemica sui dati diffusi dall’Osservatorio.

«Gli alloggi fatti in convenzione con i privati a prezzo agevolato non sono stati venduti», avevano scritto.

Il motivo? La mancanza di informazione, così le case a prezzo agevolato sono rimaste invendute. «Falso, falso», si infiamnma D’Agostino, «è incompetenza tecnica o stupidità, le cause sono altre. I prezzi sono saliti adesso, siamo arrivati a un divario insanabile tra domanda e offerta». Una reazione durissima. Forse perché D’Agostino come assessore ai Progetti speciali era stato il promotore del progetto Judeca Nova, la demolizione della Junghans e le nuove costruzioni affidate ai privati e poi vendute. Un nuovo pezzo di Giudecca con supermercato, case dello studente e alloggi di lusso, dove è andato ad abitare anche il sindaco Paolo Costa. Ma lo scontro è sulle case a prezzo agevolato. Lo studio dell’Osservatorio, coordinato da Anna Renzini, aveva segnalato la carenza già tre anni fa. Le nuove case a prezzo ridotto non si vendono, né allo Stucky né all’ex Junghans. «Ma non è vero che non abbiamo fatto pubblicità», dice D’Agostino, «hanno sbagliato e basta. Che Forza Italia possa fare polemica posso capirlo, ma i miei uffici senza nemmeno avvisarmi, questo no». I tecnici evitano la polemica. Rispondono che i dati erano stati chiesti dalla presidente del Consiglio Mara Rumiz dopo un’interrogazione dell’opposizione.

Lo scontro continua. E sullo sfondo rimane l’emergenza abitativa, niente affatto rislota. Sono ripresi gli sfratti, mezza città è stata trasformata in affittacamere e appartamenti per turisti senza alcun freno, le case in affitto non si trovano in più. La società Abitare spa, appena varata tra le polemiche, si ritrova una situazione ferma da anni. Sarebbero almeno duecento gli alloggi comunali inutilizzati o in precarie condizioni. Un numero sufficiente a garantire la sistemazione alle famiglie colpite da sfratto. Perché non si interviene? «E’ un aspetto che voglio chiarire», promette D’Agostino, da due anni assessore succeduto a Michele Mognato e Giuseppe Santillo, «il Comune dispone di 5 mila alloggi, l’Ater di altre 8 mila. Se ci aggiungiamo quelle degli anti arriviamo a 15 mila, una cifra che dovrebbe garantire altrettante famiglie e risolvere il problema. Poi stiamo varando la grande operazione per i 1500 alloggi a Sant’Elena». Intanto però l’emergenza non si ferma. Gli affitti sono inavvicinabili, e la polemica sulla casa scuote il Palazzo. L’assessore ha annunciato l’intenzione di «licenziare» la struttura dell’Osservatorio, attiva dal 1993.

La notizia sul rapporto dell'Osservatorio casa al Consiglio comunale è qui

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