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Una replica e un'integrazione all'articolo del manifesto sulle elezioni amministrative. È possibile un'alternativa alla vecchia politica politicante dominata dal renzusconismo? c'è chi dice di si

L’articolo di Canetta e Milanese che il manifesto di ieri ha dedicato a Venezia e al Veneto alla vigilia delle elezioni amministrative offre, come abbiamo scritto presentandolo, una panoramica interessante sulla situazione pre-elettorale. Ma lo sguardo è rivolto quasi esclusivamente all'universo dei partiti e partitini che costituiscono i frammenti grandi e piccoli della sinistra storica, e la figura che emerge con maggiore evidenza come potenziale (e auspicabile) sindaco della città capoluogo è Felice Casson. Mi propongo di esporre le ragioni per cui non condivido una parte dell’analisi del manifesto.

Il racconto di Canetta e Milanese registra unaprima, indiscutibile realtà: nel Veneto la destra è in frantumi, per la primavolta i degradati eredi della Balena Bianca (Forza Italia e la Lega) rischianodi perdere il dominio del Veneto. A Venezia, il recente lungo periodocommissariale, consentito se non addirittura promosso dal PD per concludere leoperazioni immobiliari e mrcantilistiche avviate dalle giunte di centrosinistra, ha reso più acuta la crisi dellacittà e meno sopportabile il disagio di vaste porzioni dellacittadinanza. Quale migliore occasione per cambiare, per costruire un altroVeneto e un’altra Venezia? A metà maggio si voterà per la Regione e per ilComune capoluogo, pochi giorni ci separano dalla presentazione delle listeelettorali. Il flusso degli eventi pre-elettorali scorre, ancora torbido eindecifrabile, tra due sponde.

Da una parte il vecchio sistema dei partiti,attentamente esplorato da Canetta e Milanese. Nell’area che si oppone aifrantumi della destra domina la formazione maggiore: il vecchio centrosinistra(ma si può definire tale un raggruppamento nel quale di alternativo alrenzusconismo manca del tutto?). Accanto ad esso i brandelli delle residueformazioni della sinistra storica, SEL e PRC, che sembrano preferire la renditaconsentita dal vassallaggio al PD al rischio comportato dallosciogliersi e di contribuire così alla formazione di un’alternativa radicaleal renzusconismo. Infine il M5S, cui Grillo comunicheràall’ultimo momento che fare.

Elemento di rilievo ancora ambiguo in questo quadro è la figura di Felice Casson, cui giustamente l’articolo del manifesto dedica particolare attenzione. Si tratta certamente di persona che - per la sua storia, le sue idee e iniziative politiche e culturali - sarebbe degna di rappresentare e governare, primum inter pares, la città. ma come hanno scritto Canetta e Milanese, si presenta «sotto il gazebo PD»: ha scelto di scendere in una competizione tutta interna allo stagno di quel partito infettato da troppi scandali e dal default del Comune (salvato solo dalle lotte dei suoi dipendenti). Lo si teme troppo caratterizzato per la sua partecipazione alle primarie sostanzialmente governate dal Pd) e ci si domanda quali prezzi dovrà pagare, o ha già pagato, in termini di programma e sua implementazione, o di posti di governi e sottogoverno.
Sull’altra sponda si oppone o resta ancora incerto a imbarazzato il variegato fronte costituito dai comitati, movimenti, associazioni che hanno formato l’opposizione più consistente ai danni che il dominante sistema di potere ha provocato al territorio e all’ambiente, alle condizioni di vita, ai patrimoni comuni e ai diritti personali e sociali. Un fronte ancora disunito ma rappresentato da un amplissimo numero di gruppi (il comitato No grandi navi, citato nell’articolo del manifesto, è tra i più significativi ma non è certamente l’unico). Un fronte che ha manifestato la sua consistenza in alcuni grandi eventi regionali, come quello del 30 novembre 2013 che ha visto manifestare a Venezia migliaia di persone in rappresentanza di quasi 200 comitati e gruppi d’ogni pare del Veneto, o nel contributo di massa e di creatività che il Veneto e Venezia seppero dare ai grandi eventi nazionali in tema di energia e di acqua.

L’articolo di Canetta e Milanesi dà scarso rilievo ai tentativi, in atto su questa sponda, volti a costruire un’alternativa reale al renzusconismo: a quella nefasta ideologia e prassi, squallida espressione italiana della globalizzazione del capitalismo neoliberista. Il renzusconismo ha palesemente a Venezia e nel Veneto la sua punta di lancia nella candidatura veneziana di Nicola Pellicani: uomo sponsorizzato da un pacchetto ricco di supporters che va da Massimo Cacciari a Giorgio Napoletano, dal mondo della finanza a quello dal padronato industriale, e che ha avuto un robusto sostegno dal segretario-premier del Partito della Nazione con l’obolo del “salvavenezia”.

Le due iniziative alternative più promettenti, e più "pulite" dalle compromissioni col sistema di potere dominante sono quella veneta, promossa dall’”Ecoistituto del Veneto Alexander Langer” e dall’associazione “Altra Europa-Laboratorio Venezia”, e quella veneziana di “Venezia cambia2015”, espressioni la prima di numerose iniziative politiche e sociali per la difesa del territorio e della democrazia, quella veneziana meno nota, caratterizzata da un ampio lavoro di analisi e proposta compiuto da un gruppo di intellettuali e di militanti nei movimenti di base.

Esse non hanno ancora trovato lo slancio necessario per raccogliere la maggioranza dei consensi che l’area del disagio sociale e morale e della diffidenza per la politique politicienne potrebbero esprimere. Sono di intralcio, soprattutto a livello regionale, le resistenze a impegarsi subito nella tenzone elettorale, in attesa delle decisioni dei frammenti della vecchia sinistra. Ma senza rompere i gusci delle vecchie formazioni della vecchia politica, e senza liberare i cittadini che vi sonoracchiusi, sarà difficile costruire un’alternativa vincente al renzusconismo.

Una risposta all'intervento di Paolo Costa, ex rettore di Ca' Foscari, ex sindaco, ex ministro dei Llpp, oggi governatore dell'Ente porto, il quale sostiene che il crocierismo non fa male alla città.
Nel suo intervento su Il Gazzettino di domenica 22 febbraio (Il crocierista non è turista) il presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa, conferma già nel titolo ciò che sostengono da tempo quanti in città si oppongono a un modello di crocerismo incompatibile con la città e con la laguna: e cioè che l’apporto delle grandi navi all’economia turistica veneziana è veramente scarso.

Commercianti, esercenti, in parte gli albergatori, gli operatori del comparto che si stracciano le vesti solo all’idea di cambiare questo modello, dovrebbero ascoltare le parole di Costa, che però non fa il passo in più, per sostenere invece devastati progetti di nuovi scavi di canali marittimi: navi più piccole in Marittima, della filiera del lusso, e se necessario un nuovo attracco fuori dalla laguna (ci sono due progetti nella bocca di porto di Lido), garantirebbero un indotto generale certamente più alto dell’attuale e un indotto turistico superiore al presente, ma con meno disagi.

Certo, le navi di lusso bisogna conquistarsele, senza lucrare sulle rendite di posizione e non adattandosi passivamente alle politiche delle grandi compagnie da crociera, destinate a una clientela di massa e improntate a un gigantismo kitch sempre meno tollerabile, come viceversa ha fatto fino ad oggi la Venezia Terminal Passeggeri.

Sull’indotto generale, decantato come un mantra da quanti sostengono l’attuale crocerismo, ci sarebbe molto da discutere, e per questo rimando ai tanti articoli e ai lavori del prof. Giuseppe Tattara e al libro bianco da lui scritto assieme al prof. Gianni Fabbri (Venezia, laguna, porto e gigantismo navale, Moretti&Vitali editori), ma come mai Costa si preoccupa tanto di negare il peso turistico del crocierismo?

Il fatto è, come spiega egli stesso, che Venezia sta morendo di troppo turismo, e dunque il presidente dell’Autorità Portuale cerca di difendere le grandi navi dall’accusa di essere corresponsabili di tanto scempio.

Ma davvero il crocierismo è innocente? Davvero il crocierismo non pesa sul turismo veneziano, anche se “il crocierista non è un turista”? La macchina turistica si alimenta dell’immagine della città, ma a sua volta la pompa per continuare a garantirsi la “benzina” che fa girare il motore. Dunque, qualsiasi attività che giochi sul nome di Venezia, e che contribuisca a diffonderne sempre di più il fascino attrattivo, in realtà è complice del degrado progressivo, a prescindere dal numero dei turisti che quella stessa attività genera. E qualcuno può davvero pensare che nel boom del crocierismo lagunare non abbia pesato il richiamo di Venezia? O che le compagnie non abbiano giocato sul suo nome, per attirare più clienti, contribuendo così a propagandarne in assoluto il richiamo?

Per salvarsi, Venezia dovrebbe essere dimenticata per un po’ di anni, mentre è interesse di tutti coloro che girano nella sua giostra, comprese le crociere, far sì che la sua immagine pervada i più sperduti angoli del mondo.

L'articolo è stato inviato contemporaneamente al Gazzettino

Silvio Testa è autore dei saggi E le chiamano navi e Invertire la rotta, della Collana Occhi aperti su Venezia, editore Corte del Fontego
«L'equivoco sta nel fatto che la crociera è turismo, la forma oggi più dinamica di turismo i cui clienti crescono del 7% medio annuo da oltre un ventennio senza conoscere crisi, ma è un turismo che impiega sempre più il suo tempo libero in nave e, comunque, lontano da Venezia». Il Gazzettino, 22 febbraio 2015

Nell'immaginario di molti interlocutori, anche autorevoli per il ruolo ricoperto, è radicata la convinzione del tutto infondata che le navi da crociera siano uno dei tanti mezzi come treni, autobus, le automobili e aerei. (...) Mezzi che scaricano su Venezia quei volumi di visitatori che le hanno fatto perdere ogni connotato di "città o centro storico" per trasformarla in " quartiere storico" consegnato solo al turismo. L'equivoco - che si può perdonare a tutti, ma non a chi ha responsabilità decisionali in materia - sta nel fatto che la crociera è turismo, la forma oggi più dinamica di turismo i cui clienti crescono del 7% medio annuo da oltre un ventennio senza conoscere crisi, ma è un turismo che impiega sempre più il suo tempo libero in nave e, comunque, lontano da Venezia.

A Venezia il 91% dei crocieristi del 2015 si imbarcherà all'inizio della crociera e vi sbarcherà alla fine. Per la città e il suo porto il crocierista passa, come ogni altra "merce" in partenza o in arrivo. Con in più il fatto che a Venezia le navi caricano le provviste per l'intera crociera e vi acquistano i servizi e le manutenzioni. Se si ferma negli alberghi di Venezia il crocierista lo fa prima o dopo la crociera e a prescindere da questa. Nel 2015 resterà, è vero, un 9% di "crocieristi giornalieri" sbarcati da navi di passaggio, quelle partite dal Pireo o da altri porti del Mediterraneo orientale, ma si tratta di poco più di 150.000 visitatori anno: briciole nei confronti dei 24 (27?) milioni o più dei visitatori annui di Venezia e, queste sì, briciole alle quali si può facilmente rinunciare per concentrare tutto sulle funzioni di porto crociere capolinea. Un equivoco, quello che confonde i crocieristi con i turisti che visitano Venezia, che ha conseguenze perniciose se non drammatiche. I crocieristi, incolpevoli, fungono da capro espiatorio di chi, giustamente preoccupato per l'eccesso di pressione turistica su Venezia, sbaglia completamente obiettivo. Quand'anche eliminassimo l'intero comparto crocieristico a Venezia - con conseguenze drammatiche per l'economia della città e per l'intera crocieristica italiana ed adriatica - la pressione turistica su Venezia non diminuirebbe in nessuna misura apprezzabile.
Per contro mentre i salotti buoni e i sedicenti paladini della difesa di Venezia e delle sue tradizioni artistiche e culturali si lavano la coscienza urlando contro le grandi navi (e contro le soluzioni utili a contemperare salvaguardia paesistica di Venezia con la sua eccellenza portuale crocieristica) cresce il ticchettio delle case che gli "amanti di Venezia" trasformano in bed and breakfast, dei palazzi una volta grandi residenze o centri di servizi professionali o finanziari che i veneziani trasformano in alberghi, dei laboratori artigianali trasformati in ristoranti e delle latterie in negozi di maschere. Con un ritmo che ha superato ogni ragionevole sostenibilità e ucciso non solo la città che Venezia storica non è più da tempo, ma anche il quartiere centrale di una più grande città che poteva/doveva essere la chiave della salvaguardia culturale della Venezia che fu. Ma l'importante è che le navi da crociera non giungano in Marittima neanche dalla bocca di Malamocco. Porto e mare hanno, forse, avuto un ruolo nella storia veneziana?
«La galleria inondata è proprio quella che consente la manutenzione di tutto l'impianto delle cerniere delle paratoie». Il Gazzettino, 13 febbraio 2015 (m.p.r.)

L' acqua alta allaga il Mose. Venerdì scorso, durante il picco della marea, ondate di imprevedibile altezza hanno allagato una galleria subacquea del Mose. L'acqua è penetrata attraverso la tromba delle scale e si è stabilizzata ad un'altezza di due metri sui tre che misura la galleria. Il vento piuttosto violento proveniva da bora e di solito da quella direzione le dighe foranee proteggono la laguna e quindi anche il Mose dalle onde del mare in burrasca. Se ci fosse stato vento di scirocco il moto ondoso sarebbe stato certamente più violento.
Sui 6 miliardi spesi per la progettazione e la parziale realizzazione dell'imponente apparato, tutti abbiamo potuto constatare che forse un miliardo manca all'appello, però cinque sono lì a dimostrare l'altissima tecnologia del manufatto. Da quello che si è capito la galleria inondata è proprio quella che consente la manutenzione di tutto l'impianto delle cerniere delle paratoie. Questa inondazione della galleria comunque sta a dimostrare quanto sia difficile in questi casi pensarle tutte.
La nostra viva immaginazione ipotizza anche l'ordine del comando strategico del Mose in previsione dell'acqua alta di venerdì scorso. «Chiudere le paratie!» «Abbiamo un problema» «Cosa?» «L'acqua alta» «L'acqua alta?» «Sì, il tunnel si è allagato e si sono bagnati tutti i relais» Alla piccola gag sarebbe mancato solo l'ex presidente del Magistrato alle Acque, il collaudatore, Cuccioletta che avrebbe detto: «Bene, meglio, così arriveranno i turisti a vedere l'alta marea».

«La commissione VIA non ha potuto bocciare lo scavo, ma si è salvata con una procedura che, pur mettendo in evidenza criticità, debolezze, sciatterie di un progetto devastante, lo promuoverà». La Nuova Venezia, 8 febbraio 2015

La iattanza e la sicumera con le quali il presidente dell'Autorità Portuale, Paolo Costa, commenta le 27 pagine della commissione nazionale di Valutazione di impatto ambientale che, secondo gli ottimisti, affosserebbero il progetto di scavo del Contorta Sant'Angelo, dovrebbero invece mettere sul chi vive gli oppositori, e soprattutto coloro che non hanno perso la memoria delle vicende veneziane.
Costa garantisce che in 30 giorni risponderà ai quesiti "tombali" della Commissione Via, la quale, del resto, ha dato allo stesso Costa proprio 30 giorni per inviare le proprie integrazioni. Ma come? Se solo per la caratterizzazione dei fanghi secondo gli esperti ci vorranno almeno 4-5 anni? Qualcosa non torna e Maria Rosa Vittadini, già presidente di quella commissione Via che nel 1999 bocciò il Mose, lo ha lucidamente messo in evidenza in un incontro pubblico. La commissione politicamente non ha potuto bocciare lo scavo del Contorta, ma si è salvata l'anima con una procedura che, pur mettendo in evidenza tutte le criticità, le debolezze, le sciatterie di un progetto devastante, alla fine lo promuoverà.
È come se la commissione avesse detto a Costa che il suo progetto fa acqua da tutte le parti e nel contempo gli avesse dato le precise indicazioni su come tamponare i buchi, e il termine dei 30 giorni serve proprio al Porto solo per garantire che ottempererà alle prescrizioni. In altre parole, tra un mese, cioè in quel marzo già indicato dal ministro Lupi come termine ultimo per l'approvazione del progetto, la commissione Via darà il suo sì, condizionandolo a centomila punti, ma intanto il passo più importante sarà stato fatto e alcuni lavori potranno partire. Non c'è chi in questo scenario non possa rivedere la vicenda degli undici punti che nel 2003 portarono al Mose. Dovevano essere condizioni "tormbali", ma passarono presto nel dimenticatoio dopo che il sindaco Costa, sì, sempre lui, svendette la città al Consorzio Venezia Nuova, senza che nessuno, e in particolare quel polo rossoverde che si diceva paladino dell'ambiente, muovesse foglia.
Le parole furono tante, certo, ma nella sostanza tutti se ne fecero una ragione per perpetuare quel blocco di mero potere che da 25 anni governa la città e che, atto dopo atto, delibera dopo delibera, l'ha portata alla Disneyland di oggi, sempre con gli stessi protagonisti di allora, sottoscrittori di ogni provvedimento. Vedrete che sarà così anche dopo i cento punti del Contorta: in qualche modo ingoieranno anche quello per non perdere il potere garantito da Ca' Farsetti: la cordasi tira ma non si rompe mai.
Silvio Testa è autore dei saggi: E le chiamano navi e Invertire la rotta, nella collana "Occhi aperti su Venezia", Corte del fòntego editore

«Nella città commissariata, il bilancio comunale ha tagliato -nel 2014- spese e servizi per 47 milioni di euro. Alcuni dipendenti dell'ente, riuniti in un coordinamento autorganizzato, chiedono l'avvio una Commisione d'indagine sul debito». AE Altreconomia, 3 febbraio 2015


Venezia, in autunno, chiude alle cinque del pomeriggio. Vicino al Ponte di Rialto, è a quest’ora che gli ambulanti smontano i loro baracchini: mentre i turisti scemano camminando a testa alta, seguendo le indicazioni sulle calli (le indicazioni sono “Roma”, per piazzale Roma, o “Ferrovia”, per la stazione di Venezia Santa Lucia), i venditori si preparano per tornare a casa. Non tutti, però, ne hanno una: almeno sessanta, tra quelli che vivono nel centro storico, in realtà ne “occupano” una, e fanno parte dell’Assemblea sociale per la casa, la rete veneziana per il diritto all’abitare. “La crisi colpisce anche gli ambulanti che vendono le mascherine in San Marco -raccontaTommaso Cacciari, attivista del Laboratorio Occupato Morion-: molti non possono più permettersi un affitto”. È uno dei paradossi di questa città oggi tagliata su misura per i turisti: a Venezia le case ci sono, e sono vuote; il 30 giugno 2014, nel centro storico, vivevano appena 56.684 abitanti, 9.011 in meno rispetto al 2001. I veneziani, oggi, sono meno di quelli che vivevano in città nel 1631, un anno dopo la peste che decimò la popolazione, che scese da 141mila a circa 98mila persone. Questi dati li cita Salvatore Settis, che nel suo ultimo libro “Se Venezia muore” (Einaudi, 2014) scrive: “Una nuova peste si è insediata a Venezia, dagli anni Settanta del Novecento in qua”.

Per spiegare come s’è declinata, questa peste, serve alzarsi sulla città, osservare la forma di pesce del centro storico di Venezia, spostare lo sguardo alle isole minori (Murano, Burano, Sant’Erasmo), e correndo al limite della Laguna osservare il cantiere infinito delle paratie del Mo.S.E. in costruzione. Il “Modulo sperimentale elettromeccanico” dovrebbe difendere Venezia e Piazza San Marco dall’acqua alta, ma per il momento sta prosciugando la città, rendendola inabitabile. Prima lo ha fatto economicamente, visto che i trasferimenti destinati alla manutenzione della città e della laguna, quelli delle Leggi speciali per Venezia del 1973 (la prima, che all’articolo 1 sanciva che “la salvaguardia di Venezia e della sua laguna è dichiarata problema di preminente interesse nazionale”) e del 1984, da una decina di anni sono assorbiti dalla grande opera. Dall’estate 2014, il Mo.S.E. ha finito per prosciugare anche democraticamente Venezia, dopo l’inchiesta per corruzione che ha coinvolto il gotha politico ed imprenditoriale veneto degli ultimi vent’anni, e anche il sindaco della città, Giorgio Orsoni, che si è dimesso. Al suo posto, giovedì 3 luglio è arrivato a Ca’ Farsetti -sede del municipio- un commissario governativo, il prefetto Vittorio Zappalorto. È lui, con tre sub-commissari, a svolgere le funzioni della Giunta e del consiglio comunale, che non c’è più. Così, in un aula vuota, a fine settembre, ha approvato il bilancio di previsione 2014 del Comune, che prevede tagli (“una manovra”, nel comunicato ufficiale) per 47 milioni di euro. Vittorio Zappalorto non parla con i giornalisti, ma gli effetti dei suoi “conti” sono stati calcolati da un gruppo di dipendenti comunali, che si è denominato Comitato autorganizzati del Comune di Venezia. Nel corso di un’assemblea pubblica, a fine ottobre, questi numeri sono stati presentati alla città. Il commissario ha tagliato le attività culturali, per 1,9 milioni di euro (dalle biblioteche, con 0,3 milioni, alla Fenice, con un meno 0,5), ai servizi sociali, dove il segno meno tocca i 3 milioni di euro (e colpirà gli anziani, l’assistenza domiciliare, i disabili e la salute mentale), ma anche il monitoraggio ambientale (-50%); l’educazione ambientale, (un meno 70%) e canili e gattili pubblici (budget ridotto della metà). Le rette degli asili nido aumentano del 10 per cento, il finanziamento allo sport non c’è più, mentre la soglia per l’esenzione IRPEF passa da 17 a 10mila euro. Anche il fondo per il sostegno agli affitti, 500mila euro, viene azzerato, mentre quello per l’abbattimento delle barriere architettoniche (EBA), nella città dei ponti, finisce dimezzato. Perdono il quindici per cento anche le municipalità (le circoscrizioni). Mancano “politiche attive per la residenza”: oltre al fondo per l’affitto, non ci sono soldi nemmeno per manutenere il patrimonio immobiliare pubblico. Alcuni appartamenti in ristrutturazione sono lasciati a metà, e sono (spesso) le case occupate dall’Assemblea sociale per la casa, che con queste azioni -l’ultima a inizio novembre- vuole accendere un faro sul problema.

La domanda che si pongono i cittadini presenti all’assemblea promossa dal Comitato autorganizzati del Comune di Venezia è una: “Che tipo di città vuole imporre il commissario?”. Nei loro interventi, alcuni operatori delle cooperative sociali che gestiscono servizi per conto del Comune sono stati laconici: “Per noi quest’anno è durato 11 mesi, abbiamo lavorato un mese in meno”. La manovra impone anche un blocco degli stipendi dei dipendenti comunali, ma quelli del Comitato spiegano la propria azione con chiarezza: “La mobilitazione non ci serve per rivendicazioni legate al nostro stipendio. Sappiamo però che ai tagli corrisponde il venire meno di servizi alla città”. Un esempio lo porta Ilenia, educatrice presso un asilo nido: “In due, tra le 7.30 e le 9, siamo da sole con 26 bambini”. In un contesto del genere, spiegano le sue colleghe, anche l’inserimento di nuovi bambini è “diluito” nell’arco di mesi, e l’attività educativa è al minimo. “Questo di chiama babysitteraggio, più che educazione”.Claudio, che gestisce la libreria Marco Polo (rivenditore dei libri di Altreconomia edizioni a Venezia), mostra una lettera ricevuta da Veritas, l’azienda che gestisce il ciclo dei rifiuti: c’è scritto che l’agevolazione del 20 per cento cui aveva diritto, in virtù di un provvedimento che privilegiava le “botteghe” indipendenti, è stata cancellata il 18 luglio, retroattivamente: “Adesso pagherò quanto Prada, o Disney”.

Gianfranco Bettin, sociologo e scrittore, ha fatto parte della giunta Orsoni (era assessore all’Ambiente), dopo essere stato prosindaco di Mestre durante una delle giunte di Massimo Cacciari, a cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila. A suo avviso, la “vicenda Zappalorto” può essere letta come la volontà di “normalizzare l’anomalia veneziana, facendoci credere di aver vissuto troppo a lungo al di sopra delle nostre possibilità. In realtà, una città ‘straordinaria’ come Venezia per riprodurre se stessa sopporta dei costi senz’altro superiori rispetto a quelli di ogni altra città”. Bettin cita un esempio: “Sul totale dei rifiuti solidi urbani prodotti nel centro storico -spiega-, il 70 per cento è legato alla presenza dei turisti”, 8 milioni di persone all’anno, per trentaquattro milioni di presenze, “e questo comporta un costo aggiuntivo di circa 15-20 milioni di euro, che si mangia quasi in toto la tassa di soggiorno che pagano i turisti che pernottano a Venezia”, che per altro è stata aumentata da Zappalorto per gli alberghi a 3 e 4 stelle.

L’esercizio di normalizzazione -secondo Bettin- è allargato anche alla scelta di non convocare le elezioni amministrative per la fine d’ottobre, com’è successo per un altro grande Comune commissariato, Reggio Calabria. “Così facendo il commissario resterà in carica per quasi un anno, e ciò fara sì che approverà due bilanci”. Tecnicamente sarebbe stato possibile andare ad elezioni, e la scelta -spiega l’ex vicesindaco e assessore al Bilancio, Sandro Simionato- è stata del Governo, del ministero dell’Interno: “Ho l’impressione che non abbiano colto la particolarità di questa città”, dice. Del bilancio 2013 in rosso e dei tagli spiega che sono figli di bilanci che andrebbero guardati con più attenzione. In particolare, i 17 milioni in meno di trasferimenti dello Stato, dovuti allo sforamente del Patto di stabilità, che è calcolato prendendo come “base” il bilancio del Comune nel triennio 2007-2009, quando ogni anno arrivavano 70-80 milioni di euro della Legge speciale (oggi ridotti a 13-15) mentre il Casinò -di cui il Comune è azionista- garantiva oltre 100 milioni di dividendi.
Se davvero si vuole salvare Venezia, sostiene Simionato, “le spese per la manutenzione della città dovrebbero essere escluse dal computo del Patto di stabilità”. Ma così non è, e invece il governo continua ad assegnare risorse a un progetto controverso, come quello del Mo.S.E.: il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) il 10 novembre 2014 ha “preso atto dell’esigenza di prosecuzione dei lavori del Mo.S.E. e ha definito la destinazione a specifici interventi delle autorizzazioni di spesa di cui alle leggi di stabilità per il 2013 e il 2014”, per oltre 1,2 miliardi di euro. Complessivamente, l’opera ne dovrebbe costare oltre 5,5, e ogni valutazione sulla sua efficacia non potrà esser fatta fino al 2016, quando dopo oltre trent’anni le “paratie” contro l’acqua alta saranno pronte, almeno secondo il sito www.mosevenezia.eu (nel 2010, però, i lavori sarebbero dovuti terminare nel 2014). Nel frattempo, a fine ottobre 2014 il Consorzio Venezia Nuova -concessionario unico per la realizzazione degli interventi di salvaguardia della città, e quindi del Mo.S.E.- è stato commissariato, su richiesta dell’Autorità nazionale anticorruzione. Del Consorzio fanno parte alcune tra le più importanti aziende italiane del settore delle costruzioni, dall’Impresa Mantovani (attività anche sui cantieri di Expo) a Società Italiana Condotte d’Acqua Spa, da Grandi Lavori Fincosit ad Astaldi, da Itinera (gruppo Gavio) a Technital.

Il processo per il “sistema Mose”, l’inchiesta che a giugno ha portato all’arresto di 35 persone, sarà un flop: la maggior parte degli indagati ha patteggiato. Tra loro anche Giancarlo Galan, già presidente della Regione Veneto e ministro della Cultura, che a metà ottobre ha pettaggiato la pena di due anni e 10 mesi e 2,6 milioni di euro.

A metà ottobre è scaduto anche il termine per la presentazione delle osservazioni al ministero dell’Ambiente per il progetto di un nuovo canale che dovrebbe allontanare le grandi navi da crociera dal bacino di San Marco, il Canale Contorta-Sant’Angelo. Un investimento da 150 milioni di euro, per lavori che secondo Tommaso Cacciari, che con il Morion fa parte del comitato “No Grandi Navi”, potrebbero essere affidati al solito Consorzio Venezia Nuova. Il Canale, inoltre, non risolverebbe affatto il problema (“Le navi entrerebbero comunque in Laguna” spiega Cacciari), rischiando invece di crearne altri (“Lo chiamano ‘adeguamento’, ma è come trasformare un sentiero di montagna in un’autostrada, visto che la larghezza passerebbe da 10 a 120 metri, e la profondità da 1-2 metri a 10-12 metri).

Centocinquanta milioni di euro, un finanziamento pubblico tre volte superiore alla “manovra” imposta dal prefetto Zappalorto al Comune. Risorse che potrebbe essere spese in altro modo, ad esempio per pulire i rii di Venezia, un’altra delle opere di manutenzione necessarie per far sì che la città non collassi su se stessa. Uno scenario preconizzato nel libro “Lo stato di Venezia”, scritto dal professor Angelo Marzollo (Corte del Fontego, 2014), già funzionario Unesco, che negli anni Novanta coordinò un progetto scientifico dell’organismo delle Nazioni Unite, cui fecero seguito interventi di pulizia in tutta la città: “La melma si accumula, e le ‘isole’ vengono scavate dall’acqua. Oggi i buchi vengono chiusi con il cemento”. L’effetto è lo stesso che si ha per le strade delle città italiane, che si allagano alla prima pioggia. Solo che non si vede. Un po’ perché a Venezia vivono in pochi, un po’ perché i danni accadono sott’acqua, legati anche al moto ondoso. Per migliorare i conti, e poter tornare a spendere, una soluzione c’è, e Gianfranco Bettin l’ha descritta in una lettera che firma anche l’ex consigliere comunale Beppe Caccia (con lui nella lista “In Comune”) e indirizzata in agosto a Matteo Renzi e al commissario. Secondo i calcoli di Bettin e Caccia, poiché il 12% di quanto stanziato per il Mo.S.E. viene destinato alle “spese generali di gestione” del Consorzio Venezia Nuova, portando questa percentuale al 6% verrebbero recuperati 75 milioni di euro. “In questo modo -spiega Caccia-, oltre a ripianare il bilancio 2014 il Comune avrebbe a disposizione un avanzo attivo per il 2015”. Risorse che potrebbe essere utilizzare anche per la manutenzione del (mitico) ponte progettato dall’archistar catalana Santiago Calatrava: inaugurato nel 2008, collega la stazione a piazzale Roma, e oggi è coperto di lastre d’acciaio. Gli scalini in vetro, scivolosissimi, si rompono, ma non vengono sostituiti.

«I dati forniti dal Porto per sostenere l'ipotesi di scavo non soddisfano la commissione. Che adesso ha rinviato al mittente il progetto, chiedendo nuovi studi. II termine per rispondere scade il 20 febbraio». La Nuova Venezia, 29 gennaio 2015 (m.p.r.)

Un quadro progettuale «opaco». E una «mancanza di approfondimento grave» su molti aspetti. Eccole le osservazioni inviate dalla commissione Via del ministero per l'Ambiente all'Autorità portuale sul progetto di scavo del canale Contorta. Ventisette pagine firmate dal dirigente Sandro Campilong per il presidente, ingegner Guido Monteforte Specchi, che demoliscono l'intera relazione Sia presentata dal Porto a sostegno dell'ipotesi Contorta. Per l'Autorità portuale si tratta di «poche osservazioni importanti, a cui si darà risposta». Per i comitati la definitiva bocciatura del progetto, che con queste prescrizioni dovrebbe essere «completamente rifatto».
La risposta dovrà arrivare al ministero entro i 30 giorni previsti dalla legge, cioè i120 febbraio. Sono tante le contestazioni avanzate dal ministero. La prima è «la verifica della compatibilità dell'intervento con i Piani urbsitici (Ptrc, Prg) e con il Piano regolatore portuale. Riguardo ai sedimenti e agli effetti che lo scavo avrebbe sulla laguna centrale, la commissione chiede di «realizzare una nuova e approfondita campagna di caratterizzazione dei sedimenti». Questo perché, scrivono i tecnici dell'Ambiente, «la caratterizzazione del proponente non coincide in alcun modo con le campagne già svolte in laguna». Obiezione già contenuta nel parere del Comune, che aveva sollevato perplessità sulla qualità dei fanghi da scavare. Milioni di metri cubi di materiale che dovrebbero servire per costruire nuove barene e velme.
Ma cosa succederà a quel tratto di laguna una volta scavato il Contorta, che andrebbe portato da due a dieci metri e mezzo di profondità? Secondo il ministero è necessario avviare una attività di monitoraggio e di valutazione dell'impatto. Sull'equilibrio lagunare, ma anche sulla flora e la fauna, sui limiti di inquinamento e sui rumori prodotti dal cantiere. «Insufficienti e contraddittori» vengono definiti gli studi presentati dal Porto sugli effetti del passaggio delle grandi navi in quel tratto di laguna. «I modelli vanno rifatti», si legge, «perché non c'è chiarezza sull'altezza delle velme e sulla loro efficacia e durata. L'impatto ambientale, concludono i tecnici del ministero, «è maggiore di quanto ipotizzato nello studio del proponente».
I dati forniti dal Porto per sostenere l'ipotesi di scavo non soddisfano la commissione. Che adesso ha rinviato al mittente il progetto, chiedendo nuovi studi. «Il progetto è sul binario morto», dice la docente Iuav Andreina Zitelli. Ma Costa non ha perso le speranze. «Ci girano i dubbi espressi nelle osservazioni, adesso risponderemo. E dobbiamo fare presto, perché il 16 marzo le società delle crociere presenteranno il loro programma per i1 2015».

«Hanno fatto "sparire" i 50 milioni destinati alla difesa della città e della sua laguna, sono gli stessi che amministrano la Fondazione beneficiaria dei finanziamenti. Siamo di fronte ad un vero e proprio sistema di potere, lo stesso che è emerso con la vicenda del Mose». La Nuova Venezia, 26 gennaio 2015 (m.p.r.)

Negli ultimi decenni uno dei problemi principali, per Venezia e la sua i laguna, è stato quello delle esigue risorse messe in campo, dai governi nazionali e dalla Regione, per la sua salvaguardia e per il suo disinquinamento. Lo stesso rilancio di Porto Marghera è stato fortemente condizionato da questo problema. Una delle cause principali di tale esiguità di risorse è stato il Mose che ha funzionato come una idrovora, risucchiando tutti gli stanziamenti della Legge Speciale per Venezia che, come si sa, sono serviti non solo a realizzare un'opera faraonica, costosa, dannosa ed inutile, come appunto quella del Mose, ma anche ad ingrassare politici e imprenditori esperti del malaffare.
Mentre si tagliavano le risorse per la salvaguardia di Venezia e il disinquinamento della laguna, la Regione Veneto nel 2003, guidata dal reo confesso Giancarlo Galan, si è permessa di stornare 50 milioni di euro, dai finanziamenti della Legge Speciale per dirottarli verso la Curia di Venezia, allo scopo di finanziare il mega progetto alla Punta della Salute, voluto dall'allora patriarca Angelo Scola, del polo tecnologico-culturale denominato poi Fondazione Studium Marcianum. Tale progetto prevedeva una scuola media, il liceo classico e la facoltà di teologia di livello nazionale. La struttura comprende inoltre 70 stanze per ospitare "studiosi" e "relatori". La Fondazione ha potuto anche godere dei "finanziamenti" del Consorzio Venezia Nuova (CVN), guidato da Giovanni Mazzacurati, per la modica cifra di 1 milione di euro all'anno.
Dunque, mentre gli amministratori locali (Regione Veneto, Comune e Provincia di Venezia) dichiarano di essere con l'acqua alla gola per il taglio dei trasferimenti dal governo centrale, ci siamo permessi di regalare alla Curia di Venezia, che fino a prova contraria e una struttura privata, 50 milioni di euro dei contribuenti. Paghiamo con i nostri soldi scuole e università private mentre le scuole pubbliche vanno letteralmente a pezzi e molti studenti delle famiglie proletarie e della piccola borghesia non riescono a pagare le altissime rette universitarie. Ma vediamo chi sono i protagonisti di questa sporca vicenda. Per farlo basta leggere i nomi dei componenti del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Studium Marcianum.
Ci sono proprio tutti i personaggi che contano, dell'economia e della politica: Gabriele Galateri di Genola, manager di grido, membro dei CdA di diverse grandi società nonché Presidente di Assicurazioni Generali (all'epoca dei fatti non era Presidente della Fondazione ma membro del CdA); i Presidenti della Regione Veneto, prima Giancarlo Galan che fece approvare al Consiglio regionale la delibera del finanziamento di 50 milioni, ora Luca Zaia che sulla vicenda tace; Marco Agostini, Direttore Generale del Comune di Venezia; Giorgio Orsoni, ex sindaco di Venezia; Angelo Pagan e Dino Pistola-to, rispettivamente Vicario Generale e Vicario Episcopale del Patriarcato di Venezia; il Presidente del CVN, prima Giovanni Mazzacurati ora Marco Fabris; Roberto Zuccato, presidente di Confindustria del Veneto; Romeo Chiarotto, proprietario dell'impresa FIP, associata alla Mantovani coinvolta nell'inchiesta Mose; Carlo Fratta Pasini, presidente del Gruppo Banco Popolare; e altri.
Come si vede, coloro che hanno fatto "sparire" i 50 milioni destinati alla difesa della città e della sua laguna, sono gli stessi che amministrano la Fondazione beneficiaria dei finanziamenti. Non voglio qui entrare nel merito dell'inchiesta giudiziaria in corso su questa vicenda, lasciamo fare ai procuratori Carmine Scazano e Giancarlo Di Maio il loro mestiere. Quello che mi preme evidenziare è il fatto che l'insieme dei soggetti coinvolti dimostra, che non ci troviamo di fronte a qualche farabutto, ma ad un vero e proprio sistema di potere, lo stesso che è emerso con la vicenda del Mose.
La vera battaglia non può limitarsi, dunque, alla semplice ricerca delle irregolarità e degli abusi commessi che dovranno essere perseguiti penalmente. Serve una lotta politica di lunga durata per sradicare alla radice le cause di fondo di questo marciume che è generato da questo sistema capitalistico, con la sua sete di profitto e di facile arricchimento. Sono le stesse cause che hanno prodotto la crisi, che scatenano le guerre, che impoveriscono miliardi di persone nel pianeta mentre pochi si arricchiscono in modo vergognoso, che alimentano l'odio razziale e religioso, che finanziano e usano il terrorismo.

«Accogliendo le osservazioni critiche presentate anche dal Comune e dalle associazioni, i tecnici della commissione per la Valutazione dell'Impatto ambientale hanno richiesto nuovi studi e approfondimenti». La Nuova Venezia, 25 gennaio 2015 (m.p.r.)

«Quadro progettuale opaco nelle modalità di realizzazione». E per molti aspetti del progetto «la mancanza di approfondimento è grave». Non sono proprio critiche leggere quelle che la commissione nazionale Via (Valutazione di Impatto ambientale) del ministero per l'Ambiente rivolge al progetto Contorta. Lo scavo del nuovo canale voluto dal Porto per far passare dalla bocca di Malamocco e farle arrivare in Marittima togliendole da San Marco. Dopo quattro mesi il ministero ha fatto pervenire all'Autorità portuale le osservazioni al progetto previste dalla legge. Sono 27 pagine, piuttosto dure nel respingere al mittente il progetto per lo scavo del nuovo canale in laguna.
«II Contorta è sul binario morto», commenta Andreina Zitelli, ex componente della commissione Via, «le integrazioni richieste sono di tale entità che richiedono un nuovo progetto e un nuovo studio». Opposta l'interpretazione del presidente del Porto Paolo Costa. «Sono state scartate tutte le osseervazioni fotocopia», dice, «forniremo chiarimenti in particolare sullo spostamento dei sottoservizi e sulle modalità di cantiere». Per i comitati si tratta invece di una bocciatura.
Accogliendo le osservazioni critiche presentate anche dal Comune e dalle associazioni, i tecnici della commissione per la Valutazione dell'Impatto ambientale hanno richiesto nuovi studi e approfondimenti. Anche sugli effetti della nuova via d'acqua sull'idrodinamica lagunare. Una delle obiezioni maggiori che erano state avanzate dal professor Luigi D'Alpaos, ordinario di Idraulica all'Università di Padova. «Il passaggio di navi di grandi dimensioni in quel luogo aumenterà l'erosione e dunque l'uscita dei sedimenti dalla laguna al mare». Nel progetto del Porto questo veniva ovviato con la costruzione di argini e barene artificiali. Ma alla commissione questo non è bastato e dopo aver esaminato le relazioni è stato disposto l'invio di osservazioni. I tempi dunque si allungano.
E il Porto rilancia l'allarme: «In marzo dovremo decidere sulla stagione delle crociere 2015», dice Costa, «non possiamo più aspettare». Se la parola d'ordine comune è «togliere le navi da San Marco» sul progetto migliore per farlo ancora non ci sono decisioni. E all'esame della Via ci sono anche le ipotesi del terminal al Lido, davanti all'isola del Mose, e di Marghera.

«Il nostro appello al confronto e a lavorare al programma è ai cittadini attivi, ad amici importanti di Venezia come il professor Settis per costruire una rete internazionale: oggi parte il percorso di Venezia Cambia 2015 verso le elezioni». Roberta De Rossi e Vettor Maria Corsetti, La Nuova Venezia e Il Gazzettino, 21 gennaio 2015

La Nuova VeneziaVENEZIA CAMBIA, LA SFIDA DELLE ASSOCIAZIONI
di Roberta De Rossi
Sulla scheda elettorale ci sarà il simbolo di Venezia Cambia 2015, quella che si candida ad essere la lista civica delle associazioni cittadine. «Il nostro è un movimento di cittadini impegnati a costruire una nuova pratica della politica», dice Giampietro Pizzo, già animatore di Fondamente, «nella nostra città la crisi della rappresentanza democratica è disastrosa. A partire da tavoli di lavoro che con il contributo di tutti stanno mettendo a punto il programma, dal quale scaturirà anche il candidato sindaco e la squadra, chiediamo ai cittadini che hanno capacità tecnica di mettersi in gioco». Partendo da sette regole che sono la "costituzione" della lista: finanziamenti in chiaro, candidati che non hanno mai avuto incarichi nelle passate amministrazioni, con competenze chiare politiche e professionali, selezionati (per quanto riguarda la corsa a sindaco e presidente di Municipalità) attraverso il confronto pubblico nelle cittadinarie. E, ancora, squadra certa prima del voto, impegno di mandato e programmi chiari su tutte le «questioni dirimenti per il governo della città».
«Non come il Pd dove c'è chi è per lo scavo del Contorta dell'Angelo e chi contro», chiosa Pizzo. Con lui, a presentare la discesa in campo, anche la docente luav esperta di trasporti Maria Rosa Vittadini, l'urbanista Sergio Pascolo, I'ex presidente di Italia Nostra Cristiano Gasparini («Io non mi candido») e anche Marco Zanetti, già presidente di Municipalità del Pd: «Io resto iscritto al partito, ma le mie continue richieste di avviare un confronto pubblico sulle questioni della città, sono rimaste senza risposta».
Tra le proposte concrete già in programma: la richiesta al governo di destinare un punto di Iva esistente a Venezia, per la sua manutenzione, 5x1000 su progetti specifici, utilizzo puntuale di risorse europee oggi non sfruttate. «Il nostro appello al confronto e a lavorare al programma è ai cittadini attivi, ad amici importanti di Venezia come il professor Settis per costruire una rete internazionale: oggi parte il percorso di Venezia Cambia 2015 verso le elezioni», conclude Pizzo. «Le persone non vivono un distacco verso la politica, ma da quella dei partiti», commenta Giovanni Levi, «a Venezia ci sono migliaia di associazioni: il problema è che ognuna fa una cosa e per questo non impensierisce i partiti. Noi ci prefiggiamo di coordinare le esigenze espresse da queste associazioni per fare massa critica sui temi che stanno a cuore delle persone».

Il GazzettinoUNA CIVICA CHE GUARDA A SETTIS

di Vettor Maria Corsetti
Un percorso partecipato per l'identificazione dei candidati e l'affinamento del programma, partendo dai "cittadini attivi" e dagli "amici di Venezia", comitato dei garanti per il quale si è fatto il nome di Salvatore Settis. E poi il dialogo con imprenditori e categorie, specie sul turismo, e no comment sulle primarie perché «così impostate sanno di vecchio e il nostro sarà un percorso in totale autonomia. Il toto sindaco non ci interessa. Tanto più che quanti si sono già proposti, per ora, non hanno detto alcunché sulle nostre regole: finanziamenti e programmi in chiaro, requisiti e selezione dei candidati, competenze e trasparenza, candidature a progetto e impegno di mandato».
Veneziacambia 2015 comincia a scoprire le carte. E ieri, alla scuola dei Calelgheri, il comitato nato nel maggio 2014 per dare uno scossone alla sinistra locale ha annunciato la presentazione di una sua lista alle Comunali: «La città necessita di prospettive a lungo termine - ha detto Giampietro Pizzo - Per garantire priorità come la manutenzione ordinaria e le politiche sociali proporremo a Roma che nel bilancio comunale la parte relativa agli investimenti resti fuori dal patto di stabilità, oltre a una legge speciale con risorse ordinarie. Ad esempio, tramite il trasferimento di un punto dell'Iva, e con la possibilità di devolvere il 5 per mille per il sociale. Non meno importante l'aggancio ai progetti europei». «Le altre liste civiche? Emanazione di forze politiche già esistenti - ha precisato Pizzo - Il nostro è l'unico progetto nuovo e inclusivo per chi vuole fare sul serio. Quanto al sindaco, lo identificheremo solo a conclusione del percorso». E su quelli già in lizza? «Qualcuno ci è più simpatico di altri - ha tagliato corto il portavoce di VeneziaCambia - Ma dal momento che il programma del Pd è quanto di più fumoso e ambiguo, dovrebbe avere il coraggio di voltare pagina e correre con noi».

L'apostolo per bene del neoliberismo italiano si occupa di nuovo di Venezia. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Denuncia il Mose, quando ormai è fatto, e difende il colpo mortale alla Laguna sostenendo l'allargamento del Canale dei Petroli e le grandi navi a Porto Marghera. Corriere della Sera, 19 gennaio 2015

Le primarie del Partito democratico per il sindaco di Venezia sono la dimostrazione che in Italia il consenso politico continua a poter essere acquistato. Con la differenza che ora comprarlo costa non più di qualche spicciolo: quanto necessario per organizzare poche migliaia di cittadini e spedirli a votare alle primarie del Pd. Decapitate dall’inchiesta sul Mose, le imprese che negli scorsi vent’anni, grazie a leggi ad hoc, hanno sottratto ai contribuenti 2,3 miliardi di euro (cifra documentata in Corruzione a norma di legge, Rizzoli 2015) sono rapidamente risorte e stanno per vincere di nuovo. La politica sembra non aver capito nulla. O meglio: io spero che non abbia capito nulla perché la drammatica alternativa è che ancora una volta essa sia connivente, come lo fu in passato quando approvò le leggi che hanno consentito che il Mose si trasformasse in un «furto legale» ai danni dei contribuenti.

Mentre Matteo Renzi commissariava i lavori in Laguna, le imprese che da quei lavori hanno lucrato i 2,3 miliardi si sono già spostate su un’altra partita: il grande porto off-shore che vogliono costruire con denaro pubblico in mezzo all’Adriatico. Costo previsto, poco più di 2 miliardi di euro. Per realizzare quell’inutile ma ricchissimo progetto serve una politica debole e un sindaco che non si opponga agli interessi delle imprese in campo. Un sindaco che nei fatti non impedisca il sacco di Venezia. Abilmente gestite, le primarie di Venezia ci daranno quel sindaco. Un giornalista veneziano, Nicola Pellicani, persona certamente perbene, ma che non si è mai espresso pubblicamente contro le imprese del malaffare e del quale non si conosce il progetto per la città. Pellicani è fortemente sostenuto da Massimo Cacciari che ha governato Venezia per 15 dei vent’anni in cui il Consorzio Venezia Nuova, gestendo i lavori del Mose, ha saccheggiato la città. Poiché nelle primarie di coalizione Pellicani dovrà sfidare un avversario forte, il senatore del Pd Felice Casson, avrà bisogno di molti appoggi: quelli che le imprese del Mose certamente gli offriranno consentendogli di battere Casson.
Ma procediamo con ordine. La strategia con cui alcune imprese riescono a trasformare le opere pubbliche in rendite straordinarie è sempre la stessa. Prima si rinviano le decisioni e si lascia che monti un problema drammatico. Le grandi navi che mettono a rischio la basilica di San Marco, o l’Expo, i cui lavori non cominciano nel 2008, quando fu scelta Milano, ma 5 anni dopo, quando ne mancano meno di 3 all’apertura della manifestazione. Problemi noti da anni, ma lasciati macerare, così che, di fronte all’emergenza, la politica si trovi costretta a decidere letteralmente in poche ore. A quel punto le sole opzioni concretamente disponibili sono quelle abilmente preparate da alcuni. Ma per poterle realizzare c’è bisogno di modificare qualche norma. E la politica, presa per la gola, non ha alternative. Così si creano le rendite straordinarie di cui si appropriano legalmente i costruttori delle grandi opere. (Poi ci sono anche gli stupidi che rubano, e che, come si è visto nella vicenda del Mose, sono rapidamente scaricati da chi è impegnato nel gioco vero). Così è accaduto che le certificazioni antimafia siano state sospese per gli appalti dell’Expo perché bisognava far presto (poi fortunatamente è arrivata l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone a riportare la legge).
Così è accaduto nella vicenda del Mose: dopo l’alluvione del 1966 si lasciano trascorrere 40 anni e infine, nel 2006, la politica si trova a dover decidere in poche ore. Sul tavolo del governo di Romano Prodi c’è il progetto del Consorzio Venezia Nuova, preparato da anni e corredato dalle valutazioni di una messe di esperti internazionali, tutti scelti dal Consorzio. Un progetto che nessuno ha mai discusso seriamente. L’alternativa sono le soluzioni radicalmente alternative al Mose portate dal sindaco Cacciari. Che fa Prodi? Zittisce il ministro dell’ambiente che strillava ed agitava il giudizio negativo della Commissione di valutazione sull’impatto ambientale del Mose e dà il via libera al progetto del Consorzio.
Così sta accadendo per il porto off-shore che si vuol costruire nel mezzo dell’Adriatico. La tecnica in questo caso è sfruttare strategicamente il clamore internazionale prodotto dalle foto delle grandi navi che transitano davanti a San Marco. Il decreto Clini-Passera che sospendeva quei passaggi fu approvato dal governo Monti due anni fa. Poi fu sospeso, perché ci fosse il tempo di studiare soluzioni alternative. Poteva essere un’occasione per riflettere sulla riorganizzazione dei porti dell’Alto Adriatico, magari concentrando le navi commerciali a Trieste e spostando le navi da crociera a Marghera, dove potrebbero arrivare già domani usando il canale percorso dalle petroliere Ma non a caso per due anni non si fa nulla. Intanto la pressione internazionale cresce: sul tavolo c’è una sola soluzione, proposta dal presidente del porto di Venezia, Paolo Costa. Richiede lo scavo di un nuovo canale che porti le navi in città aggirando il bacino di San Marco. È palese che questa è solo una pezza tappa-buchi: navi sempre più grandi arriveranno comunque nel centro della città storica, una situazione alla lunga insostenibile. Ma è proprio questo quel che vogliono Costa e i costruttori. Creare una situazione insostenibile cosicché si sia «costretti» a decidere la costruzione del porto nel mezzo dell’Adriatico, un altro ricco lavoro decennale per le imprese del Mose.
Dopo quanto accaduto, Venezia deve fermarsi e riflettere sul suo futuro: vuole diventare Disneyland, o rimanere una città? E in questo caso con quali attività produttive? Sono scelte che richiedono una politica forte e decisa, soprattutto nei confronti dei «padroni della città», interessati al suo futuro solo per le rendite che essa garantisce. È un vero peccato che la politica sembri non capirlo.

«Per salvare Venezia e la sua laguna, il crocerismo e il lavoro, c’è una sola strada: attrezzare un nuovo terminal crociere al di fuori delle bocche di porto per le navi incompatibili». Non sempre Pirani ci azzecca a proposito di Venezia. Questa volta si, ed è un piacere. La Repubblica, 19 gennaio 2015

MOLTI , e tra questi la sottosegretaria ai Beni e alle Attività culturali Ilaria Borletti Buitoni, hanno giudicato scandalosa la recente sentenza del Tar che ha annullato le ordinanze della Capitaneria di Porto di Venezia che limitavano il passaggio delle grandi navi nel Bacino di San Marco.

In realtà, coloro che in laguna si oppongono a un crocerismo incompatibile hanno commentato positivamente la sentenza, perché i giudici amministrativi hanno messo a nudo l’inconsistenza dei provvedimenti che, al netto delle roboanti dichiarazioni del governo che li hanno accompagnati nel 2013, quando furono assunti, si limitavano a ridurre per l’anno scorso da 808 a 708 i passaggi di questi mostri del mare davanti a San Marco, abbassandone da quest’anno a 96mila tonnellate la stazza lorda massima, come se una nave di tale misura fosse piccola e compatibile con la città e la laguna.

Tanto per capire, il Titanic stazzava 46mila tonnellate e dunque le navi che avrebbero potuto continuare a passare a man salva nel cuore della città erano comunque enormi, lunghe anche trecento metri, come la Norwegian Jade o la Queen Elizabeth contro le quali i veneziani hanno più volte manifestato. «Via i giganti del mare», avevano dichiarato i ministri Lupi (Infrastrutture e Trasporti) e Orlando (allora all’Ambiente), e molti se l’erano bevuta, mentre in laguna gli oppositori, che infatti si erano appellati contro le ordinanze anche alla Commissione europea, avevano parlato di «spuntatina di capelli».

Nella sua sentenza, il Tar ha dimostrato la totale mancanza di un’istruttoria che giustificasse le ordinanze della Capitaneria, pressata dal ministro Lupi. Non c’è, quindi, a monte delle decisioni alcuna indagine sui rischi connessi al passaggio delle grandi navi che possa condurre alle misure di “mitigazione” assunte. La sentenza, conclude il Tar, restituirà alle Amministrazioni coinvolte «la possibilità di disciplinare ex novo la fattispecie in esame, previo svolgimento di tutti i necessari adempimenti istruttori, onde pervenire a una coerente e concreta analisi delle tipologie di rischi effettivamente connessi al passaggio delle navi…».

Se si pensa che nel Piano di assetto del territorio (Pat), assunto nel 2012 dal Comune di Venezia, si dispone, su suggerimento dei movimenti ambientalisti veneziani, l’estromissione dalla laguna delle navi incompatibili, con la determinazione delle soglie di rischio che facciano da discriminante, si vede come tutte le amministrazioni coinvolte — Comune, Regione, Governo — abbiano praticamente buttato al vento tre anni senza fare alcunché.

La motivazione è stata più volte trattata in questa rubrica e riguarda la pervicacia di una parte di questo governo nel perseguire, fin dalla tragedia del Giglio, un’unica alternativa al passaggio delle grandi navi davanti a San Marco, e cioè il devastante scavo in laguna del Canale Contorta Sant’Angelo, reiterazione ossessiva delle stesse logiche ottonovecentesche che a forza di scavi, di imbonimenti di barene, di canali industriali stanno riducendo la laguna a un braccio di mare. Tutto il resto sono solo bubbole per gettare fumo negli occhi e prendere tempo.

Il progetto di scavo del Canale è ora all’attenzione della Commissione nazionale di Valutazione di impatto ambientale, e la mole delle critiche e delle osservazioni presentate da cittadini e associazioni e prestigiose istituzioni scientifiche (più di 300) è tale che se la Commissione ascolterà la voce della ragione e non le pressioni della lobby del porto, di Paolo Costa e del ministro Lupi, non potrà che bocciare il pericoloso disegno. Così come dovrebbe bocciare ogni ipotesi di nuovo terminal a Porto Marghera, che esattamente come per il Contorta presuppongono il raddoppio del Canale dei Petroli, il cui scavo, ricordiamo, ha significato tra il 1970 e il 2010 la perdita di 5800 ettari di barene portando la profondità della laguna da qualche decina di cm a 1,5/2 metri. È a questo che si devono ascrivere gli effetti sulla velocità di propagazione delle maree e di conseguenza delle correnti nella città.

Per salvare Venezia e la sua laguna, il crocerismo e il lavoro, c’è una sola strada: attrezzare un nuovo terminal crociere al di fuori delle bocche di porto per le navi incompatibili, mantenendo la Marittima come snodo logistico per i passeggeri e come attracco per quel naviglio che, determinate finalmente le soglie di rischio, potrà continuare a entrare in laguna. I progetti già ci sono e dovranno essere vagliati dagli organi competenti.

Poi c’è in ballo la campagna elettorale, in cui i cittadini potranno costringere i candidati sindaci a prendere una posizione preventiva sugli scavi della Contorta e sul passaggio delle grandi navi nella laguna. Visto che è il futuro di Venezia in discussione non si potrà decidere prima dell’elezione del nuovo sindaco.

«Non ci sono alibi — dice Silvio Testa, portavoce del Comitato No-GrandiNavi — per estromettere dalla laguna le navi incompatibili, come chiedono migliaia di veneziani, ci sono possibilità realizzabili a breve, senza continuare a devastare un ambiente fragile, unico al mondo, ricco di storia e di cultura. «Venezia è laguna », dicono i veneziani: «non si può distruggere l’una credendo di salvare l’altra».

L’unicità della città deve portare il Paese a decidere in funzione della preservazione di questo patrimonio dell’umanità, e non della preoccupazione che non arrivino abbastanza turisti che vogliono attraversarla a bordo di un pachiderma. Con tutto il rispetto per la rilevanza economica del settore turismo e per Confindustria Venezia.

Si vuole proseguire la distruzione della Laguna, e si vuol cogliere ogni pretesto per farlo più in fretta che si può. Ciò che interessa è accrescere le torme di turisti "mordi e fuggi", che stanno portando al collasso Venezia e il suo territorio. Roberto D'Agostino intervistato dal Corriere del Veneto, 13 gennaio 2014, con postilla

E se l'Expo fosse l'occasione per sperimentare le grandi navi a Marghera? La proposta arriva direttamente da Roberto D'Agostino, l'architetto ed ex assessore all'Urbanistica che ha presentato il progetto di portare le crociere a ridosso dell'area industriale. «Nel 2015 non potranno passare le navi sopra le 96 mila tonnellate, perché il presidente del Porto al Seatrade di Miami non propone alle compagnie di portarle a Marghera? Sarebbe una dimostrazione di cosa vuol dire fare sistema e un esempio di sinergia», dice. D'Agostino sottolinea come due strutture provvisorie si possano fare in poco tempo, allontanando qualsiasi perplessità del conflitto tra traffico commerciale e crocieristico.

Le stesse che ha espresso anche la commissione del ministero all'Ambiente che ha analizzato il progetto prima di una eventuale valutazione di impatto ambientale. La relazione è in corso di preparazione e pare che le prescrizioni siano tali da non consentire il passaggio alla fase successiva, a partire proprio dalla compresenza dei due traffici e la vicinanza con un'area a rischio (quella di Porto Marghera). «La compresenza di crociere e navi cargo è presto data da una migliore organizzazione dei passaggi, il problema comunque esiste anche per il canale Contorta Sant'Angelo visto che tre quarti del percorso è lo stesso - precisa l'ex assessore -. Sui rischi invece ormai sono praticamente inesistenti: a Porto Marghera le fabbriche rimaste sono poche e il raggio di pericolosità rimane all'interno del perimetro della zona industriale».
Proprio per questo invita il presidente del Porto ad accettare la sfida: «Sperimentiamo sul campo la percorribilità della proposta Marghera, l'Expo non potrebbe essere l'occasione migliore», sottolinea D'Agostino, ben sapendo comunque le perplessità della Capitaneria di porto secondo cui non sarebbe garantita la sicurezza. Potrebbe essere anche l'unica possibilità per far tornare in pista l'ipotesi che sembra essere passata in secondo piano rispetto a Contorta e al porto alla bocca di porto del Lido (il Venice Cruise 2.0 di Cesare De Piccoli). «Se fosse davvero così si contraddirebbe l'ordine del giorno votato dal Senato che prevede un confronto tra tutti i progetti sul tavolo», precisa l'architetto. Il problema a questo punto è anche temporale e si scontra con le parole del ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi che ha fissato per marzo il termine per la Valutazione di impatto ambientale e quindi la scelta dell'alternativa al passaggio a San Marco. Se da una parte marzo potrebbe essere il mese in cui si conclude l'iter sul Canale Contorta, dall'altra potrebbe cominciare la valutazione sul terminal alla bocca di porto del Lido, e se qualora venisse ricompreso anche Marghera i tempi si allungherebbero ancora creando quell'incertezza che Porto, operatori e compagnia di crociera non vogliono. «Rimane il fatto che anche Marghera ha concluso l'istruttoria: adesso aspettiamo le prescrizioni vere».

postilla

L'intervistato è stato la guida urbanistica delle giunte Cacciari e l'ispiratore della giunta Orsoni, ma sembra non sapere che cos'è la Laguna di Venezia. Oppure lo sa, ed ha interessi che non coincidono con quelli della tutela di quel gioiello. Altrimenti non avrebbe promosso e sostenuto una soluzione per l'arrivo della Grandi navi a Venezia che non è molto migliore del famigerato allargamento di Contorta Sant'Angelo. Come quest'ultimo, anche l'utilizzo dell'approdo di Porto Marghera per le Grandi navi comporterebbe l'allargamento del Canale dei petroli, di cui da almeno quarant'anni è noto il devastante effetto distruttivo della Laguna, e si predica e prescrive la riduzione. Chi è interessato alla questione può leggere l'aureo libretto di Lidia Fersuoch, Confondere la Laguna, nella collana Occhi aperti su Venezia di Corte del fòntego editore.

Il Tar annulla il divieto del transito dei giganti del mareo. Il Ministro dell'ambiente assicura che entro marzo si concluderà la Via per il canale Contorta, e se positiva si procederà con lo scavo: nessuno gli ha spiegato che cos'é la Laguna. L'intervista di Antonio Cianciullo al ministro dell'ambiente e un'articolo di Nicola Pellicani. La Repubblica, 10 gennaio 2015

GALLETTI: «VIA QUEI GIGANTI DA SAN MARCO
IN 2 ANNI IL PROBLEMA PUO' ESSERE RISOLTO»

di Antonio Cianciullo

Roma. «Quei condomini galleggianti a San Marco non devono passare. Per motivi di sicurezza e per rispetto alla storia della città. La Laguna è un patrimonio da difendere. La soluzione è un percorso alternativo che tuteli sia il turismo che l’ambiente: in un paio d’anni il problema può essere risolto». Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, non arretra. Anzi rilancia.

Lei parla di una soluzione in prospettiva, intanto lo sfregio delle navi che con la loro mole soffocano il palazzo dei dogi si ripropone.
«Bisogna distinguere tra soluzione definitiva e soluzione transitoria. Nell’immediato occorre ovviamente partire dalla decisione del Tar. Le opzioni sono due. La prima è riproporre in forma migliore l’atto della capitaneria che è stato annullato ma che è frutto delle sollecitazioni avanzate dagli ultimi due governi: si tratta di ridurre il numero e la stazza delle grandi navi in transito. La seconda opzione è trovare un accordo consensuale con tutte le compagnie di navigazione per un’autoriduzione volontaria che eviterebbe il rischio di un alt improvviso».

Sono comunque palliativi. Come si cancella in maniera definitiva il rischio provocato dal passaggio di giganti marini da 100mila tonnellate?
«L’unico progetto finora sottoposto alla Valutazione d’impatto ambientale, la Via, è il canale Contorta. Mi impegno a far sì che la Via si concluda entro marzo. Se sarà positiva si potrà procedere».

C’è chi dice che questo rimedio sia peggiore del male: 150 milioni di euro per un’altra autostrada in Laguna, con effetti devastanti sui fondali protetti dall’Unesco. Le grandi navi entrerebbero dal varco di Malamocco poi si immetterebbero in questo nuovo canale allargato ad hoc.
«Ripeto: questo è l’unico progetto per il quale sia stata presentata una domanda di Via. Se ce ne saranno altri li valuteremo. Ritengo comunque che l’ipotesi del canale Contorta rappresenti un passo avanti importante: le grandi navi non passerebbero più davanti a San Marco ma entrerebbero in Laguna aggirando la città per arrivare al molo passeggeri».

Non sarebbe meglio lasciare i colossi del mare in Adriatico?
«Si tratta di conciliare le esigenze del turismo con quelle dell’ambiente. La partita non è chiusa».

GRANDI NAVI A VENEZIA,
IL TAR ANNULLA LO STOP

di Nicola Pellicani

Venezia. L’ultimo gigante del mare ad attraversare il Bacino San Marco, è stata la Costa Fascinosa. Un grattacielo galleggiante di 114mila tonnellate, capace di contenere fino a 3.800 passeggeri, transitato davanti alla Basilica, a metà dicembre dello scorso anno.

Doveva essere l’ultima Grande Nave a solcare il Bacino, prima dell’entrata in vigore del “vecchio” decreto Clini-Passera che dal 1° gennaio 2015, vietava i transiti alle navi di stazza lorda superiore alle 96 mila tonnellate. Un addio che però ha tutto il sapore di un arrivederci, perché ieri il Tar del Veneto ha rilevato l’illegittimità dell’ordinanza della Capitaneria, che recepiva i limiti imposti dal decreto varato all’indomani della tragedia della Costa Concordia al Giglio. Secondo il Tar i limiti «avrebbero potuto applicarsi soltanto a partire dalla messa a disposizione di vie di navigazione alternative rispetto a quelle attualmente in uso e allo stato ancora non praticabili». I rischi ambientali, inoltre, sono ritenuti solo ipotetici.

In sostanza, tutto da rifare. Il Tribunale ha accolto il ricorso presentato da Vene-zia Terminal Passeggeri e dagli operatori portuali. Bisognerà ora attendere l’individuazione di un percorso alternativo, prima di poter applicare il decreto. E le alternative sono sempre di là da venire. Mentre il ministero dei Trasporti annuncia che presenterà appello al Consiglio di Stato, in campo ci sono diverse proposte, ma soprattutto un mare di polemiche che stanno dividendo letteralmente in due la città. Da una parte il Porto che sostiene l’escavo del Canale Contorta Sant’Angelo, lungo quasi cinque chilometri con sei milioni e mezzo di metri cubi di fanghi da togliere dalla Laguna. Una soluzione che può contare sul sostegno del mondo dell’impresa e del sindacato, ma che trova l’ostilità del mondo ambientalista. Ma non solo. Erano contrari anche la passata amministrazione comunale e un ampio ventaglio di associazioni e di comitati pubblici che temono l’ennesimo scempio della laguna. Sul piatto ci sono altre ipotesi. Due progetti prevedono la realizzazione di un terminal off shore in bocca di porto. Un altro progetto ipotizza invece il trasloco del terminal passeggeri nella prima zona industriale di Marghera.

I piani sono però tutti al vaglio dei vari ministeri, mentre le navi sono sempre lì che premono per entrare in Bacino. Anche se per il momento la sentenza del Tar non produrrà alcun effetto concreto. Da un lato perché le compagnie crocieristiche hanno già realizzato i programmi per l’anno in corso, dall’altro in quanto avevano già accettato, indipendentemente dagli obblighi, di sottostare alle soglie stabilite. In realtà, la sentenza mette a nudo l’incapacità di prendere una decisione che porti a risolvere il problema una volta per tutte.

Dice Paolo Costa, presidente dell’Autorità Portuale: «Attendiamo con fiducia le decisioni che il governo vorrà prendere, al più presto». Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia, mette l’accento sul problema occupazionale: «Non dimentichiamoci che stiamo parlando di oltre 5.000 persone che vivono ormai da tre anni con una spada di Damocle sulla testa. Questa decisione sarebbe dovuta arrivare prima».

Di tutt’altro tenore il punto di vista di Giovanni Puglisi, presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco: «Sono allibito dal provvedimento del Tar del Veneto perché non rende giustizia non tanto alla decisione della Capitaneria di Porto, quanto ai veneziani ».

Continua inarrestabile la trasformazione della città volta a «diventare parco divertimenti a disposizioni delle multinazionali del tempo libero». Nuovavenezia.it, 7 gennaio 2015 (m.p.r.)

Venezia. Due nuovi alberghi del lusso stanno per aprire già in primavera su altrettante isole della laguna: Sacca Sessola e San Clemente. L'insegna JW Marriott sbarca in Italia e sceglie Venezia per il debutto: il brand alberghiero americano aprirà il 16 marzo del prossimo anno un albergo a cinque stelle, con centro benessere e centro congressi sull'isola di Sacca Sessola, portando così a conclusione un progetto di trasformazione alberghiera fermo da molto tempo.

L'isola è di proprietà di una società finanziaria tedesca e il progetto del complesso era stato avviato una decina di anni fa ma mai completato. Il progetto contempla anche la ristrutturazione della chiesetta dell'isola per i matrimoni. Sacca Sessola è un'isola artificiale, formata nel 1860 dall'accumulo dei fanghi dragati nei canali che è stata sede di ospedali nei due secoli scorsi; è una delle più grandi della laguna veneziana e occupa una superficie di circa 40 ettari, con monumenti e palazzi finemente decorati. È raggiungibile con 15 minuti di barca da piazza San Marco e una navetta sempre in funzione collegherà l'isola con il centro storico. L'albergo avrà 266 camere e suites progettate dallo studio milanese Matteo Thun & Partners. Il centro congressi, che si proporrà al mercato internazionale degli eventi, disporrà di spazi e sale di varie dimensioni e funzionalità, per una superficie totale di circa 1.200 metri quadrati.




Un resort che punterà molto anche sulla tranquillità e gli spazi verdi dell'isola interamente recuperati. Il centro benessere sarà il più grande di quelli presenti a Venezia, sviluppato su tre edifici, con tre piscine, di cui una coperta. Ma anche diverse stanze potranno contare su giardino e piscina privata». L'albergo avrà un'apertura stagionale - da marzo a ottobre - proprio per sfruttare al meglio sul piano meteorologico le caratteristiche di Sacca Sessola. Prevista anche una scuola di cucina riservata ai clienti dell'albergo, ma anche semplicemente agli appassionati.

Verrà inaugurato invece ad aprile sull'isola di San Clemente, il nuovo hotel San Clemente dopo la firma tra Starwood e la turca Permak Group, con un altro brand di lusso, il St. Regis e avrà 174 camere dopo una ristrutturazione del valore complessivo di 25 milioni di euro. Il gruppo turco Permak ha acquistato un'area di 62 mila metri quadrati sull'isola di San Clemente, nella Laguna di Venezia, che comprende l'hotel a cinque stelle San Clemente Palace Resort (205 camere) che lì sorge. Il gruppo Permak, attivo dei settori delle costruzioni, macchinari, turismo, tecnologia, prodotti chimici e vendita al dettaglio. Il complesso alberghiero darà lavoro a 600 persone, dotato di nuove attrezzature per lo sport, ristoranti, una piscina e un centro benessere. I lavori di restauro hanno rispettato l'originale impianto edilizio del complesso.

Riferimenti
Si veda su eddyburg di Paola Somma Gli abitanti sono un ostacolo agli affari? Vadano altrove!
Qui la galleria fotografica dei progetti

«Fra gli inquilini privati c'è proprio il Cvn. Una concessione illegittima, secondo le associazioni come Italia Nostra, che hanno presentato esposti e diffide. Perché, secondo il piano regolatore, quell'area di città era destinata a uso pubblico». L'Espresso, 15 gennaio 2015 (m.p.r.)

E adesso tocca all'Arsenale. L'inchiesta giudiziaria e il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova (Cvn) potrebbero avere conseguenze anche su una delle zone storiche e monumentali più antiche della città. Ben 48 ettari di edifici e spazi acquei che adesso appartengono al Comune, ma sono in parte in concessione alla Marina militare, alla Biennale e imprenditori privati. Fra gli inquilini privati c'è proprio il Cvn che nel 2013 ha traslocato nella parte nord dell'Arsenale dove era già la sua controllata Thetis, società di progettazione. Una concessione illegittima, secondo le associazioni come Italia Nostra, che hanno presentato esposti e diffide. Perché, secondo il piano regolatore, quell'area di città era destinata a uso pubblico.

II vecchio progetto del Cvn puntava a trasformare i tre bacini di carenaggio, dove un tempo si costruivano le navi che fecero grande la Serenissima, nella zona di rimessaggio per le paratoie del Mose. Dopo gli arresti e l'estromissione dei presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati, il neopresidente Mauro Fabris aveva manifestato l'Intenzione di spostare le officine per la manutenzione delle dighe mobili a Marghera, nell'area bonificata ex Pagnan, che è già servita come deposito per Il Mose durante le operazioni dì assemblaggio. In questo modo sarebbe stata restituita alla collettivita una parte importante dell'Arsenale, che oggi può essere visitato soltanto negli spazi a sud (Gaggiandre, Corderie e Tese).
II problema si ripropone adesso con l'entrata in scena dei commissari governativi messi alla guida del Cvn, Luigi Magistro e Francesco Ossola. Attraverso Forum Arsenale, la cittadinanza ha espresso parere contrario a una decisione dei Comune, anch'esso commissariato, sull'argomento. Il blitz per affidare in concessione (19 anni rinnovabili) i bacini e tutta l'area Nord al Cvn e alla sua controllata Palomar era scattato nell'autunno del 2005. II Demanio aveva siglato l'atto a Roma, a insaputa del Comune. Soddisfatto l'allora governatore Giancarlo Galan: «I bacini? Serviranno per movimentare i cassoni dei Mose». Adesso si fa strada l'ipotesi del trasloco. A Marghera o addirittura a Malamocco, dove sono stati costruiti i cassoni in calcestruzzo del Mose. II trasferimento si tradurrebbe in un corposo risparmio per le casse dello Stato. Dieci milioni solo per le nuove infrastrutture previste, altrettanti per i minori costi del trasporto via mare.

Nella città che hanno lasciato volontariamente priva di ogni rappresentanza democratica il potere adesso è gestito direttamente da quelli che fino a ieri comandavano dietro le quinte. A ogni scandalo svelato ne succede un altro. l'Espresso, 9 gennaio 2015

Sei mesi dopo il maremoto giudiziario, i gattopardi del Mose si riprendono Venezia. La mano di vernice del commissariamento deciso da Raffaele Cantone, presidente dell'autorità anticorruzione, non ha cambiato di una virgola gli equilibri interni al Consorzio Venezia Nuova (Cvn), concessionario unico incaricato di realizzare il sistema di dighe mobili a protezione della laguna. Non è bastata l'espulsione dal sistema di Giovanni Mazzacurati, dominus del Cvn, e di Pierluigi Baita, ex manager-azionista della Mantovani cioè dell'azienda che guida il Consorzio. Né è stata sufficiente l'ondata di patteggiamenti concessi ai politici, dall'ex governatore Giancarlo Galan all'assessore di Galan e di Luca Zaia, Renato Chisso.

In una situazione di vuoto politico, con la città senza sindaco almeno fino a maggio dopo le dimissioni dell'indagato, Giorgio Orsoni, il nuovo e sorprendente protagonista degli affari in laguna è l'incontenibile prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, amico del piduista e piquattrista Luigi Bisignani, nonché cinghia di trasmissione di chi ha spadroneggiato sui sei miliardi di appalti del Mose e non intende lasciare la presa: Gianni Letta, in primis, e subito a ruota, Altero Matteoli, indagato per il Mose e per la bonifica di Porto Marghera, nonché difensore d'ufficio del prefetto di Roma nelle vicende legate all'inchiesta su Mafia Capitale. «Al prefetto Pecoraro va la nostra solidarietà ed il nostro appoggio incondizionato», ha dichiarato all'Adn Kronos l'ex ministro delle Infrastrutture concedendosi il plurale maiestatis.

Chi si chiedesse che c'entra Pecoraro nelle vicende veneziane deve accontentarsi di una risposta formale. La prefettura romana è competente perché si è stabilito che il Mose, pur vivendo nell'extraterritorialità giuridica delle tre leggi speciali su Venezia, è da ritenersi una creatura di due ministeri romani: le Infrastrutture, appunto, e l'Economia che, attraverso il Cipe, un mese fa ha deliberato un altro megafinanziamento da 1,37 miliardi per le dighe mobili. E così Pecoraro si è trovato a redigere l'ordinanza che nomina i due commissari. Si tratta dell'ex finanziere Luigi Magistra, braccio destro del magistrato Gherardo Colombo ai tempi del pool Mani Pulite appena dimessosi dalla vicedirezionc dell'Agenzia delle Dogane, e di Francesco Ossola, progettista dello Juventus stadium e ordinario di ingegneria strutturale al Politecnico di Torino che ha già lavorato per il Consorzio Venezia Nuova nel 1998 nei lavori di rialzo della fondamenta dei Tolentini. Un terzo amministratore sarà nominato prossimamente.

Il prefetto Pecoraro, protagonista di una lunga serie di casi controversi, dall'espulsione di Alma Shalahayeva, moglie del dissidente kazako Mikhtar Ablyazov, alla trattativa dello stadio Olimpico con l'ultras napoletano Genny 'a carogna, dalle cariche contro gli operai dell'Ast di Terni ai permessi alle cooperative guidate da Salvatore Buzzi, non si è limitato a firmare l'ordinanza di commissariamento. Prima delle festività natalizie è sbarcato nella nuova sede del Consorzio all'Arsenale di Venezia e ha incontrato i rappresentanti delle tre principali imprese del Mose, che insieme alla Ccc (Lega coop) hanno quasi il 90 per cento delle quote Cvn: Alberto Lang, vicepresidente in rappresentanza di Condotte, Salvatore Sarpero, direttore generale della Fincosit, e soprattutto Romeo Chiarotto, classe 1929, proprietario della Mantovani.

Dopo l'estromissione di Baita, Chiarotto ha affidato la Mantovani a un altro ex poliziotto come Pecoraro, l'ex questore di Treviso Carmine Damiano - poi finito sotto inchiesta per corruzione - su suggerimento di un altro prefetto, Gianvalerio Lombardi. Nonostante l'età, il costruttore padovano resta il punto di riferimento dell'opera tanto che i rumors lagunari lo dicono responsabile dell'estromissione di Alberto Scotti (TechnitalMazzi), progettista del Mose piuttosto critico sulla riuscita delle cerniere delle dighe prodotte dalla Fip del gruppo Mantovani.

In questo contesto l'ordinanza di commissariamento rischia di ridursi a una lettera di licenziamento per il vicentino Mauro Fabris, lobbista del Mose diventato parlamentare multitasking (Ccd-Cdu, Udr, Udeur, Pdl) e piazzato all'Arsenale su ordine del ministro Maurizio Lupi dopo gli arresti del giugno scorso. Il documento firmato da Pecoraro e datato 1 dicembre 2014 non è proprio un lavoro di cesello. Giovanni Mazzacurati è ribattezzato Giuseppe Mazzacurati. La legge sui compensi agli amministratori è postdatata al 2013, benché sia del 2010, e Alessandro Mazzi di Fincosit-Technital è indicato come vicepresidente del Cvn anche se si è dimesso il 6 giugno 2014, due giorni dopo l'arresto. De minimis non curar praefectus ma la sostanza del provvedimento sta nella messa in sicurezza del Consorzio, nella scelta di completare i lavori con le stesse imprese che hanno iniziato i lavori (loro erano innocenti, gli amministratori erano colpevoli) e di mantenere in carica i commissari "fino a collaudo avvenuto". In termini di tempo, questo significa almeno il 2018 se i lavori, dopo l'ultimo slittamento, saranno completati nel 2017.

Da lì in avanti si apriranno due partite. La prima è il pagamento dei commissari. L'ordinanza ha rinviato la quantificazione del compenso ma ci sono in sostanza due soli modi. L'opzione forfettaria con un salario annuo sotto il tetto massimo dei 240 mila euro fissato per gli stipendi dei manager pubblici. Oppure c'è l'opzione privatistica che retribuisce i commissari in percentuali sui lavori fissate dagli ordini professionali di appartenenza. Non c'è dubbio che il Cvn sia un raggruppamento di imprese private, anche se opera con fondi pubblici. Quindi, a termine di legge, le parcelle dei commissari potrebbero essere nell'ordine di qualche milione di euro, dato che il costo finale del Mose si aggira sui 6 miliardi.

La seconda riguarda il grande business della manutenzione delle dighe mobili. I.a messa in opera delle paratoie alle bocche di porto ha già evidenziato problemi di tenuta delle vernici, già denunciati da studiosi come Fernando De Simone, e di proliferazione di microrganismi marini. Ancora non c'è una cifra certa sull'impatto economico annuale della manutenzione delle dighe ma la stima fatta da Baita a l'Espresso (da 20 a oltre 60 milioni di euro) offre una banda di oscillazione troppo ampia per non indurre in tentazione. Per citare una frase famosa attribuita a Baita: «Il bello del Mose è che i lavori si fanno sott'acqua».

Paradossalmente, il commissariamento sembra avere dato forza a chi critica le dighe mobili, un fronte molto eterogeneo. I commercianti hanno ribadito che piazza San Marco non sarà protetta dalle paratoie alle bocche di porto, sollevate con la marea a 110 centimetri mentre San Marco va sotto con 80 centimetri. Hermes Redi, progettista nominato direttore generale del Cvn poco prima del commissariamento, ha confermato che, senza le opere complementari necessarie a proteggere il cuore e il simbolo di Venezia, piazza San Marco continuerà a sparire sotto l'acqua come è accaduto duecento volte nel 2014. Questi interventi complementari, peraltro, costerebbero 100 milioni di euro, una frazione pari a circa un sessantesimo del costo delle dighe mobili.

I comitati ambientalisti (No Mose e Ambiente Venezia) si sono rivolti ai due neocommissari per riportare all'attenzione il possibile malfunzionamento del sistema in condizioni di mare agitato. È una questione emersa già nel 2008 dallo studio della società francese Principia commissionato dall'allora sindaco Massimo Cacciari. I.e critiche e i dubbi di Principia erano stati accantonati dal presidente del Magistrato alle Acque PatrizioCuccioletta,altro uomo di Gianni Letta che íà finito nell'inchiesta e ha patteggiato la condanna, a differenza della collega Maria Giovanna Piva che attende la richiesta di rinvio a giudizio come Orsoni, Matteoli e l'ex europarlamentare Pdl Lia Sartori. 11 Magistrato alle Acque era il principale controllore del Mose ma, in realtà, i funzionari del ministero erano totalmente a disposizione delle maggiori imprese del Consorzio che scrivevano anche i testi per conto dei dipendenti statali.

Anche la struttura del Magistrato alle Acque ha ricevuto la sua parte di vernice antiruggine. In primo luogo, Matteo Renzi lo ha soppresso e ha trasferito ic sue competenze al Provveditorato alle opere pubbliche del Veneto. Ma con la nuova veste i rapporti di forza non sembrano cambiati. Chi comandava nel Consorzio prima comanda anche adesso. L'incontro di Pecoraro a dicembre con i grandi azionisti del Consorzio, rivelato dalla Nuova Venezia, ha molto scontentato le piccole cooperative locali socie del Cvn che, con l'eccezione del Coveco di Pio Savioli, non sono state sfiorate dall'inchiesta e che continuano a trovarsi ai margini dei processi decisionali. Circostanza ancora più incresciosa, dovranno partecipare pro quota al rimborso di 27 milioni di euro dovuti all'Agenzia delle Entrate per l'evasione fiscale accertata dalla Guardia di finanza e finalizzata a creare i fondi neri necessari per pagare le mazzette ai politici.

Questo disagio dovrebbe essere superato grazie a una nuova struttura prevista dall'ordinanza commissariale della prefettura di Roma. Il documento firmato Pecoraro prevede che i commissari costituiscano un comitato consultivo «in modo da garantire un'adeguata rappresentanza alle imprese consorziate». Questo comitato adotterà «specifiche linee guida per definire modalità e termini per la straordinaria e temporanea gestione delle attività oggetto di concessione». In altre parole, con questo modello di governance si fa un passo avanti, sia pure in modo straordinario e temporaneo, verso uno dei grandi obiettivi strategici di Mantovani e soci: la gestione del Mose dopo il completamento dell'opera.

Un pezzo alla volta Venezia diventa merce. Ciò che non ha avuto il coraggio di fare un sindaco troppo debole con il Consorzio Venezia nuova lo fa il burocrate inviato da Renzi a sostituire la democrazia.

Continua la svendita comunale della città, questa volta tocca a due pregevoli edifici a villa della Giudecca. Su progetto di Mainella, sono stati costruiti, come a volte usava negli anni venti, in stile neobizantino, immersi nel verde di un giardino aperto, in maniera affascinate come altri mai, sulla laguna sud. Prima era stata la volta di Ca’ Corner della Regina (Prada), del Fondego dei tedeschi (Benetton), dell’Ospedale al mare del Lido (Cassa Depositi e Prestiti dopo le opache vicende che ci hanno lasciato anche il “buco” al Casinò del Lido). L’altro giorno non ci si è riusciti con Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo solo per mancanza di offerte.

“Per far fronte al patto di stabilità” veniva detto alla fine dell’anno passato quando si vendeva, e per di più anche sotto costo, il Fontego dei tedeschi e come recita il mantra odierno. Peccato che da queste liquidazioni il Comune non abbia incassato ancora un euro!

Mercoledì il Commissario ha portato in Consiglio Comunale – Consiglio si fa per dire, in questa democrazia surrogata, perché oltre a lui c’erano solo alcuni dirigenti dell’apparato - una delibera per mettere all’asta una delle due ville con metà del giardino. Era talmente indecente che, ad una diffida di Veneziacambia2015 e al rumoreggiare della sala strapiena di cittadini, è stato costretto a sospendere la seduta per ritornare poi con la delibera integrata alla meglio. E’ stata inserita la necessità di seguire le procedure di legge per una variante al PRG, necessaria comunque prima della formalizzazione della vendita. Il Commissario e i tecnici se ne erano “dimenticati”. Ora c’è tempo per gli acquirenti fino al 30 dicembre per depositare il valore minimo valutato, 10 milioni di euro e fare il giorno dopo un contratto, necessariamente preliminare perché, se la variante non trasformasse la destinazione urbanistica come sperato o la Direzione Regionale del Ministero dei beni culturali non desse l’autorizzazione alla vendita, il Comune dovrebbe rendere i quattrini.

Una procedura tutta illegittima ma, verrebbe voglia di dire, anche da “peracottari al mercato” se non fossimo di fronte ad una farsa grottesca per la città.

Ogni anno il Comune accumula un deficit economico terribile, certo a causa dei mancati conferimenti statali, assolutamente necessari per una città complessa come Venezia, dirottati tutti sul MoSE per il quale, il Comune, non solo non ha protesto ma ha avuto anche il Sindaco coinvolto. Certo per un patto di stabilità iugulatorio che lo costringe a rivalersi sui servizi ai cittadini e sul suo stesso personale ma anche per non mettere finalmente mano per sgrovigliare le municipalizzate, spesso parcheggio di amici e amici di amici con bilanci di difficile trasparenza, dove grandi potrebbero essere i risparmi.

E’ in forza di queste semplici ragioni –che nei fatti chiedono una politica economica diversa- che la nostra opposizione alla messa all’asta di villa Hériot e del suo giardino, si rafforza. Ma, rivolgendoci anche a coloro che la pensano diversamente, chiediamo loro un aiuto solidale per la difesa della legalità e del rispetto delle procedure.

E’ illegittimo mettere all’asta un bene pubblico e, nell’eventualità di un esito positivo, formalizzarne l’acquisto in un contratto preliminare senza che prima la Direzione regionale del Ministero dei beni culturali ne permetta l’alienazione perché non di “interesse artistico, storico o etnoantropologico” ( Codice dei Beni Culturali). E’ illegittimo nel Bando d’Asta non evidenziare che il giardino è paesaggisticamente vincolato nella sua interezza dal 1948 e, perché di interesse pubblico, non può essere frazionato. E’ illegittimo fare un’asta pubblica di un bene che, se necessita di una variante urbanistica, questa non è stata ancora approvata con le preliminari osservazioni dei cittadini. Recentemente la nostra Soprintendente ai beni culturali, la dott.sa Codello, ha presentato al Palazzo Ducale il libro Venezia fragile condividendone le tesi. Ma è impedendo lo smembramento dei giardini vincolati delle ville della Giudecca, che onorerà il suo mandato istituzionale operando per difendere la fragilità della città in corpore vivi. La qualità architettonica delle ville, il loro grado di conservazione, la loro storia ed il contesto di cui sono parte rappresentano proprio il valore che il Direttore regionale ai beni culturali del Veneto dott. Ugo Soragni (o il suo nuovo sostituto) al quali rappresenteremo con decisione la questione, dovrà certificare. Sarà opportuno farlo subito per le modalità irrituali –chiamiamole così - dell’asta pubblica attivata da Zappalorto.

Rivolgendoci a questi due primi livelli istituzionali, locale (Codello), Regionale (Soragni), abbiamo richiamato norme, leggi e compiti ispettivi conseguenti. Ci pare peraltro opportuno rivolgerci anche al livello superiore richiamando l’attenzione del Ministro Franceschini proprio perché, nella catena di comando nell’ambito culturale, rappresenta la politica. L’alienazione di un bene pubblico in una comunità anche se sempre non opportuna, può essere attribuita ad una condizione talmente particolare da poter essere, se non condivisa, compresa. Ma questo, signor Ministro non è più il caso di Venezia. Come ricordato in premessa, questi ultimi anni hanno evidenziato che, nel tentativo di far cassa, è il patrimonio complessivo della città che si sta dilapidando. Lei ha tutti gli elementi per capire cosa significhi. Vogliamo però rimarcare che la quantità e le modalità delle alienazioni hanno già fatto cambiare il piano su cui le ricadute operano. Dal livello culturale si è passati a quello sociale anche perché il fenomeno si inserisce in una città la cui popolazione e enormemente squilibrata: 57.000 residenti, 33 milioni di turisti. La disgregazione della comunità è già iniziata. Grande ne è il pericolo e ogni ulteriore perdita di un bene per distruzione, alienazione o utilizzazione impropria, contribuisce a indebolire l’identità propria di una comunità storicamente costituitasi come città. Salvatore Settis, proprio qui a Venezia l’altro giorno, ha ricordato il pericolo per una città rappresentato dalla perdita di memoria di sé stessa. Ma memoria sono anche le cose, le case, i territori, i paesaggi del nostro ieri: le due ville della Giudecca sono state comperate, nel 1947, da un Sindaco di una città che, benché impoverita dalla guerra, vedendo lungo, ha voluto destinarle a fini educativi e scolastici. E oggi ancora ospitano una Casa della Memoria e della Storia (IVESER), bambini di una scuola materna, l’Università dell’Arte specializzata in restauro e la Società Europea di Cultura.

L’altro ieri la centinaia di persone presenti in Comune, al cospetto di un Consiglio formato dal solo Commissario e tre tecnici, hanno rappresentato con decisione la coscienza dei bisogni di una popolazione a fronte di un Consiglio renitente, ridotto a vuota crisalide priva di rappresentanza.

«Nasce l'associazione "Preserve Venice" Fabio Carrera di Sant'Elena, docente in Usa, ha elaborato interessanti strategie di risparmio sui trasporti o riduzione del moto ondoso e tante altre». La Nuova Venezia, 28 dicembre 2014 (m.p.r.)

Di Venezia conosce tutto, «dal tetto della Basilica ai fondali», come dimostra il sito che questo dicembre festeggia il 25 anniversario di vita e tutte le informazioni che si trovano su Venipedia, il portale di circa 18 mila articoli e 25 mila pagine, fondato da lui. Stiamo parlando del cinquantenne Fabio Carrera, veneziano di Sant'Elena emigrato all'estero, oggi docente al Worcester Polytechinic Institute del Massachusetts. E lui che, grazie all'aiuto 700 studenti, ha elaborato interessanti strategie di risparmio sui trasporti o riduzione del moto ondoso e tante altre, presentate all'Hotel Bauer all'interno del ciclo di appuntamenti «Incontri con la città».

In questa occasione è stata anche annunciata la nascita dell'Associazione "Preserve Venice", nata da Carrera e dal veneziano Manuel Vecchina, con lo scopo di restaurare dal basso tramite crowfounding i cosiddetti "beni erratici", quelli che possono essere rimossi impropriamente e che da oggi sono invece finanziabili e segnalabili sul sito PreserVenice. Tornando a Carrera e alla sua Venezia che ha stupito e incuriosito il pubblico presente per l'ecclettismo e alcune soluzioni proposte, come quella dei trasporti. Secondo Carrera infatti il sistema attuale di trasporto è per prodotti, mentre invece sarebbe molto più utile per tutti farlo per destinazioni: «Oggi le barche dei trasporti fanno circa 3000 chilometri al giorno», ha detto Carrera durante la presentazione, «come se si andasse quotidianamente da qui all'Islanda, ma perché non ridurre il carico per tutti studiando un sistema per destinazioni? Per esempio, invece di portare il pane a ogni panificio e girare per tutta Veneia, si potrebbe portare tutto quello che necessita una zona e da lì smistare le merci. Noi abbiamo calcolato che dividendo Venezia in 40 zone si otterrebbe un risparmio considerevole di traffico e moto ondoso».

Gli studi fatti negli anni, con tanto di numeri e statistiche visibili sul sito, sono stati elaborati parlando con le categorie e con i diretti interessati e non riguardano solo il commercio, ma anche il censimento dei suoni delle campane e degli oltre 2300 approdi per interventi di manutenzione. «Vogliamo che tutto questo sia a disposizione di tutti», ha detto, «in modo che ognuno possa trarre beneficio, dal singolo che può vedere le 4850 botteghe censite alle istituzioni con le quali siamo sempre disponibili a incontrarci».

Uno degli interventi di apertura della presentazione veneziana del nuovo libro di Salvatore Settis (Se Venezia muore",Giulio Einaudi editore). La stringente attualità di un libro sulla memoria storica delle città.Un appassionato appello ai "cittadini resistenti" perchè salvino un patrimonio dell'umanità

L'incontro di presentazione dell'ultimo libro di Settis, organizzato dall'istituto veneto di scienze, lettere e arti è stato aperto dagli interventi di Gherardo Ortalli, Giorgio Agamben, Lidia Fersuoch e Gian Antonio Stella, e concluso da Settis. Le registrazioni in Youtube sono raggiungibili dal sito dell'Istituto veneto. Pubblicheremo i testi degli altri interventi appena ne avremo la disponibilità

Perché Settis ha dovuto scrivere “Se Venezia muore”
di Lidia Fersuoch


Perché il professorSettis ha sentito la necessità di scrivere questo libro? (e solo una pressantenecessità può spingere a scrivere un testo così stringente e lucido nellapassione che lo anima).
Ce lo dicenelle prime pagine. Cito: «se la città è la forma ideale e tipica dellecomunità umane, Venezia è simbolo supremo di questa densità di significati». Eancora: «pensata per la vita associata e costruita per durare, la città è illuogo deputato della progettazione del futuro. Perciò la dissoluzione dellacittà storica, il pensiero unico delle megalopoli, la messa al bando delladiversità dei modelli urbani ... impongono nuove rotte alle pratiche dicittadinanza ... trasformano profondamente non solo le città ma anche ognidiscorso pubblico sull’economia, sulla democrazia, sull’eguaglianza».
Quindi ildiscorso sulla città, sulla città storica in particolare e sul modello pereccellenza della città storica, Venezia, concerne il nostro futuro, e ciò cheavviene a Venezia è paradigmatico e trascinerà con sé il futuro di tutte lealtre città storiche.
Questaepifania delle virtù urbane, che tutti riconoscono in Venezia, rischia di esseroscurata, annullata, cancellata, rischia di sparire.
«In tre modi - scrive Settis - muoiono lecittà: quando le conquista un nemico spietato ... quando un popolo straniero visi insedia. .. o infine quando gli abitanti perdono la memoria di sé» «oblio disé ... non vuol dire solo dimenticanza della propria storia» bensì «mancataconsapevolezza di qualcosa che è sempre più necessario: il ruolo specifico diogni città rispetto alle altre, la sua unicità e diversità, virtù che nessunacittà possiede quanto Venezia».

Nel caso diVenezia, più che oblio parrebbe essere una sorta di veneficio indotto da forzeesterne, che trarrebbero vantaggi economici dall’annientamento del modelloveneziano di civiltà.
Comevalutare le sorprendenti parole del sottosegretario Baretta, riportate nellibro? «Venezia non deve rinunciare allo sviluppo, bisogna uscire dallatrappola della conservazione». Lo sviluppo agognato porta introiti e dunquevoti.

Accanto a questiinteressi ‘elettorali’ il bisogno di modernizzazione della città è sollecitatodal tipo di turismo che inonda Venezia.

Settis scrive: «l’allargamentoglobale dei nostri orizzonti genera il bisogno di fare «esperienza diretta diuno spazio urbano altro dal proprio, con le sue diverse modalità dell’abitare edel vivere ... ma .. il 75% di chi va a Venezia non si ferma più di un giorno». La maggior partedei visitatori probabilmente non avverte la necessità di avvicinarsi allastoria, al passato che ha generato quel mirabile episodio urbanistico. A essibasta consumarel’esperienza di Venezia in un attimo: un’impressione, uno sguardo da lontanoche non perde tempo; e quale vista migliore se non dall’alto?

Ricordo quantonarrava Mazzariol sul primo arrivo in città di Le Corbusieur. Al momento diprenotare l’albergo, Le Corbusieur si sincerò che la sua stanza avesse una tipicavista ‘veneziana’. Ma aprendo le finestre vide di fronte solo un muro scrostatoe in alto, una lama di cielo. Alle sue rimostranze, la locandiera rispose chequella era una tipica, vera vista veneziana. E Le Corbusieur dovette convenire.

Invece - secondoSettis - «Lo sguardo dall’alto corrode l’antica forma urbis degradandola arelitto di un passato da sconfiggere svettandogli sopra». Conseguenza è laprofanazione di Venezia: «oltraggiare Venezia - cito questa volta da un suotesto comparso su Repubblica - non è una conseguenza non prevista, ma il cuoredel progetto. E’ essenziale profanare questa città gloriosa che infastidisce isacerdoti della modernità ... la profanazione, anzi, la visibilità dellaprofanazione, ha una forte carica simbolica, è uno statement di iper-modernità rampante e volgare, che si vuolprendere la rivincita sul passato, umiliare Venezia guardandola dall’alto diuna mega-nave o di una super terrazza a piombo su Rialto, o di un grattacielo aMarghera».

La visione dall’alto (già in nuce forse nella casa di Gardellaalle Zattere che altera i rapporti dimensionali, schiacciando le architettureadiacenti dello Spirito Santo) è ora giunta alle conseguenze estreme nelFontego dei Tedeschi, acquistato da Benetton. Umiliare la forma della città,umiliare i suoi individui architettonici.

Cito: «Profanare un edificio storicoè ... parte del “forte progetto simbolico” commissionato da Benetton». Controil progetto di Koolhass, che modifica profondamente l’edificio (conl’inserzione di un piano in più, un foro nella parete di fondo sulla corte altodue piani, e una mega terrazza) abbiamo fatto ricorso al Tar e aspettiamo lasentenza.

Pochi giorni fa Koolhaas,nel presentare il volume Architetture contemporanee aVenezia, alla Fondazione Querini,sostenne: «la modernità sola può decidere cosa tenere e cosa buttare delpassato»; contemporaneamente affermando che il Fondaco è un edificiocompletamente ricostruito negli anni ’30 e che non è rimasto nessun elementoautentico. Ma cosa legittimerebbe il suo intervento? La modernità o il fattoche sia un edificio completamente ricostruito? (Ma Mario Piana ha segnalato lemoltissime iscrizioni lapidee piene di graffiti con nomi, sigle, segni dimercatura, simboli religiosi, scacchiere per il gioco incisi nei secoli dai mercantitedeschi).

Ma anche fosserifatto (e non lo è), Settis ricorda quanto scriveva Plutarco nella Vita di Teseo, sulla nave dell’eroe, conservataad Atene: «via via che il legno antichissimo si deteriorava, nuove tavolevenivano inserite al posto della vecchie. Perciò ... i filosofi usavano la navedi Teseo “come esempio di indeterminatezza nel ‘discorso della crescita’:alcuni dicono che è sempre la stessa nave, altri sostengono che non lo è”. Lanave visibile e tangibile cambia, viavia che le tavole vengono sostituite; e però resta la stessa, se ogni tavola è identica a quella chesostituisce, e se non muta l’intangibile forma d’insieme. É il paradosso -continua Settis - della conservazione secondo il modello ‘orientale’, esemplificatoal meglio dal tempio di Ise in Giappone, che almeno dal VII secolo vieneritualmente distrutto e riedificato tal quale ogni vent’anni, ogni voltasalvaguardando una sola colonna (sempre diversa) della costruzione precedente»per cui «il tempio più antico del Giappone non ha mai più di vent’anni ... nellacultura giapponese (ma anche in quella cinese, indiana ...) il marchio diautenticità non spetta alla materialità di un oggetto o di un edificio, mapiuttosto alla sua verità formale». La verità formale del Fondaco come reinterpretazione rinascimentale e veneziana del fondaco orientale è arrivata intatta ai giorni nostri.

Ma il caso del ‘restauro’-distruzione del Fondaco non è isolato. Il restauro di un’architettura monumentale a Venezia non è più un semplice gesto filologico, ma una rilettura. Non per nulla la mail di invito alla presentazione del volume esordiva con una domanda di Tadao Ando, quando gli proposero il progetto: «Ma si può fare architettura moderna a Venezia?». La punta della Dogana ora, di fatto, è un’opera di Ando, così come il Fondaco dei Tedeschi è definito “il progetto di Koolhaas”, e sarà un’opera di Koolhaas. Non esiste più l’edificio antico, risucchiato dalla modernità.
«A Venezia - scrive Settis - nessun architetto può ignorare che la città si sta svuotando ... E dunque nessun architetto dovrebbe mai prestarsi a costruire nulla ... che favorisca la morte della città storica negandone l’unicità».

Il volume che illustra queste cannibalizzazioni, dicevamo, è stato presentato alla Querini. Il pubblico, numeroso, seguiva anche da un grande schermo nella sala attigua all’auditorium. Questa sala in realtà era “un’antica corte medievale”, ora coperta da un velum di acciaio, rivestita da pannelli, con una pavimentazione colorata. La corte veneziana non si legge più, diventa altro. E la vera da pozzo su cui si inciampa, sembra messa lì a caso, macabro resto che non ha più alcun senso in quel contesto.

Così l’intervento di restauro espresso in un linguaggio contemporaneo per essere autentico, diventa il suo opposto: uno snaturamento, un falsoParadossalmente, è più vera la Fenice: almeno la ricostruzione “Com’era dov’era”, frutto - sostiene Cacciari - della prudenza, vuole riproporre la “verità formale”, in cui il cittadino si riconosceva. Risarcisce la perdita di identità che aveva subito la cittadinanza.

Altrettanto paradossalmente siamo legati a questo teatro falsissimo credo perché è l’ultima cosa fatta a Venezia pensando a noi cittadini. Sono passati quasi 20 anni dalla decisione di Cacciari. Ora tutto si fa per i turisti, o meglio per le forze economiche che stanno o hanno già trasformato la città a velocità supersonica in nome dello sviluppo e del turismo.

La riflessione sul corpo vivo della città, sui cittadini, sulle loro esigenze che possono non collimare con le visioni dei grandi architetti, può aiutare noi superstiti abitanti a ritrovare un senso, una dignità e una forza unitaria nell’agire e nel difendere ciò che Settis chiama «il diritto alla città». «ogni città - scrive - è viva traduzione della propria storia, ma anche volto e traduzione in pietra del popolo che la abita». «Convivono ..., nella nostra esperienza, una città di mura e una città di uomini e nella città degli uomini c’è un’anima, quella della loro comunità: una città invisibile», ma non per questo meno forte e importante.
La città invisibile, la comunità, saldamente tessuta dai fili invisibili della sue storie e della storie dei suoi cittadini, però, sta morendo.

Quante volte abbiamo sentito dire dei palazzi cittadini: ‘eh, è stato trasformato in albergo, ma piuttosto che cadesse a pezzi’ ... Cosa opporre a chi argomenta così? Ca’ Corner della Regina oggi è perfettamente restaurata. Ma non è più della città.

Se abbandoniamo al mercato un palazzo che è parte della nostra storia, come ha detto Montanari in occasione di altre privatizzazioni, «l’avremo perduto anche se sarà perfettamente conservato».
Per Ca’ Corner Italia Nostra ha fatto ricorso al Tar, ma i veneziani non si sono mobilitati. Non si sono resi conto che il cerchio si stava stringendo attorno a loro.
E ora ecco il ‘salto di qualità’ che ci si poteva aspettare: si mettono in vendita non solo edifici provvidenzialmente già vuotati, ma anche edifici vissuti, pieni: di storia, di funzioni, di valori per la cittadinanza, di futuro.

Con due ricorsi siamo forse riusciti a sventare la cessione (avversata da docenti, studenti e personale non docente) dei tre palazzi storici di Ca’ Foscari, in cambio di un unico fabbricato recente, inadeguato alle necessità dei dipartimenti che si volevano accorpare (il giardino di uno dei tre palazzi storici era usato dai bambini dalla vicina scuola).

Su l’Espresso Turano commentava desolato che le tre sedi storiche erano state ritenute «inutilmente belle»; cioè sprecate per gli studenti. Il futuro dei quali (che è il nostro) non interessa, è qui e l’oggi che conta. E i saldi di fine anno del Commissario-liquidatore lo confermano.

Il 25 novembre il Commissario ha deciso di alienare entro l’anno una delle Ville Heriot, alla Giudecca, sede dell’università dell’Arte. Anche in questo caso il giardino è utilizzato dai bambini della scuola vicina. E ora è la volta delle Procuratie di Piazza San Marco.
E nel cittadino monta il convincimento che ci sia un disegno predefinito: la bellezza che in fin dei conti è solo un accidente, un esito del nostro modo di vivere, della nostra civiltà, ha ora un prezzo e i veneziani non possono pagarlo. Meglio dunque delocalizzarli in terraferma, affinché tanta ricchezza-bellezza possa esser messa nelle mani di chi la sa far fruttare.

Incalza Settis: «La monocultura del turismo ... esilia i nativi e lega la sopravvivenza di chi resta e della città stessa quasi solo alla volontà di servire». «Ai cittadini di Venezia è lasciato un ruolo residuale e gregario: agognare qualche beneficio economico purché accettino il suicidio della loro città». Quel patrimonio invece ci spetta di diritto, come abbiamo il «diritto ... all’integrità della Laguna che in millenaria simbiosi ne accompagna la storia e la vita». E, mi preme sottolineare, Settis scrive “Laguna” con l’iniziale maiuscola, per darle forza di idronimo.

Chi vuole scavare il Contorta, un nuovo canale portuale in Laguna centrale, ben sapendo - perché fior di studi lo provano - che sarebbe esiziale per la Laguna, ha definito Venezia un quartiere.

E Settis scrive: «L’ipotesi di fare di Venezia un quartiere fra i tanti di una qualche Veneto City la svilisce a residuo fossile di una dimensione tramontata del vivere sociale».

Venezia invece è una città compiuta, compiuta anche nella sua periferia: «Unica anzi suprema anche in questo, - precisa Settis -Venezia è ancora dentro la sua cinta di mura d’acqua ... la sua periferia, cioè la campagna (qui fatta d’acqua) esiste ancora, e la città non è stata soffocata dalla cintura informe delle periferie». Ma - si chiede - la «Metamorfosi dell’Italia da terra di città in nebulosa di periferie eroderà anche l’unicità di Venezia?».
Purtroppo sta già succedendo: come diceva Rosario Assunto - citato nel bel saggio di Massimo Favilla pubblicato dall’Istituto nel volume L’enigma della modernità, «Venezia è una sfida dell’infinito contro ogni negazione della finitezza: e questo per la sua inscindibile unità col paesaggio. O meglio, per quella che era l’unità col paesaggio».

Si chiama waterfront, ora, la gronda lagunare, e il nome nella sua sfolgorante modernità ammicca e prelude all’arrivo di nuove modernità e sviluppi; nuove edificazioni, banchinamenti, poli intermodali, e porti, autostrade, svincoli scavati nel corpo vivo della Laguna.

La Laguna continua a venir considerata come terra di nessuno, da piegare agli interessi dei potenti di turno, il porto e l’aeroporto, che da concessionari dello Stato e nel vuoto della politica sono diventati di fatto soggetti politici propositivi. Un potere enorme, che lo Stato non contiene.

Né, lo Stato, si fa promotore di studi per risolvere il problema delle grandi navi (che come suggerisce Giorgio Conti è meglio definire navi grandi). In questa vicenda in cui deliberatamente si cancella la Laguna, un gruppo di tecnici volonterosi ha supplito - come dice Maria Rosa Vittadini - a una funzione pubblica, studiando e presentando, giorni fa, un progetto di avamporto galleggiante, removibile, che per il suo impatto contenuto è da considerare il male minore, se si vuole conservare il crocerismo a Venezia (cosa peraltro opinabile).

E ancora, nella totale assenza della politica a Ve si vogliono far passare velocemente progetti che ipotecheranno il futuro della città. Parlo anche dell’Arsenale: le scelte che si faranno su quello straordinario spazio saranno l’ultima occasione per invertire la rotta.

I cittadini chiedono che l’Arsenale torni ad essere il centro propulsore della vita della città e il suo riscatto, come polo della civiltà del mare, dove possano trovare sede centri di ricerca, musei e attività tradizionali legate al mare. E invece il commissario e i suoi sub vogliono imporre in fretta un documento direttore con la scusa fasulla dei fondi europei, che spiana la strada alla vendita a bocconi ad aziende, senza un progetto, un’idea complessiva degna di ciò che fu il motore della grandezza di Venezia. La più gigantesca svendita della città.

Dice Settis: «Contribuendo al processo ... di smantellamento dello Stato, le stesse istituzioni che dovrebbero presidiarlo lo tradiscono impunemente, si trasformano da custodi del pubblico bene in alfieri degli interessi privati». Se le istituzioni, lo Stato, i commissari sono contro la città, tocca a noi.

Cito le conclusioni di Settis: «Ai veneziani, ma anche ai cittadini del mondo che hanno a cuore Venezia, spetta un compito vitale e una grave responsabilità: mostrare e dimostrare che la diversità e la bellezza non sono una pesante eredità del passato, ma uno straordinario dono per vivere il presente e una straordinaria dote per costruire e garantire il futuro ... perché se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia».

Per questo dobbiamo dire basta. Usciti da qui cerchiamo tutti insieme di annodare i fili smagliati della città invisibile.


L'autrice, archeologa, presidente della sezione Venezia di Italia nostra, è l'animatrice di numerose battaglie per la tutela di Venezia e della Laguna

In un’intervista apparsa sulla stampa locale il 7 dicembre, Renata Codello, Soprintendente per i Beni Architettonici, ha ribadito il suo convincimento ... >>>


In un’intervista apparsa sulla stampa locale il 7 dicembre, Renata Codello, Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia, ha ribadito il suo convincimento che i cartelloni pubblicitari, che per alcuni anni hanno mascherato piazza San Marco, siano «l'unico sistema per riqualificarla» e ha rivendicato la bontà di quello che le appare essersi dimostrato un progetto "anticipatore".

Più che il contenuto di tali dichiarazioni, che poco aggiunge ad altre sue precedenti, sorprende il silenzio della Soprintendente a proposito della decisione - resa nota due giorni prima, il 5 dicembre- assunta dal commissario prefettizio Vittorio Zappalorto di «cedere» le Procuratie Vecchie, che pure fanno parte della piazza, alle Assicurazioni Generali. Tale decisione è l’ultimo tassello di una lunga contrattazione avviata dalle precedenti amministrazioni comunali con i proprietari del complesso architettonico, su una parte del quale “grava” il vincolo di uso pubblico.

L’idea dell’ex sindaco Orsoni era di togliere il vincolo di destinazione d’uso al compendio, fatta eccezione per circa 3000 metri quadri con affaccio sulla piazza, che sarebbero dovuti rimanere per trent’anni nella disponibilità del comune, se le Generali avessero versato qualche milione di euro. A suo tempo, l’offerta venne giudicata non abbastanza vantaggiosa dalle Generali che, ben coscienti che «questa proprietà è una cosa unica al mondo…. ha un valore inestimabile», hanno saggiamente aspettato le svendite al ribasso del commissario.

Ora, infatti, il comune rinuncerà ad ogni contenzioso e siglerà un accordo bonario che riduce da 3000 a 800 metri quadrati la parte da destinare ad usi pubblici. «In cambio, ha detto il commissario, la compagnia verserà alcuni (?) milioni per la valorizzazione immobiliare nel frattempo avvenuta dell’area delle Procuratie». Più che soddisfatti sono anche gli amministratori delle Generali, che hanno dichiarato: «al momento non è stata ancora individuata la destinazione, ma sarà compatibile e in perfetta sintonia con la città di Venezia e con la monumentalità del posto… detto questo, gli spazi sono nostri». Bontà loro, che non hanno (non ancora) accatastato la piazza a proprio nome.

Se la contemporaneità delle dichiarazioni del commissario e quelle della soprintendente è ovviamente casuale, induce però a porsi almeno due domande. La prima è se il processo di valorizzazione immobiliare di cui parla Zappalorto non coincida con la riqualificazione esaltata dalla sopraintendente, ed in vista di quali utilizzatori finali siano state restaurate le pietre della piazza. E’ una domanda retorica, dal momento che è dimostrato che il degrado viene tollerato, se non promosso (almeno a partire dal concerto dei Pink Floyds) dalle pubbliche amministrazioni finche lo spazio è pubblico, ma diventa intollerabile quando riduce le amenità ambientali incorporate dai privati investitori.

La seconda questione è se la ripulitura della piazza, in senso fisico e umano – è di oggi la notizia di un “presidio fisso interforze per blindare San Marco” - sia un elemento non secondario del processo in corso di feudalizzazione della società, e quindi degli spazi urbani ai quali i cittadini hanno diritto di accedere o tramite un pagamento o grazie alla concessione di un signore.

Se è così, aspettiamoci, magari con il prossimo patto di stabilità, la recinzione dello square e la consegna delle chiavi ai proprietari che vi si affacciano e che vi possono atterrare con le loro mongolfiere.

Ora basta. Una lettera aperta per cercar di capire se Venezia è ancora una città: se oltre all'Urbs c'è anche una Civitas (e può esserci anche una Polis).

Lettera ai miei amici veneziani: Alberto, Giampiero, Stefano, Gianni, Mariarosa, Lidia, Michele, Maria Pia, Michela, Franco, Nicola, Alessandra, Luigi, Sergio, Andrea, Marina, Pierre, Francesco, Armando, Jacopo, Andreina, Salvatore, Edgarda, Laura, Marco, Davide, Paolo, Anna, Silvio, Tommaso, Manuela, Ciro, ecc. ecc.
E anche a tutti gli altri miei amici interessati alla sopravvivenza di una Venezia che sia una città, nella pienezza dei suoi attributi.

Vi state accorgendo di ciò che stanno facendo anche alla nostra città? Stanno divorando tutto, nella città e nella sua Laguna. I monumenti e le barene, gli spazi pubblici e i palazzi, la cultura e la salute, i campi e le isole. Da Poveglia a villa Hériot, dall’Arsenale alle Procuratie nove, da Ca’ Soranzo agli alberi del Lido….

Nessuno reagisce, nessuno scende in piazza per contrastare qualcosa che non è una serie di iniziative estemporanee da criticare su punti marginali, ma un disegno di saccheggio della città quale non s’era mai visto nei secoli.

Abbiamo almeno tentato di raccogliere un dossier, o almeno un elenco sommario, del patrimonio che è stato affidato alle generazioni cui apparteniamo? La nostra città è davvero diventata un maiale da vendere a pezzi al miglior offerente in omaggio al “patto di stabilità? E per di più, negli ultimi mesi, da parte un funzionario non eletto da nessun cittadino.

La chiusura dell’anno sembra a chi comanda una buona occasione per svendere al miglior offerente ciò che resta della città. Se lo lasciamo fare (oggi, non domani) potremo finalmente condividere la tesi secondo cui Venezia è una città morta. Anzi, più esattamente, la tesi che Venezia non è una città, poiché non è Città un insieme di spazi che non siano abitati, vissuti, trasformati da cittadini, consapevoli e responsabili, per sé e per i propri posteri.

Venezia, 5 dicembre 2014

Ulteriore porzione dell'incomparabile bene comune di Venezia e Laguna sacrificato a Mercato e Patto di stabilità. Un funzionario non eletto può svendere a pezzi una città senza andare in galera? Ci sono cittadini capaci di sollevarsi, o Venezia non è più una città? La NuovaVenezia, 5 dicembre 2014

Anche l’uso pubblico delle Procuratie Nuove - di proprietà delle Assicurazioni Generali, ma in questi anni sedi delle uffici giudiziari - sacrificate sull’altare del rispetto del Patto di Stabilità, che il Comune sta disperatamente inseguendo.

«Stiamo chiudendo un accordo bonario con le Generali - anticipa infatti il commissario straordinario Vittorio Zappalorto - rinunciando al contenzioso che abbiamo in atto proprio sull’uso pubblico delle Procuratie, che la compagnia assicuratrice invece contesta. Manterremo solo circa 800 metri quadri a uso pubblico e lasceremo invece oltre 3 mila metri quadri a disposizione delle Generali. In cambio la compagnia ci verserà alcun milioni di euro per la valorizzazione nel frattempo avvenuta dell’area immobiliare delle Procuratie».

Un ottimo affare, evidentemente, per le Generali, che non avranno più l’opposizione del Comune sull’uso dei prestigiosi spazi, dove in passato avevano anche elaborato un progetto per la realizzazioni di appartamenti di lusso, subito fermato e una “mancia” per il Comune nel tentativo di far quadrare i conti e recuperare entro fine anno i 60 milioni di sforamento tendenziale del Patto certificati anche dalla Corte dei Conti. Ma Zappalorto non applicherà - intanto, come chiedevano i Revisori a scopo preventivo, ritenendo ormai probabile lo sforamento del Patto - fin da novembre ai dipendenti comunali le penalizzazioni previste dallo sforamento del Patto del 2014.

«Le penalizzazioni le applicheremo solo quando il Patto sarà effettivamente sforato - ha dichiarato ieri Zappalorto - e stiamo appunto lavorando per evitarlo. Penso che entro Natale riusciremo a concludere la vendita alla Cassa Depositi e Prestiti di Palazzo Diedo e Palazzo Gradenigo, per una trentina di milioni di euro, superando le varie pastoie burocratiche. Abbiamo già incassato inoltre 10 milioni di euro di fondi pregressi di Legge Speciale dallo Stato. Un’altra decina milioni di euro dovrebbero arrivare appunto dall’accordo con le Generali per la valorizzazione e la rinuncia all’uso pubblico delle Procuratie Vecchie e da altri diritti di superficie similari».

Forti dubbi invece nutre il commissario sulla possibilità di avere dalla Regione gli 8 milioni di euro di fondi di Legge Speciale che pure Palazzo Balbi dovrebbe a Ca’ Farsetti e questo renderebbe da possibile a pressoché certa la vendita di Villa Hèriot, fortemente contestata.

«Temo che la Regione, che ha a sua volta i suoi problemi a rispettare il Patto di Stabilità - commenta Zappalorto - terrà per il momento quegli 8 milioni di euro per sé. Questo ci obbligherà a vendere Villa Hèriot entro l’anno, ammesso che si trovi un compratore interessato a chiudere in tempi brevi. Non sarà sicuramente la Cassa Depositi e Prestiti, ma eventualmente un privato». Il commissario non si fa illusioni invece sulla possibilità di ottenere ancora un aiuto dal Governo, attraverso un emendamento alla Legge di Stabilità da presentare in Senato da parte di qualche parlamentare. «Il Governo ha già bocciato alla Camera, dichiarandoli inammissibili, tutti gli emendamenti che erano stati presentati per alleggerire il Patto, a questo punto dobbiamo fare da soli, sperando di farcela».

Il volontariato salva beni comuni per la collettività, evitando rischi di degrado e privatizzazioni. Ma non ci riesce quando come a Poveglia i privati prevalgono grazie al potere pubblico. La Nuova Venezia 18 novembre 2014

Isole come risorsa per la città. Potenzialità immense e non del tutto valorizzate per difendere il paesaggio, recuperare luoghi abbandonati, creare nuova economia e occasioni di lavoro. Ci voleva un gruppo di ragazzi, i bravi Cerchidonda, per mettere intorno a un tavolo soggetti privati che a vario titolo stanno realizzando progetti per la valorizzazione di isole della laguna. Patrimonio immenso che non sempre le amministrazioni sanno di avere. Dibattito intenso con un grande pubblico ieri nel teatrino dei Frari, nell’ambito della rassegna «Ecofestival».
I Lazzaretti. Esperienza pilota quella che Girolamo Fazzini conduce da ormai trent’anni. Grazie al lavoro dei volontari un’isola dalla grande storia, il Lazzaretto Nuovo, è stata recuperata e restaurata. Oggi il Tezon grando, l’edificio più grande e ben conservato dopo le Teze dell’Arsenale, è un libro aperto che racconta la storia degli appestati e della quarantena, ma anche l’archeologia e la storia della laguna, con percorsi naturalistici e campi di studio dell’Università. «Ne abbiamo fatti una trentina, con le nostre sole risorse», dice orgoglioso Fazzini. Che adesso vuole trasformare il Lazzaretto Vecchio, restaurato e affidato anch’esso ai volontari di Archeoclub, nel museo archeologico lagunare. Il progetto era pronto, con la supervisione di Luigi Fozzati. I fondi in parte stanziati. Ma nulla si muove.
Certosa. Diversa ma complementare l’esperienza della Certosa. 15 ettari in laguna nord, ex convento e poligono di tiro, affidata nel 2007 a Vento di Venezia, la società del velista Alberto Sonino. Che vi ha realizzato grazie anche all’aiuto di Comune e Regione e ai contributi europei, una darsena di prim’ordine e un polo produttivo. E adesso insieme al Comune costruirà il più grande parco urbano della laguna. «Attività compatibili», dice, «che possono dare lavoro nel rispetto dell’ambiente».
Sant’Erasmo, Vignole, Mazzorbo. Si chiama «Green gold Islands, territori al setaccio» il progetto di Michele Brunello, Sandro Bisà e Giuditta Vendrame, presentato anche all’ultima Biennale, che si propone di trovare un nuovo equilibrio tra agricoltura e città. «Le isole come territorio dei desideri di una città, Venezia, che può essere laboratorio della modernità», dice Brunello. Nel «liquido amniotico» di una città d’arte invasa dal turismo si trova lo sbocco futuro. Valorizzando ambiente e attività agricole e anche edifici rurali restaurati nel rispetto dei luoghi.
Poveglia. Andrea Barina, dell’associazione «Poveglia per tutti» spiega come i cittadini possano, mettendosi insieme, influire sulle scelte di programmazione per le isole della laguna. Il Demanio l’ha affidata all’imprenditore Luigi Brugnaro. Ma la partita non è chiusa.

Riferimenti

Per l'isola di Poveglia vedi su eddyburg l'articolo Poveglia in bilico. L'isola raffigurata nell'icona è il Lazzaretto Novo.

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