Una replica e un'integrazione all'articolo del manifesto sulle elezioni amministrative. È possibile un'alternativa alla vecchia politica politicante dominata dal renzusconismo? c'è chi dice di si
L’articolo di Canetta e Milanese che il manifesto di ieri ha dedicato a Venezia e al Veneto alla vigilia delle elezioni amministrative offre, come abbiamo scritto presentandolo, una panoramica interessante sulla situazione pre-elettorale. Ma lo sguardo è rivolto quasi esclusivamente all'universo dei partiti e partitini che costituiscono i frammenti grandi e piccoli della sinistra storica, e la figura che emerge con maggiore evidenza come potenziale (e auspicabile) sindaco della città capoluogo è Felice Casson. Mi propongo di esporre le ragioni per cui non condivido una parte dell’analisi del manifesto.
L’articolo di Canetta e Milanesi dà scarso rilievo ai tentativi, in atto su questa sponda, volti a costruire un’alternativa reale al renzusconismo: a quella nefasta ideologia e prassi, squallida espressione italiana della globalizzazione del capitalismo neoliberista. Il renzusconismo ha palesemente a Venezia e nel Veneto la sua punta di lancia nella candidatura veneziana di Nicola Pellicani: uomo sponsorizzato da un pacchetto ricco di supporters che va da Massimo Cacciari a Giorgio Napoletano, dal mondo della finanza a quello dal padronato industriale, e che ha avuto un robusto sostegno dal segretario-premier del Partito della Nazione con l’obolo del “salvavenezia”.
Le due iniziative alternative più promettenti, e più "pulite" dalle compromissioni col sistema di potere dominante sono quella veneta, promossa dall’”Ecoistituto del Veneto Alexander Langer” e dall’associazione “Altra Europa-Laboratorio Venezia”, e quella veneziana di “Venezia cambia2015”, espressioni la prima di numerose iniziative politiche e sociali per la difesa del territorio e della democrazia, quella veneziana meno nota, caratterizzata da un ampio lavoro di analisi e proposta compiuto da un gruppo di intellettuali e di militanti nei movimenti di base.
Esse non hanno ancora trovato lo slancio necessario per raccogliere la maggioranza dei consensi che l’area del disagio sociale e morale e della diffidenza per la politique politicienne potrebbero esprimere. Sono di intralcio, soprattutto a livello regionale, le resistenze a impegarsi subito nella tenzone elettorale, in attesa delle decisioni dei frammenti della vecchia sinistra. Ma senza rompere i gusci delle vecchie formazioni della vecchia politica, e senza liberare i cittadini che vi sonoracchiusi, sarà difficile costruire un’alternativa vincente al renzusconismo.
Commercianti, esercenti, in parte gli albergatori, gli operatori del comparto che si stracciano le vesti solo all’idea di cambiare questo modello, dovrebbero ascoltare le parole di Costa, che però non fa il passo in più, per sostenere invece devastati progetti di nuovi scavi di canali marittimi: navi più piccole in Marittima, della filiera del lusso, e se necessario un nuovo attracco fuori dalla laguna (ci sono due progetti nella bocca di porto di Lido), garantirebbero un indotto generale certamente più alto dell’attuale e un indotto turistico superiore al presente, ma con meno disagi.
Certo, le navi di lusso bisogna conquistarsele, senza lucrare sulle rendite di posizione e non adattandosi passivamente alle politiche delle grandi compagnie da crociera, destinate a una clientela di massa e improntate a un gigantismo kitch sempre meno tollerabile, come viceversa ha fatto fino ad oggi la Venezia Terminal Passeggeri.
Sull’indotto generale, decantato come un mantra da quanti sostengono l’attuale crocerismo, ci sarebbe molto da discutere, e per questo rimando ai tanti articoli e ai lavori del prof. Giuseppe Tattara e al libro bianco da lui scritto assieme al prof. Gianni Fabbri (Venezia, laguna, porto e gigantismo navale, Moretti&Vitali editori), ma come mai Costa si preoccupa tanto di negare il peso turistico del crocierismo?
Il fatto è, come spiega egli stesso, che Venezia sta morendo di troppo turismo, e dunque il presidente dell’Autorità Portuale cerca di difendere le grandi navi dall’accusa di essere corresponsabili di tanto scempio.
Ma davvero il crocierismo è innocente? Davvero il crocierismo non pesa sul turismo veneziano, anche se “il crocierista non è un turista”? La macchina turistica si alimenta dell’immagine della città, ma a sua volta la pompa per continuare a garantirsi la “benzina” che fa girare il motore. Dunque, qualsiasi attività che giochi sul nome di Venezia, e che contribuisca a diffonderne sempre di più il fascino attrattivo, in realtà è complice del degrado progressivo, a prescindere dal numero dei turisti che quella stessa attività genera. E qualcuno può davvero pensare che nel boom del crocierismo lagunare non abbia pesato il richiamo di Venezia? O che le compagnie non abbiano giocato sul suo nome, per attirare più clienti, contribuendo così a propagandarne in assoluto il richiamo?
Per salvarsi, Venezia dovrebbe essere dimenticata per un po’ di anni, mentre è interesse di tutti coloro che girano nella sua giostra, comprese le crociere, far sì che la sua immagine pervada i più sperduti angoli del mondo.
L'articolo è stato inviato contemporaneamente al Gazzettino
Nell'immaginario di molti interlocutori, anche autorevoli per il ruolo ricoperto, è radicata la convinzione del tutto infondata che le navi da crociera siano uno dei tanti mezzi come treni, autobus, le automobili e aerei. (...) Mezzi che scaricano su Venezia quei volumi di visitatori che le hanno fatto perdere ogni connotato di "città o centro storico" per trasformarla in " quartiere storico" consegnato solo al turismo. L'equivoco - che si può perdonare a tutti, ma non a chi ha responsabilità decisionali in materia - sta nel fatto che la crociera è turismo, la forma oggi più dinamica di turismo i cui clienti crescono del 7% medio annuo da oltre un ventennio senza conoscere crisi, ma è un turismo che impiega sempre più il suo tempo libero in nave e, comunque, lontano da Venezia.
«La commissione VIA non ha potuto bocciare lo scavo, ma si è salvata con una procedura che, pur mettendo in evidenza criticità, debolezze, sciatterie di un progetto devastante, lo promuoverà». La Nuova Venezia, 8 febbraio 2015
«Nella città commissariata, il bilancio comunale ha tagliato -nel 2014- spese e servizi per 47 milioni di euro. Alcuni dipendenti dell'ente, riuniti in un coordinamento autorganizzato, chiedono l'avvio una Commisione d'indagine sul debito». AE Altreconomia, 3 febbraio 2015
Per spiegare come s’è declinata, questa peste, serve alzarsi sulla città, osservare la forma di pesce del centro storico di Venezia, spostare lo sguardo alle isole minori (Murano, Burano, Sant’Erasmo), e correndo al limite della Laguna osservare il cantiere infinito delle paratie del Mo.S.E. in costruzione. Il “Modulo sperimentale elettromeccanico” dovrebbe difendere Venezia e Piazza San Marco dall’acqua alta, ma per il momento sta prosciugando la città, rendendola inabitabile. Prima lo ha fatto economicamente, visto che i trasferimenti destinati alla manutenzione della città e della laguna, quelli delle Leggi speciali per Venezia del 1973 (la prima, che all’articolo 1 sanciva che “la salvaguardia di Venezia e della sua laguna è dichiarata problema di preminente interesse nazionale”) e del 1984, da una decina di anni sono assorbiti dalla grande opera. Dall’estate 2014, il Mo.S.E. ha finito per prosciugare anche democraticamente Venezia, dopo l’inchiesta per corruzione che ha coinvolto il gotha politico ed imprenditoriale veneto degli ultimi vent’anni, e anche il sindaco della città, Giorgio Orsoni, che si è dimesso. Al suo posto, giovedì 3 luglio è arrivato a Ca’ Farsetti -sede del municipio- un commissario governativo, il prefetto Vittorio Zappalorto. È lui, con tre sub-commissari, a svolgere le funzioni della Giunta e del consiglio comunale, che non c’è più. Così, in un aula vuota, a fine settembre, ha approvato il bilancio di previsione 2014 del Comune, che prevede tagli (“una manovra”, nel comunicato ufficiale) per 47 milioni di euro. Vittorio Zappalorto non parla con i giornalisti, ma gli effetti dei suoi “conti” sono stati calcolati da un gruppo di dipendenti comunali, che si è denominato Comitato autorganizzati del Comune di Venezia. Nel corso di un’assemblea pubblica, a fine ottobre, questi numeri sono stati presentati alla città. Il commissario ha tagliato le attività culturali, per 1,9 milioni di euro (dalle biblioteche, con 0,3 milioni, alla Fenice, con un meno 0,5), ai servizi sociali, dove il segno meno tocca i 3 milioni di euro (e colpirà gli anziani, l’assistenza domiciliare, i disabili e la salute mentale), ma anche il monitoraggio ambientale (-50%); l’educazione ambientale, (un meno 70%) e canili e gattili pubblici (budget ridotto della metà). Le rette degli asili nido aumentano del 10 per cento, il finanziamento allo sport non c’è più, mentre la soglia per l’esenzione IRPEF passa da 17 a 10mila euro. Anche il fondo per il sostegno agli affitti, 500mila euro, viene azzerato, mentre quello per l’abbattimento delle barriere architettoniche (EBA), nella città dei ponti, finisce dimezzato. Perdono il quindici per cento anche le municipalità (le circoscrizioni). Mancano “politiche attive per la residenza”: oltre al fondo per l’affitto, non ci sono soldi nemmeno per manutenere il patrimonio immobiliare pubblico. Alcuni appartamenti in ristrutturazione sono lasciati a metà, e sono (spesso) le case occupate dall’Assemblea sociale per la casa, che con queste azioni -l’ultima a inizio novembre- vuole accendere un faro sul problema.
La domanda che si pongono i cittadini presenti all’assemblea promossa dal Comitato autorganizzati del Comune di Venezia è una: “Che tipo di città vuole imporre il commissario?”. Nei loro interventi, alcuni operatori delle cooperative sociali che gestiscono servizi per conto del Comune sono stati laconici: “Per noi quest’anno è durato 11 mesi, abbiamo lavorato un mese in meno”. La manovra impone anche un blocco degli stipendi dei dipendenti comunali, ma quelli del Comitato spiegano la propria azione con chiarezza: “La mobilitazione non ci serve per rivendicazioni legate al nostro stipendio. Sappiamo però che ai tagli corrisponde il venire meno di servizi alla città”. Un esempio lo porta Ilenia, educatrice presso un asilo nido: “In due, tra le 7.30 e le 9, siamo da sole con 26 bambini”. In un contesto del genere, spiegano le sue colleghe, anche l’inserimento di nuovi bambini è “diluito” nell’arco di mesi, e l’attività educativa è al minimo. “Questo di chiama babysitteraggio, più che educazione”.Claudio, che gestisce la libreria Marco Polo (rivenditore dei libri di Altreconomia edizioni a Venezia), mostra una lettera ricevuta da Veritas, l’azienda che gestisce il ciclo dei rifiuti: c’è scritto che l’agevolazione del 20 per cento cui aveva diritto, in virtù di un provvedimento che privilegiava le “botteghe” indipendenti, è stata cancellata il 18 luglio, retroattivamente: “Adesso pagherò quanto Prada, o Disney”.
Gianfranco Bettin, sociologo e scrittore, ha fatto parte della giunta Orsoni (era assessore all’Ambiente), dopo essere stato prosindaco di Mestre durante una delle giunte di Massimo Cacciari, a cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila. A suo avviso, la “vicenda Zappalorto” può essere letta come la volontà di “normalizzare l’anomalia veneziana, facendoci credere di aver vissuto troppo a lungo al di sopra delle nostre possibilità. In realtà, una città ‘straordinaria’ come Venezia per riprodurre se stessa sopporta dei costi senz’altro superiori rispetto a quelli di ogni altra città”. Bettin cita un esempio: “Sul totale dei rifiuti solidi urbani prodotti nel centro storico -spiega-, il 70 per cento è legato alla presenza dei turisti”, 8 milioni di persone all’anno, per trentaquattro milioni di presenze, “e questo comporta un costo aggiuntivo di circa 15-20 milioni di euro, che si mangia quasi in toto la tassa di soggiorno che pagano i turisti che pernottano a Venezia”, che per altro è stata aumentata da Zappalorto per gli alberghi a 3 e 4 stelle.
Il processo per il “sistema Mose”, l’inchiesta che a giugno ha portato all’arresto di 35 persone, sarà un flop: la maggior parte degli indagati ha patteggiato. Tra loro anche Giancarlo Galan, già presidente della Regione Veneto e ministro della Cultura, che a metà ottobre ha pettaggiato la pena di due anni e 10 mesi e 2,6 milioni di euro.
Centocinquanta milioni di euro, un finanziamento pubblico tre volte superiore alla “manovra” imposta dal prefetto Zappalorto al Comune. Risorse che potrebbe essere spese in altro modo, ad esempio per pulire i rii di Venezia, un’altra delle opere di manutenzione necessarie per far sì che la città non collassi su se stessa. Uno scenario preconizzato nel libro “Lo stato di Venezia”, scritto dal professor Angelo Marzollo (Corte del Fontego, 2014), già funzionario Unesco, che negli anni Novanta coordinò un progetto scientifico dell’organismo delle Nazioni Unite, cui fecero seguito interventi di pulizia in tutta la città: “La melma si accumula, e le ‘isole’ vengono scavate dall’acqua. Oggi i buchi vengono chiusi con il cemento”. L’effetto è lo stesso che si ha per le strade delle città italiane, che si allagano alla prima pioggia. Solo che non si vede. Un po’ perché a Venezia vivono in pochi, un po’ perché i danni accadono sott’acqua, legati anche al moto ondoso. Per migliorare i conti, e poter tornare a spendere, una soluzione c’è, e Gianfranco Bettin l’ha descritta in una lettera che firma anche l’ex consigliere comunale Beppe Caccia (con lui nella lista “In Comune”) e indirizzata in agosto a Matteo Renzi e al commissario. Secondo i calcoli di Bettin e Caccia, poiché il 12% di quanto stanziato per il Mo.S.E. viene destinato alle “spese generali di gestione” del Consorzio Venezia Nuova, portando questa percentuale al 6% verrebbero recuperati 75 milioni di euro. “In questo modo -spiega Caccia-, oltre a ripianare il bilancio 2014 il Comune avrebbe a disposizione un avanzo attivo per il 2015”. Risorse che potrebbe essere utilizzare anche per la manutenzione del (mitico) ponte progettato dall’archistar catalana Santiago Calatrava: inaugurato nel 2008, collega la stazione a piazzale Roma, e oggi è coperto di lastre d’acciaio. Gli scalini in vetro, scivolosissimi, si rompono, ma non vengono sostituiti.
«I dati forniti dal Porto per sostenere l'ipotesi di scavo non soddisfano la commissione. Che adesso ha rinviato al mittente il progetto, chiedendo nuovi studi. II termine per rispondere scade il 20 febbraio». La Nuova Venezia, 29 gennaio 2015 (m.p.r.)
«Hanno fatto "sparire" i 50 milioni destinati alla difesa della città e della sua laguna, sono gli stessi che amministrano la Fondazione beneficiaria dei finanziamenti. Siamo di fronte ad un vero e proprio sistema di potere, lo stesso che è emerso con la vicenda del Mose». La Nuova Venezia, 26 gennaio 2015 (m.p.r.)
«Accogliendo le osservazioni critiche presentate anche dal Comune e dalle associazioni, i tecnici della commissione per la Valutazione dell'Impatto ambientale hanno richiesto nuovi studi e approfondimenti». La Nuova Venezia, 25 gennaio 2015 (m.p.r.)
«Il nostro appello al confronto e a lavorare al programma è ai cittadini attivi, ad amici importanti di Venezia come il professor Settis per costruire una rete internazionale: oggi parte il percorso di Venezia Cambia 2015 verso le elezioni». Roberta De Rossi e Vettor Maria Corsetti, La Nuova Venezia e Il Gazzettino, 21 gennaio 2015
Il GazzettinoUNA CIVICA CHE GUARDA A SETTIS
L'apostolo per bene del neoliberismo italiano si occupa di nuovo di Venezia. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Denuncia il Mose, quando ormai è fatto, e difende il colpo mortale alla Laguna sostenendo l'allargamento del Canale dei Petroli e le grandi navi a Porto Marghera. Corriere della Sera, 19 gennaio 2015
Le primarie del Partito democratico per il sindaco di Venezia sono la dimostrazione che in Italia il consenso politico continua a poter essere acquistato. Con la differenza che ora comprarlo costa non più di qualche spicciolo: quanto necessario per organizzare poche migliaia di cittadini e spedirli a votare alle primarie del Pd. Decapitate dall’inchiesta sul Mose, le imprese che negli scorsi vent’anni, grazie a leggi ad hoc, hanno sottratto ai contribuenti 2,3 miliardi di euro (cifra documentata in Corruzione a norma di legge, Rizzoli 2015) sono rapidamente risorte e stanno per vincere di nuovo. La politica sembra non aver capito nulla. O meglio: io spero che non abbia capito nulla perché la drammatica alternativa è che ancora una volta essa sia connivente, come lo fu in passato quando approvò le leggi che hanno consentito che il Mose si trasformasse in un «furto legale» ai danni dei contribuenti.
«Per salvare Venezia e la sua laguna, il crocerismo e il lavoro, c’è una sola strada: attrezzare un nuovo terminal crociere al di fuori delle bocche di porto per le navi incompatibili». Non sempre Pirani ci azzecca a proposito di Venezia. Questa volta si, ed è un piacere. La Repubblica, 19 gennaio 2015
MOLTI , e tra questi la sottosegretaria ai Beni e alle Attività culturali Ilaria Borletti Buitoni, hanno giudicato scandalosa la recente sentenza del Tar che ha annullato le ordinanze della Capitaneria di Porto di Venezia che limitavano il passaggio delle grandi navi nel Bacino di San Marco.
In realtà, coloro che in laguna si oppongono a un crocerismo incompatibile hanno commentato positivamente la sentenza, perché i giudici amministrativi hanno messo a nudo l’inconsistenza dei provvedimenti che, al netto delle roboanti dichiarazioni del governo che li hanno accompagnati nel 2013, quando furono assunti, si limitavano a ridurre per l’anno scorso da 808 a 708 i passaggi di questi mostri del mare davanti a San Marco, abbassandone da quest’anno a 96mila tonnellate la stazza lorda massima, come se una nave di tale misura fosse piccola e compatibile con la città e la laguna.
Tanto per capire, il Titanic stazzava 46mila tonnellate e dunque le navi che avrebbero potuto continuare a passare a man salva nel cuore della città erano comunque enormi, lunghe anche trecento metri, come la Norwegian Jade o la Queen Elizabeth contro le quali i veneziani hanno più volte manifestato. «Via i giganti del mare», avevano dichiarato i ministri Lupi (Infrastrutture e Trasporti) e Orlando (allora all’Ambiente), e molti se l’erano bevuta, mentre in laguna gli oppositori, che infatti si erano appellati contro le ordinanze anche alla Commissione europea, avevano parlato di «spuntatina di capelli».
Nella sua sentenza, il Tar ha dimostrato la totale mancanza di un’istruttoria che giustificasse le ordinanze della Capitaneria, pressata dal ministro Lupi. Non c’è, quindi, a monte delle decisioni alcuna indagine sui rischi connessi al passaggio delle grandi navi che possa condurre alle misure di “mitigazione” assunte. La sentenza, conclude il Tar, restituirà alle Amministrazioni coinvolte «la possibilità di disciplinare ex novo la fattispecie in esame, previo svolgimento di tutti i necessari adempimenti istruttori, onde pervenire a una coerente e concreta analisi delle tipologie di rischi effettivamente connessi al passaggio delle navi…».
Se si pensa che nel Piano di assetto del territorio (Pat), assunto nel 2012 dal Comune di Venezia, si dispone, su suggerimento dei movimenti ambientalisti veneziani, l’estromissione dalla laguna delle navi incompatibili, con la determinazione delle soglie di rischio che facciano da discriminante, si vede come tutte le amministrazioni coinvolte — Comune, Regione, Governo — abbiano praticamente buttato al vento tre anni senza fare alcunché.
La motivazione è stata più volte trattata in questa rubrica e riguarda la pervicacia di una parte di questo governo nel perseguire, fin dalla tragedia del Giglio, un’unica alternativa al passaggio delle grandi navi davanti a San Marco, e cioè il devastante scavo in laguna del Canale Contorta Sant’Angelo, reiterazione ossessiva delle stesse logiche ottonovecentesche che a forza di scavi, di imbonimenti di barene, di canali industriali stanno riducendo la laguna a un braccio di mare. Tutto il resto sono solo bubbole per gettare fumo negli occhi e prendere tempo.
Il progetto di scavo del Canale è ora all’attenzione della Commissione nazionale di Valutazione di impatto ambientale, e la mole delle critiche e delle osservazioni presentate da cittadini e associazioni e prestigiose istituzioni scientifiche (più di 300) è tale che se la Commissione ascolterà la voce della ragione e non le pressioni della lobby del porto, di Paolo Costa e del ministro Lupi, non potrà che bocciare il pericoloso disegno. Così come dovrebbe bocciare ogni ipotesi di nuovo terminal a Porto Marghera, che esattamente come per il Contorta presuppongono il raddoppio del Canale dei Petroli, il cui scavo, ricordiamo, ha significato tra il 1970 e il 2010 la perdita di 5800 ettari di barene portando la profondità della laguna da qualche decina di cm a 1,5/2 metri. È a questo che si devono ascrivere gli effetti sulla velocità di propagazione delle maree e di conseguenza delle correnti nella città.
Per salvare Venezia e la sua laguna, il crocerismo e il lavoro, c’è una sola strada: attrezzare un nuovo terminal crociere al di fuori delle bocche di porto per le navi incompatibili, mantenendo la Marittima come snodo logistico per i passeggeri e come attracco per quel naviglio che, determinate finalmente le soglie di rischio, potrà continuare a entrare in laguna. I progetti già ci sono e dovranno essere vagliati dagli organi competenti.
Poi c’è in ballo la campagna elettorale, in cui i cittadini potranno costringere i candidati sindaci a prendere una posizione preventiva sugli scavi della Contorta e sul passaggio delle grandi navi nella laguna. Visto che è il futuro di Venezia in discussione non si potrà decidere prima dell’elezione del nuovo sindaco.
«Non ci sono alibi — dice Silvio Testa, portavoce del Comitato No-GrandiNavi — per estromettere dalla laguna le navi incompatibili, come chiedono migliaia di veneziani, ci sono possibilità realizzabili a breve, senza continuare a devastare un ambiente fragile, unico al mondo, ricco di storia e di cultura. «Venezia è laguna », dicono i veneziani: «non si può distruggere l’una credendo di salvare l’altra».
L’unicità della città deve portare il Paese a decidere in funzione della preservazione di questo patrimonio dell’umanità, e non della preoccupazione che non arrivino abbastanza turisti che vogliono attraversarla a bordo di un pachiderma. Con tutto il rispetto per la rilevanza economica del settore turismo e per Confindustria Venezia.
Si vuole proseguire la distruzione della Laguna, e si vuol cogliere ogni pretesto per farlo più in fretta che si può. Ciò che interessa è accrescere le torme di turisti "mordi e fuggi", che stanno portando al collasso Venezia e il suo territorio. Roberto D'Agostino intervistato dal Corriere del Veneto, 13 gennaio 2014, con postilla
E se l'Expo fosse l'occasione per sperimentare le grandi navi a Marghera? La proposta arriva direttamente da Roberto D'Agostino, l'architetto ed ex assessore all'Urbanistica che ha presentato il progetto di portare le crociere a ridosso dell'area industriale. «Nel 2015 non potranno passare le navi sopra le 96 mila tonnellate, perché il presidente del Porto al Seatrade di Miami non propone alle compagnie di portarle a Marghera? Sarebbe una dimostrazione di cosa vuol dire fare sistema e un esempio di sinergia», dice. D'Agostino sottolinea come due strutture provvisorie si possano fare in poco tempo, allontanando qualsiasi perplessità del conflitto tra traffico commerciale e crocieristico.
postilla
L'intervistato è stato la guida urbanistica delle giunte Cacciari e l'ispiratore della giunta Orsoni, ma sembra non sapere che cos'è la Laguna di Venezia. Oppure lo sa, ed ha interessi che non coincidono con quelli della tutela di quel gioiello. Altrimenti non avrebbe promosso e sostenuto una soluzione per l'arrivo della Grandi navi a Venezia che non è molto migliore del famigerato allargamento di Contorta Sant'Angelo. Come quest'ultimo, anche l'utilizzo dell'approdo di Porto Marghera per le Grandi navi comporterebbe l'allargamento del Canale dei petroli, di cui da almeno quarant'anni è noto il devastante effetto distruttivo della Laguna, e si predica e prescrive la riduzione. Chi è interessato alla questione può leggere l'aureo libretto di Lidia Fersuoch, Confondere la Laguna, nella collana Occhi aperti su Venezia di Corte del fòntego editore.
Il Tar annulla il divieto del transito dei giganti del mareo. Il Ministro dell'ambiente assicura che entro marzo si concluderà la Via per il canale Contorta, e se positiva si procederà con lo scavo: nessuno gli ha spiegato che cos'é la Laguna. L'intervista di Antonio Cianciullo al ministro dell'ambiente e un'articolo di Nicola Pellicani. La Repubblica, 10 gennaio 2015
GALLETTI: «VIA QUEI GIGANTI DA SAN MARCO
IN 2 ANNI IL PROBLEMA PUO' ESSERE RISOLTO»
di Antonio Cianciullo
Roma. «Quei condomini galleggianti a San Marco non devono passare. Per motivi di sicurezza e per rispetto alla storia della città. La Laguna è un patrimonio da difendere. La soluzione è un percorso alternativo che tuteli sia il turismo che l’ambiente: in un paio d’anni il problema può essere risolto». Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, non arretra. Anzi rilancia.
Lei parla di una soluzione in prospettiva, intanto lo sfregio delle navi che con la loro mole soffocano il palazzo dei dogi si ripropone.
«Bisogna distinguere tra soluzione definitiva e soluzione transitoria. Nell’immediato occorre ovviamente partire dalla decisione del Tar. Le opzioni sono due. La prima è riproporre in forma migliore l’atto della capitaneria che è stato annullato ma che è frutto delle sollecitazioni avanzate dagli ultimi due governi: si tratta di ridurre il numero e la stazza delle grandi navi in transito. La seconda opzione è trovare un accordo consensuale con tutte le compagnie di navigazione per un’autoriduzione volontaria che eviterebbe il rischio di un alt improvviso».
Sono comunque palliativi. Come si cancella in maniera definitiva il rischio provocato dal passaggio di giganti marini da 100mila tonnellate?
«L’unico progetto finora sottoposto alla Valutazione d’impatto ambientale, la Via, è il canale Contorta. Mi impegno a far sì che la Via si concluda entro marzo. Se sarà positiva si potrà procedere».
C’è chi dice che questo rimedio sia peggiore del male: 150 milioni di euro per un’altra autostrada in Laguna, con effetti devastanti sui fondali protetti dall’Unesco. Le grandi navi entrerebbero dal varco di Malamocco poi si immetterebbero in questo nuovo canale allargato ad hoc.
«Ripeto: questo è l’unico progetto per il quale sia stata presentata una domanda di Via. Se ce ne saranno altri li valuteremo. Ritengo comunque che l’ipotesi del canale Contorta rappresenti un passo avanti importante: le grandi navi non passerebbero più davanti a San Marco ma entrerebbero in Laguna aggirando la città per arrivare al molo passeggeri».
Non sarebbe meglio lasciare i colossi del mare in Adriatico?
«Si tratta di conciliare le esigenze del turismo con quelle dell’ambiente. La partita non è chiusa».
GRANDI NAVI A VENEZIA,
IL TAR ANNULLA LO STOP
Doveva essere l’ultima Grande Nave a solcare il Bacino, prima dell’entrata in vigore del “vecchio” decreto Clini-Passera che dal 1° gennaio 2015, vietava i transiti alle navi di stazza lorda superiore alle 96 mila tonnellate. Un addio che però ha tutto il sapore di un arrivederci, perché ieri il Tar del Veneto ha rilevato l’illegittimità dell’ordinanza della Capitaneria, che recepiva i limiti imposti dal decreto varato all’indomani della tragedia della Costa Concordia al Giglio. Secondo il Tar i limiti «avrebbero potuto applicarsi soltanto a partire dalla messa a disposizione di vie di navigazione alternative rispetto a quelle attualmente in uso e allo stato ancora non praticabili». I rischi ambientali, inoltre, sono ritenuti solo ipotetici.
In sostanza, tutto da rifare. Il Tribunale ha accolto il ricorso presentato da Vene-zia Terminal Passeggeri e dagli operatori portuali. Bisognerà ora attendere l’individuazione di un percorso alternativo, prima di poter applicare il decreto. E le alternative sono sempre di là da venire. Mentre il ministero dei Trasporti annuncia che presenterà appello al Consiglio di Stato, in campo ci sono diverse proposte, ma soprattutto un mare di polemiche che stanno dividendo letteralmente in due la città. Da una parte il Porto che sostiene l’escavo del Canale Contorta Sant’Angelo, lungo quasi cinque chilometri con sei milioni e mezzo di metri cubi di fanghi da togliere dalla Laguna. Una soluzione che può contare sul sostegno del mondo dell’impresa e del sindacato, ma che trova l’ostilità del mondo ambientalista. Ma non solo. Erano contrari anche la passata amministrazione comunale e un ampio ventaglio di associazioni e di comitati pubblici che temono l’ennesimo scempio della laguna. Sul piatto ci sono altre ipotesi. Due progetti prevedono la realizzazione di un terminal off shore in bocca di porto. Un altro progetto ipotizza invece il trasloco del terminal passeggeri nella prima zona industriale di Marghera.
I piani sono però tutti al vaglio dei vari ministeri, mentre le navi sono sempre lì che premono per entrare in Bacino. Anche se per il momento la sentenza del Tar non produrrà alcun effetto concreto. Da un lato perché le compagnie crocieristiche hanno già realizzato i programmi per l’anno in corso, dall’altro in quanto avevano già accettato, indipendentemente dagli obblighi, di sottostare alle soglie stabilite. In realtà, la sentenza mette a nudo l’incapacità di prendere una decisione che porti a risolvere il problema una volta per tutte.
Dice Paolo Costa, presidente dell’Autorità Portuale: «Attendiamo con fiducia le decisioni che il governo vorrà prendere, al più presto». Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia, mette l’accento sul problema occupazionale: «Non dimentichiamoci che stiamo parlando di oltre 5.000 persone che vivono ormai da tre anni con una spada di Damocle sulla testa. Questa decisione sarebbe dovuta arrivare prima».
Di tutt’altro tenore il punto di vista di Giovanni Puglisi, presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco: «Sono allibito dal provvedimento del Tar del Veneto perché non rende giustizia non tanto alla decisione della Capitaneria di Porto, quanto ai veneziani ».
Continua inarrestabile la trasformazione della città volta a «diventare parco divertimenti a disposizioni delle multinazionali del tempo libero». Nuovavenezia.it, 7 gennaio 2015 (m.p.r.)
L'isola è di proprietà di una società finanziaria tedesca e il progetto del complesso era stato avviato una decina di anni fa ma mai completato. Il progetto contempla anche la ristrutturazione della chiesetta dell'isola per i matrimoni. Sacca Sessola è un'isola artificiale, formata nel 1860 dall'accumulo dei fanghi dragati nei canali che è stata sede di ospedali nei due secoli scorsi; è una delle più grandi della laguna veneziana e occupa una superficie di circa 40 ettari, con monumenti e palazzi finemente decorati. È raggiungibile con 15 minuti di barca da piazza San Marco e una navetta sempre in funzione collegherà l'isola con il centro storico. L'albergo avrà 266 camere e suites progettate dallo studio milanese Matteo Thun & Partners. Il centro congressi, che si proporrà al mercato internazionale degli eventi, disporrà di spazi e sale di varie dimensioni e funzionalità, per una superficie totale di circa 1.200 metri quadrati.



Un resort che punterà molto anche sulla tranquillità e gli spazi verdi dell'isola interamente recuperati. Il centro benessere sarà il più grande di quelli presenti a Venezia, sviluppato su tre edifici, con tre piscine, di cui una coperta. Ma anche diverse stanze potranno contare su giardino e piscina privata». L'albergo avrà un'apertura stagionale - da marzo a ottobre - proprio per sfruttare al meglio sul piano meteorologico le caratteristiche di Sacca Sessola. Prevista anche una scuola di cucina riservata ai clienti dell'albergo, ma anche semplicemente agli appassionati.
Verrà inaugurato invece ad aprile sull'isola di San Clemente, il nuovo hotel San Clemente dopo la firma tra Starwood e la turca Permak Group, con un altro brand di lusso, il St. Regis e avrà 174 camere dopo una ristrutturazione del valore complessivo di 25 milioni di euro. Il gruppo turco Permak ha acquistato un'area di 62 mila metri quadrati sull'isola di San Clemente, nella Laguna di Venezia, che comprende l'hotel a cinque stelle San Clemente Palace Resort (205 camere) che lì sorge. Il gruppo Permak, attivo dei settori delle costruzioni, macchinari, turismo, tecnologia, prodotti chimici e vendita al dettaglio. Il complesso alberghiero darà lavoro a 600 persone, dotato di nuove attrezzature per lo sport, ristoranti, una piscina e un centro benessere. I lavori di restauro hanno rispettato l'originale impianto edilizio del complesso.
«Fra gli inquilini privati c'è proprio il Cvn. Una concessione illegittima, secondo le associazioni come Italia Nostra, che hanno presentato esposti e diffide. Perché, secondo il piano regolatore, quell'area di città era destinata a uso pubblico». L'Espresso, 15 gennaio 2015 (m.p.r.)
E adesso tocca all'Arsenale. L'inchiesta giudiziaria e il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova (Cvn) potrebbero avere conseguenze anche su una delle zone storiche e monumentali più antiche della città. Ben 48 ettari di edifici e spazi acquei che adesso appartengono al Comune, ma sono in parte in concessione alla Marina militare, alla Biennale e imprenditori privati. Fra gli inquilini privati c'è proprio il Cvn che nel 2013 ha traslocato nella parte nord dell'Arsenale dove era già la sua controllata Thetis, società di progettazione. Una concessione illegittima, secondo le associazioni come Italia Nostra, che hanno presentato esposti e diffide. Perché, secondo il piano regolatore, quell'area di città era destinata a uso pubblico.
Nella città che hanno lasciato volontariamente priva di ogni rappresentanza democratica il potere adesso è gestito direttamente da quelli che fino a ieri comandavano dietro le quinte. A ogni scandalo svelato ne succede un altro. l'Espresso, 9 gennaio 2015
Sei mesi dopo il maremoto giudiziario, i gattopardi del Mose si riprendono Venezia. La mano di vernice del commissariamento deciso da Raffaele Cantone, presidente dell'autorità anticorruzione, non ha cambiato di una virgola gli equilibri interni al Consorzio Venezia Nuova (Cvn), concessionario unico incaricato di realizzare il sistema di dighe mobili a protezione della laguna. Non è bastata l'espulsione dal sistema di Giovanni Mazzacurati, dominus del Cvn, e di Pierluigi Baita, ex manager-azionista della Mantovani cioè dell'azienda che guida il Consorzio. Né è stata sufficiente l'ondata di patteggiamenti concessi ai politici, dall'ex governatore Giancarlo Galan all'assessore di Galan e di Luca Zaia, Renato Chisso.
In una situazione di vuoto politico, con la città senza sindaco almeno fino a maggio dopo le dimissioni dell'indagato, Giorgio Orsoni, il nuovo e sorprendente protagonista degli affari in laguna è l'incontenibile prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, amico del piduista e piquattrista Luigi Bisignani, nonché cinghia di trasmissione di chi ha spadroneggiato sui sei miliardi di appalti del Mose e non intende lasciare la presa: Gianni Letta, in primis, e subito a ruota, Altero Matteoli, indagato per il Mose e per la bonifica di Porto Marghera, nonché difensore d'ufficio del prefetto di Roma nelle vicende legate all'inchiesta su Mafia Capitale. «Al prefetto Pecoraro va la nostra solidarietà ed il nostro appoggio incondizionato», ha dichiarato all'Adn Kronos l'ex ministro delle Infrastrutture concedendosi il plurale maiestatis.
Chi si chiedesse che c'entra Pecoraro nelle vicende veneziane deve accontentarsi di una risposta formale. La prefettura romana è competente perché si è stabilito che il Mose, pur vivendo nell'extraterritorialità giuridica delle tre leggi speciali su Venezia, è da ritenersi una creatura di due ministeri romani: le Infrastrutture, appunto, e l'Economia che, attraverso il Cipe, un mese fa ha deliberato un altro megafinanziamento da 1,37 miliardi per le dighe mobili. E così Pecoraro si è trovato a redigere l'ordinanza che nomina i due commissari. Si tratta dell'ex finanziere Luigi Magistra, braccio destro del magistrato Gherardo Colombo ai tempi del pool Mani Pulite appena dimessosi dalla vicedirezionc dell'Agenzia delle Dogane, e di Francesco Ossola, progettista dello Juventus stadium e ordinario di ingegneria strutturale al Politecnico di Torino che ha già lavorato per il Consorzio Venezia Nuova nel 1998 nei lavori di rialzo della fondamenta dei Tolentini. Un terzo amministratore sarà nominato prossimamente.
Il prefetto Pecoraro, protagonista di una lunga serie di casi controversi, dall'espulsione di Alma Shalahayeva, moglie del dissidente kazako Mikhtar Ablyazov, alla trattativa dello stadio Olimpico con l'ultras napoletano Genny 'a carogna, dalle cariche contro gli operai dell'Ast di Terni ai permessi alle cooperative guidate da Salvatore Buzzi, non si è limitato a firmare l'ordinanza di commissariamento. Prima delle festività natalizie è sbarcato nella nuova sede del Consorzio all'Arsenale di Venezia e ha incontrato i rappresentanti delle tre principali imprese del Mose, che insieme alla Ccc (Lega coop) hanno quasi il 90 per cento delle quote Cvn: Alberto Lang, vicepresidente in rappresentanza di Condotte, Salvatore Sarpero, direttore generale della Fincosit, e soprattutto Romeo Chiarotto, classe 1929, proprietario della Mantovani.
Dopo l'estromissione di Baita, Chiarotto ha affidato la Mantovani a un altro ex poliziotto come Pecoraro, l'ex questore di Treviso Carmine Damiano - poi finito sotto inchiesta per corruzione - su suggerimento di un altro prefetto, Gianvalerio Lombardi. Nonostante l'età, il costruttore padovano resta il punto di riferimento dell'opera tanto che i rumors lagunari lo dicono responsabile dell'estromissione di Alberto Scotti (TechnitalMazzi), progettista del Mose piuttosto critico sulla riuscita delle cerniere delle dighe prodotte dalla Fip del gruppo Mantovani.
In questo contesto l'ordinanza di commissariamento rischia di ridursi a una lettera di licenziamento per il vicentino Mauro Fabris, lobbista del Mose diventato parlamentare multitasking (Ccd-Cdu, Udr, Udeur, Pdl) e piazzato all'Arsenale su ordine del ministro Maurizio Lupi dopo gli arresti del giugno scorso. Il documento firmato da Pecoraro e datato 1 dicembre 2014 non è proprio un lavoro di cesello. Giovanni Mazzacurati è ribattezzato Giuseppe Mazzacurati. La legge sui compensi agli amministratori è postdatata al 2013, benché sia del 2010, e Alessandro Mazzi di Fincosit-Technital è indicato come vicepresidente del Cvn anche se si è dimesso il 6 giugno 2014, due giorni dopo l'arresto. De minimis non curar praefectus ma la sostanza del provvedimento sta nella messa in sicurezza del Consorzio, nella scelta di completare i lavori con le stesse imprese che hanno iniziato i lavori (loro erano innocenti, gli amministratori erano colpevoli) e di mantenere in carica i commissari "fino a collaudo avvenuto". In termini di tempo, questo significa almeno il 2018 se i lavori, dopo l'ultimo slittamento, saranno completati nel 2017.
Da lì in avanti si apriranno due partite. La prima è il pagamento dei commissari. L'ordinanza ha rinviato la quantificazione del compenso ma ci sono in sostanza due soli modi. L'opzione forfettaria con un salario annuo sotto il tetto massimo dei 240 mila euro fissato per gli stipendi dei manager pubblici. Oppure c'è l'opzione privatistica che retribuisce i commissari in percentuali sui lavori fissate dagli ordini professionali di appartenenza. Non c'è dubbio che il Cvn sia un raggruppamento di imprese private, anche se opera con fondi pubblici. Quindi, a termine di legge, le parcelle dei commissari potrebbero essere nell'ordine di qualche milione di euro, dato che il costo finale del Mose si aggira sui 6 miliardi.
La seconda riguarda il grande business della manutenzione delle dighe mobili. I.a messa in opera delle paratoie alle bocche di porto ha già evidenziato problemi di tenuta delle vernici, già denunciati da studiosi come Fernando De Simone, e di proliferazione di microrganismi marini. Ancora non c'è una cifra certa sull'impatto economico annuale della manutenzione delle dighe ma la stima fatta da Baita a l'Espresso (da 20 a oltre 60 milioni di euro) offre una banda di oscillazione troppo ampia per non indurre in tentazione. Per citare una frase famosa attribuita a Baita: «Il bello del Mose è che i lavori si fanno sott'acqua».
Paradossalmente, il commissariamento sembra avere dato forza a chi critica le dighe mobili, un fronte molto eterogeneo. I commercianti hanno ribadito che piazza San Marco non sarà protetta dalle paratoie alle bocche di porto, sollevate con la marea a 110 centimetri mentre San Marco va sotto con 80 centimetri. Hermes Redi, progettista nominato direttore generale del Cvn poco prima del commissariamento, ha confermato che, senza le opere complementari necessarie a proteggere il cuore e il simbolo di Venezia, piazza San Marco continuerà a sparire sotto l'acqua come è accaduto duecento volte nel 2014. Questi interventi complementari, peraltro, costerebbero 100 milioni di euro, una frazione pari a circa un sessantesimo del costo delle dighe mobili.
I comitati ambientalisti (No Mose e Ambiente Venezia) si sono rivolti ai due neocommissari per riportare all'attenzione il possibile malfunzionamento del sistema in condizioni di mare agitato. È una questione emersa già nel 2008 dallo studio della società francese Principia commissionato dall'allora sindaco Massimo Cacciari. I.e critiche e i dubbi di Principia erano stati accantonati dal presidente del Magistrato alle Acque PatrizioCuccioletta,altro uomo di Gianni Letta che íà finito nell'inchiesta e ha patteggiato la condanna, a differenza della collega Maria Giovanna Piva che attende la richiesta di rinvio a giudizio come Orsoni, Matteoli e l'ex europarlamentare Pdl Lia Sartori. 11 Magistrato alle Acque era il principale controllore del Mose ma, in realtà, i funzionari del ministero erano totalmente a disposizione delle maggiori imprese del Consorzio che scrivevano anche i testi per conto dei dipendenti statali.
Anche la struttura del Magistrato alle Acque ha ricevuto la sua parte di vernice antiruggine. In primo luogo, Matteo Renzi lo ha soppresso e ha trasferito ic sue competenze al Provveditorato alle opere pubbliche del Veneto. Ma con la nuova veste i rapporti di forza non sembrano cambiati. Chi comandava nel Consorzio prima comanda anche adesso. L'incontro di Pecoraro a dicembre con i grandi azionisti del Consorzio, rivelato dalla Nuova Venezia, ha molto scontentato le piccole cooperative locali socie del Cvn che, con l'eccezione del Coveco di Pio Savioli, non sono state sfiorate dall'inchiesta e che continuano a trovarsi ai margini dei processi decisionali. Circostanza ancora più incresciosa, dovranno partecipare pro quota al rimborso di 27 milioni di euro dovuti all'Agenzia delle Entrate per l'evasione fiscale accertata dalla Guardia di finanza e finalizzata a creare i fondi neri necessari per pagare le mazzette ai politici.
Un pezzo alla volta Venezia diventa merce. Ciò che non ha avuto il coraggio di fare un sindaco troppo debole con il Consorzio Venezia nuova lo fa il burocrate inviato da Renzi a sostituire la democrazia.
Continua la svendita comunale della città, questa volta tocca a due pregevoli edifici a villa della Giudecca. Su progetto di Mainella, sono stati costruiti, come a volte usava negli anni venti, in stile neobizantino, immersi nel verde di un giardino aperto, in maniera affascinate come altri mai, sulla laguna sud. Prima era stata la volta di Ca’ Corner della Regina (Prada), del Fondego dei tedeschi (Benetton), dell’Ospedale al mare del Lido (Cassa Depositi e Prestiti dopo le opache vicende che ci hanno lasciato anche il “buco” al Casinò del Lido). L’altro giorno non ci si è riusciti con Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo solo per mancanza di offerte.
“Per far fronte al patto di stabilità” veniva detto alla fine dell’anno passato quando si vendeva, e per di più anche sotto costo, il Fontego dei tedeschi e come recita il mantra odierno. Peccato che da queste liquidazioni il Comune non abbia incassato ancora un euro!
Mercoledì il Commissario ha portato in Consiglio Comunale – Consiglio si fa per dire, in questa democrazia surrogata, perché oltre a lui c’erano solo alcuni dirigenti dell’apparato - una delibera per mettere all’asta una delle due ville con metà del giardino. Era talmente indecente che, ad una diffida di Veneziacambia2015 e al rumoreggiare della sala strapiena di cittadini, è stato costretto a sospendere la seduta per ritornare poi con la delibera integrata alla meglio. E’ stata inserita la necessità di seguire le procedure di legge per una variante al PRG, necessaria comunque prima della formalizzazione della vendita. Il Commissario e i tecnici se ne erano “dimenticati”. Ora c’è tempo per gli acquirenti fino al 30 dicembre per depositare il valore minimo valutato, 10 milioni di euro e fare il giorno dopo un contratto, necessariamente preliminare perché, se la variante non trasformasse la destinazione urbanistica come sperato o la Direzione Regionale del Ministero dei beni culturali non desse l’autorizzazione alla vendita, il Comune dovrebbe rendere i quattrini.
Una procedura tutta illegittima ma, verrebbe voglia di dire, anche da “peracottari al mercato” se non fossimo di fronte ad una farsa grottesca per la città.
Ogni anno il Comune accumula un deficit economico terribile, certo a causa dei mancati conferimenti statali, assolutamente necessari per una città complessa come Venezia, dirottati tutti sul MoSE per il quale, il Comune, non solo non ha protesto ma ha avuto anche il Sindaco coinvolto. Certo per un patto di stabilità iugulatorio che lo costringe a rivalersi sui servizi ai cittadini e sul suo stesso personale ma anche per non mettere finalmente mano per sgrovigliare le municipalizzate, spesso parcheggio di amici e amici di amici con bilanci di difficile trasparenza, dove grandi potrebbero essere i risparmi.
E’ in forza di queste semplici ragioni –che nei fatti chiedono una politica economica diversa- che la nostra opposizione alla messa all’asta di villa Hériot e del suo giardino, si rafforza. Ma, rivolgendoci anche a coloro che la pensano diversamente, chiediamo loro un aiuto solidale per la difesa della legalità e del rispetto delle procedure.
E’ illegittimo mettere all’asta un bene pubblico e, nell’eventualità di un esito positivo, formalizzarne l’acquisto in un contratto preliminare senza che prima la Direzione regionale del Ministero dei beni culturali ne permetta l’alienazione perché non di “interesse artistico, storico o etnoantropologico” ( Codice dei Beni Culturali). E’ illegittimo nel Bando d’Asta non evidenziare che il giardino è paesaggisticamente vincolato nella sua interezza dal 1948 e, perché di interesse pubblico, non può essere frazionato. E’ illegittimo fare un’asta pubblica di un bene che, se necessita di una variante urbanistica, questa non è stata ancora approvata con le preliminari osservazioni dei cittadini. Recentemente la nostra Soprintendente ai beni culturali, la dott.sa Codello, ha presentato al Palazzo Ducale il libro Venezia fragile condividendone le tesi. Ma è impedendo lo smembramento dei giardini vincolati delle ville della Giudecca, che onorerà il suo mandato istituzionale operando per difendere la fragilità della città in corpore vivi. La qualità architettonica delle ville, il loro grado di conservazione, la loro storia ed il contesto di cui sono parte rappresentano proprio il valore che il Direttore regionale ai beni culturali del Veneto dott. Ugo Soragni (o il suo nuovo sostituto) al quali rappresenteremo con decisione la questione, dovrà certificare. Sarà opportuno farlo subito per le modalità irrituali –chiamiamole così - dell’asta pubblica attivata da Zappalorto.
Rivolgendoci a questi due primi livelli istituzionali, locale (Codello), Regionale (Soragni), abbiamo richiamato norme, leggi e compiti ispettivi conseguenti. Ci pare peraltro opportuno rivolgerci anche al livello superiore richiamando l’attenzione del Ministro Franceschini proprio perché, nella catena di comando nell’ambito culturale, rappresenta la politica. L’alienazione di un bene pubblico in una comunità anche se sempre non opportuna, può essere attribuita ad una condizione talmente particolare da poter essere, se non condivisa, compresa. Ma questo, signor Ministro non è più il caso di Venezia. Come ricordato in premessa, questi ultimi anni hanno evidenziato che, nel tentativo di far cassa, è il patrimonio complessivo della città che si sta dilapidando. Lei ha tutti gli elementi per capire cosa significhi. Vogliamo però rimarcare che la quantità e le modalità delle alienazioni hanno già fatto cambiare il piano su cui le ricadute operano. Dal livello culturale si è passati a quello sociale anche perché il fenomeno si inserisce in una città la cui popolazione e enormemente squilibrata: 57.000 residenti, 33 milioni di turisti. La disgregazione della comunità è già iniziata. Grande ne è il pericolo e ogni ulteriore perdita di un bene per distruzione, alienazione o utilizzazione impropria, contribuisce a indebolire l’identità propria di una comunità storicamente costituitasi come città. Salvatore Settis, proprio qui a Venezia l’altro giorno, ha ricordato il pericolo per una città rappresentato dalla perdita di memoria di sé stessa. Ma memoria sono anche le cose, le case, i territori, i paesaggi del nostro ieri: le due ville della Giudecca sono state comperate, nel 1947, da un Sindaco di una città che, benché impoverita dalla guerra, vedendo lungo, ha voluto destinarle a fini educativi e scolastici. E oggi ancora ospitano una Casa della Memoria e della Storia (IVESER), bambini di una scuola materna, l’Università dell’Arte specializzata in restauro e la Società Europea di Cultura.
L’altro ieri la centinaia di persone presenti in Comune, al cospetto di un Consiglio formato dal solo Commissario e tre tecnici, hanno rappresentato con decisione la coscienza dei bisogni di una popolazione a fronte di un Consiglio renitente, ridotto a vuota crisalide priva di rappresentanza.
«Nasce l'associazione "Preserve Venice" Fabio Carrera di Sant'Elena, docente in Usa, ha elaborato interessanti strategie di risparmio sui trasporti o riduzione del moto ondoso e tante altre». La Nuova Venezia, 28 dicembre 2014 (m.p.r.)
Di Venezia conosce tutto, «dal tetto della Basilica ai fondali», come dimostra il sito che questo dicembre festeggia il 25 anniversario di vita e tutte le informazioni che si trovano su Venipedia, il portale di circa 18 mila articoli e 25 mila pagine, fondato da lui. Stiamo parlando del cinquantenne Fabio Carrera, veneziano di Sant'Elena emigrato all'estero, oggi docente al Worcester Polytechinic Institute del Massachusetts. E lui che, grazie all'aiuto 700 studenti, ha elaborato interessanti strategie di risparmio sui trasporti o riduzione del moto ondoso e tante altre, presentate all'Hotel Bauer all'interno del ciclo di appuntamenti «Incontri con la città».
Gli studi fatti negli anni, con tanto di numeri e statistiche visibili sul sito, sono stati elaborati parlando con le categorie e con i diretti interessati e non riguardano solo il commercio, ma anche il censimento dei suoni delle campane e degli oltre 2300 approdi per interventi di manutenzione. «Vogliamo che tutto questo sia a disposizione di tutti», ha detto, «in modo che ognuno possa trarre beneficio, dal singolo che può vedere le 4850 botteghe censite alle istituzioni con le quali siamo sempre disponibili a incontrarci».
Uno degli interventi di apertura della presentazione veneziana del nuovo libro di Salvatore Settis (Se Venezia muore",Giulio Einaudi editore). La stringente attualità di un libro sulla memoria storica delle città.Un appassionato appello ai "cittadini resistenti" perchè salvino un patrimonio dell'umanità
Ma il caso del ‘restauro’-distruzione del Fondaco non è isolato. Il restauro di un’architettura monumentale a Venezia non è più un semplice gesto filologico, ma una rilettura. Non per nulla la mail di invito alla presentazione del volume esordiva con una domanda di Tadao Ando, quando gli proposero il progetto: «Ma si può fare architettura moderna a Venezia?». La punta della Dogana ora, di fatto, è un’opera di Ando, così come il Fondaco dei Tedeschi è definito “il progetto di Koolhaas”, e sarà un’opera di Koolhaas. Non esiste più l’edificio antico, risucchiato dalla modernità.
«A Venezia - scrive Settis - nessun architetto può ignorare che la città si sta svuotando ... E dunque nessun architetto dovrebbe mai prestarsi a costruire nulla ... che favorisca la morte della città storica negandone l’unicità».
Il volume che illustra queste cannibalizzazioni, dicevamo, è stato presentato alla Querini. Il pubblico, numeroso, seguiva anche da un grande schermo nella sala attigua all’auditorium. Questa sala in realtà era “un’antica corte medievale”, ora coperta da un velum di acciaio, rivestita da pannelli, con una pavimentazione colorata. La corte veneziana non si legge più, diventa altro. E la vera da pozzo su cui si inciampa, sembra messa lì a caso, macabro resto che non ha più alcun senso in quel contesto.
Così l’intervento di restauro espresso in un linguaggio contemporaneo per essere autentico, diventa il suo opposto: uno snaturamento, un falsoParadossalmente, è più vera la Fenice: almeno la ricostruzione “Com’era dov’era”, frutto - sostiene Cacciari - della prudenza, vuole riproporre la “verità formale”, in cui il cittadino si riconosceva. Risarcisce la perdita di identità che aveva subito la cittadinanza.
Altrettanto paradossalmente siamo legati a questo teatro falsissimo credo perché è l’ultima cosa fatta a Venezia pensando a noi cittadini. Sono passati quasi 20 anni dalla decisione di Cacciari. Ora tutto si fa per i turisti, o meglio per le forze economiche che stanno o hanno già trasformato la città a velocità supersonica in nome dello sviluppo e del turismo.
La riflessione sul corpo vivo della città, sui cittadini, sulle loro esigenze che possono non collimare con le visioni dei grandi architetti, può aiutare noi superstiti abitanti a ritrovare un senso, una dignità e una forza unitaria nell’agire e nel difendere ciò che Settis chiama «il diritto alla città». «ogni città - scrive - è viva traduzione della propria storia, ma anche volto e traduzione in pietra del popolo che la abita». «Convivono ..., nella nostra esperienza, una città di mura e una città di uomini e nella città degli uomini c’è un’anima, quella della loro comunità: una città invisibile», ma non per questo meno forte e importante.
La città invisibile, la comunità, saldamente tessuta dai fili invisibili della sue storie e della storie dei suoi cittadini, però, sta morendo.
Quante volte abbiamo sentito dire dei palazzi cittadini: ‘eh, è stato trasformato in albergo, ma piuttosto che cadesse a pezzi’ ... Cosa opporre a chi argomenta così? Ca’ Corner della Regina oggi è perfettamente restaurata. Ma non è più della città.
Se abbandoniamo al mercato un palazzo che è parte della nostra storia, come ha detto Montanari in occasione di altre privatizzazioni, «l’avremo perduto anche se sarà perfettamente conservato».
Per Ca’ Corner Italia Nostra ha fatto ricorso al Tar, ma i veneziani non si sono mobilitati. Non si sono resi conto che il cerchio si stava stringendo attorno a loro.
E ora ecco il ‘salto di qualità’ che ci si poteva aspettare: si mettono in vendita non solo edifici provvidenzialmente già vuotati, ma anche edifici vissuti, pieni: di storia, di funzioni, di valori per la cittadinanza, di futuro.
Su l’Espresso Turano commentava desolato che le tre sedi storiche erano state ritenute «inutilmente belle»; cioè sprecate per gli studenti. Il futuro dei quali (che è il nostro) non interessa, è qui e l’oggi che conta. E i saldi di fine anno del Commissario-liquidatore lo confermano.
Il 25 novembre il Commissario ha deciso di alienare entro l’anno una delle Ville Heriot, alla Giudecca, sede dell’università dell’Arte. Anche in questo caso il giardino è utilizzato dai bambini della scuola vicina. E ora è la volta delle Procuratie di Piazza San Marco.
E nel cittadino monta il convincimento che ci sia un disegno predefinito: la bellezza che in fin dei conti è solo un accidente, un esito del nostro modo di vivere, della nostra civiltà, ha ora un prezzo e i veneziani non possono pagarlo. Meglio dunque delocalizzarli in terraferma, affinché tanta ricchezza-bellezza possa esser messa nelle mani di chi la sa far fruttare.
Incalza Settis: «La monocultura del turismo ... esilia i nativi e lega la sopravvivenza di chi resta e della città stessa quasi solo alla volontà di servire». «Ai cittadini di Venezia è lasciato un ruolo residuale e gregario: agognare qualche beneficio economico purché accettino il suicidio della loro città». Quel patrimonio invece ci spetta di diritto, come abbiamo il «diritto ... all’integrità della Laguna che in millenaria simbiosi ne accompagna la storia e la vita». E, mi preme sottolineare, Settis scrive “Laguna” con l’iniziale maiuscola, per darle forza di idronimo.
Chi vuole scavare il Contorta, un nuovo canale portuale in Laguna centrale, ben sapendo - perché fior di studi lo provano - che sarebbe esiziale per la Laguna, ha definito Venezia un quartiere.
E Settis scrive: «L’ipotesi di fare di Venezia un quartiere fra i tanti di una qualche Veneto City la svilisce a residuo fossile di una dimensione tramontata del vivere sociale».
Si chiama waterfront, ora, la gronda lagunare, e il nome nella sua sfolgorante modernità ammicca e prelude all’arrivo di nuove modernità e sviluppi; nuove edificazioni, banchinamenti, poli intermodali, e porti, autostrade, svincoli scavati nel corpo vivo della Laguna.
La Laguna continua a venir considerata come terra di nessuno, da piegare agli interessi dei potenti di turno, il porto e l’aeroporto, che da concessionari dello Stato e nel vuoto della politica sono diventati di fatto soggetti politici propositivi. Un potere enorme, che lo Stato non contiene.
Né, lo Stato, si fa promotore di studi per risolvere il problema delle grandi navi (che come suggerisce Giorgio Conti è meglio definire navi grandi). In questa vicenda in cui deliberatamente si cancella la Laguna, un gruppo di tecnici volonterosi ha supplito - come dice Maria Rosa Vittadini - a una funzione pubblica, studiando e presentando, giorni fa, un progetto di avamporto galleggiante, removibile, che per il suo impatto contenuto è da considerare il male minore, se si vuole conservare il crocerismo a Venezia (cosa peraltro opinabile).
E ancora, nella totale assenza della politica a Ve si vogliono far passare velocemente progetti che ipotecheranno il futuro della città. Parlo anche dell’Arsenale: le scelte che si faranno su quello straordinario spazio saranno l’ultima occasione per invertire la rotta.
Dice Settis: «Contribuendo al processo ... di smantellamento dello Stato, le stesse istituzioni che dovrebbero presidiarlo lo tradiscono impunemente, si trasformano da custodi del pubblico bene in alfieri degli interessi privati». Se le istituzioni, lo Stato, i commissari sono contro la città, tocca a noi.
Cito le conclusioni di Settis: «Ai veneziani, ma anche ai cittadini del mondo che hanno a cuore Venezia, spetta un compito vitale e una grave responsabilità: mostrare e dimostrare che la diversità e la bellezza non sono una pesante eredità del passato, ma uno straordinario dono per vivere il presente e una straordinaria dote per costruire e garantire il futuro ... perché se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia».
In un’intervista apparsa sulla stampa locale il 7 dicembre, Renata Codello, Soprintendente per i Beni Architettonici, ha ribadito il suo convincimento ... >>>
Più che il contenuto di tali dichiarazioni, che poco aggiunge ad altre sue precedenti, sorprende il silenzio della Soprintendente a proposito della decisione - resa nota due giorni prima, il 5 dicembre- assunta dal commissario prefettizio Vittorio Zappalorto di «cedere» le Procuratie Vecchie, che pure fanno parte della piazza, alle Assicurazioni Generali. Tale decisione è l’ultimo tassello di una lunga contrattazione avviata dalle precedenti amministrazioni comunali con i proprietari del complesso architettonico, su una parte del quale “grava” il vincolo di uso pubblico.
L’idea dell’ex sindaco Orsoni era di togliere il vincolo di destinazione d’uso al compendio, fatta eccezione per circa 3000 metri quadri con affaccio sulla piazza, che sarebbero dovuti rimanere per trent’anni nella disponibilità del comune, se le Generali avessero versato qualche milione di euro. A suo tempo, l’offerta venne giudicata non abbastanza vantaggiosa dalle Generali che, ben coscienti che «questa proprietà è una cosa unica al mondo…. ha un valore inestimabile», hanno saggiamente aspettato le svendite al ribasso del commissario.
Ora, infatti, il comune rinuncerà ad ogni contenzioso e siglerà un accordo bonario che riduce da 3000 a 800 metri quadrati la parte da destinare ad usi pubblici. «In cambio, ha detto il commissario, la compagnia verserà alcuni (?) milioni per la valorizzazione immobiliare nel frattempo avvenuta dell’area delle Procuratie». Più che soddisfatti sono anche gli amministratori delle Generali, che hanno dichiarato: «al momento non è stata ancora individuata la destinazione, ma sarà compatibile e in perfetta sintonia con la città di Venezia e con la monumentalità del posto… detto questo, gli spazi sono nostri». Bontà loro, che non hanno (non ancora) accatastato la piazza a proprio nome.
Se la contemporaneità delle dichiarazioni del commissario e quelle della soprintendente è ovviamente casuale, induce però a porsi almeno due domande. La prima è se il processo di valorizzazione immobiliare di cui parla Zappalorto non coincida con la riqualificazione esaltata dalla sopraintendente, ed in vista di quali utilizzatori finali siano state restaurate le pietre della piazza. E’ una domanda retorica, dal momento che è dimostrato che il degrado viene tollerato, se non promosso (almeno a partire dal concerto dei Pink Floyds) dalle pubbliche amministrazioni finche lo spazio è pubblico, ma diventa intollerabile quando riduce le amenità ambientali incorporate dai privati investitori.
La seconda questione è se la ripulitura della piazza, in senso fisico e umano – è di oggi la notizia di un “presidio fisso interforze per blindare San Marco” - sia un elemento non secondario del processo in corso di feudalizzazione della società, e quindi degli spazi urbani ai quali i cittadini hanno diritto di accedere o tramite un pagamento o grazie alla concessione di un signore.
Se è così, aspettiamoci, magari con il prossimo patto di stabilità, la recinzione dello square e la consegna delle chiavi ai proprietari che vi si affacciano e che vi possono atterrare con le loro mongolfiere.
Ora basta. Una lettera aperta per cercar di capire se Venezia è ancora una città: se oltre all'Urbs c'è anche una Civitas (e può esserci anche una Polis).
Vi state accorgendo di ciò che stanno facendo anche alla nostra città? Stanno divorando tutto, nella città e nella sua Laguna. I monumenti e le barene, gli spazi pubblici e i palazzi, la cultura e la salute, i campi e le isole. Da Poveglia a villa Hériot, dall’Arsenale alle Procuratie nove, da Ca’ Soranzo agli alberi del Lido….
Nessuno reagisce, nessuno scende in piazza per contrastare qualcosa che non è una serie di iniziative estemporanee da criticare su punti marginali, ma un disegno di saccheggio della città quale non s’era mai visto nei secoli.
Abbiamo almeno tentato di raccogliere un dossier, o almeno un elenco sommario, del patrimonio che è stato affidato alle generazioni cui apparteniamo? La nostra città è davvero diventata un maiale da vendere a pezzi al miglior offerente in omaggio al “patto di stabilità? E per di più, negli ultimi mesi, da parte un funzionario non eletto da nessun cittadino.
Venezia, 5 dicembre 2014
Ulteriore porzione dell'incomparabile bene comune di Venezia e Laguna sacrificato a Mercato e Patto di stabilità. Un funzionario non eletto può svendere a pezzi una città senza andare in galera? Ci sono cittadini capaci di sollevarsi, o Venezia non è più una città? La NuovaVenezia, 5 dicembre 2014
Anche l’uso pubblico delle Procuratie Nuove - di proprietà delle Assicurazioni Generali, ma in questi anni sedi delle uffici giudiziari - sacrificate sull’altare del rispetto del Patto di Stabilità, che il Comune sta disperatamente inseguendo.
«Stiamo chiudendo un accordo bonario con le Generali - anticipa infatti il commissario straordinario Vittorio Zappalorto - rinunciando al contenzioso che abbiamo in atto proprio sull’uso pubblico delle Procuratie, che la compagnia assicuratrice invece contesta. Manterremo solo circa 800 metri quadri a uso pubblico e lasceremo invece oltre 3 mila metri quadri a disposizione delle Generali. In cambio la compagnia ci verserà alcun milioni di euro per la valorizzazione nel frattempo avvenuta dell’area immobiliare delle Procuratie».
Un ottimo affare, evidentemente, per le Generali, che non avranno più l’opposizione del Comune sull’uso dei prestigiosi spazi, dove in passato avevano anche elaborato un progetto per la realizzazioni di appartamenti di lusso, subito fermato e una “mancia” per il Comune nel tentativo di far quadrare i conti e recuperare entro fine anno i 60 milioni di sforamento tendenziale del Patto certificati anche dalla Corte dei Conti. Ma Zappalorto non applicherà - intanto, come chiedevano i Revisori a scopo preventivo, ritenendo ormai probabile lo sforamento del Patto - fin da novembre ai dipendenti comunali le penalizzazioni previste dallo sforamento del Patto del 2014.
«Le penalizzazioni le applicheremo solo quando il Patto sarà effettivamente sforato - ha dichiarato ieri Zappalorto - e stiamo appunto lavorando per evitarlo. Penso che entro Natale riusciremo a concludere la vendita alla Cassa Depositi e Prestiti di Palazzo Diedo e Palazzo Gradenigo, per una trentina di milioni di euro, superando le varie pastoie burocratiche. Abbiamo già incassato inoltre 10 milioni di euro di fondi pregressi di Legge Speciale dallo Stato. Un’altra decina milioni di euro dovrebbero arrivare appunto dall’accordo con le Generali per la valorizzazione e la rinuncia all’uso pubblico delle Procuratie Vecchie e da altri diritti di superficie similari».
Forti dubbi invece nutre il commissario sulla possibilità di avere dalla Regione gli 8 milioni di euro di fondi di Legge Speciale che pure Palazzo Balbi dovrebbe a Ca’ Farsetti e questo renderebbe da possibile a pressoché certa la vendita di Villa Hèriot, fortemente contestata.
Il volontariato salva beni comuni per la collettività, evitando rischi di degrado e privatizzazioni. Ma non ci riesce quando come a Poveglia i privati prevalgono grazie al potere pubblico. La Nuova Venezia 18 novembre 2014
Riferimenti
Per l'isola di Poveglia vedi su eddyburg l'articolo Poveglia in bilico. L'isola raffigurata nell'icona è il Lazzaretto Novo.