loader
menu
© 2026 Eddyburg

Grattacielo da 250 metri a dieci chilometri da San Marco, navi da crociera in Laguna, il Mose, il degrado. La direttrice di The Art Newspaper, denuncia il rischio di Venezia, patrimonio dell’umanità. La Repubblica, 18 giugno 2013

Forse, e per fortuna, l’investimento da un miliardo e mezzo di euro non si troverà, ma in caso contrario a luglio il comune di Venezia autorizzerà l’avvio dei lavori di un grattacielo alto 250 metri sulla terraferma dietro la città, a una decina di chilometri da piazza San Marco. Anche se il sindaco Giorgio Orsoni assicura che la torre non rovinerà lo skyline di Venezia, The Art Newspaper, di cui sono direttrice e fondatrice ha pubblicato un fotomontaggio, ricavato da calcoli matematici, della vista dal Lido. Il grattacielo si vedrebbe dall’imbarcadero di S. M. Elisabetta, alto due terzi del campanile di San Marco, e sciuperebbe l’immagine iconica che tutti abbiamo in mente.

Non è vero, dice il sindaco con ostinazione. Così ho chiesto un’analisi dei calcoli agli esperti dello studio di consulenza Miller Hare, che fa questo tipo di proiezioni per tutti i grattacieli di Londra. I risultati confermano i nostri. Negli ultimi trent’anni Venezia è diventata oggetto di così tanti dibattiti politicizzati, la cui prima vittima è stata la verità, che un calcolo aritmetico può essere trattato come una questione di opinioni e la maggior parte della gente si limita a fare spallucce. Dietro ciò che viene descritto in questo articolo, e mette a repentaglio la città, c’è proprio questo atteggiamento.

Quando nel 1987 è stata dichiarata Sito patrimonio dell’umanità dell’Unesco, Venezia avrebbe dovuto varare un piano di gestione. A marzo di quest’anno il consiglio comunale lo ha finalmente presentato al pubblico. Negli intenti del consiglio, il piano “definisce le strategie e seleziona le modalità di attuazione in Piani di Azione”. Peccato che il documento tradisca quasi del tutto entrambi gli obiettivi, visto che gli autori hanno ignorato le questioni più importanti.

Il riconoscimento di Sito patrimonio dell’umanità non viene conferito spontaneamente dall’Unesco, ma prevede che sia lo stato-nazione a farne domanda. È stata l’Italia a chiedere che Venezia entrasse nella lista. La città, ovviamente, soddisfaceva i requisiti necessari e in cambio del titolo l’Italia si è impegnata a produrre un piano di gestione e a definire una “Buffer Zone” (area di protezione) intorno a Venezia. Essere Sito patrimonio dell’umanità non assicura alcun finanziamento, perché per quest’anno l’Unesco dispone di appena 3,25 milioni di dollari da investire nelle sue attività e in tutti i suoi siti.

Tutto ciò che l’Unesco può fare è vigilare e, se nota abusi grossolani, protestare, presentare rimostranze formali al paese coinvolto, spostare il sito nell’elenco dei patrimoni a rischio e, come ultima risorsa, privarlo del titolo.

A Venezia l’Unesco ha una sede che però non si occupa della città. In altri termini, se la sede dell’Unesco di Venezia nota un uso improprio dello status di sito patrimonio non può intervenire in alcun modo se non inviando un rapporto al quartier generale di Parigi. Nel 2006 il governo italiano ha stabilito che tutti i siti Unesco del paese dovessero presentare il loro piano di gestione e a novembredel 2012 quello di Venezia è stato finalmente approvato dal consiglio comunale.

Il piano è un documento di 157 pagine frutto della consultazione di 250 enti pubblici, con 136 proposte. Non si sa chi siano gli enti, ma ho scoperto che il noto comitato NoGrandiNavi non è stato interpellato. Non è invece difficile dedurre che il consiglio comunale ha ascoltato l’Autorità Portuale di Venezia, poiché la questione delle grandi navi da crociera che attraversano la città è menzionata a malapena nell’elenco dei problemi da risolvere. Sebbene proponga di intraprendere studi sulle attività portuali e sulle navi da crociera da un punto di vista ambientale e socioeconomico, il piano specifica che devono essere coerenti con gli obiettivi “anche in un’ottica di valorizzazione del porto di Venezia quale patrimonio storico, economico e sociale di Venezia e della sua Laguna”. So da dove proviene questa frase. Il potente presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Paolo Costa, ha pronunciato le stesse parole nell’ottobre del 2011 durante il discorso alla riunione annuale dell’Associazione dei Comitati PrivatiInternazionali per la Salvaguardia di Venezia. Costa va fiero del fatto che, sotto la sua gestione, il porto veneziano è diventato il più importante del Mediterraneo per l’industria delle navi da crociera.

Quasi tutte le navi sono lunghe il triplo di un campo di football americano, con una stazza lorda di centomila tonnellate o più. Nel 1997 ne sono passate 206, nel 2011 sono diventate 655, e siccome entrano ed escono dallo stesso canale significa 1310 passaggi che oscurano la vista, inquinano l’aria, scuotono le case e spostano l’acqua nei canali intorno alla Giudecca.

Dal punto di vista politico, Costa se la cava decisamente meglio del sindaco Orsoni, che è solo un avvocato, mentre lui è stato ministro dei Lavori pubblici del governo nazionale, presidente della Commissione per i trasporti e il turismo del parlamento europeo e l’anno scorso è stato riconfermato presidente dell’Autorità Portuale di Venezia fino al 2016. Costa pensa in grande e ha in mente di trasformare il porto di Marghera in uno snodo per il trasporto delle merci nell’ambito del progetto dell’Unione europea di un corridoio che da Barcellona arriva ai Balcani e all’Ucraina passando per Venezia. Il porto di Venezia-Marghera diventerebbe il più grande del nord Italia. Il progetto, però, dipende dai finanziamenti europei e se in confronto il porto per il traffico dei passeggeri di Venezia è piccolo, per Costa ha il vantaggio di trovarsi interamente sotto il suo controllo, quindi può intervenire in maniera incisiva.

Dal 1997 l’Autorità Portuale ha investito 141 milioni di euro per modificare e modernizzare il porto passeggeri mentre la società fondata quello stesso anno per gestirlo, la Venezia Terminal Passeggeri (VTP), ha contribuito con 32 milioni. La SAVE, società che gestisce l’aeroporto veneziano, è azionista della VTP e ha interessi nella crescita del porto perché il grosso dei passeggeri delle crociere arriva o riparte in aereo. Il consiglio comunale, d’altro canto, non ha azioni né nella VTP né nella SAVE e non può incidere sulla loro gestione. Non ha neppure alcuna autorità sul canale della Giudecca, dove transitano le navi, perché questo rientra nella sfera di competenza dell’Autorità Portuale. È come se Broadway non fosse di pertinenza del sindaco Bloomberg ma del Dipartimento dei trasporti federale. Costa nega che il transito delle navi comprometta gli edifici o la qualità dell’aria, eppure chi lo contesta sostiene che non è stato effettuato nessuno studio indipendente.

Dopo l’arenamento della Costa Concordia davantiall’isola del Giglio il 13 gennaio 2012, Francesco Bandarin, vicedirettore generale dell’Unesco per la cultura, ha scritto una lettera al ministro dell’Ambiente dicendo che l’incidente “rafforza le preoccupazioni” sui rischi posti ai siti patrimonio dell’umanità, in particolare Venezia e la sua laguna. Poco dopo il governo ha emanato un decreto con cui vietava alle navi di oltre quarantamila tonnellate di percorrere il canale della Giudecca. È stato ignorato. Malgrado il decreto e l’appello ufficiale di un alto esponente dell’Unesco, malgrado il fatto che il consiglio comunale stesse redigendo il piano di gestione per l’Unesco, malgrado gli autori avessero la responsabilità di un Sito Patrimonio dell’Umanità, il piano non mostra il coraggio sufficiente per fare la minima obiezione agli interessi dell’Autorità Portuale.

Si arriva così alla questione del turismo. Secondo il piano di gestione, visto il numero documentato di persone che pernottano a Venezia e dintorni, ci sono 6,3 milioni di visitatori l’anno che, moltiplicati per il numero medio dei giorni di sosta, fanno 23 milioni di “presenze”. Quello che il piano non dice è che molti più turisti si trattengono un solo giorno e di solito in gruppi numerosi.Come i turisti che visitano il Louvre per la prima volta e vanno dritti alla Gioconda, così la maggior parte dei turisti pendolari punta subito a piazza San Marco. Quello che veniva chiamato il “salotto d’Europa” ora somiglia all’atrio affollato di una stazione ferroviaria, con centinaia di gente che gironzola, si riposa sugli zaini e fa il picnic.

Fra le tantissime cose che si potrebbero citare sugli abusi del settore turistico a Venezia ne spiccano tre in particolare. In primo luogo, senza un controllo del turismo non si potrà realizzare uno dei principali obiettivi del piano di gestione, ossia incoraggiare i veneziani a restare a Venezia e fare in modo che prenda piede una maggiore varietà di attività economiche. In secondo luogo, per potergestire il turismo, qualcuno piuttosto in alto deve ammettere pubblicamente che presto il numero dei turisti dovrà essere limitato. In terzo luogo, il turismo non contribuisce abbastanza alla manutenzione della città. Oltre a evitare la questione delle navi da crociera, il piano di gestione evita anche questo problema cruciale.

Limitare i flussi significherebbe anche introdurre biglietti d’ingresso e in questo modo i turisti potrebbero contribuire direttamente alla manutenzione della città. Se i 6,4 milioni di visitatori accertati versassero trenta euro in un fondo protetto si arriverebbe a 192 milioni di euro l’anno.

Il piano di gestione, però, teme di sollevare uno qualsiasi di questi punti per non urtare contro gli interessi dei diretti beneficiari delle masse di turisti: Costa con le sue navi da crociera, i tassisti, i proprietari delle pizzerie e quelli delle bancarelle che vendono maschere di carnevale.L’omissione in assoluto più grave del piano, però, è la mancata considerazione dell’aumento del livello marino. Ovviamente si parla dell’acqua alta e del Mose, i cui lavori dovrebbero essere ultimati nel 2016, ma l’aumento cronico del livello del mare è giusto accennato in relazione all’esigenza di approfondire le ricerche per stabilire le conseguenze dell’aumento dell’umidità sugli edifici veneziani, e il cambiamento climatico può “aumentare il rischio idraulico in tutto il territorio a causa delle prospettate intensificazioni delle piogge invernali e dell’aumento del livello dei mari”.

Quello che le barriere non possono fare è salvare la città dagli effetti di tale aumento (la malattia cronica) contrapposti agli allagamenti (le fasi acute) se non con la chiusura frequente e, in ultima analisi, permanente. Quando ho chiesto a Giorgio de Vettor del consiglio comunale di Venezia di spiegarmi perché l’aumento del livello marino non sia discusso nel piano, lui ha eluso la domanda: “È un problema che va affrontato in un modo diverso, prendendo in considerazione tutti i fattori e gli aspetti del caso”.

Alla base di tutto questo c’è il timore di riaccendere il dibattito attorno al Mose. A Venezia persiste una certa diffidenza verso le barriere accentuata dall’atteggiamento difensivo e dalla mancanza di trasparenza del Consorzio Venezia Nuova, il gruppo di industrie italiane che le costruisce e si astiene dal pubblicare resoconti dettagliati o rapporti dettagliati di avanzamento scientifico. Nel frattempo la città viene divorata dall’umidità. Adesso ogni centimetro di aumento del livello marino conta, perché l’acqua ha superato le basi di pietra impermeabile di moltissimi edifici e viene assorbita dai mattoni porosi, sgretolandoli e portandosi via la malta.

Il consiglio comunale conclude il piano di gestione dicendo che parteciperà adesso al coordinamento di tutti gli enti che hanno un ruolo o un interesse nell’amministrazione di Venezia e della sua laguna. Perlomeno riconosce che è questa l’essenza del problema: ci sono fin troppe organizzazioni. Ciò che serve disperatamente è un ente superiore con un reale potere. Ma questo piano di gestione, con la sua analisi poco convincente dei problemi della città, l’abilità di ignorare la realtà e l’evidente servilismo nei confronti dei gruppi d’interesse, dimostra che il sindaco Orsoni e il suo consiglio non potranno mai essere quell’ente. Purtroppo resta aperta la questione di chi salverà “la fiabesca città del cuore”, come la definì Byron, e il tempo sta scorrendo via.

Qualcuno di quelli che gli elettori hanno scelto per governare avrà il coraggio di dire: basta turismo di massa per arricchire chi sfrutta 1000 anni di storia distruggendone il patrimonio? Il manifesto, 11 giugno 2013

Ha fatto il giro del mondo la protesta, par tera e par mar, che ha svelato l'incompatibilità fra i «grattacieli naviganti» e Venezia. No Grandi Navi è all'ordine del giorno non solo nel canal gran- • de, ma anche nell'agenda del governo locale e nazionale. Dopo il «blocco navale» dei transatlantici, le cariche della polizia sui manifestanti e tre giorni di concerti e dibattiti pubblici all'isola della Giudecca, si attende il faccia a faccia tra Comune e governo Letta. Sul tavolo, passato, presente e futuro delle Grandi Navi che ogni settimana fanno l'inchino a San Marco. In programma, soprattutto, il summit di giovedl tra il sindaco Giorgio Orsoni e il ministro dei trasporti Maurizio Lupi. Orsoni chiederà a Lupi di far traslocare i «mostri» del mare dalla Stazione marittima di Venezia a Porto Marghera.

Ma è un punto più che controverso: non tutta la maggioranza di centrosinistra sposa l'ipotesi del sindaco e il consiglio comunale si è già espresso per il trasloco definitivo dalle Grandi Navi dalla laguna. Intanto, si fa il saldo di un week-end di mobilitazione davvero popolare. A partire dalla terraferma: domenica mattina la protesta ha paralizzato il traffico in piazzale Roma producendo una coda chilometrica di bus e auto sul ponte della Libertà. In laguna cinque «mostri» (tra cui i transatlantici Costa Famosa e Msc Fantasia con a bordo Galliani e Allegri con la crociera Milan) sono rimasti agli ormeggi, ancorati alle banchine telescopiche. Ufficialmente, a causa delle folate di vento a 25 nodi che hanno impedito di prendere il largo. Di fatto per il blocco dei manifestanti che ha prodotto un ritardo di tre ore sulla tabella di marcia degli armatori.
E non basta: dalle 16 alle 18.30 una cinquantina di barche serravano l'ingresso al Bacino San Marco, con L500 persone (dai centri sociali, ai No tav, dai No Muos al No Dal Molin, dagli studenti alle famiglie veneziane) confluite tra il Porto e le Zattere. «È stata una bella vittoria» riassumono a caldo i manifestanti, ricordando tuttavia che la guerra contro i «mostri» è tutt'altro che vinta.
Silvio Testa, portavoce del Comitato Grandi navi lancia l'inequivocabile messaggio: «Deve essere chiaro. Se nell'incontro con il ministro Lupi il sindaco porterà avanti solo l'idea di spostare le navi a Marghera, sappia che lo farà senza alcun mandato popolare». Insomma, chi protesta chiede solo di applicare, tecnicamente, la legge vigente: nel dettaglio è il decreto Clini-Passera che ratifica l'incompatibilità con l'ambiente lagunare delle navi che superano le 40 mila tonnellate di stazza.
Poi c'è il ricatto occupazionale con l'indotto delle crociere che rischia di far rotta su Grecia e Turchia. «Ma deve finire. Non si può continuare a barattare l'ambiente e la salute con i posti di lavoro» avvertono al Comitato No Grandi Navi. L'impatto delle Grandi Navi in laguna era stato già fotografato dal manifesto il 28 ottobre 2009, dopo che la centralina Arpav installata a 200 metri dal porto aveva rilevato valori di particolato maggiori di quelli registrati della tangenziale di Mestre. All'Agenzia per l'ambiente avevano ammesso senza difficoltà che il traffico portuale è responsabile della diffusione del 10% del totale delle micropolveri dell'intera provincia. Dieci volte di più dell'aeroporto Marco Polo.

Il reportage-denuncia di uno dei più grandi fotografi dei nostri tempi.«Lasciamo stare un momento gli incidenti che sono drammaticamente possibili: già adesso queste navi stanno sgretolando Venezia, anche senza toccarla materialmente». La Repubblica, 8 giugno 2013

IL NEGOZIO era nella strategica Calle Larga di San Marco, «allora chi diceva Berengo Gardin pensava alle perle di vetro... Ora invece c’è un caffè». Tutto cambia a Venezia, non sempre per il meglio, ma questo non è un cambio, «questo è un disastro, una tragedia...». Il veneziano che c’è in lui si è ribellato. L’esito è un reportage duro, severissimo sulle, anzi contro le gigantesche navi da crociera che traversano la Laguna e sfiorano la regina del mare con i loro inchini interessati e «spaventosi».

Le sarà costato qualcosa, Berengo, dare questa immagine della città che
ama...
«Proprio perché amo Venezia, da molti anni non sopporto di vederla stuprata da orde di turisti che vengono a Venezia solo perché “bisogna andare a vedere Venezia” ma in realtà non gliene frega niente. Ma Venezia vive anche di questo, e mi sono sempre trattenuto. Però di fronte a questi mostri non ce l’ho fatta. Qui non è più solo questione di scempio del paesaggio veneziano, di sporcizia, di folla che straripa, qui c’è un pericolo, un pericolo reale. Ci vuol niente che succeda come a Genova, che uno di questi grattacieli orizzontali vada a sbattere su Palazzo Ducale, su San Giorgio, sulla Punta della Dogana. Li ho fotografati così perché si vedesse non solo che sono orrendi, ma che fanno terrore».

Un reportage di denuncia, un gesto politico?
«A Venezia c’è un gruppo di cittadini, mi pare si chiami “No Grandi Navi”, che si batte contro i mostri del mare, ma io mi sono mosso per conto mio. Sì, ho fatto un reportage di denuncia, schierato, i reporter fanno anche questo, è un dovere civile, ma è un lavoro giornalistico. Se poi mi chiederanno queste foto per appoggiare la loro battaglia, sarò lieto di dargliele».

Perché, per una volta, non ha usato la fotografia a colori? Non sarebbe stato più forte l’impatto?
«Al contrario. Il colore distrae. Un cielo azzurro brillante sistema molte cose. Il libro che dedicai a Venezia, nel ’62, era in bianco e nero, ma quella Venezia ora sembra irreale. Il bianco e nero dà quello scarto rispetto alla visione naturale che ti costringe a guardare meglio. Quel muro bianco che sembra un cielo e invece è pieno di oblò, appiccicato alle case veneziane grigie con le loro finestre gotiche: è il pittoresco ribaltato. Volevo che fosse un effetto di shock anche per i veneziani che sanno a memoria la loro città».

Ha usato qualche attrezzo del mestiere per dare più forza al suo sdegno?
«In alcuni casi ho usato un teleobbiettivo, ma molto moderato, un 80 millimetri, in altri un normale 50. Non c’è affatto bisogno di forzare l’immagine, chiunque passeggi per Venezia avrà coi suoi occhi le stesse impressioni di queste immagini».

Eppure i passanti nelle calli e nelle piazze sembrano indifferenti a quella massa di metallo che incombe.
«Ne passano anche quattro al giorno. I veneziani purtroppo ci stanno facendo l’abitudine. Per i turisti invece sta diventando la nuova meraviglia veneziana, li vedi tutti a fotografare le navi sullo sfondo delle calli, con i loro telefonini... Guardano più lo spettacolo delle navi che Venezia, ormai. I mostri hanno preso il sopravvento anche nell’immaginario ».

Ma Venezia è una città di mare. Ha sempre fatto i conti con le barche e con le navi.
«In un libro di inediti ho pubblicato un anno fa la fotografia di una nave mercantile che diversi decenni or sono vidi ormeggiata sulla Riva dei sette Martiri. La fotografai perché mi sembrò enorme, impressionante. Era niente al confronto con queste qui. Non c’è più alcuna misura, capisce? Sono navi smisurate rispetto alle proporzioni della città, non c’è comune misura. Sono alte il doppio di palazzo Ducale, lunghe il doppio di piazza San Marco. Nessun luogo resiste a questa sproporzione, a questa prepotenza visuale».

Perché lo fanno?
«Io posso immaginare che, vista da lassù, Venezia sia uno spettacolo meraviglioso. Ma in questo modo, vista così, Venezia diventa un modellino, una miniatura, un giocattolo. Non c’è più differenza fra questa Venezia vista dal dorso del mostro e le Venezie artificiali che hanno rifatto in America. Sono la stessa cosa, ormai. Anzi quelle resisteranno meglio e fra un po’ saranno più vere. Lasciamo stare un momento gli incidentiche sono drammaticamente possibili: già adesso queste navi stanno sgretolando Venezia, anche senza toccarla materialmente».


Intervista a Rodrigo Basilicati, nipote di pierre Cardin: presentando le sue creazioni di mobili e soprammobili rilancia il progetto di torre sul bordo della Laguna e si propone come salvatore dell'Ilva e fornitore di megasoprammobili in Cina e in Sudamerica. L'Huffington Post, 3 giugno 2013

Nello spazio in calle della Regina tra le luci soffuse, Rodrigo Basilicati, il nipote di Pierre Cardin che è anche l’ingegnere responsabile del progetto del Palais Lumière presenta le sue creazioni in concomitanza con la Biennale Arte. Mobili pop, con un look anni ’80 che è più di un ricordo, tutti in legno laccato. C’è il bar-coccinella, la lampada-fiore, il tavolo-cobra. "Sculptures utilitaires" che verranno utilizzate (tutte) per gli interni del Palais Lumiére. L’inaugurazione, però, per il nipote dello stilista, è stata anche l’occasione per rilanciare la proposta fatta in mattinata.

Avete annunciato di voler utilizzare l’acciaio dell’Ilva per costruire il Palais Lumiere…
Sì, ce ne serviranno circa 100mila tonnellate. E questa potrebbe essere la chiave per salvare l’Ilva di Taranto. Vorrei parlare a giorni con il Ministro allo sviluppo economico Flavio Zanonato per definire i dettagli ma soprattutto per capire la fattibilità dell’operazione.

In che senso?
Dobbiamo valutare se una commissione del genere potrebbe davvero bastare per salvare il futuro dell’Ilva. Stiamo parlando di 100mila tonnellate e non sono tantissime, me ne rendo conto, ma a noi servirebbero in brevissimo tempo, un anno al massimo. Ci attiveremo nei prossimi giorni anche per avere un riferimento diretto all’interno dell’Ilva. Parleremo con loro per capire se c’è la possibilità di aspettare ancora qualche mese. Sarebbe un peccato lasciarla sfumare se ci fosse la possibilità di una doppia operazione.

Ci sono altre ragioni della scelta?
La scelta dei progettisti è stata dettata anche dalla comodità. Ci servirà acciaio di prima qualità e quello dell’Ilva lo è. In più non va sottovalutato che l’acciaio potrebbe arrivare ad appena 200 metri dal palazzo, velocizzando l’andamento dei lavori.

In che modo? Ad un passo da quello che sarà il basamento del palazzo c’è una sede ricettiva dell’Ilva. L’acciaio potrebbe arrivare lì ed essere lavorato al di là del canale, in Fincantieri. La nostra idea è di impiegare il più possibile aziende del posto e in questo modo la nostra volontà sarebbe rispettata.

Quanto manca al via libera di tutta l’operazione Palais Lumiére?
Speriamo poco. Proprio due giorni fa ci siamo incontrati con i rappresentanti della Regione per definire le ultime procedure e il nuovo cronoprogramma.

Cosa manca?
Ci sono diversi passaggi burocratici che mancano. Il primo è la firma dell’accordo di programma che vede sei istituzioni coinvolte. Da quel momento ci vorranno 180 giorni a partire coi lavori. Chiediamo che venga chiuso entro giugno o saremo costretti a rinunciare.

Perché?
Per ottenere il credito dalle banche ci vuole tempo. I tempi sono già stretti ora, ma conosciamo bene gli istituti di credito cui ci rivolgeremo, quindi c’è ancora margine.

Chi sono?
Gli istituti bancari che dovrebbero finanziare il Palais saranno 6 o 7, tutti extra europei, una su tutte la Bank of China. Stanno aspettando che tutta la trafila burocratica sia conclusa, però, prima di concederci un incontro per valutare la nostra proposta.

Un gatto che si mangia la coda insomma.
Sì, una spirale di garanzie richieste per partire che rallenta ormai da mesi i passi avanti. Ma è normale, accordi di questo tipo per opere di questa dimensione e questo calibro qui non sono frequenti, di paragonabile c’è solo il Mose forse, è normale un rallentamento.

E dal lato finanziario?
Il progetto finanziario che abbiamo fatto regge. La Kpmg ne ha fatto una valutazione positiva. Di questi tempi un’opera di questo valore senza garanzie di copertura non verrebbe nemmeno presa in considerazione ma le garanzie immobiliari di Pierre Cardin sono ampiamente superiori a quelle richieste da chiunque.

Anche voi però di recente avete chiesto nuove garanzie
Sì, chiederemo una proroga del diritto di recesso sull’acquisto dei terreni ai cinque proprietari di quel 51%. Si tratta di una spesa importante che incide per il 10% del costo totale dell’opera. Non possiamo certo acquistare i terreni se poi il Palais non si farà.

Se non ci sarà il via libera cosa farete?
L’abbiamo già spiegato qualche settimana fa. Ci hanno cercato, per costruzioni simili da Rio de Janeiro, da Macao e dalla penisola di Hainan, in Cina. A Macao vorrebbero mettere una coppia di torri uguali a quella del progetto veneziano, in un’area di 70 ettari già libera. A Rio si tratterebbe invece di una torre sola che dovrebbe servire come ricettività per le olimpiadi del 2016. Con loro abbiamo già avviato un percorso e ipotizzato un accordo. Nella penisola di Hainan la zona è ancora più ampia: 200 ettari, nella capitale, per costruire una serie di torri la richiesta arriva dalla compagnia aerea di bandiera.

Quindi ve ne andrete
Pierre Cardin vorrebbe che la sua torre fosse qui a Venezia. Ma non saremo certo noi ad insistere. Alla peggio Pierre Cardin non verrà più in questa città, l’ha detto ironicamente ma lo farà. Rispetto a due settimane fa però le cose sono cambiate, ho visto molto interesse da parte delle istituzioni, ormai ci incontriamo settimanalmente. Penso perciò che le cose si stiano sistemando, comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. A questo punto noi vorremmo solo partire. Pierre Cardin, fin da subito aveva detto che la sua priorità erano i tempi di realizzazione, che sarebbero dovuti essere fulminei.

Riferimenti

in questo sito vedi numerosi articoli sulla Torre Cardin nella cartella Venezia e la Laguna del vecchio archivio e nell'omologa cartella del nuovo archivio

Sforzi immani per rendere meno traumatica la morte di Venezia: che non scompaia travolta da un bestione che si capovolge sulle sue pietre, ma che perda l'anima a poco a poco soffocata dalla mercificazione turistica. La Nuova Venezia, 21 maggio 2013

«Firmato ieri a Ca’ Farsetti. Trevisanato: «Crociere motore dell’economia locale» I comitati: «La green zone non esiste, città galleggianti fuori dalla laguna» - Paolo Costa Il nostro porto è il più pulito d’Europa. Siamo in anticipo di sette anni sulla normativa europea che non prevede questi limiti - Giorgio Orsoni Un passo avanti per affrontare il problema con maggiore concretezza. Ringrazio le compagnie per la loro disponibilità»

Grandi navi in laguna. Ma con carburanti «a basso contenuto di zolfo». Due mesi dopo l’intesa, è stato sottoscritto ieri a Ca’ Farsetti il protocollo «Venice Blue Flag 2», accordo volontario con cui le compagnie di navigazione sulle emissioni dei carburanti. Dieci compagnie (Gruppo Carnival con Costa e P&O, Msc, Royal Caribbean, Cunard, Seaburn Princess, P&O, Disney Cruise, Saga group, Crystal Line, Premier Cruise) hanno firmato con il sindaco Giorgio Orsoni e il presidente del Porto Paolo Costa impegnandosi a far funzionare i loro motori dal momento dell’jngresso alle bocche di porto, con carburanti a contenuto di zolfo non superiore allo 0,1 per cento. Il Porto parla di «svolta», che avrà come risultato la creazione di una «Green zone» in laguna e la sensibile diminuzione delle quantità di emissioni inquinanti. «Il porto di Venezia è il più pulito in Europa», dice Costa, «siamo sette anni in anticipo rispetto alla normativa europea». Sodisfatto anche il sindaco Giorgio Orsoni, «Ringrazio le compagnie per la disponibilità», dice, «questo è un primo passo importante, che ci consente di affrontare il tema delle grandi navi con maggiore concretezza». Alla firma erano presenti anche l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, il comandante della Capitaneria ammiraglio Tiberio Piattelli, il direttore dell’Arpav Renzo Biancotto. Entusiasta anche il presidente di Vtp Sandro Trevisanato. «L’accordo firmato oggi è un grande impegno in termini di sostenibilità di questo comparto, che adotta volontariamente misure ambientali superiori a quelle previste dalla legge. Le compagnie con un notevole sforzo economico dimostrano come questo segmento turistico sia attento a sviluppare un rapporto tra città e attività economiche, che dalle crociere ricava 180 milioni di euro di spesa, 5500 addetti». «Certo è un miglioramento della situazione attuale, ma la Green zone non esiste», commentano i Comitati No Grandi navi e Laguna Bene comune, «invitiamo giornalisti e cittadini a non cadere nelle trappole semantiche. Il nuovo carburante è migliore di quello attuale, ma certo non è pulito, dato che lo zolfo nei diesel delle automobili è allo 0,001 per cento. Nei fumi delle navi non c’è solo zolfo ma anche metalli pesanti, idrocarburi, polveri sottili delle quali le navi sono le massime produttrici. Altro che chiusura del traffico domenicale. Si tratta dunque di una logica di riduzione del danno che ne presuppone l’accettazione. Le grandi navi vanno tenute fuori dalla laguna, come prevede il Piano di Assetto territoriale (Pat), appena approvato dal Consiglio comunale. senza ricorrere a nuove grandi opere anora più disastrose per l’ambiente lagunare come lo scavo del nuovo canale, o altre soluzioni a Marghera. «Inutile nascondere le navi e tenerle dentro la laguna», dice il portavoce Silvio Testa, i rischi rimarrebbero tutti».

Ed ecco la polemica. Per l’Autorità portuale la condizione necessaria per discutere di alternative credibili – che anche le compagnie sono pronte ad accettare – è il mantenimento della Marittima, «struttura moderna e avveniristica». Il nuovo canale Contorta farebbe entrare le navi dalla bocca di porto di Malamocco senza passare davanti a San Marco. Il sindaco Giorgio Orsoni punta su Marghera, altri sul porto fuori della laguna, come quello progettato da Cesare De Piccoli a Punta Sabbioni. O quello proposto davanti a Sant’Erasmo dall’ex capo dei piloti Ferruccio Falconi. «La prima cosa da fare», dice Falconi, «è alimentare la nave da terra, così possono spegnere i motori». «I carburanti passo avanti ma non basta», dice il consigliere di «In Comune» Beppe Caccia, «bisogna trovare le alternative».

Una trasformazione che sintetizza il declino di Venezia: un palazzo che da sede di un prestigioso istituto del Consiglio nazionale delle ricerche diventa una nicchia per iperdotati nella catena della “infrastruttura globale”. La Nuova Venezia, 12 maggio 2013

A Palazzo Papadopoli , ex sede del Cnr, il nuovo albergo della Aman Resort: 24 suite tra cui l’Alcova del Tiepolo

Settestelle sette, non una di meno, sparse tra gli affreschi del Tiepolo, gli alberi di mandarino, le vasche da bagno grandi come piscine e l’altana incastonata tra i tetti dalla quale si comprende perchè l’esigentissima catena di Singapore Aman Resort abbia detto (quasi) subito sì, lo voglio. Era un Palazzo Papadopoli un po’ acciaccato, ex sede del Cnr, di proprietà della famiglia Arrivabene Gonzaga; è ora un Palazzo Papadopoli trasformato in albergo da firmamento (il primo in Italia), affidato ai guanti di velluto di Dottor Group che ha salvato tutto quello che si poteva recuperare – inclusa l’ultima serratura in ottone dell’ultima porta – garantendogli una seconda vita in ottima salute, dall’ammirevole memoria e di deliziosi privilegi. L’Aman Canal Grande è uno scrigno di storia e tecnologia nel quale gli stucchi e le cineserie convivono con le torrette che contengono (e nascondono) cavi e fili che consentono di variare lo scenario delle luci a seconda dell’ora; nel quale le cucine sono distribuite una per piano e una per portata, collegate da un monta vivande più veloce della luce: il primo piano per i primi, il secondo per i secondi, il terzo per i dolci; nel quale gli scarichi finiscono in un depuratore potenziato che rovescia in laguna acqua teoricamente potabile. Tutto questo si sa ma non si vede. Quello che si vedrà (apertura in occasione della Biennale e inaugurazione il 3 giuno) è un palazzo del Cinquecento, affiancato da uno più recente, che, vestito di futuro, accoglierà gli ospiti nelle sue 24 suite, nei due giardini e nei due ristoranti con fasti serenissimi, arredi minimalisti e cortesia orientale. L’arrivo sarà via acqua, con sbarco su piccolo deck in legno. Il tempo di vedere Ca’ Foscari a sinistra e il ponte di Rialto sulla destra e gli ospiti entreranno direttamente nella storia. Il portego con il mavimento di marmo, lo scalone monumentale, i vetri piombati, le porte originali, i lampadari smontati pezzo per pezzo, portati da Galliano Ferro a Murano per una radicale remise en forme e rimontati nel salone da ballo, i pavimenti di legno del Settecento consolidati e levigati, le stoffe di Rubelli e di Bevilacqua, i mobili intagliati del Brustolon, la libreria con le pareti rivestite di cuoio decorato con foglia d’oro. I lavori di restauro, durati 16 mesi e monitorati centimetro quadrato dopo centimetro quadrato dalla Soprintendenza, hanno fatto risplendere nuovamente il camino del Sansovino che ora dà il nome a una delle suite più spettacolari; hanno restituito luce, aria e voluttà agli affreschi di Giovan Battista Tiepolo dell’Alcova Tiepolo sotto i quali si potrà dormire sonni vicini alla beatitudine tra pareti e porte cinesi dipinte a mano; hanno reso possibile la suite Canal Grande con finestra ad arco sul pelo dell’acqua, a due metri dalle gondole. D’ispirazione orientale i bagni, con i radiatori di cristallo e docce grandi come camere da letto. E se le coccole non bastassero all’ultimo piano c’è la spa con palestra. I prezzi? Dai duemila euro in su. Dettagli.

«La nave Divina è lunga 333 metri cioè il doppio di piazza San Marco e alta 66 metri cioè il doppio del Palazzo Ducale. Se un motore si rompe? Se scoppia un incendio? Se c'è un dirottamento? Se il pilota sbaglia o impazzisce?» Corriere della Sera, 9 maggio 2013

E se succedesse a Venezia? Se la tragedia di Genova si ripetesse nel cuore fragile della città serenissima e una nave carica di passeggeri enormemente più grande della petroliera Jolly Nero andasse a sbattere contro gli edifici dello scenario architettonico più famoso del pianeta? Diranno: è praticamente impossibile. Anche a Genova era praticamente impossibile. Ma è successo. «Il piccolo rovescio della medaglia di un grande successo da gestire»: così lo chiama Paolo Costa, che dopo essere stato il sindaco della città è oggi il presidente dell'Autorità portuale, nella prefazione al libro A Venezia dal mare, le crociere. E irride alle «paure» (le virgolette ironiche sono sue) di chi paventa il rischio che un giorno qualcosa possa andare storto e confonde «l'irresponsabile fuori rotta» della Costa Concordia al Giglio con «l'avvicinamento in piena sicurezza» delle grandi navi al bacino di San Marco. Cosa significa «piena sicurezza»?
Rileggiamo le parole dette poche ore prima della catastrofe dall'ammiraglio Felicio Angrisano che dava il benvenuto al successore al vertice della Capitaneria di Porto genovese: «Lascio uno scalo sicuro, affidabile, funzionale». Il più possibile, si capisce: «L'unica sicurezza a prova di bomba, per un porto, è non fare entrare nessuna nave...». Una sintesi perfetta: garantire ai veneziani e al mondo la «piena sicurezza» dell'ingresso davanti a San Marco di navi spropositate come la «Divina», lunga 333 metri cioè il doppio di piazza San Marco e alta 66 metri cioè il doppio del Palazzo Ducale vuol dire tutto e niente. E se un motore si rompe? Se scoppia un incendio? Se c'è un dirottamento? Se il pilota sbaglia o impazzisce? Conosciamo l'obiezione: le corna scaramantiche. «Dio santo! Perché mai dovrebbe succedere?». Il guaio è che cose simili sono già successe. E talvolta dentro la stessa laguna veneziana che coi suoi 110 centimetri di profondità media è un mondo delicatissimo.
Negli ultimi anni la «Mona Lisa» si è incagliata davanti Riva degli Schiavoni, la «Haci Emine Ana» è finita in avaria contro i cantieri del Mose a Malamocco, la «Celebrity Solstice» e la «Carnival Breeze» hanno rotto gli ormeggi in Marittima per il vento... Sono così grandi, alcuni dei nuovi bestioni da crociera, che il comandante Checco Baradel, il quale dopo aver navigato tutta la vita vive alla Giudecca, sostiene di riconoscere la stazza delle navi che passano «da quanti quadri si spostano alla parete della sala da pranzo». E ne passano una dopo l'altra. Nel 2011 erano state 654, nel 2012 sono cresciute ancora: 663. Più gli oltre trecento traghetti. Per un totale di un migliaio di giganti l'anno. Andata e ritorno davanti a San Marco perché l'altro percorso (canale dei Petroli fino a Marghera e poi lungo il canale Vittorio Emanuele) è meno romantico: vuoi mettere? Media: sei passaggi al giorno, con punte record di 11 navi e 35 mila crocieristi.
Dicono: tranquilli, arrivano, se ne vanno trainate da un rimorchiatore davanti e uno dietro. Il comitato «No grandi navi» e gli avversari del via-vai, però, non si tranquillizzano affatto. E spiegano che nel caso di un guasto ai motori (e si è visto tragicamente come possa capitare) quegli immensi albergoni viaggianti che arrivano a pesare oltre 50 mila tonnellate e cioè quanto un migliaio di autotreni a pieno carico, hanno una forza d'inerzia spaventosa: «Se avanza a due nodi, circa quattro chilometri l'ora, una nave così grande può essere fermata solo da un rimorchiatore in grado di «tirare» 60 tonnellate. A quattro nodi l'inerzia è già quattro volte superiore e, ammesso che basti, il rimorchiatore dovrebbe poter tirare almeno 240 tonnellate. A 6 nodi, con l'inerzia moltiplicata per nove, una bestia così non la tiene neanche l'«Abeille Fiandre» che sulla Manica tira da solo 200 tonnellate. Bene: i «portolani» degli Anni 30, quando i «transatlantici» che approdavano a Venezia erano quasi «barchette» e arrivavano una volta al mese, stabilivano che il limite massimo di velocità ammesso in bacino e nei canali portuali, «in via eccezionale», era di sei nodi. Lo stesso limite fissato oggi per navi spropositatamente grandi.
Di più: «Dalle tracce trasmesse dall'AIS, l'Automatic Information System installato sulle navi e leggibili perfino sul web, nel canale della Giudecca la velocità di solito è di 7, a volte 8 nodi, con rallentamenti a 6 per l'inchino a San Marco: i turisti devono scattare le foto». Certo, sono navi moderne, dotate di sistemi di sicurezza avveniristici, spinte da motori affidabili. Ma restano, sullo sfondo, quegli incubi sospesi: il guasto, l'errore umano, l'incendio... E prima di fermarsi quei bestioni in manovra in uno spazio ristretto potrebbero travolgere la punta della dogana, San Giorgio, le due colonne di «San Marco in forma de leon» e di San Teodoro. Per carità, Dio sa quanto abbiamo bisogno del turismo. Ma val la pena di mettere a rischio Venezia? Tanto, se vogliono vederla, sempre qui devono venire... Perché dovremmo pagare quel pedaggio alle compagnie che pretendono il passaggio a San Marco?

«Zanazzo ha inventato la collana di libretti "Occhi aperti su Venezia". Adesso getta la spugna. "Non ce la faccio più a pagare la carta e la tipografia"». Intanto le Grandi navi scaricano torme di turisti. La Nuova Venezia, 26 aprile 2013

La crisi delle librerie fa vittime illustri. I librai, prima di tutto, i lettori. Ma anche le piccole case editrici che cominciano a sentire la crisi. È il caso della “Corte del Fontego”, editrice veneziana che ha sede nell’omonima corte antica, a Santa Margherita. Macchina mandata avanti a prezzo di grandi sacrifici da una sola persona, Marina Zanazzo. Che ha avuto il coraggio di stampare e distribuire in città volumi di urbanistica e la piccola fortunata collana di libretti (rossi e blu) su temi veneziani. Acqua, barene, palazzi, scavi e grandi opere. Ma adesso, con la minaccia di chiusura che viene dalla Goldoni, la crisi dei lettori e delle piccole librerie, anche Marina è tentata di gettare la spugna. «Ho comunicato ai miei amici che la fortunata stagione dei libretti «Occhi aperti su Venezia» si avvia al tramonto», dice, «e per i motivi più banali: ho crediti con molte librerie che non pagano le fatture, non riesco più a pagare la tipografia e la carta. Sono usciti altri quattro libretti, altri quattro forse usciranno a giugno. Poi mi dovrò fermare perché i libretti non sarebbero più autosufficienti». Un peccato, perché nella collana su Venezia sono usciti molti titoli di denuncia, altri che hanno suscitato interesse anche all’estero. Prezzo più che accessibile (3 euro), autori che lavorano gratis, distribuzione limitata e un format che stava avendo un certo successo, i libretti del Fontego contavano molto sulle «vetrine» esposte dalle librerie del centro. Più che una iniziativa commerciale, una coraggiosa proposta culturale. Che dava voce a molti autori sconosciuti, a studi e denunce. Collana che ha al suo attivo ormai una trentina di libretti, su temi storici (blu e verdi) ma anche di stretta attualità. Ecco allora gli ultimi prodotti che saranno in libreria nei prossimi giorni: «Il mito di Elena», di Ruggero Rugolo, dedicato alla prima donna laureata al mondo, Elena Lucrezia Corner Piscopia; «Una fortuna sul fango», storia di Giovanni Busetto detto Fisola, l’inventore degli stabilimenti balneari del Lido a cura di Franca Cosmai; «Le età della laguna», di Rossana Serandrei Barbero e Sandra Donnici; «Delendae Venetiae» di Massimo Favilla, ispirato al grido di allarme di Pompe Molmenti del 1887 sulle trasformazioni urbanistiche della città, più che mai attuale. Altri quattro libretti (rossi, cioè di denuncia) usciranno forse ai primi di giugno. Saranno forse gli ultimi della lunga e fortunata serie. Poi se non interverranno novità la casa editrice potrebbe sospendere la sua attività. Un’altra perdita pesante nel panorama della cultura veneziana, sempre più costretta in spazi da riserva indiana.

Dal “Coordinamentodelle associazioni ambientaliste del Lido di Venezia" una bellanotizia. Grazie alla collaborazione tra sezione veneziana di Italia nostra e i comitati del Lido di Venezia primo “alto là” alla distruzione di un’incomparabile oasi sopravvissuta alla speculazione edilizia e al Mose

Il Consiglio di Stato, con l’ordinanza presentata il 26 marzo scorso, haaccolto l’appello presentato da Italia Nostra per una sospensiva dei lavori aCa’ Roman. Secondo le Associazione ambientaliste l’inizio dei lavori avrebbecomportato la distruzione dell’ambiente e del paesaggio (il progetto prevede larealizzazione di 11 delle 42 ville in un ‘area di “elevato interessenaturalistico”), vanificando così il ricorso presentato al TAR.
Nella Sua ordinanza, il Consiglio di Stato ha riconosciuto che la modificaallo stato dei luoghi avrebbe comportato un “danno grave e irreparabile” alsito.Il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido, ha svoltoun ruolo di primo piano nella difesa di Ca’ Roman, prima presentando insiemealla LIPU le osservazioni al “piano di recupero” e poi garantendo il supportotecnico ed economico a Italia Nostra nei ricorsi intrapresi. Salvatore Lihard,portavoce del Coordinamento, ha dichiarato: ”Il riconoscimento del Consiglio diStato è importante per le Associazioni ambientaliste e per tutti i cittadiniche hanno a cuore il bene comune. Da domani potremo affrontare con fiducia iprossimi, impegnativi passaggi legali che ci aspettano. Da domani è piùconcreta la possibilità di preservare Ca’ Roman dalla speculazione edilizia”.

La presidente della sezione veneziana di Italia nostra invia anche a eddyburg, questo scritto, esemplare per la sostanza della denuncia e la correttezza della questione posta all'Unesco: da che parte state a Venezia?

Esattamente duecento anni dopo la nascita di Goldoni, Georg Simmel scriveva: «Tutti a Venezia camminano come su un palcoscenico: durante le loro occupazioni inconcludenti, o le loro vuote fantasticherie, sorgono improvvisamente da un angolo della strada e spariscono subito in un altro, e hanno qualcosa degli attori che non sono nulla né a destra né a sinistra della scena; il gioco non ha luogo se non sul davanti della scena ed è senza causa nella realtà anteriore, senza conseguenze nella realtà ulteriore»[1].

Simmel non amava Venezia, e lo si sente anche da questa breve citazione. Egli comunque aveva colto questa caratteristica teatrale della quotidianità veneziana, per lui grottesca, per chi apprezza il vivere qui, piacevole e coinvolgente; Venezia, osservatorio antropologico perenne: come dice Zanzotto, «fantasma puro, dell’intersezione, dell’intercolloquio di genti tempi e spazi»[2].

Altri cento anni, cento cinque per la precisione. Una frase colta fra turisti in piazza S. Marco diventa titolo di un fortunato piccolo libro di Enrico Tantucci: ‘Papà, a che ora chiude Venezia?’ [3]. La quinta reale in cui i veneziani si muovevano e interagivano fra loro, apparendo e sparendo ai lati dei campi e incontrandosi, diventa quinta di cartapesta, in cui non c’è più nulla da osservare, perché tutto è inautentico. Da teatro per noi stessi siamo divenuti avan spettacolo per altri, da maestoso palcoscenico della vita (veneziana) a fondale da consumarsi in pochi ore perché forse, di sera, Venezia chiude. Sono le prove generali per una chiusura definitiva. Per il crepuscolo della città, che è iniziato da tanto tempo.

Negli ultimi 60 anni Venezia ha perso due terzi di abitanti. Nel 2012 se ne sono andati 722 di veneziani, 92 in più dell’anno precedente. Di questo passo alla fine del secolo la città sparirà. Stop, nessun residente; solo comparse o turisti che come durante il carnevale vengono a vedersi l’un con l’altro.

E se spariscono gli abitanti sappiamo bene cosa aumenta. Stime ufficiali, ma non aggiornate, parlano di 22 milioni di turisti. Ma il nostro vicepresidente Paolo Lanapoppi, confrontando sinergicamente dati aggiornati ma parziali, ha concluso, calcolando per difetto, che i turisti sono 30 milioni[4]. Tirando le somme, dunque, si può dire che a ogni veneziano spettano 508 turisti. E il rapporto è inversamente proporzionale: aumentano i turisti, calano i veneziani. C’è un nesso inconfutabile. La prima cosa da fare sarebbe tutelare la residenza, con norme e incentivi anche fiscali ed economici.

La giunta Cacciari consentì la variazione di destinazione d’uso degli immobili - prima non permessa -, da residenziale a terziario e turistico. E per la residenzialità fu un duro colpo. Ma è di questi giorni la notizia che la Regione si appresta a discutere e ad approvare una nuova legge sul turismo di cui un articolo “prevede che la locazione di appartamenti a fini turistici non venga più considerata attività ricettiva”. Di fatto, una totale liberalizzazione.

Le ultime amministrazioni (con Provincia e Regione) hanno lasciato che il turismo costituisse la principale risorsa, ma questa monoeconomia ha portato la città allo stato in cui è, ha disgregato il tessuto sociale, espellendo i residenti. «Il turismo impedisce alla città di scegliere» ha detto con lucidità l’assessore alle attività produttive, mentre al contrario si deve avere «il coraggio di privilegiare le attività più deboli per ricreare la complessità della città»[5]. E invece si punta solo sul terziario o sul porto. Terziario e porto - sovradimensionati - sono la rovina di Venezia. Nel cahier de doléances su Venezia, al primo è la città tradita, degli abitanti che la abbandonano perché evidentemente non è più considerata una polis, quel modello di perfezione urbana e sociale che è stata la sua fortuna.

Al secondo posto, il luogo che ha fatto nascere Venezia: la Laguna. Complesso ecosistema non artificiale, ma storicizzato, «ecomosaico»[6], che non costituisce il limite fisico, l’opposto della città, bensì una parte della stessa città e che con essa rappresenta un «sistema unitario di funzioni»[7]. Non a caso l’Unesco nel 1987 dichiarò Venezia patrimonio di tutta l’umanità assieme e inscindibilimente alla sua Laguna. Ma cos’ha di tanto particolare l’ecosistema Laguna?

Venendo in treno o in automobile dal ponte translagunare si vede un bacino salmastro che abbraccia Venezia. Ma chi giunge in aereo e sorvola alcune aree intatte, percepisce una distesa, mobile alla luce, di terre non terre e acque non acque; terre poco elevate sul mare e canali poco profondi che le innervano, creando un arabesco di luci e di ombre. Dalle tre bocche di porto prendono avvio i tre canali portuali che addentrandosi in Laguna, si diramano in venature di sempre minor sezione e profondità. Come c’è una varietà di profondità dei canali così c’è una varietà di emergenze di terre, descritte da un lessico peculiare: paludi, velme, barene.

E mi viene in mente ancora il poeta Zanzotto, che nel filò per il Casanova di Fellini scrive: «o luna dei busi fondi (dei baratri fondi) ... le gran barine di ti se inlaga (le grandi barene di te si allagano)»[8], si allagano per effetto delle maree determinate dalla luna, ma anche si allagano del chiarore lunare. Le gran barine ...

Ma dove sono le grandi barene di Casanova, che Zanzotto ancora vagheggia? Nel XVII secolo costituivano circa 255 km2 del territorio lagunare; nel 1970 si erano ridotte a 64 km2. Negli ultimi 60 anni si sono dimezzate e se non si interverrà, a metà del nostro secolo spariranno. E la Laguna, perse le proprie caratteristiche funzionali, non sarà più una laguna, ma una indifferenziata distesa di acque sempre più profonde, una baia marina[9].

Cosa distrugge il tessuto morfologico lagunare? L’officiosità idrodinamica - lo scambio tra mare e Laguna - drammaticamente aumentata per gli interventi realizzati nell’ultimo mezzo secolo. Fra questi, la costruzione sulle tre bocche di porto di dighe foranee e l’escavo dei grandi canali industriali (specialmente il Canale Malamocco-Marghera o dei Petroli, a collegamento del porto di Malamocco con l’area produttiva di Marghera). Ciò ha innescato processi erosivi che distruggono le barene e hanno fatto sprofondare mediamente di un metro i fondali in Laguna centrale.

Per tutelare le forme originarie della Laguna è necessario contrastare i fenomeni erosivi. Si potrebbe ancora farlo, se ci fosse la volontà politica di operare in tal senso. La laguna è un bene non solo ambientale, ma culturale, a proposito dei discorsi che sono stati fatti in questa sede. I nuovi interventi che si profilano all’orizzonte mirano invece all’espansione del porto, con nuovi scali anche in aree ambientalmente pregevoli, con navi sempre più grandi, e con inevitabile approfondimento dei canali industriali.

È notizia dei giorni scorsi che la Commissione di Salvaguardia ha miracolosamente bocciato un progetto di raddoppio in larghezza del Canale dei petroli, portandone la profondità a 12 m[10]. Anche un bambino sa che il Canale dei petroli è stato uno dei più gravi misfatti compiuti in Laguna. Ciò che potrebbe sorprendere è che il progetto è stato redatto dal Magistrato alle Acque e approvato dalla Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici.

Questo è lo stato delle cose a Venezia. Troppi interessi e poco coraggio. Per questo ci era venuta l’idea di rivolgerci all’Unesco. In due anni abbiamo spedito tre lettere, per chiedere che il sito venisse iscritto nelle Danger List. Abbiamo ottenuto solo una risposta formale. Nel contempo, l’Unesco ha elaborato il Piano di gestione del sito, coinvolgendo molti portatori di interessi, ma non noi. Forse si pensava che non potessimo collaborare, per alcune divergenze di fondo: tale piano ad esempio, ritiene il progetto Mose risolutore delle acque alte, quando le sue ben note criticità sono ormai pubblicate nero su bianco (rimando alla consulenza della ditta Principia[11], e alla relazione della Corte dei Conti[12]). Sempre il piano di gestione Unesco non ha una parola di riserva sul piano morfologico della Laguna, redatto dal Magistrato alle acque, che ha portato ad esempio alla realizzazione di finte barene, vere isole artificiali.

Noi però continuiamo a dichiararci disponibili, pronti al confronto, anche vivace, in attesa di una presa di posizione coraggiosa dell’Unesco, che nel 2009 ha pur cancellato Dresda dalla lista dei siti, per una grande opera (una!), e di ricaduta comunque inferiore rispetto agli interventi che ci troviamo ad affrontare a Venezia. Avremmo bisogno di aiuto concreto, e lo chiediamo ancora all’Unesco, e ora anche a Europa Nostra: è nostra intenzione portare il prossimo anno la candidatura della Laguna di Venezia come sito in pericolo di Europa Nostra.

[1] G. Simmel, Venedig, http://socio.ch/sim/verschiedenes/1907/venedig.htm.

[2] A. Zanzotto, Venezia, forse, in F. Roiter, Essere Venezia, Udine, Magnus, [1977].

[3] E. Tantucci, A che ora chiude Venezia?, Venezia, Corte del Fontego editore, 2011.

[4] P. Lanapoppi, Caro Turista, Venezia, Corte del Fontego editore, 2011.

[5] D. Ghio, Il turismo impedisce a Venezia di scegliere, «Il Gazzettino», 16 ott. 2011.

[6] La valutazione di impatto ambientale relativa agli Interventi alle bocche lagunari per la regolazione dei flussi di marea. Studio di impatto ambientale del progetto di massima, http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/.

[7] L. Bonometto, Il crepuscolo della laguna, in La laguna di Venezia. Ambiente, naturalità, uomo, Portogruaro, Nuovadimensione, 2007, p. 181.

[8] A. Zanzotto, Recitativo veneziano, in Filò. Per il Casanova di Fellini, Venezia, Edizione del Ruzante, [1976].

[9] cfr. L. D’Alpaos, Fatti e misfatti di idraulica lagunare. La laguna di Venezia dalla diversione dei fiumi alle nuove opere alle bocche di porto, Venezia 2010.

[10] E. Tantucci, Canale dei Petroli. La salvaguardia dà lo stop all’escavo, «la Nuova Venezia», 1 marzo 2013.

[11] http://www2.comune.venezia.it/mose-doc-prg/ [12] Delibera n. 2_2009 relazione - Corte dei Conti.

Dalle stelle alle stalle: come Aleppo e Timbuctu Anche Venezia è un bene culturale a rischio. La colpa non è della guerra ma la devastazione mercantilee l’inondazione del turismo mordi e fuggi e le Grandi opere. L’Unesco ne prenda atto, e inserisca la città nella "lista nera". La Nuova Venezia, 16 marzo 2013

«Venezia e la sua laguna sono un sito in pericolo. Intendiamo chiedere all’Unesco di prendere in considerazione il suo inserimento nella black list». Lidia Fersuoch, gentile ma grintosa presidente della sezione veneziana di Italia Nostra, lancia il sasso nello stagno. Davanti a lei, un po’ imbarazzati, i rappresentanti dell’Unesco europea, con il vicepresidente Francesco Bandarin, venuti a palazzo Zorzi, sede veneziana dell’associazione, per discutere di beni culturali e della loro tutela. Fu proprio l’Unesco, nel 1987, a inserire Venezia e la laguna tra i siti di interesse mondiale da tutelare. Ma adesso, denuncia Italia Nostra, la situazione è all’emergenza. Cambi d’uso, grandi opere che hanno stravolto la laguna, un turismo asfissiante che ha cambiato i connotati della città storica. «In mezzo secolo Venezia ha perso i due terzi dei suoi abitanti», attacca Fersuoch, « quest’anno se ne sono andati in 722, siamo a 78 mila. Così a fine secolo Venezia non esisterà più, ridotta a quinta per turisti e maschere». Così la laguna. «Negli anni Cinquanta le barene erano 295 metri quadrati, nel 1970 64 mila, oggi la metà.

Occorre intervenire per evitare che la laguna diventi una baia con acque profonde». Al convegno di ieri ha partecipato anche Pl1:hilippe Daverio, critico d’arte che ha ricordato l’importanza dell’arte anche dal punto di vista economico. Comitati per la salvaguardia, associazioni, professionisti hanno tracciato il quadro delle emergenze e delle possibili soluzioni. «Il moto ondoso minaccia la città», ha detto Francesco Calzolaio, architetto autore di un progetto di rilancio dei siti industriali a cominciare dall’Arsenale. Tavola rotonda con al centro l’importanza del turismo culturale. Si festeggiano i cinquant’anni della fondazione di Europa Nostra, associazione europea per la tutela dei beni culturali. «Che in Europa», è stato ricordato ieri, «danno lavoro a 8 milioni e mezzo di persone, garantendo il 3,3 per cento del Pil europeo, il rpodotto interno lordo». E il 40 per cento del turismo europeo, si è detto al convegno, è costitutio da turismo culturale. Un settore da potenziar. «Faremo appello ai governi europei», ha detto il presidente di Europa Nostra Denis de Kergorlay, «affinchè si facciano carico di nuove inizitive. per lanciare un vero New Deal indirizzato alla tutela attiva dell’immenso patrimonio artistico e ambientale italiano. Linea approvata anche dal presidente nazionale di Italia Nostra Marco Parini.

«Lo studio di un economista di Ca’ Foscari: portano alla città soltanto l’1,9% del Pil e non il 6% «I benefici in un anno sono 286 milioni, ma la città subisce spese per 313. Senza contare l’erosione». La Nuova Venezia, 16 maggio 2013

Le crociere? Costano alla collettività più di quanto fanno guadagnare. Il Comitato «No Grandi Navi» torna all’attacco. E stavolta produce dati e studi che smentiscono le cifre fornite dall’Autorità portuale e da Venezia Terminal passeggeri sui «benefici» del crocerismo a Venezia. Ieri l’ultimo colpo di scena. In municipio il comitato ha presentato uno studio fresco di stampa prodotto da un economista di Ca’ Foscari, il professor Giuseppe Tattara. Che, dati alla mano, ribalta le convizioni sulla «produzione di ricchezza alla città» generata dalle crociere con navi di grandi dimensioni.

«Il contributo al Pil, il prodotto industriale lordo della città», attacca il portavoce Silvio Testa, «è dell’1,9 per cento e non del 6 per cento come più volte annunciato dal Porto». Sulla base degli stessi utilizzati dall’Autorità portuale, il professore è giunto a conclusioni quasi opposte. Dal punto di vista dei «benefici», le crociere portano ogni anno in città 286 milioni di euro. 180 vengono dalle spese dei croceristi, 5 da quelle dei membri dell’equipaggio, 101 milioni il ricavo stimato di agenzie turistiche, ormeggi, pilotaggio e ricavi che finiscono alla Vtp e all’Autorità portuale. Totale, 286 milioni di euro. Ma secondo gli elaborati del docente di Economia, i costi subiti dalla collettività sono ben più pesanti. 200 milioni di euro per l’inquinamento dell’aria, con cinque specie di inquinanti (diossine, zolfo, metalli pesanti) prodotte dalla combustione e dagli inceneritori dei rifiuti. Cento milioni di euro il costo stimato sul cambiamento climatico, per l’energìa prodotta necessaria a spingere la grande nave. 13 milioni infine i costi per l’inquinamento del mare. Tutto questo, conclude il professore, senza contare i danni ai monumenti – e il fenomeno di corrosione della pietra d’Istria ingenerato dai carburanti ad alto contenuto di zolfo – i danni alla salute, i danni statici agli edifici per l’enorme spostamento d’acqua provocato dal passaggio nei canali di navi che dislocano fino a 130 mila tonnellate. E infine i danni alla morfologìa lagunare.

Qui viene citato l’ingegnere Luigi D’Alpaos, ordinario di Idraulica all’Università di Padova, uno dei massimi esperti sull’argomento. «Più grandi sono le navi», dice D’Alpaos, «maggiore è la perdita dei sedimenti della laguna». Un motivo per cui il professore è contrario all’alternativa proposta dal Porto: far entrare le grandi navi dalla bocca di Malamocco con arrivo in Marittima attraverso il nuovo canale Contorta-Sant’Angelo. «Peggio il rimedio del male», hanno detto i comitati. Che insistono: le grandi navi devono andare fuori della laguna. Dossier, denunce alla Procura, 12 mila firme raccolte e un appello al governo e all’Europa. Ma le navi restano lì.

La stagione turistica è alle porte, e tra un mese in Marittima saranno ormeggiate fino a sette grandi navi contemporaneamente. Le alternative non decollano, in attesa del nuovo governo e del prossimo Comitatone. Così l’ordinanza firmata dai ministri Passera e Clini sulle «zone sensibili» dopo il naufragio della Costa Concordia a Venezia non si applica. La battaglia va avanti da tempo. Contro le ragioni del Comitato «No Grandi Navi, Laguna bene comune» è sorto anche un comitato amici delle crociere, guidato da Massimo bernardo. «le crociere sono una richezza per la città, non si toccano», dicono. Adesso arriva lo studio alternativo. Che prova, secondo i comitati, come anche l’argomento della ricchezza e dei posti di lavoro sia relativo: «Si potrebbe creare lavoro in altri settori, su navi più piccole, con costi ambientali ridotti. E le compagnie da subito devono ridurre le emissioni inquinanti».

Descrizione: http://server-us.imrworldwide.com/cgi-bin/count?url=&rnd=1363422471895&cid=&ref=http%3A//quotidianiespresso.extra.kataweb.it/finegil/nuovavenezia/Edizione_Giornaliera/mappe/NZ_venezia_18.html&sr=sr1440x900:cd24:lgit-IT:jey:cky:tz2:ctna:hpna

Dalla maggioranza di centrosinistra del Consiglio comunale di Venezia un ulteriore contributo al degrado del patrimonio culturale , alla svendita (per meno di 30 denari) della proprietà pubblica, alla mercificazione della città, nonché alla diffusione dell’”antipolitica". La Nuova Venezia, 12 marzo 2013

La battaglia per il Fontego finisce a tarda sera, con voti sugli emendamenti a colpi di maggioranza e le proteste di opposizioni, consiglieri «dissidenti» e comitati, che hanno organizzato durante la sospensione dei lavori una vera «assemblea» nell’aula di Ca’ Loredan. Convenzione votata tra il Comune – con la Variante e il cambio d’uso che dà il via libera ai lavori di restauro – e Edizione property, la finanziaria del gruppo Benetton per trasformare lo storico Fondaco dei tedeschi in un moderno centro commerciale. Respinti quasi tutti gli emendamenti che proponevano una maggiore apertura pubblica del palazzo e l’aumento del corrispettivo (sei milioni) spettante al Comune per il cambio di destinazione d’uso. Polemica a tratti molto dura sul valore dell’edificio acquistato cinque anni fa da Benetton per 60 milioni di euro. E sul rapporto «pubblico-privato». Convenzione che penalizza il Comune, secondo i dissidenti. «Valorizzazione di un bene oggi degradato e chiuso al pubblico», secondo la giunta e i partiti di di maggioranza, Pd, Idv, In Comune. Il sindaco Giorgio Orsoni nella sua replica ha spiegato il perché si sia giunti a questo punto. La convenzione firmata dal sindaco con Benetton, due anni fa, è stata definita «un atto che rende questo Consiglio più libero di decidere perché garantisce il rispetto di alcuni obblighi per il privato. «Ci sono dei dati di fatto», ha detto il sindaco, «che chiunque non abbia pregiudizi non può non vedere. Il primo è che questo palazzo è di proprietà privata e che la precedente amministrazione ha deciso di non esercitare il diritto di prelazione». «A quel punto», ha detto ancora il sindaco, «a noi non restava che cercare di ottenere i maggiori vantaggi possibili per la collettività. Così abbiamo fatto, ottenendo la disponibilità pubblica del cortile, con dieci giorni dedicati a spettacoli esclusivi del Comune, l’uso dello spazio all’ultimo piano. E sei milioni di euro, che ci sembrano congrui. Anche perché non è scontato che si possa recuperare utilità pubblica sulla proprietà privata». Anche dal punto di vista del progetto, Orsoni ha ricordato che l’ipotesi originaria è stata modificata. Con lo stralcio delle scale mobili colorate nel cortile e e della grande terrazza. Dibattito proseguito fino a tarda ora, con la discussione di decine emendamenti. Bocciata per soli tre voti la proposta avanzata dal consigliere del Gruppo Misto Nicola Funari di rinviare tutto in commissione, vista la «non adeguata valutazione effettuata dagli uffici». Ma per tre voti la proposta non è passata. Non hanno votato tra l’altro anche consiglieri critici con la delibera, come Jacopo Molina, Saverio Centenaro, Valerio Lastrucci. Durissimi gli interventi delle opposizioni. Renato Boraso, Cesare Campa, Marta Locatelli (Pdl), Giovanni Giusto (Lega). Jacopo Molina (Pd) hanno accusato la giunta di aver già deciso, nel momento in cui il sindaco aveva firmato la convenzione con Benetton, due anni fa. Renzo Scarpa (Misto) ha accusato di illegittimità gli atti in approvazione. Stessa linea per Gianluigi Placella (Cinquestelle), applauditissimo dall’aula. Favorevoli al restauro i consiglieri Pd Borghello e Pagan, Beppe Caccia (In Comune), Giacomo Guzzo (Italia dei Valori) che ha invitato a tener presente il beneficio economico dei 400 posti di lavoro. Attacchi alla giunta e alla «necessità di far cassa». L’assessore Ezio Micelli ha replicato difendendo la bontà dell’accordo, che «precisa gli elementi dell’intesa sulla base del progetto definitivo approvato dalla Soprintendenza».

Ecco un'immagine del Fontego dei tedeschi, futura Rinascente

L’amara morale della favola: se si dovesse vincere e, come speriamo, il Fòntego dei tedeschi non si trasformasse nella “Rinascente” non sarà perché è una vergogna trasformare in un affare privato un prestigioso edificio pubblico di uso pubblico, ma perché il prezzo del mercimonio era troppo basso. La Nuova Venezia, 10 marzo 2013

Le opposizioni e Italia Nostra scoprono le carte alla vigilia del voto in consiglio comunale «Mai eseguita dalla giunta una valutazione, l’immobile vale 38 milioni di euro e non 6 come pattuito»

Fontego dei Tedeschi, fermate, per autotutela, per ridiscuterla completamente, quella convenzione con il gruppo Benetton per la trasformazione dell’edificio cinquecentesco in grande magazzino “targato” La Rinascente - secondo il progetto di Rem Koolhaas – perché l’accordo attuale è stato stipulato illegittimamente dal sindaco, vincolando anche il sì del preventivo del Consiglio comunale, ed è gravemente penalizzante per la città sul piano dell’uso degli spazi pubblici e della “monetizzazione” del cambio di destinazione commerciale. Varrebbe infatti oltre 38 milioni di euro per la città - 24,5 milioni, pur scontando, come ha fatto Ca’Farsetti, 15 milioni di euro di nuovi lavori del committente - e non i «miseri» 6 milioni di euro concordati da sindaco e Giunta.

È quanto chiedono Italia Nostra e le opposizioni - in vista del Consiglio comunale di domani, che dovrebbe dare il via libera alla convenzione e al permesso in deroga di costruire per Edizione Property, la società del gruppo di Ponzano proprietaria dell’edificio - che ieri hanno mostrato le carte che «inchioderebbero» la Giunta, mostrando, a loro avviso, una gestione fin troppo disinvolta dell’accordo con il gruppo Benetton. Presenti i consiglieri comunali del Pdl Sebastiano Costalonga e Marta Locatelli, quelli del Gruppo Misto Renzo Scarpa e Nicola Funari, del Gruppo Cinque Stelle Alfonso Placella e l’architetto Cristiano Gasparetto, vicepresidente della sezione veneziana di Italia Nostra. Gli addebiti mossi sono pesanti. «Il Comune non ha mai redatto una stima ufficiale e certificata del valore del Fontego dei Tedeschi e dell’incremento derivante dal cambio di destinazione d’uso commerciale - hanno spiegato - e la valutazione è stata fatta al ribasso.

La valutazione richiesta all’Agenzia del Territorio stimava nel 2011 un immobile nella zona di San Marco come il Fontego tra gli 8 e i 20 mila euro al metro e il Comune non ha fatto una media, ma ha applicato il valore minimo, 8 mila euro, poi aumentato a 9 mila». In effetti, la nota prodotta al tempo della trattativa dalla Direzione Patrimonio del Comune per l’assessore ai Lavori Pubblici Alessandro Maggioni, recita testualmente: «Preme sottolineare che non sono state prodotte valutazioni di stima, ma solo ipotesi di lavoro propedeutiche ad una trattativa con la controparte». Ma quelle «ipotesi di lavoro», mai protocollate, sono poi diventate la stima finale, su cui è stato calcolato anche il beneficio pubblico per il Comune. Il ricalcolo fatto da Gasparetto, partendo da una valutazione del Fontego di 14 mila euro al metro quadrato - la media tra il minimo di 8 mila euro e il massimo di 20 mila stimato dall’Agenzia del Territorio - dà esiti clamorosi. Con la variazione della destinazione da pubblica a commerciale, l’incremento di valore sarebbe di poco meno di 7 mila euro al metro quadro e il valore complessivo salirebbe dai circa 60 milioni di euro dell’acquisto a oltre 124 milioni di euro. Cioè - sulla base di una ripartizione tra pubblico e privato del 60 e del 40 per cento del beneficio pubblico - al Comune andrebbero appunto circa 38 milioni e mezzo di euro, che scenderebbero a 24 e mezzo pur «scontando» 15 milioni di euro di lavori di Benetton, già calcolati nella stima da Ca’ Farsetti. In più, ci sono gli standard urbanistici, che ilComune ha in pratica “regalato” a Edizione, comprendendoli nei 6 milioni di euro di indennizzo complessivo. Secondo i calcoli di Italia Nostra e opposizioni, oltre 9200 metri quadri di superficie commerciale del Fontego, andrebbero bilanciati con circa 7400 metri quadri di aree a standard pubblico. Per questo il piano terra e il primo piano del Fontego - poco meno di 4 mila metri quadrati - dovrebbero restare pubblici (per farci magari un centro culturale e un asilo nido) lasciando gli oltre 5500 metri quadrati restanti alla Rinascente, riducendo in questo caso a 19 milioni di euro la monetizzazione a favore della città. Ma se Giunta e maggioranza - come è probabile - domani diranno sì all’accordo con Benetton, è possibile che qualcuno sposti l’affare Fontego su altri tavoli: quelli del Tar o della Corte dei Conti, per il teorico danno erariale.

Ancora aperta la questione del futuro del Lido di Venezia; ancora speranze per di ci si batte contro la “città degli affari”: Intanto le nuvole giudiziarie si addensano su un altro tassello del puzzle veneziano: il ponte di Calatrava: domani vedremo. La Nuova Venezia, 6 marzo 2013

Dopo il clamoroso «stop» deciso dal Comune alle trattative con Est Capital, in municipio adesso si attendono gli sviluppi giudiziari e legali dell’intricata questione Lido. La delibera che prevedeva un accordo extragiudiziale tra le parti è stata ritirata dal sindaco Orsoni, dopo che gli uffici avevano lavorato fino a tarda sera per metterla a punto. Le proteste sempre più forti dei comitati e le tante perplessità espresse dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione hanno convinto il sindaco a fermare la procedura. Forse non è estranea a tutto questo l’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, l’impresa del Mose tra i più importanti quotisti del fondo finanziario di Real Venice 2 (Est Capital). Il sindaco nega, come anche Gianfranco Mossetto, presidente di Est Capital. Ma la concatenazione degli eventi è chiara.
Che succederà adesso? Si attende intanto la sentenza del giudice civile Liliana Guzzo, che dovrà decidere se sbloccare i 31,6 milioni di euro già versati da Est Capital al Comune e depositati alla Carive sul conto di Ca’ Farsetti per l’aqcuisto dell’ex Ospedale al mare. Il blocco d’urgenza era stato richiesto dal Comune dopo l’annuncio di Est Capital di voler annullare il contratto per «inadempienze da parte del Comune». Si dovrà poi chiarire bene l’aspetto patrimoniale, con una richiesta di danni già annunciata dalla finanziaria al Comune – di cui peraltro gestisce il patrimonio immobiliare – ma anche il risarcimento annunciato dal Comune verso la «gestione precedente dell’operazione» (vedi commissario governativo, durato in carica fino al 2011). Intanto i comitati del Lido salutano con favore la decisione. «Occasione per riprenderci il Lido», dicono.(a.v.)

Fa paura quando da una cattedra prestigiosa, in una città tormentata dai rigurgiti della "modernità", alla domanda se non è grave che Venezia si consegni a una monocultura turistica, si risponde: «il turismo fa vivere la città. Siamo noi a parlare in negativo del turismo e a creare una distorsione nella percezione della gente». La Repubblica, 26 gennaio 2013

Progettisti e curatori si sono finora alternati alla direzione della Biennale Architettura. Adesso arriva Rem Koolhaas, olandese di Rotterdam, che definire solo architetto è irrimediabilmente riduttivo. È certo architetto, stella lucente nel firmamento internazionale. Ma è poi sociologo, ideologo, filosofo metropolitano. È stato giornalista e ha scritto per il cinema. È autore di libri intitolati Delirious New York, Junkspace e S, M, L, XL, che vengono sventolati come vessilli insieme alle formule in essi contenute, «cultura della congestione», «tecnologia del fantastico», «metropoli groviera». Suoi edifici sono in tutto il mondo, a Seattle la Central Library, a Berlino l’ambasciata olandese, a Porto la Casa della Musica, a Pechino il quartier generale della Tv.

A Venezia Koolhaas arriva dopo aver vinto il Leone d’oro alla carriera nel 2010, ma soprattutto sulla scia delle polemiche dell’anno scorso. Polemiche legate al suo progetto per il Fondaco dei Tedeschi, che anche oggi, il giorno della presentazione della “sua” Biennale fanno indispettire il presidente della rassegna Paolo Baratta che rimprovera una giornalista spagnola per aver fatto una domanda sulla questione. È la prova che anche in Spagna si conosce la vicenda del Fondaco, l’edificio rinascimentale affacciato su Canal Grande e ponte di Rialto, sul cui tetto l’architetto olandese immaginava una terrazza panoramica e la cui corte veniva attraversata da una scala mobile che segava balaustre e membrature laterizie. Ora il progetto, bersagliatodai ricorsi di Italia Nostra, bocciato dalla Soprintendenza, è stato modificato. La Soprintendenza l’ha accolto, Italia Nostra vuol vederlo prima di esprimersi, ma nutre ancora perplessità.

La Biennale del 2014, sarà intitolata Fundamentals, che a Venezia ricorda le fondamenta, i tratti di strada che costeggiano canali e rii, ma che nell’accezione dell’architetto olandese e di Baratta sta a indicare proprio i fondamenti dell’architettura, gli elementi basilari — le porte, i pavimenti, il soffitto… Sarà una Biennale sull’architettura e non sugli architetti, convengono Koolhaas e Baratta. E, aggiunge Baratta, nella scelta del tema, «siamo partiti dalla constatazione del divario tra la spettacolarizzazione dell’architettura, da un lato, e dalla scarsa capacità di esprimere domande ed esigenze da parte della società civile, dall’altro».

Però Koolhas, vedendo le sue architetture, così mosse, ardite, ci si domanda se lei si riconosce appieno nella riflessione sul divario crescente fra architetturaspettacolo e architettura che incontra i bisogni. Non pensa?
«L’architettura non è una disciplina isolata. L’hanno condizionata le guerre e le rivoluzioni. Adesso domina l’economia di mercato che ha reso difficile, anche per un architetto come me, misurarsi, per esempio, con l’edilizia sociale. Si è portata l’attenzione sullo stupore e sullo spettacolo, spostandola dalla responsabilità verso gli altri. Il mercato ha ridotto i campi di intervento dell’architettura. E l’architetto si è limitato a svolgere spesso il ruolo del clown»

E lei come reagisce?
«La mia ambizione è quella di estendere di nuovo quel campo».

Ma si può lasciare al mercato il disegno complessivo di una città?
«Certo che no. Però a chi ritiene che la dimensione commerciale di una città sia solo negativa, va ricordato che Amsterdam o Venezia sono state costruite su questo elemento e tuttora vivono di questo».

Lei lavora in Italia da trent’anni. A Roma. A Venezia. Quanto è complicato fare architettura in Italia?
«Gli italiani soffrono di un certo grado di narcisismo e credono che l’Italia sia il luogo più complicato in assoluto. È complicato fare architettura ovunque, non c’è nulla di unico nel complicato ».

Compreso per mettere mano al Fondaco dei Tedeschi sul Canal Grande?
«Sì, compreso».

Il presidente Baratta ha rimproverato una giornalista spagnola che le ha fatto una domanda sul Fondaco. Lei vuole rispondere?
«Quel progetto ha avuto un cammino difficile. Ora stiamo per raggiungere un risultato positivo. Ma, parlando in generale, io vivo l’architettura come partecipazione ai problemi. E non si voltano le spalle ai problemi. Il progetto è una forma di dialogo estremo con i problemi».

Dietro la vicenda del Fondaco, che diventerà un centro commerciale, c’è Venezia che si consegna a una monocultura turistica. Non è grave?
«Non è un problema. Se ne discute, lo so, ma non è un problema. Ieri ho camminato per le calli e ho incontrato metà italiani, metà stranieri. A Venezia non vorrebbero turisti per sentirsi più autentici? Il turismo fa vivere la città. Siamo noi a parlare in negativo del turismo e a creare una distorsione nella percezione della gente».

Ai junkspaces, agli spazi spazzatura, lei ha dedicato un libro. Sono passati più di dieci anni da allora: è cambiato qualcosa?
«Poco o niente. Junkspace è parte dell’architettura generata dall’economia di mercato. Io non la rigetto, voglio capirla. La mia mentalità non è giudicante, cerca di comprendere».

Lei ha lavorato nel cuore profondo dell’Europa, dall’Olanda alla Francia al Portogallo. E poi in Cina. Ha scritto di Singapore. Quale dei modelli urbani prevarrà nel futuro, quello occidentale o quello orientale?
«La domanda è mal posta. Non ci sono modelli puri. In Oriente i modelli sono una commistione di elementi occidentali e orientali. E poi, qual è il modello italiano? In Italia la gran parte delle città comprende zone medievali o rinascimentali e poi le nuove urbanizzazioni novecentesche,in cui dominano i contenitori commerciali. In Cina c’è bisogno di costruire città a velocità accelerata, perché l’urbanesimo è potente. L’Europa, invece, è satura».

Ma lei è convinto o no che, nel progettare un edificio, conti molto la creazione di spazio pubblico?
«È molto importante. Ma tutto ciò è sempre espressione di un sistema politico. Ora che domina il mercato gli spazi pubblici vengono erosi o non vengono da noi stessi mantenuti in quanto tali. Trent’anni fa in Olanda quando nevicava qualsiasi persona puliva davanti al portone di casa. Il marciapiede, pubblico, era sgombro e nessuno scivolava. Ora nessuno pulisce niente. Lo spazio pubblico è tutto ciò che rimane dopo che si è pensato a noi stessi».

Quella della Biennale sarà una mostra-ricerca. Come la interpreta?
«Ho chiesto di avere più tempo del solito per allestirla. Sarà divisa in tre parti. All’Arsenale rifletteremo sullo stato dell’architettura in Italia. Al Padiglione italiano cercheremo di raccontare la storia universale degli elementi architettonici. E lo stesso accadrà nei padiglioni nazionali. Chiederemo che ogni paese si confronti con l’idea di modernità, se è stata accettata o rifiutata. E verificheremo quanto di nazionale e quanto di globale vive in ogni tradizione».

Come convivono in lei i tanti mestieri che ha svolto, ai quali ora si aggiunge quello di curatore?
«L’influenza di quelle esperienze è grande. Ma quella che le contiene tutte è forse il giornalismo, basato su un livello di curiosità che guida la ricerca negli altri campi. Sono un sociologo amatoriale. Uno storico amatoriale. Forse solo la scrittura è per me professionale».

Ma fra lo sceneggiatore e l’architetto ci sono poche analogie. O no?
«Sbaglia. Entrambi lavorano sulla connessione di episodi. Creano momenti di suspense e momenti rilassati».

Un documentario tedesco per documentare il degrado cui il turismo selvaggio ha ridotto la città più bella del mondo. La Nuova Venezia, 18 gennaio 2012 (m.p.g.)

Folla, Grandi navi, caro-case nel lavoro del regista altoatesino Andreas Pichler. Gran successo di pubblico in Germania: «Residenti ribelli, ma rassegnati». Un film-documentario che racconta Venezia e i veneziani, ma che, per ora, hanno potuto vedere solo i tedeschi e altoatesini. È "Teorema Venezia" del regista Andreas Pichler, in prima nazionale ieri a Bolzano, in replica fino a fine mese, ma già proiettato con molto successo in una ventina di sale della Germania, con il titolo "Das Venedig Prinzip". Quello di Pichler è una via di mezzo tra il film e l'inchiesta, su una Venezia che ben conosciamo: la città dai 56 mila abitanti in costante calo e i 21 milioni di turisti in continua crescita. «Venezia è il simbolo di quel che accade se di uno spazio urbano si fa puro business», spiega il regista in un'intervista, «turismo di massa e speculazione immobiliare emarginano le persone, anche se Venezia resta ancora un incredibile viaggio nel tempo». Alle scene accelerate della folla impazzita fanno da contrappunto immagini poetiche di silenzi e tramonti viola e rosa: Venezia senza turisti, pochi giorni, poche ore all'anno. E poi ci sono le scene-choc, come quelle che riprendono le immense navi da crociera.
Due anni di preparazione, uno di riprese: Andreas Pichler ha intervistato, seguito a casa, nei loro spostamenti quotidiani al mercato o in ufficio, una manciata di "veri" veneziani. Tuddy è una vivace e ribelle nobildonna 80enne che si batte per salvare quello che ancora si può salvare della sua città. Pietro è un agente immobiliare che una volta restaurava i palazzi e ora assiste al loro degrado. Flavio trasporta cose e persone per i canali di Venezia. Federica fa la guida. Il film parteciperà al concorso tedesco Dok Leipzig, uno dei più importanti Festival internazionali del documentario. Nato a Bolzano nel 1967, Andreas Pichler ha frequentato la Scuola di documentario Zelig, quindi ha studiato Filosofia e Cinema all'Università di Bologna e Berlino. Nel 2004 ha vinto con "Call me Babylon" il prestigioso premio tedesco Adolf Grimme . Oggi lavora come autore e regista in Germania, Italia, Austria e Svizzera e vive tra Terlano, con la moglie e tre bambini, e Berlino. «Venezia è l'esempio più eclatante del degrado, la città più bella e che soffre dei mali peggiori», racconta il regista, «la conosco bene, ho molti amici e la frequento da anni. Mi piace lo spirito ribelle dei veneziani che fa parte del film, ma in generale manca la volontà di cambiare le cose, anche se la gente è esasperata. I veneziano sono delusi perché i tanti interventi internazionali non hanno portato a niente, sono combattuti tra i loro interessi economici e la salvaguardia della loro città. Sanno che il turismo porta benessere, ma anche degrado: ma i veneziani sono anche combattivi e ribelli, come la Tuddy...».

Il comitato Portuale approva il piano operativo in contrasto con gli strumenti urbanistici comunali e regionali. La Regione aderisce al Piano; il Comune non si oppone ma si limita ad astenersi. Senza perdite prosegue insomma, con un piano illeggittimo ma finanziato, il cammino dei distruttori della Laguna e del degrado mercantile della città. La nuova Venezia, 16 gennaio 2013


«L’off shore? Fino a qualche anno fa sembrava un miraggio, adesso è un progetto concreto, finanziato dalla Legge di Stabilità. Quello approvato ieri è un importante manifesto programmatico per il Porto del futuro». Comune e Provincia si astengono, la Regione invece ha votato a favore del Piano portuale. «Un voto convinto», spiega l’assessore alle Infrastrutture di palazzo Balbi Renato Chisso, da sempre un sostenitore dei progetti di Costa, «perché così possiamo rilanciare il porto e anche l’economia della regione»

Piano approvato. Ma con l’astensione di Comune, Provincia e Comune di Mira. Il Pot (Piano operativo triennale) riceve il via libera dal Comitato portuale. Il presidente Paolo Costa canta vittoria e i grandi progetti come il porto d’altura e il nuovo canale Contorta per le grandi navi in laguna fanno un passo avanti. Ma con Ca’ Farsetti è soltanto tregua. «Ci siamo astenuti», dice il delegato del sindaco, l’assessore alle Aziende Antonio Paruzzolo, «perché non possiamo approvare un Piano che non recepisce le linee dei nostri Piani regolatori. Sulle linee strategiche siamo anche d’accordo, ma molte questioni restano aperte». Astenuto anche il Comune di Mira, che chiede di approfondire la ricaduta dei nuovi traffici ferroviari merci sulla linea dei Bivi che passa per Oriago. E il rappresentante della Provincia Giovanni Anci, da sempre contrario al terminal d’altura, che ha chiesto di verificare soluzioni immediate e alternative per rilanciare il traffico portuale. Un pacchetto di interventi pronti a partire.

Nello scenario a lungo termine, ma anche negli interventi immediati, come il via alle banchine per le autostrade del mare che saranno inagurate a Marghera entro la fine dell’anno. E il Porto Franco, che dovrà essere spostato in terraferma per dar fiato ai traffici nell’area metropolitana. Il Piano racchiude in sé gli obiettivi del Porto per i prossimi tre anni. Rilancia la questione dell’off shore («È un progetto che va avanti, non è più un’idea», dice Costa), ma anche la Marittima come «unica soluzione» per le navi. Uno studio comparativo fatto da Ca’ Foscari proverebbe che al momento non vi sono alternative praticabili a parte lo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, che sarà portato da 2 a dieci metri di profondità, larghezza circa cento metri. Bocciata dunque, ancora una volta, la proposta avanzata dal Comune, che ha inviato a Roma un progetto per spostare le grandi navi a Marghera. «Non ci stanno, bisognerebbe chiudere il traffico commerciale», obietta Costa.

Nel Piano si parla anche di scavo del canale Malamocco Marghera e nuove aree di sosta per le navi, del raddoppio della darsena di Lio Grando. E della destinazione futura di alcuni immobili dell’Autorità portuale. Come la sede delle Zattere, per cui è stata bandita una gara per l’affitto a uso uffici ma anche residenza e commerciale. E poi i garage. Partita aperta anche questa con il Comune nell’ambito dell’Accordo di programma su San Basilio. Il tram arriverà alla vecchia stazione Marittima, in cambio il porto chiede di realizzare un nuovo garage. Ma il Comune ha detto no. Approvando la delibera che riapre alla città kle aree dismesse di San Basilio e vincolando il nuovo garage a una serie di condizioni. Il Pot intanto è stato approvato, anche se non ha valore di strumento urbanistico. «Per quello si dovrà attendere il nuovo Piano Regolatore portuale, che andrà fatto d’intesa con il Comune. «Una forzatura del presidente del Porto», scrive il capogruppo di In Comune Beppe Caccia, «un Piano approvato senza il consenso di Comune e Provincia è soltanto il libro dei sogni, anzi degli incubi del presidente

Paolo Costa
«Sugli obiettivi da conseguire siamo tutti d’accordo»
«Le astenioni di Comune, Provincia e Mira? Sfumature. Chi si è astenuto lo ha fatto per proporre idee interessanti. Ma sugli obiettivi siamo tutti d’accordo». È famoso per essere piuttosto deciso, il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa. E ieri ne ha dato dimostrazione. Uscendo (quasi) indenne da un Comitato portuale che si annunciava infuocato, per via della contrapposizione tra Porto e Comune su alcune questioni, a cominciare dalle grandi navi e dalle aree di San Basilio. Invece il Pot è stato approvato dopo sole due ore di discussione. E il presidente sprizza soddisfazione. «Dibattito costruttivo, i nostri progetti vanno avanti», dice. «I 100 milioni che abbiamo ottenuto della Finanziaria per il porto d’altura significano che lo Stato ha deciso di puntare su quella grande opera. Il terminal off shore va fatto, anche per riutilizzare un impianto portuale che ha quasi un secolo. Allora era all’avanguardia, oggi ha bisogno di essere ripensato».

E le conseguenze ambientali? «Questa secondo me è una grande opera di riequilibrio ambientale», continua il presidente, «perché altrimenti avremmo dovuto scavare i canali in laguna fino a 14 metri». Invece l’off shore, garantisce Costa, «rilancerà l’economia portuale dei prossimi decenenni». Nessun problema nemmeno per le rotture di carico: «Stiamo studiando con gli Industriali soluzioni operative all’avanguardia. Le merci saranno smistate durante il percorso in chiatta tra l’off shore e le banchine di Marghera. «Non perderemo tempo, guadagneremo in operatività essendo in grado di svolgere quelle operazioni in mare come fossimo in banchina». Con il Comune restano alcuni nodi aperti, a cominciare dalle grandi navi. Costa e il suo Piano approvato ieri rilanciano l’ipotesi del canale Contorta Sant’Angelo come «unica alternativa realizzabile».

Un’idea che l’ex sindaco ha in testa almeno dal 2004, quando allora commissario contro il moto ondoso, aveva proposto di utilizzare il canale Vittorio Emanuele per far arrivare le navi in Marittima da Malamocco. «Allora fu proprio l’ingegnere D’Alpaos a dirmi che era meglio scavare il Contorta. Lui nega, ma io lo devo dire. E sono convinto: anche quella potrebbe essere un’operazione di ricostruzione ambientale. Nella zona di partiacque non avrebbe conseguenze negative dal punto di vista idraulico. E l’alternativa è lasciare tutto com’è». Infine, le aree di San Basilio. Il contenzioso è aperto, e il Porto vuole «mettere a reddito le sue proprietà». «Io devo applicare le norme, non faccio politica», ripete Costa. Dal Comune dovrebbe ricevere 14 milioni e mezzo per l’uso della Stazione d’arrivo del tram (ex stazione Marittima). Poi ci sono i garage. Quello nuovo, ma anche quello mai nato, che dovrebbe dare 1.500 posti auto ai residenti. «Noi siamo pronti, aspettiamo il Comune», dice Costa

Descrizione: http://server-us.imrworldwide.com/cgi-bin/count?url=&rnd=1358415167705&cid=&ref=http%3A//quotidianiespresso.extra.kataweb.it/finegil/nuovavenezia/Edizione_Giornaliera/mappe/NZ_venezia_14.html&sr=sr1920x1080:cd24:lgit-IT:jey:cky:tz1:ctna:hpna

Il sindaco sollecita Costa. presidente dell'Autorità portuale «Orsoni vuole conoscere lo studio per lo scavo del Canale Contorta dell’Angelo «Vogliamo valutarne la fattibilità. Decidiamo in base alle valutazioni scientifiche» Noi vogliamo sapere qual'è la strategia che la città ha scelto per il turismo. La Nuova Venezia, 14 gennaio, con postilla
«Ho chiesto ufficialmente al presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, di darci il progetto per lo scavo del Canale Contorta dell’Angelo: solo su dati scientifici certi si può valutarne la fattibilità. Attendo risposta». Le parole del sindaco Giorgio Orsoni sono misurate, ma ferme, alla vigilia del voto in Consiglio - oggi - per l’approvazione dell’accordo di programma tra Comune e porto per l’arrivo del tram a San Basilio, area portuale. Il sindaco - che da tempo va dicendo (invano) che la soluzione più immediata al passaggio delle grandi navi in bacino San Marco è il loro spostamento a Porto Marghera - è alle prese in questi giorni (da una parte) con la strenua difesa del porto della Marittima come scalo passeggeri insostituibile, (dall’altra) con le obiezioni di una gran parte dei consiglieri della maggioranza su quelle autorizzazioni alla realizzazione di una nuova stazioni passeggeri e un garage multipiano, contenute nell’accordo (presupposto di un mantenimento dello scalo passeggeri in Marittima) e (infine) con la volontà generale di portare a firma l’intesa per l’arrivo del tram a San Basilio. E continua il braccio di ferro a distanza con Costa, che si appresta ad approvare in comitato portuale un piano triennale che non solo ribadisce la centralità della Marittima, ma punta a uno sviluppo residenziale e terziario dell’area. Così non resta certo indifferente il sindaco Orsoni a quel continuo ribadire di Costa «il traffico crocieristico costituisce una delle due gambe sulle quali si regge l’economia portuale veneziana, con quello dei container, e la Marittima non ha alternative oggi: occorre passare attraverso la realizzazione di una nuova via di accesso alternativa a San Marco, via canale di Malamocco». Quello scavo del canale Contorta dell’Angelo del quale si parla da un anno, ma che finora il Comune non ha mai visto, anche se il Porto ha assicurato di averlo inviato al governo. «Ho chiesto personalmente che sia consegnato al Comune, per poterne studiare la fattibilità: senza valutazioni scientifiche ogni discorso è vano», sollecita ora Orsoni il presidente Costa. I toni sono misurati, ma la sostanza è chiara: o il progetto c’è ed è fattibile, oppure, non fattibile non lo è per niente e allora si vada a Porto Marghera. Una risposta indiretta anche al Comitato No Grandi Navi, che bolla lo scavo di un nuovo canale come l’ennesima pugnalata alla sopravvivenza della laguna. «Io non ho mai detto che la Marittima non deve più essere scalo passeggeri in toto», dice il sindaco, «ma che le navi incompatibili con la città non devono più passare per il bacino di San Marco. Ci mostrino il progetto e verificheremo, dati scientifici alla mano, se c’è un altro accesso possibile». In questo modo legge anche l’articolo del nuovo Pat che ha fatto infuriare il presidente di Vtp Trevisanato al punto da minacciare ricorsi al Tar. Ma Orsoni difende in pieno l’accordo con il Porto per portare il tram a San Basilio e in questo manda un messaggio ai consiglieri dubbiosi: «La possibilità di realizzare il garage multipiano era già prevista dai piani e si tratta di recuperare altri posteggi oggi del porto che saranno cancellati dal passaggio del tram. Niente di nuovo rispetto a quanto previsto dai piani urbanistici e del resto serve il parere della soprintendenza, che mi pare dubbiosa a realizzare un edificio fronte laguna. Resta l’importanza di un’intesa che, con la disponibilità del Porto, apre alla città un’area oggi preclusa».

Un grande problema rimane aperto dietro il dibattito (lo scontro d’interessi) tra i vari attori che si esprimono sulle grandi navi, la salvaguardia della Laguna e il destino della città. Eppure i tre argomenti sono strettamente legati tra loro, tramite un quarto tema: il turismo. A quale domanda turistica deve essere dedicata l’offerta turistica della città? A quel turismo generico attratto dalla singolarità, alla rinomanza, al livello dei servizi standard, al prestigio ottenibile proclamando alla cerchoa di conoscenti di “aver visitato Samarcanda o la Marmolada, i geyser o Parigi? Oppure un turismo di conoscenza, che vogli avere l’occasione di visitare per conoscere, per verificare le diversità, per approfondire le ragioni e i modi per cui un luogo è diversa da un altro, e trarne tutti gli insegnamenti possibili? Se vogliamo un turismo del primo tipo, allora più turisti arrivano, più grandi sono le navi e più frequenti i treni meglio è: più ricchi diventerranno i venezani e le multinazionale che sfruttano la città. Poco importa se il bene che oggi richgiama i flussi si degrada anno per anno fina a perdere le sua qualità. Se invece vogliamo un turismo diverso, allora è a un obiettivo del tutto diverso che diovremo rivolgerci, è una strategia alternativa che dovremo costruire: quella che Luigi Scano definiva la strategia del razionamento programmato dell’offerta turistica. Una strategia che il Paolo Costa, oggi sultano dell’autorità portuale, condivideva quando era “solo” un autorevole professore universitario e in questo ruolo aiutò chi si opponeva alla proposta di realizzare a Venezia l’esposizione universale del 2000. E aiutò proprio dimostrando proprio che i flussi turistici già senza l’Expo (di £grattacieli del mare allora neppure si parlava)minacciavano di distruggere il patrimonio Venezia. La realtà è certamente cambiata da allora: nei fatti, perché il rischio è cresciuto e la città è più fragile, e nelle persone. Magari cambieranno di nuovo, chissà.

Grandi navi, grandi aeree, grandi rendite: la lotta è aperta.Siamo al sovvertimento delle regole democratiche.È il territorio che deve decidere sul futuro del suo Porto e non viceversa. Dice una persona per bene: «È la città, e per essa il sindaco con il Consiglio comunale, che deve dire quale futuro vuole per San Basilio e la Marittima». Il senatore del Pd Felice Casson, primo firmatario della nuova legge Speciale per Venezia, critica duramente le prese di posizione del Porto sul futuro dell’area veneziana. Proteste vengono annunciate anche dal Comitato «No Grandi Navi», che ha raccolto migliaia di firme per l’allontanamento delle navi da crociera da San Marco. «Queste decisioni», dicono, «le deve prendere la città».La Nuova Venezia, 9 gennaio 2013

Sul futuro delle aree del Porto è braccio di ferro tra Comune e Autorità portuale. Ieri mattina in municipio lungo e animato incontro tra il sindaco Giorgio Orsoni e i suoi assessori da una parte, il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa dall’altra. Sul tavolo l’Accordo di programma che dovrebbe decidere, appunto, il futuro prossimo di Santa Marta e San Basilio. Delibera «congelata» dal Consiglio comunale a fine anno perché giudicata «troppo concessiva» agli interessi del Porto. Che chiede di «valorizzare» i suoi terreni e i suoi immobili in vista dell’arrivo del tram. Che significa «valorizzare?». Nel Piano operativo triennale messo a punto dal Porto si parla espressamente dell’alienazione della sede del Porto alle Zattere, della trasformazione dei grandi edifici in rampa Tronchetto (ex sede della Compagnia Lavoratori portuali e poi della Capitaneria di Porto) e della sede del Mercato Ittico all’ingrosso. In ballo c’è anche l’uso del tratto di città tra San Basilio e Santa Marta, che da anni il Comune vuole riaprire, abbattendo i muri e le grate divisorie. Oggi tre capannoni sono destinati a Università, il quarto è conteso. Ma soprattutto c’è da decidere del futuro dell’intera area Marittima. Progetti che si intersecano, e andranno in discussione tra breve. Il primo riguarda le alternative alle grandi navi. A un anno dalla tragedia della Costa Concordia, in laguna l’ordinanza del ministro dell’Ambiente che vieta alle grandi navi di avvicinarsi alle aree sensibili e a rischio in laguna non è ancora applicata. Le condizioni di sicurezza qui sono diverse, fatto salvo che navi alte come il campanile di San Giorgio e lunghe 300 metri, oltre le 100 mila tonnellate di stazza, passano più volte al giorno a pochi metri da San Marco. Si aspettano le alternative, e anche qui le idee tra Comune e Porto sono diverse. Nella bozza del Piano, che andrà in discussione al Comitato portuale il 16 gennaio, il presidente del Porto Paolo Costa ha scritto chiaramente che «non esiste alternativa ala Marittima», rilanciando l’idea di scavare un nuovo canale, il Contorta Sant’Angelo, per far entrare le navi più grandi dalla bocca di porto di Malamocco e non più dal Lido. Ieri alla riunione del Comitato portuale dedicata alle osservazioni, il rappresentante del comune di Mira ha rilanciato il progetto di Cesare De Piccoli di attrezzare una banchina «provvisoria» al largo di San Nicolò. Il sindaco Orsoni punta su Marghera. Ma il Porto tira dritto. E il braccio di ferro continua. In palio, da subito, ci sono i preziosi terreni e fabbricati di San Basilio e Marittima.

Una riflessione che tenta di andare al di là dei due aspetti (lo scempio del paesaggio e quello della legalità) su cui si è concentrata la protesta contro la sciagurata iniziativa dello stilista trevigiano, raccolta con entusiasmo dalle istituzioni della Repubblica. E una domanda: dov’è il progetto alternativo? In calce, qualche link

L’opinione pubblica nazionale e internazionale è stata investita dalla vicenda del Palais Lumière: il nuovo complesso urbano, circa un milione di metricubi, che lo stilista Pierre Cardin sta ottenendo il permesso di costruire, in margine della Laguna. Il progetto per la realizzazione del quale è previsto un investimento di circa 2,1 miliardi di euro, ha la sua emergenza in una torre alta 256 metri: una struttura, alta 66 piani formata dalla sovrapposizione di più cerchi che uniscono 3 torri, nelle quali sono previsti alberghi, ristoranti, appartamenti di lusso La torre sorgerà come lo sgraziato pennacchio di un complesso urbano che comprende circa 35.000 mq di residenze, 25.000 mq di alberghi e ristoranti, 115.000 mq di servizi, direzionale e commerciale, 60 ettari di area verde e circa 100.000 mq di parcheggi, nonché un vasto groviglio di infrastrutture per la mobilità. Il formaggio nella trappola: una manciata di milioni al Comune per l’acquisto dell’area e la promessa di dare lavoro, secondo i promotori, a circa 10.000 persone per la costruzione e a 4.500 persone una volta costruito il complesso, cui si aggiungerebbero circa 2500 lavoratori dell’indotto. I capitali investiti saranno interamente privati (sebbene non si sappia chi li erogherà) Naturalmente anche il guadagno sarà interamente privato: a Parigi sono già in vendita gli appartamenti e i loft che si prevede di costruire.

La mano pubblica dovrebbe “limitarsi” a vendere l’area di sua proprietà (circa 20 ettari) e, soprattutto, ad agevolare le “pratiche burocratiche” che rendano possibile l’intervento, oggi ostacolato da vincoli e destinazioni alternative. Queste "pratiche burocratiche” comprendono la violazione di leggi statali quali quelle per la sicurezza del traffico aereo e quelle per la tutela del paesaggio (anche quelle “aventi il carattere di norme fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica” (come la legge Galasso del 1985) , e quella delle prescrizioni della pianificazione paesaggistica e urbanistica vigente il cui rispetto impedirebbe la realizzazione del complesso

Lo scempio del paesaggio e quello della legalità

I numerosi articoli e appelli che si sono levati contro l’iniziativa si sono quasi esclusivamente concentrati su due aspetti dello scempio: quello paesaggistico e ambientale: (l’inusitata altezza della torre, il vulnus visivo operato sulla skyline dei margini lagunari, l’incidenza del complesso sul delicato assetto geomorfologico e idraulico del bacino lagunare), e quello della legalità. Quest’ultima è stata violata in primo luogo dal Presidente della Repubblica il quale come la stampa locale ha più volte riferito senza essere smentita, è intervenuto, per far sì che venissero rimossi i vincoli che impedirebbero la costruzione della torre nell'area prescelta. L'abbandono, da parte del massimo garante della legittimità costituzionale, delle regole che governano i rapporti tra le istituzioni e i loro strumenti nel campo del governo del territorio è sembrato - non solo a noi - uno degli elementi più gravi della vicenda dell'intervento immobiliare dello stilista franco-veneto. Esso ha suscitato, fortunatamente, anche le critiche di associazioni come Italia Nostra e di personalità come Carlo Ripa di Meana, che proprio su questo punto si sono appellati ad altri giudizi, più neutrali rispetto all’evento – e forse meno conquistati dall’ideologia della crescita.

Ma l'argomento meriterebbe un'analisi più attenta di quella che i media gli hanno dedicato anche per altri aspetti, rimasti in ombra, mentre sono decisivi per il futuro dell'area veneziana. Mi riferisco all’enorme spreco di risorse – e in primo luogo di territorio - che la scelta sciagurata degli amministratori di Venezia - ivi compresi i pavidi rappresentanti della sinistra radicale e ambientalista hanno compiuto.

Un gigantesco spreco di territorio

Sembra che nessuno si renda conto che abbandonare qualche decina di ettari alle iniziative immobiliari del magnate franco-veneto significherebbe non solo compiere uno spreco gigantesco di risorse pubbliche ma con ciò stesso impedire interventi essenziali per riorganizzare in modo corretto e lungimirante una vasta porzione dell’area Veneziana : una porzione strategica per la sua posizione (tra le città di Mestre, Marghera e Venezia, la Laguna veneziana) e per la gigantesca dotazione di spazi, in gran parte di proprietà pubblica, abbandonati o in via di abbandono, riccamente infrastrutturati (e pesantemente inquinati).

Benché la riutilizzazione del vasto territorio sottratto alla Laguna nei primi decenni del secolo non sia stato ancora definita da nessun atto di pianificazione comunale esso ha conquistato nello spazio e nel tempo un ovvio destino: quello di essere il luogo da bonificare, rigenerare e ricostruire (nel rispetto dalle testimonianze del lavoro dell’uomo nella fase più crudele del capitalismo industriale) come localizzazione dei nuovi spazi ed edifici necessari per soddisfare i fabbisogni sociali (spazi e sedi per una produzione diversa, edilizia per la residenza a prezzi controllati, per i servizi pubblici e le altre attività pubbliche e per quelle economiche), che per le loro caratteristiche non possono essere ospitate nell’edilizia storica o nelle residue aree di territorio lagunare ancora sopravvissuto alla rapacità degli investitori immobiliari e dei loro affabulanti facilitatori.

L’alleanza egemone e la sua strategia

C’è in realtà un’alleanza, almeno implicita, tra chi favorisce o accetta un intervento, quale quello di Cardin, che impedisce ogni diversa utilizzazione dell’area di Porto Marghera, e chi si propone di rendere edificabili le aree rurali ancora intatte tra la Laguna e i fiumi. Quest’alleanza è parte di un più vasto intreccio di interessi (sociali, economici, politici), la cui forza non è solo nella somma degli interessi coinvolti, ma nel fatto di proporre una strategia, un disegno di futuro per l’area veneziana facilmente comprensibile dalla maggioranza dei cittadini: una strategia e un disegno che offrono “crescita e “sviluppo”, e di conseguenza maggiore ricchezza per tutti, facendo leva sulla valorizzazione mercantile di Venezia ottenuta dissipando nell’immediato il patrimonio accumulato nei secoli.

Una “valorizzazione” in cui tutto si lega: dalle operazioni immobiliari dei Benetton e dei Prada nella città storica alle nuove speculazioni al Lido di Venezia, dal mirabolante Palais Lumière di Cardin dalle torme di turisti “mordi e fuggi” gettate nelle calli e nei campi da Grandi navi sempre più capaci e frequenti, fino alle offerte di facili occasioni d’investimento immobiliare nelle new cities sul bordo della Laguna o sulle rive del Brenta (per l’economia di carta non serve edificare, basta la promessa di futura edificabilità). Tutto si tiene. E si scopre quanto sia fragile (sebbene benemerito e, allo stato degli atti indispensabile) l’argine eretto con l’appello alla difesa della bellezza e della legalità.

Si scopre insomma, una volta ancora, quanto all’attuale galassia delle voci che tentano di contrastare nei suoi mille episodi la marcia trionfale della “città della rendita” e della società del “finanzcapitalismo” manchi un progetto di società e di città capace di aggregare un’alleanza più solida di quella attualmente egemone.


Link

su eddyburg (vecchia e nuova edizione) trovate numerosi articoli sull'argomento. Nella vecchia edizione vi segnaliamo i seguenti: Italia nostra – Venezia, Il PalaisLumière, un altro tentativo di sfregio, Paola Somma, Effetti collaterali= Danni premeditati, Sergio Pascolo, Un quartiere Cardin a Porto Marghera,Vittorio Gregotti, dalla Torre di Cardin al Fontego dei tedeschi, Salvatore Settis, La distruzione di Venezia, tra meganavi e grattacieli, Edoardo Salzano, Le radici della Torre. Gli articoli più recenti li trovate nella cartella Venezia e la Laguna. Vi segnaliamo infine l'eddytoriale 155.

Le nuove puntate della vicenda Palais Lumière a Marghera: sarebbe una farsa di cattivo gusto se non rischiasse di trasformarsi in tragedia per la laguna. Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2012 (m.p.g.)
Nemmeno il calendario è più una certezza: a Venezia, per esempio, il gran finale del carnevale è arrivato con un mese e mezzo di anticipo. Come spiegare, altrimenti, che nel giro di pochi giorni sia stato firmato (nonostante tutto) l’accordo tra il Comune e Pierre Cardin per l’erezione della famosa Torre, e poi tutto sia clamorosamente saltato (almeno per ora, sarà bene aggiungere)?

Alla fine di novembre il Ministero per i Beni culturali aveva dichiarato che l’area di Marghera su cui avrebbe dovuto sorgere il Palais Lumière era sottoposta al vincolo della legge per cui non si può costruire a trecento metri dal mare. Ora, in un paese normale basterebbe questo a far desistere chi volesse innalzare proprio in quella fascia, e in vista di Venezia, l’edificio più alto di quello stesso paese (250 metri). Ma financo in Italia la cosa diventava pressoché impossibile, perché se anche la soprintendenza di Venezia avesse concesso l’autorizzazione, in deroga al vincolo, associazioni come Italia Nostra l’avrebbero tosto impugnata, facendo impantanare il tutto in tribunale per decenni. E il novantenne Pierre Cardin ha più volte chiarito di avere, comprensibilmente, fretta.

Né questa ovvia prospettiva, né l’appello di quattrocento intellettuali al presidente Napolitano (il quale, peraltro, non ha ritenuto di rispondere in alcun modo) hanno minimamente spaventato il sindaco PD di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, che il 22 dicembre ha firmato l’accordo con Cardin, entrando in tal modo nella storia della Serenissima «come un seguace non dei Dogi, ma dei barbari» (così Salvatore Settis, ieri su “Repubblica”).

Ma il sindaco non sente ragioni, ed è tranquillissimo, anche perché è convinto che i gruppi del Consiglio comunale ratificheranno compatti il progetto. Tanta tranquillità non è condivisa, per esempio, nella Parigi dello stesso Cardin, dove l’autorevolissima Accademia di Iscrizioni e Belle Lettere ha approvato una dura mozione in cui si legge che «a proposito della salvaguardia del patrimonio storico e artistico italiano, oggetto di studio di molti dei suoi membri e bene comune della civiltà europea, l’Accademia è vivamente preoccupata per le minacce che pendono su Venezia e la sua Laguna», e che «spera che il Palais Lumière non venga mai costruito proprio a causa della sua altezza smisurata».

La babelica Torre di Cardin, tuttavia, non sembra poter essere arrestata né dalla forza della legge, né da quelle della cultura e del buon senso: ma forse, con provvidenziale paradosso, potrebbe esserlo da quella del denaro. Cardin ci teneva ad apparire come lo zio d’America che tornava in patria con le tasche gonfie di quattrini: lo stilista ha dichiarato formalmente che avrebbe investito un miliardo e mezzo di euro nella Torre, senza contare i milioni promessi per il risanamento dell’area industriale, e quelli con cui avrebbe patrocinato rassegne artistiche. E si capisce che una buona parte dei cittadini di Marghera, abbandonati da decenni a se stessi, abbia salutato con cieco favore questa specie di emiro nostrano che prometteva una magica fontana di lavoro e benessere alta duecentocinquanta metri.

E, invece, ecco il colpo di scena: la banca non fa credito al paperone Cardin, che non riesce così a trovare, entro il 31 dicembre, i venti milioni di euro da dare al Comune per comprare i terreni su cui dovrà sorgere la Torre. E così il sedotto e abbandonato Orsoni si sfoga con la “Nuova Venezia”: «Noi abbiamo fatto il nostro dovere. Ma Cardin si è rivelato una delusione». La pochade appare davvero grottesca. Forse nessuno, nemmeno Orsoni, credeva davvero che potesse sorgere un simile, inaudito mastodonte: ma i primi milioni di Cardin (pochi, maledetti e, soprattutto, subito) servivano a far rientrare il bilancio nel Patto di stabilità. Insomma, una politica fast food incurante di ipotecare il domani pur di sfangarla, in qualche modo, oggi.

A Venezia, patria di sublimi cortigiane, anche la prostituzione era un’arte: ma oggi non si riesce nemmeno più a scegliere un cliente solvibile.

Continuano, inascoltati, i gridi di dolore per l'ennesimo scempio che i mercanti parassiti compiono sul gioiello dell'umanità, con la complicità delle massime autorità della Repubblica. La Repubblica, 28 dicembre 2012

lIL MOSTRO della Laguna ha fatto la sua prima vittima. È il sindaco di Venezia Orsoni, che firmando pochi giorni fa il patto scellerato con Pierre Cardin entra nella storia delle Serenissima come un seguace non dei Dogi, ma dei barbari, per immolarsi (dice lui) sull’altare del “patto di stabilità”. Il Palais Lumière di Cardin, coi suoi 250 metri di altezza, sarebbe alto due volte e mezzo il campanile di San Marco, 110 metri oltre i limiti di sicurezza Enac per il vicino aeroporto. Visibile da ogni angolo della città, l’ecomostro è un “dono” alla terra d’origine di Pietro Cardin (nato in provincia di Treviso 90 anni fa), per “risanare Porto Marghera” e creare lavoro nei suoi 65 piani abitabili, con appartamenti di lusso e attività commerciali e ricreative. Autore del progetto è Rodrigo Basilicati, «nipote ed erede stilistico di Cardin », laureatosi a Padova nel 2011: il più alto grattacielo d’Italia sarà dunque l’opera di un neolaureato quarantenne, ma il nepotismo, si sa, giustifica tutto. In commovente idillio, Orsoni (Pd) è d’accordo con le giunte leghiste di provincia e regione per approvare a tappe forzate un progetto «strategico e prioritario».

La direzione regionale dei Beni Culturali, su parere dell’Ufficio legislativo del Ministero, ha dichiarato (27 novembre) che l’area è sottoposta ex lege a vincolo paesaggistico a tutela dell’ecosistema lagunare, ma secondo Orsoni il Consiglio comunale ratificherà comunque l’accordo, e per la cessione dei suoli Cardin verserà 40 milioni, indispensabili per «affrontare le imposizioni del patto di stabilità». Invano Italia Nostra stigmatizza le «distorsioni della prassi amministrativa » di un Comune che si arroga i poteri di autorizzazione paesaggistica, mentre le professionalità utilizzate (due geometri e un perito industriale) sono palesemente inadeguate. Intanto, le banche francesi rifiutano a Cardin il prestito di 40 milioni, e mentre lui giocando al ribasso propone di versare “a fondo perduto” solo il 3% (1.200.000 euro), il cardinal nepote Basilicati dichiara che il documento firmato «è solo una bozza».

In tanta confusione, qualche punto è chiaro: primo, i dati sull’inquinamento sono truccati. Nel documento Cardin presentato in Conferenza dei servizi, si vanta una bonifica delle aree destinate al grattacielo (ad opera della Provincia) che non è mai avvenuta, si parla a vanvera di valori nei limiti tabellari di legge, senza precisare che si tratta di valori previsti per le aree industriali e non per quelle residenziali, e si ignora che le fondamenta dovrebbero attraversare tre falde acquifere; intanto la stessa Direzione Ambiente del Comune assicura che farà rispettare le norme contro il dissesto idrogeologico, cioè condanna il progetto senza appello. Secondo: se non avrà i permessi, Cardin minaccia di trasferire in Cina il suo palazzo, con ciò mostrando con quanta attenzione a Venezia esso sia stato concepito, se può indifferentemente stare anche a Shanghai. Terzo: mentre un ex sindaco di Venezia dichiara cinicamente che «il progetto è orribile, ma a caval donato non si guarda in bocca», Cardin monetizza la vista su Venezia, mettendo in vendita a prezzi altissimi gli appartamenti dei piani alti, destinati ai ricchi, «perché ci saranno sempre ricchi e poveri ». Insomma, il suo “dono” è quello che Manzoni chiamerebbe “carità pelosa”, fatta non per amore del prossimo ma per proprio interesse. Ma mentre il ministro dell’Ambiente Clini ed altri notabili esultano per l’imminente disastro, una dura mozione della massima accademia francese di scienze umane (Académie des Inscriptions et Belles Lettres) «esprime viva inquietudine per le minacce che pesano su Venezia e la laguna. Deplora che navi di grande tonnellaggio continuino a entrare nel bacino di San Marco, sfidando la fragilità di un sito unico al mondo e mettendolo alla mercé di possibili incidenti. Si stupisce che possano esser presi in considerazione progetti architettonici offensivi e assurdi, e osa sperare che il “Palais Lumière” previsto a Marghera, a causa della sua smisuratezza, non venga mai realizzato. Unisce la sua voce a chi disapprova queste iniziative e chiede che vengano respinte ». Dalla Francia viene dunque un forte monito e una lezione di civiltà, coerente con la recente decisione, dopo un referendum popolare, di bloccare il progetto (non di un neolaureato, ma dell’archistar Jean Nouvel) di costruire cinque grattacieli sull’isola Seguin, già sede di stabilimenti Renault (sulla Senna, a 8 km dalla torre Eiffel), riducendolo a un solo edificio, e più basso.

Ma perché Cardin, se davvero vuol dar lavoro ai veneti, non può edificare, nei 200.000 metri quadrati che avrebbe a disposizione, cinque torri da 50 metri, con la stessa volumetria totale? Perché l’inquinamento dell’area viene trattato con tanta leggerezza, proprio mentre il patriarca di Venezia Moraglia dichiara che «non è accettabile contrapporre il lavoro alla salute o all’ambiente, come si è fatto a Taranto»? Perché si favoleggia di “risanare Porto Marghera”, quando l’area interessata è di soli 20 ettari su 2.200? Perché i notabili della città fomentano la frattura fra i contrari al progetto e chi con l’acqua alla gola (letteralmente) è pronto a svendere tutto? Perché non rispondere nel merito e passare agli insulti? Tra le non poche finezze di Basilicati c’è infatti anche questa: secondo lui, chi ha firmato contro l’ecomostro (come Dario Fo, Stefano Rodotà, Carlo Ginzburg, Vittorio Gregotti) «usa il nome di Cardin per finire sui giornali». E lo zio Pietro, di rincalzo: «il mio palazzo sarà un faro che illuminerà la città, per giunta gratis».

Questi segnali di degrado civile, particolarmente intensi a Venezia, si avvertono in tutta Italia sotto il giogo del “patto di stabilità”. Costringendo i Comuni agli stessi introiti che avevano prima dei drastici tagli dei contributi statali (nel caso di Venezia, anche della Legge Speciale), queste norme inique spingono dappertutto verso la svendita e la privatizzazione dei patrimoni pubblici. Anzi, secondo una fresca intesa tra Demanio e Confindustria, immobili pubblici «di particolare pregio» possono essere venduti «anche per utilizzi industriali» (Corriere della Sera,
20 dicembre). Abbiamo dunque dimenticato che i beni pubblici sono il portafoglio proprietario dello Stato-comunità, sono la garanzia della sovranità e dei diritti costituzionali dei cittadini, lo «strumento privilegiato delle grandi libertà pubbliche» (Gaudemet)? Il mostro della Laguna succhia a Roma i suoi veleni, e la sua vittima non è Orsoni, è Venezia. La vittima di una “stabilità” cieca che ignora i diritti è la nostra Costituzione. La vittima è l’Italia, che si pretende di salvare condannandola a mettersi in vendita, in balia di avventurieri e nepotismi. Le vittime siamo noi, i cittadini.

Il destino diun’area vitale per il futuro dell’area veneziana, costruita con l’investimentodel lavoro e dei finanziamenti pubblici, in corso di svendita da parte del Comune, appeso all’esile filo della legalità e della tutela delpaesaggio. La Nuova Venezia, 22 dicembre 2012
Ieri mattina in Regione è stato firmato l’accordo di programma tra le amministrazioni interessate al progetto. Un via libera di massima all’idea del Palais Lumière, che non significa approvazione definitiva. Accordo firmato ieri a palazzo Balbi dal presidente della Regione Luca Zaia, dal vicesindaco di Venezia Sandro Simionato, dal responsabile del procedimento, il dirigente dell’Urbanistica regionale Vincenzo Fabris e dei dirigenti delle Ferrovie che sarà ora pubblicato, e le osservazioni dovranno essere depositate entro i 20 giorni successivi. «Un passo avanti», commenta il sindaco Giorgio Orsoni, «anche se questo non significa che avremo in tempo i 40 milioni delle aree necessari per il Patto di Stabilità. Noi comunque abbiamo fatto il nostro dovere nei tempi previsti, adesso tocca al privato rispettare i patti». Una riunione che non è durata molto, quella di ieri mattina. Del resto i presenti erano quasi tutti d’accordo sulla necessità e l’urgenza di approvare quell’accordo.

Non c’erano i rappresentanti della Soprintendenza, perché la decisione degli uffici dell’Urbanistica è stata quella di ritenere che il progetto sia posizionato in un’area che non è sottoposta a vincolo paesaggistico. Opinione opposta quella del ministero per i Beni culturali, che ha chiesto che il progetto sia sottoposto alla procedura di valutazione paesaggistica. Tesi sollevata anche da Italia Nostra, che ha ribadito quanto già affermato negli esposti presentati alla Procura con una lettera inviata al ministro per i Beni culturali Lorenzo Ornaghi. «Il terreno non è compreso nella planimetria del vincolo Galasso del 1985», scrivono il presidente nazionale Marco Parini e la presidente della sezione veneziana Lidia Fersuoch, «ma occorre rispettare il Codice dei Beni culturali». Che all’articolo 152, ribadiscono, prevede che «nel caso di interventi per impianti civili che abbiano la vista sulla laguna (il bene da tutelare) la Regione e il ministero hanno facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le varianti idonnee ad assicurare la conservazione dei valori espressi dai beni protetti». Dunque, anche se il terreno dove dovrebbe sorgere il grattacielo, alto due volte e mezza il campanile di San Marco, non è vincolato, c’è da tutelare l’impatto visivo. Sul tema è tornato ieri anche il patriarca Francesco Moraglia. «Non è accettabile contrapporre il lavoro alla salute o all’ambiente, come si è fatto a Taranto», ha detto, «bisogna rilanciare una politica nuova, che non ci ponga di fronte a questi aut aut. E occorre governare bene questo tipo di interventi. Parliamo di atti che segneranno a lungo, nel bene e nel male, zone importanti della città. Bisogna fare attenzione non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche dei riflessi che questo avrà sulla città». Il Lumière può essere «un’occasione per il lavoro» aveva detto il patriarca nei giorni scorsi. Ieri ha precisato di non essersi dimostrato particolarmente entusiasta di questo tipo di insediamento. Ricordando come a Marghera oggi realtà costruite negli anni Sessanta «siano in preda a un particolare degrado e fatiscenza». Riflettere, dunque. Cosa che la politica per adesso ha fatto abbastanza poco, accelerando invece i tempi dell’iter per il grattacielo.

© 2026 Eddyburg