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La Superstrada Pedemontana Veneta (SPV) è un'arteria viaria a pagamento che si snoderà tra Montecchio Arzignano (VI) e Spresiano (TV) toccando 37 comuni. E' lunga circa 95 Km, a cui si aggiungono altri 53 km di viabilità connessa, conta due gallerie naturali e 33 artificiali, 16 caselli e costerà circa 2.258 milioni.
E' una tipica inutile grande opera italiana: in cantiere da moltissimi anni (era il 1990 quando la SPV fu inserita del piano regionale dei trasporti della regione Veneto); scandita da infinite varianti, ricorsi, scandali e migliaia di denunce ed esposti di comuni e comunità contrarie all sua realizzazione in quanto inutile e dannosa; sempre costosissima, con prevalenti costi e rischi a carico degli enti statali; strumentale agli interessi privati a danno dello Stato e della popolazione; caratterizzata da mancato rispetto delle regole italiane ed europee in materia di appalti e finanziamenti sottraendosi all'ordine democratico; inadeguata da un punto vista tecnico con molte incognite riguardanti il futuro funzionamento; devastante da un punto di vista ambientale a partire dall'alto consumo di suolo (la regione Veneto è risultata la regione a più alto incremento di consumo di suolo); basata su con presupposti di utilità falsi e bilancio tra costi e benefici negativo (i.b)

Lettera indirizzata a

Ministero delle infrastrutture e dei trasporti

Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV):
OBIETTIVI PRIORITARI

Chiediamo alle istituzioni, e in particolare ai Ministri dei Trasporti e dell’Ambiente, di intervenire tempestivamente sulle procedure di competenza connesse alla SPV, per ripristinare la correttezza e la legalità, ad avviso di molti cittadini e associazioni ripetutamente violate su aspetti strutturali del progetto SPV, onde evitare complicazioni ancora più gravose e ingovernabili in un prossimo futuro.

Interventi Prioritari

1) Venga resa pubblica al più presto l’ANALISI COSTI BENEFICI (ACB) promessa dal ministro Toninelli, indispensabile per motivare la Pubblica Utilità o meno dell’opera, e permettere rapide decisioni consequenziali.
Seguendo la letteratura scientifica di settore, il saldo non può che risultare fortemente negativo: vengono spesi più di 13 miliardi di soldi pubblici (senza considerare le opere complementari) per un’infrastruttura che, se tutto va bene, farà risparmiare qualche manciata di minuti (unico o principale beneficio), e sarà scarsamente utilizzata (cfr. studio sui flussi di traffico commissionato da BEI e CDP). Includendo anche i notevoli costi ambientali (come obbligatoriamente previsto anche dagli Orientamenti europei in tema di ACB), la voce “costi” viene ulteriormente gravata, con un bilancio complessivo in fortissima perdita.

2) Verificare con urgenza il rispetto delle numerose Prescrizioni previste, conditio sine qua non per il proseguimento dei lavori.
Il progetto preliminare SPV è stato accolto dalla Commissione VIA e approvato dal CIPE nel 2006, a fronte di numerose Prescrizioni inderogabili, a carattere ambientale e non solo.

3) Verificare “le autorizzazioni e gli adempimenti previsti dalla normativa vigente, anche in sede europea” (v. Parere di Compatibilità Ambientale della Commissione VIA, febbraio 2006).

4) Sottoporre a VIA completa (con partecipazione popolare) il progetto definitivo, il quale doveva includere le Prescrizioni di cui al punto 2, così come previsto dalla Delibera del CIPE sul progetto preliminare (marzo 2006).

5) Verificare la corretta realizzazione dell’opera e i previsti monitoraggi ambientali, considerando che la relativa documentazione – incredibilmente - non è stata nemmeno trasmessa al Ministero dell’Ambiente (come denuncia la Corte dei Conti, Delibera di marzo 2018).

6) Ripristinare integralmente i Siti di Rete Natura 2000 devastati dai cantieri, con particolare riferimento al SIC Le Poscole, area di risorgiva in cui le normative comunitarie risultano violate in modo abnorme e plateale.

7) Operare per annullare il terzo Atto Convenzionale, che premia il capitale privato ma danneggia in modo clamoroso l’interesse pubblico (come denunciato anche dalla Corte dei Conti), lasciando profilare un ingente danno erariale.

Altri interventi richiesti

8) Garantire la partecipazione popolare alle procedure, a partire da quelle relative alla VIA e alla VINCA, secondo quanto previsto in generale dalla Convenzione di Aarhus (formalmente accolta dall’Italia, ma di fatto rigettata nel corso dell’iter della SPV).

9) Rivedere le deleghe alla Regione, e quindi all’Autorità Regionale per Rete Natura 2000, in tema di siti protetti dalla normativa comunitaria, considerando gli abusi e le manomissioni cui sono stati sottoposti alcuni di tali siti, nel silenzio delle istituzioni preposte.

10) Annullare la legislazione sui Project Bond, considerando che essa favorisce il capitale privato e gli investitori stranieri, danneggiando l’interesse pubblico.

11) Aprire un’indagine sulle irregolarità commesse e sulle responsabilità dei decisori coinvolti nelle procedure, considerato il configurarsi di ripetute anomalie con dinamiche che richiamano quanto avvenuto a proposito del Mose.

In attesa della obbligatoria messa a norma delle procedure relative alla SPV, indicate nei punti sopra citati (a partire da quelli indicati come prioritari), e considerando lo stato di incertezza e di grave irregolarità in cui versa il progetto SPV, si chiede l’immediata sospensione dei cantieri, onde evitare la prosecuzione dei lavori in un contesto altamente problematico, al fine di salvaguardare l’effettivo interesse pubblico, e di evitare l’irreversibilità di eventuali danni allo stesso.

Veneto, 5 luglio 2018

Riferimenti
Due articoli di storiAmestre che ripercorrono le vicessitudine dell'opera: “Paroni a casa nostra”. Costi e oneri della superstrada pedemontana e Quel pasticciaccio brutto. Una lettera sulla Superstrada Pedemontana Veneta. Sui danni arrecati dal project finanzing si legga: Pedemontana, per lo Stato una bomba da 20 miliardi; sull'introduzione del pedaggio per far fronte ai costi dell'opera: Pedemontana Veneta, una nuova tassa per coprire il fallimento del project financing. A proposito delle previsioni sbagliate sui flussi si legga l'articolo di Carlo Giacomini, dove si possono trovare altri riferimenti. Infine un articolo relativo alle tonnellate di immondizia portati alla luce dalla costruzione della superstrada: Pedemontana Veneta, la superstrada costruita sui rifiuti: “Bloccate i lavori e bonificate”.

la Nuova Venezia, 6 aprile 2018. Il racconto altisonante di come un'archistar trasforma un territorio in un immaginario fatto di lusso, bon ton e tanta ricchezza. Nei dettagli l'amara verità. La ex colonia trasformata in un enclave ad uso esclusivo dei ricchi. (m.p.r.)

STELLA DEL MAR

MAXI RESIDENCE A JESOLO
PROGETTO DA 75 MILIONI

Jesolo. Un progetto da 75 milioni di euro, nasce allido "The Summer Houses - Design District", residence con 99 appartamenti e albergo in via Levantina, fronte mare. Le costruzioni ad uso turistico non si fermano e Jesolo prosegue nella sua lenta opera di rinnovamento con la costruzione di un complesso che diventerà uno dei più grandi sul litorale. Ancora una ricettività destinata a un target molto alto, che ormai ha preso il sopravvento nella Jesolo del futuro. I turisti con disponibilità economiche che scelgono la località per la sua posizione strategica, la spiaggia, l'intrattenimento ad ampio raggio, la vicinanza a Venezia.

Con queste premesse, gli investimenti non mancano perché chi ha soldi da spendere non ci pensa troppo quando si tratta di soggiornare in strutture di altissimi livello o di acquistare ville e appartamenti lussuosi. La Massimo Frontoni Avvocati, con un team formato dal fondatore Massimo Frontoni e da Andrea Mattioli, ha ricevuto l'incarico di assistere la società Ponente Italia srl e Stella del Mar srl, con gli sponsor Kronberg International - Berlin e RIV Group Sas - Jesolo. Seguirà tutta la parte contrattualistica che è alla base della realizzazione del complesso urbanistico "The Summer Houses - Design District". Contratti di direzione lavori, contratti con gli appaltatori e tutto quanto attiene al progetto. Sorgerà sulle aree di proprietà di Stella del Mar Srl, in corrispondenza del numero civico 241 di via Levantina, poco distante dal complesso Jesolo Lido Village.
La ex colonia è stata rasa al suolo, aprendo questa ulteriori finestra sul mare tra la zona dell'ospedale e piazza Milano che sta diventando davvero il tratto di litorale più prestigioso dopo gli anni delle piazze e dei grattacieli che hanno deluso le aspettative del mercato turistico e immobiliare.La concessione edilizia è stata rilasciata il 16 marzo 2018 dal Comune. Il totale degli investimenti previsti è di 50 milioni di euro per la parte residenziale e altri 25 milioni per l'albergo che completerà il quadro delle strutture ricettive "stellate" al lido. Progetto dell'archistar Richard Meier di New York che a Jesolo ha già sperimentato il suo genio allo Jesolo Lido Village. Novantanove saranno le unità residenziali oltre a una struttura ricettiva residence e hotel cinque stelle con garage interrato. Il lotto è una delle ultime aree edificabili sul fronte mare in questa location di lusso e si estende su una superficie di complessivi 11.500 mq con forma rettangolare di circa 100m x 110m.
Ecco un famoso scempio di Richard Meier
nel delicato centro storico di Ulm

Una zona tranquilla e un po' fuori dalle rotte del turismo degli eccessi, spostatosi ormai verso il cuore del lido. Da piazza Milano verso il lido est Kronberg International e RIV Group saranno gli sponsor di riferimento. Massimo Frontoni Avvocati è uno studio specializzato nel settore edilizio e immobiliare, delle grandi infrastrutture e dei servizi di pubblica utilità. Ha fornito la consulenza legale. Il gruppo Kronberg è conosciuto a livello europeo, in particolare nel mercato tedesco, austriaco e italiano, nel settore immobiliare da oltre 25 anni. RIV Group è invece uno dei leader del mercato Jesolano con 20 anni di esperienza che ha realizzato 1.000 appartamenti. Due partner importanti per una delle operazioni immobiliari di maggior peso al lido, destinata a far parlare anche perché si inserisce in un tratto di litorale contraddistinto da molteplici strutture ricettive di altissimo livello per una clientela selezionata proveniente da tutta Europa

PISCINE, SAUNE E DISCREZIONE

COSÌ IL LIDO HA CAMBIATO VOLTO
«Questa nuova opera va a occupare la zona compresa tra l'ospedale e piazza Milano
Un quadrilatero d'oro sempre fronte mare per una clientela che non bada a spese»


JESOLO. In principio è stato lo "Jesolo Lido Village". L'architetto newyorkese Richard Meier era uno degli archistar di fama internazionale che mai ci si sarebbe aspettato di vedere al lido per nuovi disegnare nuovi progetti, concepire spazi e forme avveniristiche per il turismo internazionale.Nei primi anni del 2000 quel suo progetto sembrava atterrare direttamente da Miami, bianco candido, sottili ringhiere a vista. E fu subito un modello da imitare. Gli investimenti arrivavano dall'Alto Adige e facevano capo alla ricca e dinamica famiglia Reichegger, così come i primi ospiti di una lunga schiera disposta a spendere per questi villaggi avulsi dalla normale realtà jesolana.

L'architetto di fama mondiale Richard Meier aveva presentato davvero un'offerta residenziale che non aveva precedenti nel litorale veneziano. Lui stesso disse a proposito del progetto: «Sto creando un nuovo concetto di spazio, dove trascorrere le vacanze e il tempo libero, utilizzando come unità di misura le dimensioni umane». Sono sorti così tre elementi integrati tra loro, The Pool Houses, The Beach Houses e The Hotel & Spa. Tutto bianco per catturare la luce naturale e lussuosi appartamenti per vacanze andati a ruba quasi subito, chiusi nella loro impenetrabile area che quasi non pare avere rapporti con l'altra Jesolo.
Qui si vedono famiglie numerose dai tratti "kennedyani" con patriarchi carismatici, eleganti figli devoti ed emancipati, nuore bellissime, nipotini educati e ben vestiti. Quelle famiglie che discendono dai monti o arrivano dalle plaghe europee in cerca dello sbocco sul mare di Venezia.Era solo l'inizio di un lungo cammino dorato. Di lì a pochi anni è arrivato il primo hotel a cinque stelle di Jesolo, il gigantesco hotel Almar, tutto jesolano nella proprietà che fa riferimento alla famiglia Boccato, oggi riferimento per l'alta cucina e gli eventi internazionali, seguito a breve distanza, di metri e anni, da un altro grande hotel della catena altoatesina Falkensteiner, anche questo molto richiesto da una clientela europee dal palato fine e il contante sempre disponibile. Hanno offerto aperture destagionalizzate, saune e centri Spa.Il polo del lusso tra la zona ospedale e piazza Milano si completa ora lungo via Levantina con questa nuova opera di Meier che stupirà ancora lasciando il segno della sua mano nuovamente al lido.
la Nuova Venezia, Corriere del Veneto, 13-15 marzo. Per salvare 5 aziende, e all'insegna di “consumo zero di territorio” si dà il via allo scempio: la cava in galleria nel Parco dei Colli Eugani. (m.p.r.)

la Nuova Venezia, 15 marzo 2018
CAVE, SI' ALLA LEGGE

«ORA SI VOLTA PAGINA»
di Albino Salmaso

«Nuove norme approvate: via libera ai tunnel per estrarre la trachite nel Colli Euganei ma stop a nuove concessioni»

Venezia. Piano cave, tutti d'accordo: dopo 36 anni di anarchia si gira pagina. La frase porta la firma di Maurizio Conte e Maurizio Calzavara, che hanno dato l'imprinting alla legge, approvata con 31 sì e 14 no (Pd e M5S e Cristina Guarda di Amp). La filosofia è il "consumo zero" del territorio, con lo stop a nuove concessioni e il test verità ci sarà la prossima settimana con il Prac. La legge Fracanzani varata nel 1971 per la tutela dei Colli Euganei finisce in soffitta e si apre la stagione delle "gallerie di trachite" per salvare cinque aziende tra Vo, Zovon, Montemerlo e Cervarese Santa Croce: quelle pietre formatesi 35 milioni d'anni fa, nell'era dell'Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici.
Senza "masegne" di trachite, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c'è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell'ambiente. E su questo tema il confronto si è fatto molto serrato, con il Pd e il M5S che hanno dato battaglia, con un insolito battibecco tra Andrea Zanoni e Silvia Rizzotto. «I comuni sono stati spogliati di ogni potere e si lascia assoluta libertà agli imprenditori nell'apertura di cave» ha detto il consigliere Pd durante la presentazione di uno dei suoi sessanta emendamenti, tutti bocciati. Immediata la replica della capogruppo della Lista Zaia: «Ma consigliere Zanoni, lei ha letto bene la legge? Ha capito o no che abbiamo impedito l'apertura di nuove cave? Zero concessioni. Ripeto: si congela la situazione attuale» ha urlato la capogruppo Silvia Rizzotto per dare il buongiorno all'aula, verso le 11.40 di ieri.
Lo scoglio più duro, l'articolo 32, ha occupato tre ore di dibattito, con il Pd e il M5S contrari al «colpo di mano maturato in commissione e mai discusso». È sempre Andrea Zanoni che va all'attacco, sostenuto da Graziano Azzalin e Claudio Sinigaglia: «L'articolo 32 arriva fuori sacco in commissione e si configura in aperta contraddizione con la legge istitutiva del parco dei Colli Euganei perché cancella il vincolo ambientale naturalistico per anteporre gli interessi di poche aziende». Luciano Calzavara, l'ex sindaco di Jesolo e relatore del provvedimento, non si perde d'animo: «È stato il comune di Vo a chiedere la sperimentazione delle cave-tunnel di trachite, si parte con una concessione di cinque anni nel rispetto di due esigenze: tutelare l'ambiente e bloccare lo sfregio dei Colli Euganei e al tempo stesso garantire la fornitura di questo pregiato materiale ai sindaci che vogliono rendere più belle le nostre città».
Alle 13 si passa alle dichiarazioni di voto. Parla Manuel Brusco del M5S: «La svolta è troppo timida, ci vuole più coraggio nelle sanzioni contro chi sgarra. Le Province sono tagliate fuori. Voteremo contro», dice l'alfiere delle battaglie contro i Pfas. Parla Massimo Giorgetti, (FI), che bacchetta Zanoni perché il governo Gentiloni ha impugnato alla Corte costituzionale la norma con cui il Veneto blocca le nuove cave: Roma sostiene che abbiamo violato la direttiva Bolkestein sulle liberalizzazioni e voi ci fate la predica. State zitti che vi conviene.
Ci sono delle norme rivoluzionarie: nelle aree ricomposte delle cave si potranno coltivare i noccioli per la Nutella o la marijuana per attività terapeutica senza sprecare territorio. Mi piacerebbe un voto unitario». Richiesta respinta. Pd e M5s non abboccano alla "cava alla marijuana": dopo il ko alle elezioni, per rianimare i Dem ci vorrebbe un doping stile Armstrong, mentre i grillini sono già gasati dal trionfo e non cedono alle tentazioni. Parla anche Sergio Berlato, che la butta in politica e punzecchia Azzalin del Pd. «Mi prendete in giro, ma se avessi voluto andare a Roma mi sarei candidato in un collegio uninominale blindato. Non sono uno stolto né un dilettante allo sbaraglio. Ho assolto al mio compito e la lista Fratelli d'Italia della Meloni è passata da 0 a 5 parlamentari. Il nostro successo è strepitoso, mentre il Pd piange ancora per la tremenda sconfitta. Non sono io a bloccare il riordino dei parchi naturali in Veneto». Poi si vota e finisce 31 a 14. E il presidente Roberto Ciambetti commenta: «Sono soddisfatto, è una riforma tra le più rilevanti di questa legislatura».
Corriere del Veneto, 13 marzo
CAVE, SCOPPIA IL CASO COLLI EUGANEI

LA REGIONE VUOLE SCAVARE NEL PARCO
di Angela Tisbe Ciociola
Padoova. Per secoli ha costituito una fonte di ricchezza per tutto il territorio della Serenissima, che l’ha usata come base per i nobili edifici che si affacciavano sulla laguna. Poi, negli ultimi decenni, la trachite, pietra estratta dai fianchi dei Colli Euganei, è piombata al centro delle polemiche: le sue cave, che hanno scavato le colline padovane tra Cervarese Santa Croce, Vo’ e Galzignano, oggi territorio protetto da un parco regionale (anche se commissariato e al centro di molti cambiamenti), da macchina da soldi erano diventate un attentato alla bellezza dell’area, e per questo motivo nel 1971 venne approvata una legge per impedire l’estrazione della trachite.

La proposta di legge regionale


Ecco perché la proposta di legge regionale che approderà martedì in Consiglio regionale a Venezia ha tutti i presupposti per suscitare un vero vespaio. La Commissione ambiente, infatti, ha inserito un emendamento, l’articolo 32, che regola le «disposizioni in materia di coltivazioni di trachite nel Parco dei Colli euganei». Stando al testo che martedì potrebbe essere approvato dall’assemblea di palazzo Ferro Fini, «al fine di incentivare l’impiego di metodi di coltivazione (cioè estrazione, ndr) innovativi rispetto a quelli tradizionali, funzionali alla diminuzione del consumo del territorio, delle alterazioni del paesaggio e degli impatti ambientali negativi, possono essere autorizzate, anche a titolo di sperimentazione operativa, attività di cava per l’estrazione di trachite, in deroga alle limitazioni contenute nel Piano ambientale e nel Progetto tematico cave».
Ma cosa significa tutto questo? «È una bella domanda - commenta il consigliere del Pd Claudio Sinigaglia -. In pratica viene data nuovamente l’autorizzazione a scavare in un parco naturalistico senza che venga specificato quanto si potrà scavare, quanto a lungo o quanto a fondo. È vero, parlano di metodi innovativi, quindi non ci saranno più le cave a cielo aperto come ci sono state fino ad ora: le aziende promettono che scaveranno solo gallerie in profondità, quindi tutto rimarrà nascosto alla vista e che tutto è soggetto all’approvazione di Comuni ed Ente parco. Ma tutto il materiale ricavato dovrà essere trasportato lontano. Questo significa che ci sarà un via vai di camion, con tutte le conseguenze su viabilità e inquinamento. E il rumore?».

Lo scontro politico

E se, interpellati, l’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin e il presidente di Commissione Francesco Calzavara non hanno risposto, la minoranza promette battaglia. Anche perché il discorso è più ampio. «Tutto è partito da un contenzioso tra Regione e aziende che volevano un piano cave che, in Veneto, manca da 36 anni - chiarisce il consigliere dem Andrea Zanoni -. Due sentenze, una del 2014 e una del 2016, avevano stabilito la realizzazione di un Prac, un Piano regionale per le attività di cava, entro il marzo del 2018. I tempi ormai sono stretti. Quindi l’approvazione della legge è indispensabile per l’approvazione del Prac che dovrebbe arrivare in Consiglio la prossima settimana».

A dare il là all’emendamento, continua a spiegare Zanoni, è stata una proposta avanzata da Confindustria nell’agosto del 2017. «Sono state le aziende a chiedere nuovi scavi, esattamente con le stesse parole poi inserite nell’emendamento». Se lo scorso anno, quindi, Regione e associazioni ambientaliste si erano scontrate sulla modifica dei confini del Parco dei Colli Euganei, pensata per permettere la caccia ai cinghiali, con il progetto di legge di Sergio Berlato, il capogruppo di Fratelli d’Italia-An e patrono delle associazioni venatorie, favorevole a «riclassificare» il parco riducendo della metà la fascia di protezione (con la grande maggioranza dei Comuni che si è detta contraria), la questione delle cave si preannuncia altrettanto sensibile e promette di creare diversi problemi. Non c’è pace, quindi, per i Colli Euganei.

la Nuova Venezia, 23 novembre 2017. «Lo studio dell'Ispra presentato all'università Iuav: “Il Veneto risulta una delle regioni con maggiore consumo di suolo.(m.p.r.) riferimenti in calce

«La Regione non può più fare finta di nulla». È questo quanto emerso ieri alla presentazione del Report sul consumo del suolo 2017, presentato all'Università Iuav e disponibile sul sito dell'Ispra. Dai dati emersi, nel 2016 si è consumato tre volte più suolo nel Comune di Venezia (45,1%) di quanto invece sia avvenuto in provincia (17%). Il suolo viene cementificato a scapito dei terreni agricoli: si aumenta così il rischio di alluvioni o allagamenti, causati dalla riduzione della ritenzione idrica del terreno. Tra i numeri che vengono snocciolati città per città, colpisce quello del Comune di Venezia che, da novembre 2015 a luglio 2016, ha consumato ben 71 chilometri quadrati di suolo. In pratica il 45,1% del suolo è stato edificato, ma se si pensa che una buona parte del territorio comprende la città storica, il dato deve fare riflettere perché riguarda la terraferma.

Oltre 300 Comuni in Italia presentano un consumo di suolo inferiore al 15%; 23 invece hanno una percentuale di suolo consumato superiore al 30%. Padova è al primo posto (49,2%), seguono Venezia (45,1%), Treviso (39,7%) e Vicenza (31,8%). Per capire il rapporto con le altre città: i maggiori valori di superficie consumata si riscontrano a Roma (31.564 ettari), con una crescita di ulteriori 54 ettari nei primi sei mesi del 2016 (+0,17% rispetto al 2015) e in molti comuni capoluoghi di provincia: Milano (10.424 ettari), Torino (8.548), Napoli (7.408), Venezia (7.126, 47 ettari cioè +0,8% rispetto al 2015), Ravenna (7.088).

«Il Veneto risulta una delle regioni con maggiore consumo di suolo» spiega la docente di Pianificazione del Territorio Anna Marson «Una quantità solo in parte attribuibile all'autostrada Pedemontana in corso di costruzione perché, ad esempio, la provincia che registra i valori più elevati è Padova. Questo consumo ci toglie sempre di più terreni agricoli, proprio quelli di maggiore qualità». Dal 2012 al 2016 sono stati consumati nel Veneto circa 1.950 ettari, pari all'1,1% del territorio regionale.

Nell'ultimo periodo analizzato (da novembre 2015 a luglio 2016) il suolo consumato è stato pari a 557 ettari. Sempre in questo periodo, tra le province venete, Venezia ha consumato 36 mila ettari di sola pianura, mentre nelle altre città la pianura è stata solo in parte toccata. In pratica in provincia si è edificato per il 14,79%, meno che a livello comunale. Al 2016 la provincia di Treviso registra una percentuale di suolo consumato del 16,83%, Venezia del 17%, Vicenza del 13,13% e Padova del 19%, per rispettivamente 471 mq/abitante di suolo pro capite consumato nel caso della provincia di Treviso, 421 mq/abitante di Venezia, 412 mq/abitante di Vicenza ed infine 435 mq/abitante nel caso di Padova. Valori stabili rispetto al 2015 nel caso di Padova, in leggero aumento nel caso di Treviso e Vicenza, maggiori nel caso di Venezia.

riferimenti

eddyburg è stato promotore di iniziative e leggi per fermare il consumo di suolo. Al tema è dedicato un'intera sezione, che si può percorrere agevolmente attraverso la visita guidata Consumare stanca.
Sul finto stop al consumo di suolo della nuova legge regionale del Veneto si veda di Monica Zicchiero Stop al consumo del suolo, c’è la legge «Voto storico». «No, troppe deroghe» e di Chiara Mazzoleni Consumo di suolo e dissesto territoriale. Istruzioni per come attuarli.

la Nuova Venezia, 3-4 novembre 2017. Sindaco, categorie, Città metropolitana e Regione tutti d'accordo per il nuovo mega progetto dell'archistar Zaha Hadid che porterà in Veneto un nuovo centro commerciale, altre strade e tanti turisti. Ma è di questo che si ha bisogno in una regione che ha un folle consumo di suolo e turisti da record? (m.p.r.)

la Nuova Venezia, 3 novembre 2017
JESOLO MAGICA
MEGA CENTRO PROMOSSO
«TURISTI TUTTO L'ANNO»
C'è l'ok delle categorie: subito il collegamento con Venezia

Jesolo«Jesolo Magica dovrà essere un centro multiservizio non solo per gli jesolani, ma per tutti i turisti del litorale e soprattutto da Venezia». Il presidente dell'Aja, associazione jesolana albergatori, Alessandro Rizzante, lancia la carica degli operatori del turismo in vista delle futura apertura di uno dei centri commerciali, se così riduttivamente può essere descritto, più grandi e avveniristici in Europa. Un "monumento" di architettura moderna che sarà soprattutto accattivante e attirerà tanti visitatori all'interno di un circuito turistico più ampio che si unirà alle bellezze naturali, l'arte, la storia, l'intrattenimento. La paura iniziale dell'impatto sulla città e le attività commerciali sta lentamente svanendo tra le categorie di Jesolo che a puntate stanno apprendendo le prossime tappe della presentazione secondo i canali ufficiali. Dopo tanto silenzio, quasi il mistero che avvolgeva il progetto, ora si parla finalmente di date, investimenti, proiezioni. «Io credo che riflettendo sul futuro di un simile centro», aggiunge Rizzante, «Jesolo dovrà avere una viabilità e collegamenti moderni per portare qui tanti visitatori. E mi riferisco in particolare a una linea nautica per e da Venezia. Non possiamo più farne a meno dopo che il sindaco e presidente della Città Metropolitana Brugnaro ce l'ha presentata in estate. Jesolo sta crescendo di continuo nella qualità dei servizi e del commercio oltre che dell'ospitalità e accoglienza. Ormai dobbiamo ragionare sui grandi numeri del turismo, i circuiti internazionali e tutto l'anno. Ecco perché parlo di linea nautica, perché Jesolo Magica dovrà catalizzare grandi flussi, in primis da Venezia».

Più prudente il presidente della Confcommercio mandamentale, Angelo Faloppa. «Finora abbiamo assistito a varie proroghe», riflette, «e rinvii e richieste di Via rinnovate. Confidiamo a questo punto in qualcosa di concreto su cui poter ragionare tutti assieme per il bene della nostra località turistica perché sicuramente quest'opera avrà un impatto considerevole di cui non sappiamo molto ad oggi». L'occasione per vedere il progetto sarà il 14 novembre alle 17.30 nella sala rappresentanze del Comune di Jesolo quando sarà illustrato lo studio di impatto ambientale e altri aspetti tecnici in una presentazione aperta al pubblico oltre che agli addetti ai lavori. Un passaggio previsto nell'iter approvativo che segue la presentazione della richiesta di Via, da poco rinnovata dalla società investitrice, la "Jesolo 3000" di Bolzano, riaprendo il dibattito sul mega centro commerciale e multiservizio al lido nell'area ex Capannine Cattel oggi recintata da un grande cantiere che ha visto solo lo spianamento dell'area e la pulizia dai tanti detriti accumulati nei mesi di lavoro dopo il colossale abbattimento. «Bene, mi pare un ottimo segnale», commenta il primo cittadino di Jesolo, Valerio Zoggia, «dopo tanta attesa siamo arrivati a un nuovo punto di partenza che credo sia risolutivo e indichi il superamento di molti ostacoli, anche perché la concessione edilizia è stata rilasciata, la richiesta di Via, valutazione di impatto ambientale, è stata presentata e poi rinnovata di recente. E sono stati anche versati gli oneri di urbanizzazione. La città avrà sicuramente grandi vantaggi da una simile opera che non è un semplice centro commerciale, ma un centro multiservizi dalle enormi potenzialità che dovrà integrarsi al tessuto urbano e commerciale oltre che all'offerta turistica in generale».

la Nuova Venezia, 3 novembre 2017
INVESTIMENTO DA 450 MILIONI

DARÀ LAVORO A 500 PERSONE
Opera pronta in 20 mesi: niente albergo a cinque stelle, si punta su ristoranti e bar
Una ventina gli esercizi commerciali, una multisala, gallerie e spazi su due piani

La strada del mare a supporto di un colosso del commercio. Jesolo 3000, con i suoi progettisti, ha approfondito degli studi che confermano come, con una simile infrastruttura viaria, il Pil di Jesolo potrebbe crescere complessivamente di 2 o 3 punti percentuali.Una nuova strada realizzata ex novo sembra l'unica scelta possibile. Ora la Regione sembra intenzionata, come ha detto il presidente Luca Zaia, a sbloccare progetti e lavori di questa strada che rappresenta uno dei progetti più importanti per la città balneare. Può darsi che gli investitori abbiano calcolato che la strada del mare sia finalmente alla portata e magari pronta giusto per il taglio del nastro di Jesolo Magica.
Il sogno ha la forma sinuosa di una grande astronave che sembra atterrata da qualche lontano pianeta. Jesolo Magica tiene fede al suo nome e appare come un incantesimo al lido di Jesolo dopo tanti annuncia e misteri. Da centro commerciale a grande "food court", con centro multiservizi. Il futuro non è mai per definizione certo e questo vale soprattutto per Jesolo Magica che potrebbe vedere riattivati all'unisono i cantieri nella primavera del 2018. Tempo 20 mesi e il nuovo centro concepito dal genio di Zaha Hadid sarà realtà al lido di Jesolo, nella demolita area Capannine-Cattel, alle porte del lido in via Roma. Il mercato è cambiato in questi anni e il centro commerciale che doveva essere terminato nel 2016 è a sua volta mutato nei contenuti. Non ci sarà più un albergo cinque stelle con centro benessere, come annunciato.
L'offerta commerciale rinnovata e adeguata ai tempi si rivolgerà soprattutto al food, con ristorazione e bar a profusione, catene di ristoranti e locali che sempre di più attirano i consumatori e turisti nei flussi internazionali. Una ventina abbondante di attività commerciali- si fanno già i nomi di Zara e H&M - quindi una quarantina tra bar, ristoranti di ogni genere. I numeri potrebbero cambiare ancora, ma queste sono le proporzioni. La food court sarà il filo conduttore che diventa anche cornice di un centro commerciale che sarà soprattutto un luogo da visitare. Una vista splendida sul lido, le gallerie voluttuose e gli spazi sui due piani, per 36 mila metri quadri di superficie. E sarà realizzato anche un cinema multisala, con dieci sale. L'investimento complessivo è salito a circa 45 milioni di euro e porterà dai 450 ai 500 posti di lavoro per Jesolo e l'entroterra una volta a regime.
Jesolo Magica, che per studi e progetti di ingegnerizzazione si è affidata allo studio Proteco di San Donà con la supervisione dell'architetto Walter Granzotto. Ma nasce dal progetto architettonico dell'archistar Zaha Hadid, grazie a una sorta di lascito artistico, quasi un testamento della sua creatività e genio che Jesolo si trova ora ad attendere come un'autentica opera d'arte di inestimabile valore. A investire questa montagna di soldi sono imprenditori trentini riuniti in un fondo. Ancora investimenti importanti dal Trentino Alto Adige come già avvenuto per residenze turistiche di successo e diventate proprietà di un' élite di turisti che hanno scelto in silenzio Jesolo per le loro vacanze.
Il finanziamento dell'opera infatti è della "Jesolo 3000" società di raccolta fondi che annovera tra i soci la nota "Home Tirol" che ha come amministratore delegato Adriano De Benedetto. Imprenditori di poche parole, che hanno però le idee chiare e non sono stati impazienti come ci si sarebbe aspettato quando in gioco ci sono fior di milioni. Sede operativa a Bolzano, amministrativa a Verona, Jesolo 3000 ha subito creduto nel progetto, tanto da aver versato già un milione e mezzo di oneri di urbanizzazione e presentata, con tanto di rinnovo la richiesta di Via, valutazione di impatto ambientale, proprio nei giorni scorsi. La presentazione del progetto e dello studio di impatto ambientale il giorno 14 novembre in Comune a Jesolo sarà la prima vera uscita ufficiale anche per i cittadini e tutti quanti sono interessati al futuro. A quello che Jesolo potrà diventare tra un paio d'anni, quando questa grande costruzione darà il benvenuto agli ospiti della località . Giovanni Cagnassi

la Nuova Venezia, 4 novembre 2017
«JESOLO MAGICA, SI AL MEGA CENTRO

MA CI VOGLIONO NUOVE STRADE
Il sindaco Zoggia non è contrario al progetto di Zaha Hadid ma chiede una viabilità adeguata
«L'opera dovrà viaggiare a braccetto con la Treviso Mare, un'infrastruttura fondamentale»


Annunciata con clamore Jesolo Magica, il grande centro commerciale e multiservizio al lido, il sindaco Valerio Zoggia detta le sue condizioni. Che riguardano soprattutto la viabilità e i raccordi a questo ingresso del lido. Il 14 novembre nella sala rappresentanze del Comune i progettisti illustreranno i lavori e l'impatto ambientale del progetto dell'archistar Zaha Hadid.Un colosso commmerciale dal disegno avveniristico: 36 mila metri quadrati su due piani e un investimento da 45 milioni di euro. Ma uno dei nodi da sciogliere sarà la futura viabilità.
«L'attuazione del progetto va di pari passo con una viabilità adeguata e su questo aspetto l'amministrazione comunale di Jesolo sarà vigile e inflessibile», dichiara il sindaco Valerio Zoggia, «qualsiasi progetto che contribuisca alla crescita di Jesolo, dal punto di vista turistico, commerciale o sociale, sarà valutato dall'amministrazione con grande attenzione. Del resto abbiamo sempre sostenuto che Jesolo deve diventare una città aperta tutto l'anno. Una città dove vivere sia d'estate che d'inverno. Da anni si parla di questa struttura importante, Jesolo Magica, che mi vede d'accordo nell'impostazione generale. È altrettanto chiaro che deve essere inserita in un contesto dove si prevedono nuove strade di accesso, una viabilità in grado di assorbire il traffico senza penalizzare le aree circostanti e servizi per chi vive nelle aree limitrofe. Quindi questa è un'opera che deve viaggiare a braccetto con la Treviso-Mare, infrastruttura, questa sì fondamentale per la crescita di Jesolo e di tutto il litorale veneto. Su questi aspetti l'amministrazione sarà vigile e inflessibile».
Il primo cittadino ha voluto dunque puntualizzare diversi aspetti futuri dopo che la società Jesolo 3000 di Bolzano ha annunciato grandi investimenti e lavori facendosi vedere di rado a Jesolo per discuterne. Ritirata la concessione edilizia, pagati parte degli oneri di urbanizzazione per 1 milione e 500 mila euro, presentata ben due volte la Via, valutazione di impatto ambientale, inizialmente scaduta, gli incontri si sono rarefatti. E allora, parlare di una monumentale opera come può essere Jesolo Magica non può prescindere da due aspetti: una viabilità di collegamento al lido che necessariamente dovrà vedere coinvolta la società Trentina nel garantire le strade di accesso per non intasare via Roma e poi una grande strada di collegamento, come la sospesa via del mare, project financing della Regione ancora bloccato in attesa che sia presa una decisione definitiva per la via di accesso al lido direttamente dal casello di Meolo.


«Un tempo si poteva vivere di pesca, oggi l'habitat è stravolto». la Nuova Venezia, 3 luglio 2017 (m.p.r.)


DA NOVENTA ALLA FOCE/3 fine
Treviso. Chiare, fresche e dolci? Torbide, calde e salate, altrochè. Le acque della Piave che vanno da Ponte di Piave fino a Noventa e Fossalta e giù fino al mare sono tutto fuorché degne dei poeti. Pagano il prezzo dei "furti" e delle "ferite" patiti a monte e precedono di poco un fenomeno, quello del "cuneo di sale", che crea gravi problemi all'habitat vegetale e animale del fiume sacro alla Patria. Ne sa qualcosa l'oasi naturalistica "Codibugnolo", nata per autoalimentarsi con piante e animali, ma già in sofferenza e costretta a rifornirsi di varietà e specie provenienti da altre aree protette. Ci è capitato personalmente di trovare una delle sue "anime", nella selva del Parco dello Storga a caccia di erbe, piccole querce e rari salici bianchi con cui integrare la flora autoctona.

Il fatto è che la Piave è snaturata nelle sue acque, che, prive di vita, continuano a perdere biosalubrità. Lo dice anche il nostro giovane "barcaro", Christian, che ci accompagna verso il mare, nel viaggio finale su questo povero Piave desolato. Lui ti porta, con calma, nei luoghi giusti per farti un'idea su quanto accade. Buche dominate dalle mucillagini, calde come un brodo primordiale e non certo animate da vita ittica e capaci di filtrare l'acqua. La colpa non è nemmeno di quelli "lassù": quelli del Bellunese che piantano centraline elettriche come piovesse; o di quelli del medio corso che cavano a piene ruspe e pescano l'acqua dalle falde impoverendole e distruggendo l'equilibrio idrogeologico.

«Qui dovrebbero essere fatti i laminatoi - dice Marco Zanetti, biologo-imprenditore - Non certo nell'alto corso del Piave. Si fanno dove c'è acqua, non dove non ce n'è. E si prova a far ripartire il circolo virtuoso che purtroppo è già saltato o sta saltando. Non stupiamoci se il mare risale il fiume e rende tutto brullo. Se dal fiume non scende niente, c'è il caso, a seconda delle maree, di vedere la stessa bottiglia di plastica navigare prima verso sud, poi verso nord nell'arco della stessa giornata. e allora non stupiamoci se l'acqua non si depura».

Già, l'acqua: tanta, pulita. Dice ancora il biologo Zanetti: «L'acqua ha bisogno di scorrere in superficie per ripulirsi. I nostri nonni, che avevano quasi sempre ragione, dicono che l'acqua "se neta co la gà passà tre sassi". Il mantenimento della qualità dell'acqua è un punto d'arrivo della battaglia che associazioni e comuni devono fare insieme. Ma una larga fetta della Piave circola in tubature parallele e il sole e i sassi non li vede nemmeno. E allora ecco che senza acqua depurata non ci sono nemmeno biodiversità, che creano un circolo virtuoso la cui presenza, un tempo, rendeva vivo il basso corso del Piave».

L'attacco passa per l'alveo ma anche per le rive. Ci fu un momento in cui fu deciso, nel tratto che scende a San Donà, di fare interamente piazza pulita della vegetazione sulle rive (s'intende per non dare riferimenti a chi volesse capire quanto l'erosione che il fiume patisce sia naturale e quanto.... forzata e voluta). «La popolazione si ribellò e fu fiancheggiata dalle associazioni di tutela ambientale - racconta Maurizio Billotto vicepresidente di Legambiente veneta - e ottenemmo lo stop, quindi uno studio di tutto ciò che viveva lungo le rive e un piano molto dettagliato di ciò che si poteva disboscare». E scendendo il Piave ci viene in mente quella sentita al convegno di qualche giorno fa a Maserada: «Come dice Michele Zanetti, dell'Associazione naturalistica sandonatese,- nel letto del fiume abbandonato all'incuria, ti puoi aspettare da un minuto all'altro di veder spuntare una tigre, ma non certo la flora e la fauna che ci furono quarant'anni fa».

«Non chiedete un commento ai pescatori, che ormai non sanno nemmeno più perchè escono la mattina, di buonora, con canna, reti e nasse in mano», dice Christian, che sul fiume, in barca, dove ci ospita, vive. Ci fu anche un tempo in cui si viveva di pesca fluviale, qui, e lo diceva Felice Gazzelli di Ceggia: «Ho sei generazioni di pescatori alle spalle. Io ho pescato fino a che c'è stato mio padre, scomparso 20 anni fa» racconta, «Allora c'era acqua pulita che scendeva da nord e si poteva vivere di pesca. Non è più così, perché qui arriva dal mare l'acqua salata. I pescatori sono gente che ama il fiume e vanno ascoltati. Non c'è più acqua da pesce, qui». E allora al capezzale richiamiamo il biologo Marco Zanetti, della società di ricerche e analisi ecobiologiche Bioprogramm. «I traumi sono molteplici, come abbiamo visto dalle centrali idroelettriche al deflusso minimo imbroglione, dai cavatori che cambiano le caratteristiche del letto del fiume fino a chi depaupera senza controllo le falde, togliendo lo zoccolo liquido alle acque che dovrebbero scorrere in superficie».

Scrive in una relazione: «Il fiume quando viene colpito da un input, un inquinamento, qualcosa che lo modifica al suo interno, ha il potere di assorbirlo e di tornare nelle sue condizioni di equilibrio iniziale. Con la diminuzione della portata, il Piave, degradato nelle sue componenti strutturali, diminuisce il suo potere omeostatico e non è più capace di sopportare piccoli fenomeni di inquinamento che sarebbe stato in grado di sopportare se fosse nelle sue condizioni naturali. Abbiamo alvei che rimangono asciutti per lunghi periodi dell'anno e quindi si impermeabilizzano al ritorno delle acque. Il contatto con la falda comunque viene a mancare e non si ha il processo di filtrazione naturale. Il risultato dell'impermeabilizzazione è che le acque scorrono solo in superficie e producono danni.

«Aggiungeteci le piene improvvise che provocano il "drift" ossia l'asporto di materiali verso valle ed ecco il quadro. Nei periodi di riduzione della portata si ha invece la messa a secco e la scomparsa delle uova e degli avannotti di pesce e la riduzione delle popolazioni biologiche per cambiamenti strutturali dell'habitat. Come tutto questo non possa non ripercuotersi nella vita del Basso Piave è lampante. Ribadisco che dagli sbarramenti servono rilasci d'acqua modulari delle acque, un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso. I produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali, che ci sono sempre stati nei nostri fiumi. E gli enti captatori dell'acqua devono essere obbligati a smaltirsi anche i picchi di piena: non è possibile che quando l'acqua non c'è, loro possano prelevarsela tutta, mentre quando c'è l'ondata di piena utilizzino il fiume come canale scolmatore. E' inammissibile dal punto di vista biologico, ma anche dal punto di vista etico, perché a rischiare è la vita umana, che conta un po' più di quella del fiume».

Nel frattempo si registra la notizia della prossima chiusura dell'Ispra, Istituto per la Protezione e Ricerca Ambientale. Come a dire che gli americani con Trump fanno solo le cose più in grande di noi, ma l'andazzo è quello. Chi può pagare, ha sempre ragione e a chi importa il destino del Piave dopo che il Veneto ha già assistito allo scippo di Adige e Brenta? Ma il caso Piave è ancora aperto, anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com'è, se il Piave non fosse stato una via d'acqua (allora l'acqua c'era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna.

A proposito di Laguna: su quella del Mort, vicino a Eraclea, dove un tempo terminava il fiume, incombe una minaccia: quella di un affare da mezzo miliardo di euro, chiamato Valle Ossi, fatto di posti barca e villette su 250 mila ettari. I naturalisti vi si oppongono e credono che l'area dovrebbe diventare un parco. I politici si confessano impotenti di fronte a un affare privato. Già l'area è di proprietà degli speculatori. Ma questa è un'altra storia.

Riferimenti

Su eddyburg le due precedenti puntate del viaggio il Piave: Le centrali-bancomat che si bevono il Piave e Tra cave e prosecco, così il Piave affonda.

la Nuova Venezia, 29 giugno 2017 (m.p.r.)

VIAGGIO DAL PERALBA AL MARE/2
Così come nella prima puntata del nostro viaggio sul Piave assetato eravano andati a "monte" per raccontare lo sfruttamento dell'acqua da parte delle centraline elettriche private, nella seconda abbiamo percorso le verdi terre che vanno dal Montello ai vigneti nei pressi di Ponte di Piave, dove spesso il fiume sacro alla Patria esonda nelle campagne. Qui il Piave paga il suo debito all'agricoltura e all'ampliamento della zona del Prosecco doc. Ma contemporaneamente paga pegno anche alle numerose cave disseminate sul territorio. Da qui in un decennio sono stati prelevati 360 milioni di metri cubi di ghiaia.

Treviso. Entrambi le chiamano coltivazioni. Ma, in termini idrici, intendono cose diverse e concorrenziali tra di loro. Stiamo parlando degli agricoltori e dei cavatori. A entrambi il medio corso della Piave (fiume-madre), di cui ci occupiamo in questa seconda puntata (dal Ponte della Priula a Ponte di Piave) del nostro "viaggio", lascia il proprio obolo fino a svenarsi e a presentarsi a valle, senza nemmeno la forza per opporsi al ritorno delle acque salate dell'Alto Adriatico. Acque che devastano le coltivazioni di mais e soia riducendole a brulle, asfittiche e ingiallite lande nelle terre veneziane.

Il nostro Caronte oggi è Fausto Pozzobon, presidente della sezione trevigiana di Legambiente (secondo nome, non a caso, Piavenire), storica vedetta contro le depauperazioni causate dai prelievi a monte della Piave (ai canali e ai corsi d'acqua afferenti) e dalle attività di cava, che (c'è poco da ridere) si chiamano anch'esse "coltivazioni". «Ma anche tra le altre coltivazioni, quelle agricole, c'è una novità che grida vendetta al cospetto di Dio: lo sciagurato, per noi buoni bevitori, allargamento del protocollo del Prosecco doc, fa sì che molti rivieraschi abbiano venduto i terreni "in costa" al Piave, fino a far affacciare le viti direttamente sul fiume. Il bisogno di irrigazione è oggettivo e quindi il salasso per la povera Piave è assicurato. In più le rive, con le viti, non sono più trattenute e quindi qualcuno deve provvedere a sistemarle in modo ricorrente, a totale onere pubblico - dice Pozzobon - Risultato: al fiume rimane sempre meno acqua, pescata da pozzi freatici abusivi disseminati in modo selvaggio.
Tornando sul letto del Piave, le voraci macchine dei cavatori spaccano la rete sotterranea delle falde, facendo sì che non sia più come un tempo, quando, sotto i sassi e la ghiaia delle secche, correva sempre l'acqua che garantiva la vita, anche faunistica, del fiume». E qui Pozzobon svela un nuovo fronte, portandoci a vedere un tratto di Piave che sembra il Meno in Germania. Qui è in atto una mega-coltivazione che si allarga all'interno del letto del fiume fino a fargli perdere le precedenti e naturali rive: «In questo momento stiamo tentando di arginare quest'operazione in corso da parte degli industriali della ghiaia, evidentemente benedetti dalle autorità di controllo e dai loro politici di riferimento», dice il nostro Caronte, reduce da un "saltino" al Genio Civile di Treviso dove ha chiesto lumi sull'operazione senza cavare - verbo appropriato - un ragno dal buco.
Pozzobon sottolinea come proprio da questa autorità arrivi addirittura un invito ad alzare i quantitativi escavabili, indicando come non adeguati quelli autorizzati in origine.«Questo sfondamento del Piave a valle del ponte ferrovia della Priula rappresenta una nuova frontiera che ci lascia esterrefatti - aggiunge il presidente di Legambiente - Mai si era osato tanto dai lontani Anni 70, quando solo il pretore La Valle ebbe il coragggio di denunciare lo scempio operato dai cavatori». E le cifre su quel disastro parlano chiaro. Un testimone diretto, Fiorenzo Scarabel di Candelù, all'epoca dipendente di una ditta di escavazione, squarcia il velo del silenzio: «Sono stati sottratti alla comunità 360 milioni di metri cubi di materiale - dice con cognizione di causa - E questo in un periodo che va dagli anni 70 agli anni 80.
Nessuno controllava. Dove son finiti? Una parte della Laguna è diventata l'aeroporto di Venezia, dunque.... Quel disastro restò ignorato». Detto da uno nato nella zona delle Fontane Bianche, che ha visto partire i camion carichi.... E Scarabel ammmonisce: «Da quando i soldi hanno preso il posto dei valori, la Piave è affondata di 5 metri. Basta ingordigia, lasciatela riposare un po' di anni. Vedrete che si riassesta da sé. Ma fermiamoci adesso, subito». I numeri sono importanti anche per quanto riguarda i consorzi irrigui. Perché si parte da un dato sconvolgente, sottolineato in un documento approvato da consigli comunali di paesi della Marca trevigiana, quello del cosiddetto Dmv, ovvero: deflusso minimo vitale che dovrebbe garantire la vita del fiume ed evitare i disastri ambientali provocati dalle "magre" e dalle "secche".
«Ebbene - dice il Caronte che ci conduce nel rovente Piave - sapete per legge quanto dovrebbe bastare a tenere in vita il fiume? Circa 9 metri cubi al secondo. Mentre il minimo, vero, deflusso biologico, ne richiede almeno il triplo: 30. Tenete conto che nel calcolo dell'acqua del Piave sono comprese anche le acque degli invasi con un equivoco orribile che dura da 50 anni: viene conteggiata anche l'acqua della diga del Vajont, che in realtà, come sanno tutti, è, dopo la "scesa" del monte Toc del 1963, solo roccia».
«Una vergogna - ribadisce Pozzobon - Questo dato falso si riverbera sui quantitativi disponibili per il prelievo da parte dei consorzi di bonifica e, naturalmente, anche sulla portata dichiarata del fiume. Ogni volta che Legambiente lo ricorda, avviene una rimozione colpevole da parte di chi sarebbe chiamato a vigilare. Quando chiediamo che la cifra del Dmv cambi con più severi controlli a nord, i sindaci bellunesi, quelli che, sospinti dai trasferimenti dello Stato al lumicino, avallano le richieste di nuove centraline, accusano quelli di pianura di voler portare via l'acqua alla gente di montagna. Attenzione: le falde distrutte dai cavatori e la mancanza di flusso minimo... mortale, fanno sì che tutta la vita presente all'interno del fiume sia a grande rischio: una volta i pesci si salvavano nelle buche d'acqua tra le secche ma la "vita" del fiume sottostante, quello in falda, faceva sì che continuassero a prolificare e a resistere. Ora che la speranza d'acqua è affidata alle periodiche "bombe" cadute dal cielo, si è innescato un circolo vizioso che compromette anche la vita dei pesci».
Potrà anche sembrare strano, ma non sono passati mille anni da quando qui esisteva il mestiere di "pescatore della Piave", che si manteneva e faceva campare la famiglia pescando e coltivando a mais qualche campo in golena. Oggi la cosa sarebbe impensabile: manca l'elemento fondamentale: il pesce, appunto. Che vuoi mangiare?». Tornando alle cave (ne abbiamo contate almeno 8 lungo questo tratto e nei paraggi, visto che le Bandie e Santa Lucia non sono sull'asta del fiume) va detto che non ci siamo sui quantitativi di scavo. La legge regionale consentirebbe di prelevare al massimo 3 mila metri cubi per coltivazione, giustificati da opere idriche o simili. Ma, fatta la legge gabbato lo santo, dall'Istituto Idrografico Piave Livenza e Sile è arrivata la cosiddetta Benedizione del Signor (il nome dell'ingegnere dirigente) che consente di arrivare a 20 mila metri, che fa testo e sulla quale si attaccano in molti. I cavatori ringraziano, i rivieraschi molto meno.
Ancora Pozzobon: «Aggiungo, a proposito di controllo delle attività di asporto, che i numerosi interventi di difesa delle rive del fiume - anche di ingegneria naturalistica - , in tutto il territorio del Medio Piave, sempre con stanziamenti pubblici, molto spesso, si sono rivelati di nessun effetto positivo: i cittadini di Cimadolmo ricordano bene le strutture lignee, incardinate qualche mese prima, divelte dalla corrente, che si sono riversate proprio sui plinti di cemento armato di fondazione del ponte della provinciale 92 a Cimadolmo. Ci piacerebbe che questa non fosse una nostra battaglia ma che tutti i cittadini si facessero carico della loro piccola percentuale, facendo pressione sui comuni per una presa di posizione coraggiosa in difesa del fiume-madre e dei suoi valori».

la Nuova Venezia, 28 giugno 2017 (m.p.r.)

Tre tronconi, per tre racconti diversi ma uniti da un solo filo: il fiume malato. Come tutti i fiumi che soffrono la mancanza d'acqua, l'incuria, il disinteresse pubblico e l'interesse privato. Il Piave, dalla sorgente alla foce, ha malattie diverse. A nord il prelievo della sua ricchezza per lo sfruttamento delle centraline. Nel medio Piave le escavazioni, e in generale l'insediamento agricolo poco rispettoso dell'equilibrio biologico. A sud, gli effetti nel mare che risale con il cuneo salino e il fenomeno delle alghe. In questa prima puntata, nella discesa dal Peralba al Montello, fino a Ponte della Priula, raccontiamo come lo sfruttamento delle centraline idroelettriche, che gli ambientalisti non esitano a definire macchine-bancomat per chi le possiede, stia trasformando il fiume e il flusso delle sue acque.


VIAGGIO DAL PERALBA AL MARE/1
Dal Peralba al Piave sono 220 chilometri, un bacino di oltre 4 mila chilometri quadrati. La Piave che nasce al confine tra Bellunese e Austria attraverso un pezzo di Veneto come un libro di storia, aspro e lacerante. Seducente e sacro nella memoria collettiva, riaccesa oggi a cento anni dalla battaglia finale della Grande Guerra. Ma di quel fiume resta poco. La natura e la mano dell'uomo ne ha trasformato l'aspetto e l'economia. La siccità, i mutamenti climatici. Certo. Ma soprattutto la rapacità degli interessi economici. Abbiamo disceso "la" Piave per raccontarla da dentro. Oggi la prima puntata.

Treviso. Ci pensa ogni tanto Giove Pluvio a dare l'impressione che la Piave (così si chiamano i fiumi-madre: al femminile) sia fatta d'acqua. In effetti l'enciclopedia Treccani dice che si tratta di un fiume, il quinto d'Italia, la cui "portata è soggetta a forti variazioni; si hanno infatti magre invernali, seguite da piene primaverili-estive che si esauriscono in agosto-settembre, per riprendere poi col periodo delle piogge autunnali". Sarebbe vero se le piene primaverili-estive non avessero lasciato posto a secche memorabili, l'ultima terminata due giorni fa.
La Piave nasce dal monte Peralba, al confine tra Bellunese e Austria. E di là del confine il Peralba si chiama Hockweissstein, ovvero Pietra Accucciata sull'Acqua, ma meglio sarebbe un'aggiunta riferita al prezioso liquido: "quando c'è...". La Piave viaggia, più o meno visibile, per 220 chilometri e vanta un bacino di 4 mila 100 chilometri quadrati, sbuca a Cortellazzo e da qualche anno è irriconoscibile. Lo pensano un sacco di associazioni di tutela e di comitati locali che si stanno battendo contro i motivi che stanno riducendo il fiume sacro alla Patria a una distesa di sassi sacra... nemmeno a chi lo priva dell'elemento indispensabile per essere chiamato fiume.
Tanto sta a cuore agli ambientalisti, che il circolo trevigiano di Legambiente si fregia, come secondo nome, di un tonante "Piavenire", lo presiede Fausto Pozzobon che, in questa prima puntata di un viaggio che abbiamo deciso di compiere lungo il celebrato confine tra Italia e Austria-Ungheria, ci aiuta a riassumere le malattie della Piave semplificando così: «A Nord ci pensano le centraline idroelettriche, vere e proprie macchinette stampasoldi per chi le pensa, le progetta e le posiziona o ne detiene i "diritti". Poi ci sono i consorzi di bonifica e l'agricoltura, cui importa poco o nulla dell'equilibrio biologico e faunistico del fiume, a vantaggio dei ricavi derivati da coltivazioni di pregio ma anche di basso profilo. La parte bassa del fiume, non godendo della spinta verso il basso della falda, è in balia di un mare che risale con le sue acque fino a impossessarsi del territorio, dettando perfino le colture: le uniche che sopportano l'acqua salsa, ovvero mais e soja. Danni, naturalmente, anche per la popolazione ittica, ridotta di varietà e indebolita nelle caratteristiche».
Parliamo dunque delle tre Piave. Partendo da quella più alta e quindi, in teoria, più incontaminata grazie alla fitta rete di afferenti i cui nomi sono Boite, Ansiei, Maè e Cordevole. La verità è che la prima penuria d'acqua è dovuta innanzitutto alle allora "necessarie" - e quindi già digerite - grandi centrali e oggi a una infinita rete di mini-centraline idroelettriche che fagocitano una parte del fiume e la trasformano in corrente "privata" e quindi appetitissima sul libero mercato. «Il tutto travestito da operazione meritoria e benedetto da un ipocrito finanziamento pubblico, perchè l'acqua dei fiumi è una fonte pulita e rinnovabile di energia».
Per avere smentita di questa giustificazione basta scorrere, passo passo, un cahier de doleance voluto dalle associazioni Acqua Bene Comune, Wwf Terre del Piave Belluno e Treviso, Italia Nostra sezione di Belluno e Comitato Peraltrestrade Dolomiti che s'intitola significamente Centraline, come distruggere l'ambiente per mettere le mani sul pubblico denaro. Il pubblico denaro è rappresentato dagli incentivi. Incentivi che non trovano riscontro nella convenienza, tant'è vero che (dati 2004) i 2034 mini-impianti idroelettrici in Italia producono appena 0,19 mtep rispetto a un consumo finale lordo di 118,6 mtep e un consumo finale di energia elettrica di 26,80.
«Incentivi che arrivano velocemente nelle mani di chi avvia l'apertura delle centraline. Il meccanismo è tale per cui non occorre nemmeno arrivare in fondo: dal progetto ai permessi, tutto regala valore a queste piccole e redditizie "imprese" che, non a caso, hanno tra i loro titolari tycoon dell'edilizia e consorzi pubblici, gruppi bancari e altri potenti economici - svela Lucia Ruffato, ex presidente di Piave Bene Comune, che di mestiere fa l'inferimera, ma ama anche occuparsi della salute della sua "fiuma-mamma" e aggiunge - non a caso noi le chiamiamo centraline-bancomat: a seconda del grado di avanzamento del progetto, crescono di valore in modo esponenziale».
«In genere queste piccole centraline arrivano buone ultime, quando sui fiumi afferenti del Piave sono già piazzate le loro sorelle maggiori e, magari, resta libero il tratto iniziale, più bello a vedersi e più certo e puro nelle acque, nella presenza di animali e di flora e quindi più a rischio di contaminazione o cancellazione. Queste, che tecnicamente si chiamano "derivazioni", consistono in un invaso, una conduttura e una turbina. Oppure è la conduttura stessa, che all'interno nasconde una struttura elicoidale che gira su se stessa e produce energia, a fare la parte "produttiva"».
Lucia e i suoi amici, non si lasciano però trarre in inganno da questa missione ecologica. E snocciolano i nomi e i numeri: Cismon, 100%; Ansiei, 82%; Maé, 84%; Boite, 62%; Cordevole, 91%; Biois, 100%; Pettorina, oltre il 100%. I nomi sono quelli di corsi d'acqua del Bellunese, e fanno parte del bacino del Piave, ne costituiscono insomma le acque al di là della sorgente. I secondi rappresentano un "indice di sfruttamento"; dettagliano, insomma, in che misura la loro portata verrebbe intaccata se venissero realizzate tutte le nuove centrali idroelettriche per le quali è stata richiesta l'autorizzazione.
«Sono 220 i corsi d'acqua censiti in Provincia, e ben 198 sono già 'derivati' - spiega l'infermiera-ecologista di Forni di Zoldo -. Dal 2004 ad oggi sono state presentate ben 200 domande per il rilascio di nuove concessioni -aggiunge-: questo non significa che verranno realizzati duecento impianti idroelettrici. Sul Boite, ad esempio, ci sono ben dieci progetti in concorrenza, e la situazione è fuori controllo. Sono comunque 105 le centraline che potrebbero essere autorizzate».
Sua la "mappa del rischio idroelettrico" che si può scaricare dal sito. «Di fronte alla nostra richiesta, la Regione Veneto ha risposto che non poteva elaborare i dati, e così la mappa l'abbiamo costruita da soli», aggiunge in modo significativo; In quanto presidente del Comitato, è sua anche la firma in calce alla "Denuncia alla Commissione delle Comunità europee" nei confronti dello Stato italiano, della Regione Veneto, della Provincia di Belluno e dell'Autorità di bacino dei fiumi dell'alto Adriatico, inoltrata a Bruxelles nel giugno del 2013 per contestare la violazione di una serie di direttive, tra cui la 2000/60, la "Direttiva quadro acque", la 2011/92, relativa alla valutazione dell'impatto ambientale dei progetti, e la 92/43, quella sulla conservazione degli habitat naturali.
«Le nuove norme sono sempre fatte a concessioni rilasciate e quindi risultano coprire le spalle ai soliti noti che hanno aperto la strada e non vogliono concorrenza». Tutto questo riguarda anche la Marca? «E come no - sono molti coloro che, nei fiumi e nei canali irrigui di pianura, stanno tentando la speculazione delle centraline-bancomat. Lo fanno anche i consorzi irrigui, tanto per essere chiari. La notizia di una centralina (con cementificazione relativa) nella periferia Nord di Treviso è stata scritta da poco, mentre altri mini impianti, ad esempio sul Meschio, sono noti da tempo. Quelle acque "flebili" con cui facciamo i conti d'estate, potrebbero venire usate ulteriormente e disperse nell'aria e nel terreno, anche se l'assessore regionale Bottacin ci tiene a sottolineare che l'acqua non "può essere mangiata" e quindi - a suo giudizio - rimane in circolazione. Di certo non si vede, sennò i torrenti sarebbero rigogliosi e traboccanti e la Piave non avrebbe il problema della difesa del "minimo flusso vitale", che poi è il quantitativo medio d'acqua (in transito al secondo) necessario per tenere in vita il fiume e il suo habitat. Il risultato è un fiume depauperato, rappresentato visivamente, sempre più spesso, da dune di sassi, ghiaia e sabbia, con poche concessioni al verde e all'azzurro.
Siamo scesi fino al Montello e fino al Ponte della Priula. Qui comincia un'altra storia. La seconda Piave, insomma.

». la Repubblica, 17 maggio 2017 (c.m.c)

C’è chi si mette in fila e, impaziente, aspetta dieci anni prima di essere ammesso. Chi invece, ammesso, denuncia che il farne parte rischia di diventare solo una medaglietta da sfoggiare. Non è il sodalizio di Groucho Marx («Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me»), ma la lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco, dove sfilano oltre mille siti che in tutto il mondo,per la loro eccezionale importanza, godono di uno status speciale attribuito dall’organismo delle Nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura: quello di appartenere a nessun altro se non all’umanità intera.

L’Italia vanta un record, il maggior numero di siti presenti, 51, insidiata dalla Cina che ne ha uno di meno, record al quale si aggiungono 41 luoghi che ambiscono ad entrarvi, non sempre con unanime consenso. Ma il nostro Paese sconta anche un handicap: per alcuni siti, non tutelati al meglio, si chiede di valutare se il riconoscimento sia ancora meritato.

Far parte del patrimonio Unesco è un’ambizione rilevante. A dispetto del fatto che studi recenti su siti inglesi, francesi e turchi dimostrino che non c’è stretta relazione fra il marchio e la crescita di visitatori. E neanche in Italia dove, stando a una ricerca del 2013 di Ludovico Solima, economista della cultura, «la designazione è condizione necessaria, ma non sufficiente per attivare processi di valorizzazione turistica ».

Restano comunque un forte senso identitario e un effetto immagine. E se si perdesse il marchio il contraccolpo potrebbe essere vistoso. Inoltre il riconoscimento rende più visibile l’arte rupestre della Valcamonica (primo sito italiano a entrare nella lista nel 1979). Influisce molto meno per Pompei o per il centro storico di Roma. La selezione è comunque dura ed elaborare una candidatura è costoso. Occorre superare esami su esami e approdare al vaglio della Commissione nazionale italiana Unesco, presieduta da Franco Bernabè e alla quale aderiscono diversi ministeri, a cominciare da quello dei Beni culturali. Fondamentale è poi la stesura di un accurato piano di gestione. E, una volta accolti, non bisogna pensare che tutto finisca lì, con la medaglietta. L’impegno alla tutela è decisivo.

Lo sanno bene a Venezia, dove si attende con ansia che il Comitato per il patrimonio dell’Unesco, riunito a Cracovia a metà luglio, decida se la città e la laguna, nella lista dal 1987, debbano restarci o essere iscritti nella lista dei beni in pericolo. Una lista nella quale compaiono luoghi minacciati da conflitti (dall’Afghanistan alla Siria all’Iraq, dalla Libia al Mali), ma anche l’antico porto mercantile di Liverpool o il parco nazionale delle Everglades negli Stati uniti, insidiato il primo da un discutibile progetto di riqualificazione, il secondo dal degrado dell’habitat marino. Negli anni scorsi stavano per finire fra i beni in pericolo anche Pompei e Villa Adriana. Ma la retrocessione è stata evitata.

Una retrocessione rischia anche Vicenza che, insieme al paesaggio palladiano, è nella lista dal 1994. In entrambi i casi sono state associazioni come Italia Nostra o comitati di cittadini a chiedere che l’Unesco accerti se a Venezia siano sopportabili le Grandi Navi in bacino San Marco [in Laguna - n.d.r.], i dissennati progetti di scavi in laguna, un turismo fuori controllo, sempre più appartamenti trasformati in bed and breakfast e, a Vicenza, lo scioccante complesso di Borgo Berga, che a poche centinaia di metri dalla Rotonda di Palladio comprende persino il Tribunale, la costruzione di una nuova base militare americana e i progetti per l’alta velocità.

L’Unesco ha preso in seria considerazione entrambe le denunce. Ha stilato un duro rapporto su Vicenza nel giugno 2016 e ha mandato tre ispettori a fine marzo scorso. Si attende il loro responso. È in dirittura d’arrivo, invece, il procedimento per Venezia, dove gli ispettori si sono recati nell’ottobre del 2015 e in un preoccupato dossier hanno fissato un ultimatum: entro febbraio del 2017 il Comune di Venezia avrebbe dovuto eliminare i fattori di rischio, Grandi Navi e tutto il resto. In un primo tempo il sindaco Luigi Brugnaro ha fatto spallucce: a Venezia ci pensano i veneziani, è sbottato. Poi ha cambiato registro, si è precipitato a Parigi e alla direttrice dell’Unesco, Irina Bokova, ha consegnato un rapporto pieno di buone intenzioni. Successivamente ha mandato integrazioni e ha fatto sapere che in luglio andrà a Cracovia.

Ma le assicurazioni basteranno? Le Grandi Navi restano il punto dolente. «Trascorrerà un’altra estate con le navi che faranno su e giù davanti a Palazzo Ducale», dice sconsolata Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretaria del Mibact con delega Unesco. Una soluzione non c’è. Sono stati proposti itinerari alternativi con terribili scavi di canali che avrebbero manomesso l’equilibrio della laguna. Tanto terribili da essere bocciati. Al Comune ora si predilige un’altra ipotesi: far passare le navi nel canale dei petroli e poi nel vecchio canale Vittorio Emanuele, che però andrà approfondito scavando, di nuovo, fra i 5 e i 7 milioni di metri cubi di fanghi tossici. Comunque la soluzione incontra forti opposizioni in città e non è ancora un progetto. Invece l’Unesco chiede soluzioni concrete. Come andrà a Cracovia? Venezia non se la caverà con l’assoluzione. Forse neanche con la retrocessione fra i beni in pericolo. Probabile un rinvio al 2018.

Molti consensi ha incassato la candidatura italiana che verrà discussa in luglio: le opere di difesa della Repubblica veneziana fra XV e XVII secolo che si trovano in Italia (Venezia, Bergamo, Peschiera del Garda, Palmanova), in Croazia (Zara e Sebenico) e in Montenegro (Cattaro). Di analogo sostegno gode la candidatura delle architetture di Ivrea, frutto dell’iniziativa di Adriano Olivetti: se ne discuterà nel 2018. Più controversa è la candidatura delle colline trevigiane dove si coltiva il Prosecco. Il procedimento prende l’avvio nel 2008 per iniziativa del Consorzio dei produttori di Conegliano e Valdobbiadene, sostenuto dall’allora ministro dell’agricoltura Luca Zaia che ne resta sponsor da presidente del Veneto. Interessa un’area di 20 mila ettari – si legge nel dossier di 240 pagine – dove si è insediato un paesaggio culturale, natura e opera dell’uomo insieme, caratterizzato dalle ricche produzioni del Prosecco, una vera eccellenza (90 milioni di bottiglie l’anno).

Da tempo, però, associazioni ambientaliste e la Fondazione Benetton contestano l’invasione delle coltivazioni di Prosecco, che, soprattutto nella parte meridionale del trevigiano, «ha fatto scomparire i seminativi arborati », scrive Tiziano Tempesta, professore di Agraria a Padova, in un rapporto dello scorso inverno. Ha omologato e banalizzato il paesaggio. Si è poi intensificato l’impianto a “rittochino”, più rischioso idrogeologicamente, con le viti che scalano la collina dal basso verso l’alto, al posto del tradizionale “giropoggio”, segnala Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. Sotto accusa anche l’uso di pesticidi. Tempesta è stato fra gli artefici dell’inserimento nel Registro nazionale dei paesaggi storici della parte di colline trevigiane in cui resistono i caratteri tradizionali delle colture. Studia da anni questa regione. E contesta che, nel dossier per l’Unesco, si lasci intendere che anche i nuovi vigneti conservino caratteri storici.

Altri punti, insiste Tempesta, sono poco convincenti. Nella candidatura si scrive che «il sito non ha subito rilevanti trasformazioni ». «Che dire», replica Tempesta, «del gasdotto e degli impianti di stoccaggio del gas che si trova dietro il Castello di san Salvatore a Collalto?». E ancora: nel dossier si legge che la percentuale delle superfici urbanizzate dal 1960 al 2007 è cresciuta dal 5,3 al 12,9, aggiungendo che la variazione è modesta. Come modesta, insorge Tempesta: «È un dato preoccupante, riguarda 1.500 ettari, una quota che corrisponde alla media del consumo di suolo in Veneto, la seconda regione in Italia per territorio urbanizzato ».

La Nuova Venezia, 22 marzo 2017 (m.p.r.) con riferimenti

Vicenza. Nuovo blitz degli ambientalisti a Borgo Berga, il “mostro” urbanistico costruito sull’area ex Cotorossi a Vicenza, alla confluenza dei fiumi Bacchiglione e Retrone e all’ombra delle ville palladiane. Un gigante di cemento che rischia di trascinare nel fango anche il tribunale costruito proprio su quell’area, ora al centro di un’inchiesta: domani, il tribunale del riesame si dovrà pronunciare sulla richiesta di sequestro dell’area, che il gip ha bocciato. Proprio per questo ieri attivisti del gruppo “Vicenza si solleva” si sono barricati nella gru che svetta nel complesso residenziale a pochi passi dalla Rotonda. Altri invece si sono incatenati all'interno del cantiere per bloccare i lavori nel mirino della procura, la quale ha chiesto il sequestro dell'area per presunti abusi edilizi.

Quello di ieri è solo l'ultimo di una serie di raid che “Vicenza si solleva” ha compiuto nell’area in cui sorgono il nuovo tribunale, un supermercato, palestra, negozi e appartamenti. La presenza di manifestanti dentro l’area è stata confermata dalla polizia, presente con due pattuglie e con i dirigenti della Digos, che identificheranno i manifestanti. Da quanto si è appreso, i responsabili della società “Cotorossi” proprietaria dell'area, non hanno richiesto lo sgombero del cantiere. Sulla vicenda ha preso posizione il senatore Enrico Cappelletti (M5S): «Alcuni cittadini hanno manifestato all'interno dei cantieri di Borgo Berga per bloccare i lavori, cosa che avrebbe dovuto fare la politica vicentina che invece si è dimostrata totalmente incapace di fermare la più grande speculazione edilizia mai realizzatasi nella città di Vicenza. E' assurdo come si sia consentita una cementificazione. Ci siamo battuti per anni assieme a numerosi comitati di cittadini ed associazioni perché venisse detta una parola di verità sulle numerose irregolarità che hanno connotato la realizzazione di questo autentico sfregio alla città. L’amministrazione se ne deve assumere tutta la responsabilità» continua il senatore M5S.
«Ora grazie al lavoro della Procura abbiamo la ragionevole certezza che l'opera sia abusiva, realizzata in violazione delle distanze dai corsi d’acqua, dei vincoli storico-architettonici, delle norme sugli appalti, e dell’obbligo della valutazione ambientale. Sappiamo che oltre alla devastazione del territorio e al rischio idrogeologico vi sono stati danni milionari al Comune derivanti dalle cessioni di terreni pubblici e dalla costruzione delle opere di urbanizzazione. Ci auguriamo che l'amministrazione prenda finalmente le misure necessarie per porre fine a questo scempio ed avviare le procedure di demolizione» conclude il senatore Enrico Cappelletti.

riferimenti

Francesca Leder era intervenuta su eddyburg sulla vicenda urbanistica Borgo Berga a Vicenza: il grande inganno della riqualificazione urbana, e sulla questione delle responsabilità politiche e sul ruolo degli intellettuali Veneto 2014: il sacco del territorio e il silenzio della cultura con postilla. Sulla vicenda giudiziaria si veda Urbanistica, procura Vicenza mette sigilli al cantiere di Borgo Berga di Francesco Erbani, che aveva scritto anche Basta costruire gli architetti ora rigenerano e “Un tunnel sotto le ville del Palladio” Rivolta a Vicenza

Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2016 (p.d.)

E' noto che il cosiddetto project financing è una delle tecniche più efficaci per rapinare le casse dello Stato. In genere la politica – quando non è mandante o complice – se ne accorge sempre dopo. Il caso della Pedemontana Veneta è dunque inedito. Il governo ha scoperto (forse) in tempo che la nuova arteria da 95 chilometri che dovrebbe collegare le province di Vicenza e Treviso “senza oneri per lo Stato” potrebbe costare ai contribuenti 20 miliardi. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti ha attivato nei giorni scorsi una girandola di frenetiche riunioni per salvare il salvabile. Palazzo Chigi è dovuto intervenire a seguito del totale imbambolamento del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio e di quello dell’Economia Pier Carlo Padoan, per tacere del governatore del Veneto Luca Zaia.

La storia della Pedemontana Veneta sembra un copione per cabarettisti. L’operazione parte nel 2003 con i consueti ingredienti dell’epoca: Legge Obiettivo e project financing. La prima garantisce – secondo l’ideatore Ercole Incalza, il dottor Stranamore dell’appalto – l’esecuzione delle opere con tempi e costi certi. Il secondo è apparentemente geniale: il costruttore finanzia e costruisce l’autostrada e se la ripaga con i proventi del traffico, così lo Stato non ci mette una lira. Storie note.

Ma con la Pedemontana Veneta si batte ogni record. Nel 2009 Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso decidono che tra Treviso e Vicenza c’è una vera e propria emergenza traffico, tale da imporre un decreto che svincola la Pedemontana dalle già lasche procedure della Legge Obiettivo. Non solo: viene istituito un commissario onnipotente nella persona di Silvano Vernizzi – braccio destro dell’allora governatore Giancarlo Galan per i cantieri – che diventa nientemeno che “autorità concedente” (nota per i comuni mortali: normalmente l’autorità concedente è il ministero Infrastrutture o l’Anas, minimo una Regione). Vernizzi firma di tutto e di più con il consorzio Sis, vincitore della gara del 2003, formato dal costruttore piemontese Matterino Dogliani e dal gruppo spagnolo Sacyr. I governatori veneti – Galan prima, Luca Zaia poi – approvano tutto. Forse senza rendersi conto di alcuni dettagli. Il primo è quasi normale, cioè il costo dell’opera che dagli 895 milioni iniziali triplica a 2,7 miliardi. Il secondo è la bomba: Vernizzi impegna la Regione Veneto a risarcire il concessionario se per caso il traffico, e quindi i pedaggi, risultassero inferiori alle previsioni. Naturalmente, come tradizione del project financing, le previsioni di traffico alla base dell’operazione sono stellari, per dimostrare la bontà dell’affare: 44 mila veicoli al giorno nel 2023.

Due giorni fa, a Palazzo Chigi, De Vincenti è sbiancato quando due dirigenti di Bei (Banca Europea per gli investimenti) e Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) gli hanno detto che, secondo un loro studio, le previsioni di traffico messe nel piano sono tre volte la realtà. Calcolatrice alla mano, la Regione Veneto dovrebbe rimborsare al consorzio Sis 366 milioni ogni anno per la durata della concessione, 39 anni: 14 miliardi in tutto che diventano 20 calcolando interessi e quisquilie varie.

Perché De Vincenti ha dovuto aprire questo teso tavolo di consultazione? Perché all’inizio di luglio il commissario Vernizzi, il concedente, ha scritto una perentoria lettera al premier Matteo Renzi per battere cassa. Il ragionamento di Vernizzi è semplice. Il consorzio Sis ha iniziato i lavori in un modo curioso, anziché costruire la strada un po’alla volta ha sbancato tutto il percorso, scavando una profonda trincea di 95 chilometri lungo la campagna veneta, ma non ha più soldi. Ha speso finora poco meno di 400 milioni di contributo statale senza metterci un euro di suo. Il contributo pubblico in conto capitale era all’inizio di 150 milioni, poi è diventato di 614 grazie a un miracoloso “atto aggiuntivo” firmato nel 2013 da Vernizzi e assentito da Zaia. Ora il commissario chiede a Renzi gli ultimi 200 e passa milioni per non chiudere i cantieri: pare che il concessionario che doveva fare “tutto con soldi privati” abbia titolo giuridico per pretendere di incassare tutto il contributo anche se non ha messo giù un euro suo.

E qui inizia il capitolo più grottesco. Ovviamente il privato per costruire l’opera deve finanziarsi sul mercato, in questo caso per circa 1,5 miliardi. Ma nessuna banca finora si è arrischiata a prestare soldi al costruttore Matterino Dogliani. La garanzia sottostante è, in sostanza, della regione Veneto che però, se dovesse fare fronte ai 366 milioni all’anno andrebbe in default. In pratica per una banca comprare le obbligazioni Sis sarebbe come investire in titoli di Stato italiani nel novembre del 2011.

Spunta a questo punto l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli, oggi capo dell’investment banking europeo di Jp Morgan. La banca americana ha pronto il piano per l’emissione delle obbligazioni con cedola dell’8 per cento, un lauto interesse che alla fine sarebbe pagato da Zaia. Grilli tiene molto all’affare che porterebbe nelle casse di Jp Morgan una cifra stimata tra i 40 e gli 80 milioni di euro per la prestazione di arranger. Siccome nessuna banca vuole comprare il Pedemontana Bond, Grilli sta facendo pressioni sulla Bei e sulla Cdp perché si mettano una mano sulla coscienza e partecipino all’operazione: sarebbe un segnale forte per il mercato e garantirebbe il successo dell’operazione.

Per questa ragione i tecnici di Bei e Cdp hanno messo a punto lo studio sulle previsioni di traffico che giovedì hanno illustrato a De Vincenti. E le conclusioni sono infauste: solo un pazzo investirebbe su un’operazione così strampalata, ed essendo Bei e Cdp banche pubbliche i loro manager non possono fare follie. A complicare il quadro c’è però un manifesto interesse del presidente di Cdp, Claudio Costamagna, per l’operazione. Da mesi Grilli sta premendo su di lui in modo insistente facendo leva sull’ottimo rapporto tra i due banchieri, cementato dalla mossa realizzata da Grilli nello scorso gennaio: ha assunto in Jp Morgan la moglie di Costamagna, Alberica Brivio Sforza, assegnandole il ruolo di “senior private banker per la clientela Ultra High Net Worth”. A occhio dev’essere un mestiere molto difficile.

Adesso tocca a De Vincenti trovare una soluzione. Non sarà facile. Il complesso sistema di clausole firmate da Vernizzi rende quasi impossibile risolvere il pasticcio senza pagare sontuose penali al consorzio Sis. Purtroppo il Codice Appalti appena riformato dal governo non contiene l’unica norma che avrebbe salvato il Paese da flagelli del genere: vietare per legge il project financing.

La Repubblica online, 4 novembre 2015 La procura di Vicenza ha sequestrato il cantiere di Borgo Berga, nella parte ancora in costruzione del gigantesco complesso edilizio sorto a pochi passi dalla Rotonda, la villa disegnata da Andrea Palladio. Giunge a uno sbocco l'inchiesta aperta dalla magistratura sulla base di numerosi esposti presentati da comitati di cittadini e dal Movimento 5 Stelle, che hanno denunciato non solo lo sfregio a una pregiata area paesaggistica, anche la violazione delle norme sulla sicurezza idrogeologica (il complesso è insediato alla confluenza dei fiumi Retrone e Bacchiglione, che in passato sono esondati).

I sigilli sono stati posti all'area in cui la società Cotorossi avrebbe dovuto costruire undici edifici. Il resto del complesso è già realizzato e comprende, per paradosso, lo stesso Tribunale dal quale sono partiti i provvedimenti richiesti dal procuratore capo Antonino Cappelleri e autorizzati dal Gip. Il sequestro segue di qualche mese un'altra iniziativa della Procura: l'iscrizione nel registro degli indagati di Antonio Bortoli, al tempo dirigente dell'urbanistica e poi direttore generale del Comune di Vicenza. L'accusa è abuso d'ufficio.
L'inchiesta dunque coinvolge anche l'amministrazione comunale che ha autorizzato l'intervento nonostante arrecasse, questa l'accusa, un danno economico al Comune avvantaggiando i privati e senza considerare il possibile rischio idrogeologico. "Ne discende un vizio che rende illegittimo il piano", scrivono i magistrati, "e giustifica la decisione di impedire che nuove costruzioni vengano realizzate in quella zona". Gli esposti riguardavano l'intera area, anche quella dove già svettano edifici altissimi e un centro commerciale. Ma l'intervento della procura interessa solo la zona in costruzione. Quanto già realizzato, sostengono gli inquirenti, coincide con il perimetro dello stabilimento Cotorossi, lo storico cotonificio demolito il quale è stata avviata l'operazione immobiliare.
La vicenda di Borgo Berga si trascina da anni. L'impatto delle costruzioni è imponente in una zona delicatissima. L'intervento fu deciso dall'amministrazione di centrodestra nei primi anni Duemila, ma fu proseguito con il centrosinistra di Achille Variati, attualmente sindaco di Vicenza. I comitati cittadini riuniti sotto la sigla di Out (Osservatorio urbano territoriale), le associazioni ambientaliste e il Movimento 5 Stelle si sono rivolti alla magistratura, alla Corte dei Conti (che ha messo in mora l'intero consiglio comunale che nel 2009 votò per Borgo Berga) e all'Autoritàanticorruzione di Raffaele Cantone. La Procura ha aperto il procedimento alcuni giorni dopo l'uscita di un'inchiesta su Repubblica.it.

Segnalazioni:
Si veda su eddyburg di Francesca Leder Borgo Berga a Vicenza: il grande inganno della riqualificazione urbana e Veneto 2014: il sacco del territorio e il silenzio della cultura; di Francesco Erbani Basta costruire gli architetti ora rigenerano e “Un tunnel sotto le ville del Palladio” Rivolta a Vicenza

Nuova Venezia, Italianostravenezia.org, 25 settembre 2015 (m.p.r.)

Venezia «Qui comando io, quel progetto è una puttanata gigantesca, a Venezia nessuno lo vuole e per questo oggi lo bocciamo in Consiglio comunale». In un Consiglio acceso e in forte contrapposizione con tutte le opposizioni - e uno scontro personale, in particolare con il consigliere della Lista Casson Nicola Pellicani - il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro giovedì ha «forzato» sull’esame del progetto Venis Cruise (presentato da Duferco e Dp Consulting di Cesare De Piccoli) che prevede la realizzazione di un nuovo terminal crocieristico alla bocca di porto di Lido per evitare il passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco.

E invece di limitarsi con la Giunta e il Consiglio a prendere atto e approvare le Osservazioni al progetto - pur molto critiche - della commissione di tecnici comunali che l’ha esaminato, inviandole a Roma, alla Commissione di Valutazione d’impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente che sta esaminando il progetto, ha deciso di «bocciarlo», trasformando la valutazione tecnica in un voto politico.

Uno “strappo” che le opposizioni per una volta compatte - Partito Democratico, Lista Casson e Movimento Cinque Stelle - non hanno accettato, decidendo di non partecipare al voto, proprio in dissenso con la forzatura del sindaco. Che ha polemizzato, in particolare, con Pellicani, quando gli ha ricordato che tutti i progetti alternativi al passaggio delle Grandi Navi in Bacino di San Marco devono essere valutati a Roma dalla Commissione Via.

«Non accetto che si dica che Roma deve dare un giudizio, hai le idee un po’ confuse - ha detto Brugnaro a Pellicani - decide Venezia, quando in ballo ci sono anche 5 mila posti di lavoro della portualità. La città con il voto ha detto che per le Grandi Navi si deve passare da lì (riferendosi al progetto Tresse Est, con lo scavo del canale Vittorio Emanuele, da lui sostenuto ndr) e di lì si va». «Se è convinto veramente che con il voto i veneziani abbiano detto questo, indica un referendum consultivo», gli ha ribattuto il capogruppo del Movimento Cinque Stelle Davide Scano. E sia il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi (con la consigliera Monica Sambo), sia Pellicani, gli hanno ricordato come esistano le leggi e il progetto debba comunque superare il giudizio della Commissione Via. «Rispetteremo le leggi - ha ribattuto Brugnaro - ma la decisione finale sul progetto delle Grandi Navi deve essere politica e spettare alla città». Compatta la sua maggioranza nel sostenerlo. Intanto sul progetto Venise Cruise restano le Osservazioni dei tecnici comunali, molto critiche sul suo impatto ambientale, su quello relativo al funzionamento del Mose, sul traffico acqueo per il trasbordo dei passeggeri dal terminal in mare alla Marittima, sugli effetti negativo sulla pesca. Il comune chiede anche di essere ammesso alla sedute della Commissione Via sui progetti alternativi.

"A tre anni dal decreto Clini-Passera, Venis Cruise 2.0 è l'unico rimasto all'esame della Via e abbiamo inviato al ministero tutte le risposte alle osservazioni contrarie. Chi continua ad avversare in modo pregiudizialela nostra proposta dovrebbe riflettere seriamente». Così avevano puntualizzato alla vigilia del dibattito in un comunicato Duferco e Dp consulting, le società che hanno presentato il progetto per la realizzazione di uno scalo passeggeri per le grandi navi in bocca di porto al Lido. Il riferimento è anche all'amministrazione Brugnaro, che ha una sua soluzione alternativa: far arrivare le grandi navi passeggeri in Marittima dal canale dei Petroli, voltando (e scavando) per le Tresse e il Vittorio Emanuele. «Il ministero non ha accolto l'ennesima contestazione dell'Autorità portuale sulla sussistenza del pubblico interesse dell'opera», insistono i proponenti, «e ha confermato che Venis
Cruise 2.0 rientra negli interventi compresi nel programma infrastrutture strategiche approvato dal Cipe e pertanto incardinato nelle norme della legge obiettivo».

Commento di Italia Nostra Venezia
Durante la riunione del consiglio comunale che doveva esprimersi sulle osservazioni dei tecnici comunali riguardo al progetto Duferco-De Piccoli per le grandi navi da crociera (la creazione di un un terminal al Cavallino, fuori dalle barriere del Mose) il sindaco Brugnaro si è lasciato andare a parole e azioni che sembrano dettate da un concetto di democrazia quantomeno bizzarro. Anzitutto, di fronte alle molte argomentazioni critiche presentate dai tecnici riguardo al progetto Duferco, ha deciso non di prenderne atto assieme al consiglio, ma di far votare il consiglio stesso contro la validità del progetto esprimendo parere negativo. Le opposizioni, denunciando la forzatura, non hanno partecipato al voto; la maggioranza invece ha votato “compatta” (citiamo dalla Nuova Venezia) a sostegno del sindaco.
Nella polemica il sindaco si sarebbe espresso con frasi quanto meno sconcertanti: “A Venezia comando io” avrebbe detto secondo la Nuova Venezia, continuando: “Quel progetto è una puttanata gigantesca, a Venezia nessuno lo vuole”. Al consigliere Pellicani (pd) avrebbe ripetuto le affermazioni che da tempo sostiene: gli elettori avrebbero con il loro voto “detto che le grandi navi devono passare per il canale Vittorio Emanuele”. Questi fatti sembrano sottolineare quanto sia importante un sistema di contrappesi locali e nazionali specialmente su grandi questioni come quelle della salvaguardia di laguna e di qualità della vita.
Ricordiamo che la Venezia insulare non ha dato la maggioranza dei voti a Brugnaro e che ogni progetto dev’essere sottoposto a una Valutazione d’impatto ambientale da parte del governo nazionale, forse proprio per impedire che gruppi di potere locali possano realizzare progetti devastanti per il territorio. Sull’argomento delle crociere riferiamo in un altro post l’intervento di un assiduo e competente giornalista veneziano, Silvio Testa, che rimette a posto le varie tessere del mosaico presentando una sostanzialmente corretta esposizione del problema.

Non si tratta di gentarella, si tratta Silvano Vernizzi, commissario straordinario di tutte le grandi opere viarie della Regione Veneto, e altri cinque dirigenti e di altri cinque funzionari regionali. La Nuova Venezia, 28 gennaio 2015

Dalle costole dell'indagine sul Mose, il pubblico ministero della Procura di Venezia Stefano Ancilotto ha sfilato una nuova inchiesta, puntando l'obiettivo sull'assegnazione dei lavori per il project financing "Via del mare: collegamento A4, Jesolo e Litorali": un progetto da 250 milioni di euro, per il quale la commissione tecnica regionale ha dichiarato vincitore l'Ati capeggiata da Adria Infrastrutture. Non proprio un'azienda qualunque, essendo la società che era amministrata da Claudia Minutillo - già segretaria-braccio destro di Giancarlo Galan quand'era governatore e che guidava a bacchetta l'ex assessore ai Lavori pubblici Renato Chisso - uno degli indagati-cardine dell'inchiesta Tangenti Mose, sul giro di false fatturazioni che ha costituito i fondi neri di Mantovani e Consorzio Venezia Nuova.

Nella nuova indagine non si parla di tangenti, ma di turbativa d'asta. Il pubblico ministero Ancilotto ha iscritto al registro degli indagati la commissione tecnica che ha assegnato ad Adria (proponente del project financing) la realizzazione del primo stralcio della Via del Mare, ora cantierabile e per la quale in questi mesi si sta discutendo in Regione l'iter del secondo stralcio. Sei gli indagati: il commissario straordinario di tutte le grandi opere viarie della Regione Veneto, e Stefano Angelini (residente a Preganziol), Paola Noemi Furlanis (residente a Portogruaro), Antonio Strusi (residente a San Donà di Piave), Adriano Rasi Caldogno (Mestre, attuale direttore generale dell'Asl di Feltre), Mauro Trapani (Vicenza). Ieri sono partiti gli avvisi a comparire, per un interrogatorio - alla presenza dei loro avvocati Marco Vassallo e Paolo Rizzo - in calendario per il 29 gennaio.

Per il pm la commissione non avrebbe preventivamente individuato il criterio matematico per valutare le offerte dei partecipanti, né calcolato il costo degli espropi, ammettendo Adria Infrastrutture nonostante la sua proposta contemplasse un contributo pubblico superiore all'importo massimo previsto dalla legge, permettendole anche di modificare in corso di gara in maniera sostanziale la proposta iniziale. Una serie di favori, dunque, anche se nell'ipotesi di reato non vengono contestate né tangenti, né pressioni da parte di politici come Galan e Chisso (ai quali invece nell'inchiesta tangenti vengono proprio contestati anche interessi privati in project financing autorizzati dalla Regione). «La Procura contesta irregolarità di natura prettamente amministrativa sulle quali il Tar Veneto si è già espresso, dichiarando la totale legittimità di quelle procedure», commenta l'avvocato Marco Vassallo, facendo riferimento al ricorso di Net Engineering, «si tratta di accuse che contraddicono le stesse dichiarazioni di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo, caposaldi dell'accusa, che hanno messo a verbale che il loro nemico in Regione era proprio Vernizzi, che gli aveva messo i bastoni tra le ruote».

«Spro­fondo Veneto, con l’acqua alla gola e le Grandi Opere impan­ta­nate nel fango di affari & poli­tica. È l’immagine dell’incubo Pole­sine pro­iet­tata nel Due­mila. Ma anche l’"effetto Mose" che strac­cia la mito­lo­gica pro­pa­ganda e fa ripiom­bare il Nord Est nel guano delle tan­genti for­mato impresa».Il manifesto, 6 agosto 2014

Qui piove sem­pre sul bagnato: le quat­tro vit­time dello tsu­nami del tor­rente Lierza sabato sera a Refron­tolo (Tre­viso) squa­der­nano la vera insi­cu­rezza del Veneto. Allu­vioni e frane come esito natu­rale delle colate di asfalto e cemento pro­gram­mate senza solu­zione di con­ti­nuità politica.

Dal 4 al 6 feb­braio scorso un’altra emer­genza ha schie­nato mezza regione (com­presa la Marca tre­vi­giana) dai piedi d’argilla. Pro­prio come nell’autunno 2010. Ponte degli Angeli, cuore di Vicenza, misura il ter­mo­me­tro della paura: il Bac­chi­glione sale fino a lam­bire l’asfalto con il rischio di repli­care l’esondazione nel 20% della città che poi si espande verso il mare.
Di nuovo, un bol­let­tino di guerra: a Bovo­lenta, nella Bassa pado­vana, 600 sfol­lati atten­dono i soc­corsi; la rete via­ria della regione para­liz­zata da smot­ta­menti, crolli, infiltrazioni.

Lo scenario
Quat­tro anni fa un’identica apo­ca­lisse aveva messo in ginoc­chio il Veneto cen­trale: da Verona a Padova 150 chi­lo­me­tri qua­drati som­mersi non solo dall’acqua. Eppure era una “cata­strofe annun­ciata”, per­ché al di là delle pre­ci­pi­ta­zioni straor­di­na­rie, dal 1966 le opere di sal­va­guar­dia del ter­ri­to­rio riman­gono incom­piute. Luigi D’Alpaos, ordi­na­rio di Idrau­lica dell’Università di Padova, ripete inu­til­mente: «Il grande disa­stro è stato che nes­suno si è mai inte­res­sato alla que­stione idrau­lica che, anzi, è stata com­ple­ta­mente igno­rata. Si sono fatte così strade, auto­strade e altre opere che magari vanno anche sotto acqua alla prima piog­gia. I sin­daci di que­sti ultimi 50 anni hanno una bella respon­sa­bi­lità per come e quanto hanno urba­niz­zato ed occu­pato il ter­ri­to­rio senza seguire cri­teri guida. I sin­daci devono smet­terla di per­met­tere inse­dia­menti dove è pericoloso».

Il “par­tito del mat­tone” è sem­pre il più forte. Anche nell’epoca della crisi infi­nita l’immobiliarismo detta legge nei Comuni grandi e pic­coli. Dalle cave che dra­gano argini e fiumi al giro d’affari non sem­pre lim­pido del “movimento-terra”, fino ai cemen­ti­fici (tre impianti solo all’interno del Parco regio­nale dei Colli Euga­nei) e ai soliti pro­fes­sio­ni­sti del ramo.
È la vera indu­stria del Nord Est, l’unica finan­ziata dalle ban­che. La messa a red­dito delle aree edi­fi­ca­bili muove un pic­colo eser­cito di affa­ri­sti con inte­ressi votati al pro­fitto, pronti a sca­ri­care gli effetti col­la­te­rali sulla col­let­ti­vità. Sistema arti­co­lato, capil­lare, tra­sver­sale che macina rela­zioni eco­no­mi­che e rap­porti politici.

Verona è l’ultima fron­tiera delle Grandi Opere: 6 miliardi di pro­ject finan­cingcomin­ciano con i 13 chi­lo­me­tri di tan­gen­ziale nord in gal­le­ria. Rac­conta Gianni Bel­loni dell’Osservatorio ambiente e lega­lità di Vene­zia: «Dal casello auto­stra­dale, in 3,5 chi­lo­me­tri, la giunta del leghi­sta Fla­vio Tosi ha pre­vi­sto la costru­zione di ben 11 cen­tri com­mer­ciali per un totale di 380 mila metri qua­dri. Nella sola area di Verona Sud pre­vi­sti 4 milioni di mc di cemento: uno per edi­fici resi­den­ziali, altri 3 in dire­zio­nale, com­mer­ciale e alberghiero».

E la voca­zione d’oro di Vicenza brilla per sin­to­nia ammi­ni­stra­tiva: se il ber­lu­sco­niano Enrico Hull­wek ha lasciato in ere­dità spe­cu­la­zioni come minimo azzar­date, il ren­ziano Achille Variati rego­la­menta nuove colate di cemento armato.
Una ven­tina di chi­lo­me­tri più in là si fanno i conti con il ven­ten­nio di Fla­vio Zano­nato descritto elo­quen­te­mente da Fran­ce­sco Fiore (con­si­gi­liere comu­nale di Padova 2020): «Nel 2013 risul­ta­vano inven­dute oltre 10 mila abi­ta­zioni; che rad­dop­piano nei 18 muni­cipi della comu­nità metro­po­li­tana. Eppure gli attuali piani urba­ni­stici pre­ve­dono espan­sioni: alla volu­me­tria resi­dua del Prg vigente, il nuovo Pat aggiunge altri 2 milioni di metri cubi. Così si imma­gina l’insediamento di 24.185 abi­tanti in un decen­nio, Dato asso­lu­ta­mente irrea­li­stico: negli anni Due­mila la popo­la­zione è aumen­tata di 730 abitanti».

Betoniere e struzzi
Affari & poli­tica in ver­sione edile. Fun­ziona così, dall’epoca del “modello veneto” con una zona indu­striale sotto ogni cam­pa­nile. Nel Due­mila sono resu­si­sci­tati tutti, com­presi quelli appa­ren­te­mente morti con Tan­gen­to­poli. A Vene­zia c’è la mega-concessione del Mose, la più masto­don­tica opera pub­blica con­ce­pita in Ita­lia: la sal­va­guar­dia della laguna affi­data nelle mani dell’impresa Man­to­vani di Pier­gior­gio Baita (costretto a pat­teg­giare con la Pro­cura) e Gio­vanni Maz­za­cu­rati che a 82 anni deve rispon­dere della gestione del Con­sor­zio Vene­zia Nuova.

Comun­que, per i soci del Cvn (com­prese le coop “rosse”) l’affare era fatto: pro­prio all’inizio di feb­braio la Banca euro­pea degli inve­sti­menti aveva sbloc­cato il maxi-prestito (200 milioni di euro). L’accordo fir­mato a Roma seguiva mesi di rac­colta infor­ma­zioni sulle inda­gini giu­di­zia­rie da parte degli esperti della Banca, che hanno rice­vuto in garan­zia… gli stan­zia­menti del governo al Mose. Alchi­mia più che neces­sa­ria, per inter­cet­tare l’ultima tran­che del pac­chetto di 1,5 miliardi (soldi ero­gati tra il 2011 e il 2013). Poi sono scat­tati arre­sti, per­qui­si­zioni, veri­fi­che della Guar­dia di finanza e roga­to­rie internazionali…

A Vicenza, “regna” il gruppo Mal­tauro (1.700 dipen­denti, 465 milioni di euro il valore della pro­du­zione nel 2012) che ha in can­tiere anche l’appalto da 40 milioni della nuova metro di Roma Ter­mini. Naviga anche nei fiumi di denaro dell’Expo 2015 di Milano: 42,5 milioni per il pro­getto “Via d’acqua Sud” a cavallo del Navi­glio. Negli anni Novanta il nome dell’impresa ricor­reva nei fal­doni della magi­stra­tura che inda­gava sulle maz­zette per la “bre­tella” auto­stra­dale con l’aeroporto di Tes­sera. Ora l’imprenditore edile vicen­tino è finito nell’occhio del ciclone nell’inchiesta della Pro­cura di Milano, men­tre Pavia indaga sull’illecito smal­ti­mento di rifiuti. Di certo, Mal­tauro ha garan­tito la mate­ria prima per il bun­ker di Muham­mar Ghed­dafi a Tri­poli, men­tre lavo­rava e pro­get­tava infra­strut­ture del regime.

Cemento sussidiario
Al Tri­bu­nale di Padova è stata invece depo­si­tata l’istanza di pre-concordato da parte di Con­sta. E’ il con­sor­zio che incarna il busi­ness della Com­pa­gnia delle Opere: dal 10 set­tem­bre 2012 il CdA è pre­sie­duto da Gra­ziano Debel­lini (cari­sma­tico lea­der della fra­ter­nità ciel­lina) affian­cato da Eze­chiele Cit­ton (suo brac­cio destro nell’architettura della hol­ding dal Lus­sem­burgo alla Nuova Zelanda) e Luigi Patané nel ruolo di ammi­ni­stra­tore dele­gato e diret­tore gene­rale. I pro­blemi, finan­ziari e non, nascono in Etio­pia con la fer­ro­via per Gibuti e i can­tieri degli acque­dotti. In via Cri­mea va fanno i conti anche con il “rin­culo” delle ener­gie alter­na­tive, con lo sparring-partner Carlo De Benedetti.

La sin­tesi del sistema dei calce-struzzi veneto è ben rias­sunta nell’e-book La poli­tica urba­ni­stica dell’assessore Vito Gia­cino di Gior­gio Mas­si­gnan, pre­si­dente di Ita­lia Nostra a Verona. Sotto i riflet­tori, l’ex brac­cio destro di Tosi arre­stato il 17 feb­braio per cor­ru­zione: «Gli stru­menti urba­ni­stici si sono tra­sfor­mati in piat­ta­forme tec­ni­che che giu­sti­fi­cano e noti­fi­cano la spe­cu­la­zione edilizia».

E anche così si ritorna al “lato B” delle cicli­che allu­vioni a Nord Est. Con l’inchiesta for­mato docu-film Giace immo­bile scritta e diretta da Ric­cardo Mag­giolo: da Cal­do­gno (il paese di Roberto Bag­gio) sott’acqua si arriva fino all’immobiliarismo. Una pro­du­zione indi­pen­dente che viene pro­iet­tata sem­pre più spesso. In alter­na­tiva, c’è il sito www.giaceimmobile.com da cui si può sca­ri­care il film di 89 minuti in full HD a 4,99 euro.

«Negli ultimi cin­que anni il numero di com­pra­ven­dite immo­bi­liari è crol­lato. Nono­stante ciò, i prezzi hanno subìto solo una lieve fles­sione. Il mer­cato è in forte dise­qui­li­brio, oltre ad essere gra­vato da un’enorme mole di inven­duto e di edi­fici abban­do­nati, incom­pleti, deca­denti. Un’implosione del set­tore è un’ipotesi tutt’altro che remota» spiega la pre­sen­ta­zione dell’inchiesta. Fra gli inter­vi­stati, Tiziano Tem­pe­sta dell’Università di Padova e Luca Dondi diret­tore dell’Osservatorio Nomi­sma. È una spie­tata ana­lisi della ren­dita vir­tuale costruita sul valore del mat­tone. Affiora il Veneto della spe­cu­la­zione edi­li­zia, che pro­duce anche “cata­strofi naturali”.

La Nuova Venezia, 5 gennaio 2014

«Il nuovo Piano casa approvato dalla Regione non sta in piedi, siamo pronti ad avviare tutte le iniziative legali per salvaguardare le nostre prerogative in materia urbanistica e difendere l’identità dei centri storici. Il 9 gennaio a Venezia i sindaci delle principali città venete concorderanno un documento che getta le basi per il ricorso contro la Regione».

Ivo Rossi, sindaco reggente di Padova, si è sentito a lungo con Giorgio Orsoni di Venezia, Giovanni Manildo di Treviso, Jacopo Massaro di Belluno e Achille Variati di Vicenza, per fissare l’agenda del meeting dei sindaci metropolitani in rotta di collisione con Palazzo Balbi su una materia delicatissima: il governo del territorio, che «rischia di subire l’oltraggio dei nuovi barbari».

Rossi dichiara il pieno appoggio ad Andrea Gios, il sindaco di Asiago che con una delibera del consiglio comunale ha bocciato la legge regionale 32 che spalanca le porte alla riqualificazione urbanistica. Vale a dire: demolire, ricostruire nuovi volumi con ampliamenti del 20 per cento. C’è chi teme una colata di cemento e chi invece spera che il settore dell’edilizia possa ripartire dopo la lunga crisi, grazie ad una procedura che non prevede né gli oneri di urbanizzazione né la concessione edilizia. Una sorta di deregulation che i geometri stanno cavalcando con offerte di consulenze on line, senza però abbassare le tariffe.

Asiago ha rotto il ghiaccio, seguita da Cortina che teme lo snaturamento della propria identità urbanistica con la riconversione selvaggia degli alberghi trasformati in residence. Marino Zorzato, il «padre» del Piano casa 3, non accetta di finire sul banco degli imputati e rilancia la palla ai sindaci: se proprio volete tutelare il territorio, cancellate dai Prg le zone residenziali non edificate su cui fate pagare l’Imu, dice il vicegovernatore del Veneto. Che aggiunge: i danni al territorio nascono dalla fame insaziabile dei comuni che hanno concesso lottizzazioni selvagge negli anni d’oro per incassare gli oneri di urbanizzazione: la festa è finita, anche se l’Imu sui terreni edificabili pesa come un macigno sulle tasche dei proprietari. Zorzato non desidera vincere il premio Attila che Legambiente assegna al «re dei cementificatori» e annuncia che tra martedì il consiglio regionale avvierà l’esame della legge sul consumo zero del territorio. Depositata dal Pd, sottolinea come tra il 1970 e il 2012 la superficie agricola del Veneto è stata ridotta del 9,85% con 180 mila ettari edificati. In quarant’anni il Veneto si è «mangiato» l’intera provincia di Rovigo.

«Il 9 gennaio a Venezia, i sindaci valuteranno i presupposti giuridici per impugnare il Piano casa 3: si tratta di capire se sia più utile ricorrere al Tar per bloccare l’effetto immediato dalla legge 32 o se invece non si debba addirittura chiedere l’intervento della Corte costituzionale. Il tema è molto delicato, perché cancella tutti gli strumenti di pianificazione e di governo del territorio», spiega Ivo Rossi, «azzera trent’anni di cultura urbanistica e spalanca le porte alle deregulation più selvaggia: non si può diventare dei moderni barbari con la scusa di uscire dalla crisi. Ci vuole un grande senso d’equilibrio, capacità di progettare il futuro e rigenerare i quartieri degradati», conclude Rossi. Il summit di giovedì a Venezia affronterà anche la stangata dei pedaggi delle autostrade e gli effetti della legge di stabilità sui bilanci dei comuni. A rappesentare il governo sarà il ministro Flavio Zanonato.

Gruppo d'intervento giuridico onlus, 5 gennaio 2014

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridicoonlus ha chiesto con una specifica istanza (30 dicembre 2013) al Governo nazionale di proporre ricorso davanti alla Corte costituzionale (art. 127 cost.) avverso la legge regionale Veneto 29 novembre 2013, n. 32 contenente la terza edizione del c.d. piano casa per la lesione delle competenze statali in materia di ambiente e urbanistica (artt. 117 e 118 cost.) e, indirettamente, per lo svuotamento delle competenze comunali in materia urbanistica. Non solo.

In proposito mette a disposizione di chiunque lo desideri un fac simile di istanza da completare con le proprie generalità e qualifica e da rivolgere direttamente al Governo perché impugni davanti alla Corte costituzionale questo vero e proprio regalo alla speculazione edilizia più becera. Chiunque fosse interessato può richiederla all’indirizzo di posta elettronica grigsardegna5@gmail.com. Copia dell’istanza è già stata fornita al Comune di Asiago, insieme a Cortina d’Ampezzo uno dei primi Comuni veneti a battersi apertamente contro il provvedimento legislativo, con una deliberazione consiliare (23 dicembre 2013) di disapplicazione del c.d. terzo piano casa.

Ma è tutt’altro che un piano casa. Bisogna ricordare che il vero e unico “piano casa” è stato il piano straordinario di intervento dello Stato per realizzare edilizia residenziale pubblica su tutto il territorio italiano nell'immediato secondo dopoguerra, con i fondi gestiti da un'apposita organizzazione presso l'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, la Gestione INA-Casa, in base alla legge n. 43/1949. Al termine (1963) saranno realizzati ben 355 mila appartamenti nei tanti quartieri “razionali” predisposti grazie anche al contributo di alcuni fra i più importanti architetti e urbanisti del tempo (da Carlo Aymonino a Ettore Sottsass, da Michele Valori a Mario Ridolfi).

In realtà – così come in Sardegna e in altre regioni italiane – si tratta di un provvedimento legislativo adottato per favorire la più becera speculazione edilizia. La terza proroga[1] del finto piano casa e vero piano scempi sarà applicabile fino al 10 maggio 2017 e sarà utilizzabile addirittura per gli edifici realizzati fino al 31 ottobre 2013 (art. 3, comma 2°), per il 20% della volumetria o della superficie esistente (aumentabile di un ulteriore 5% per edifici residenziali o del 10% per gli altri quando si faccia l’adeguamento per la sicurezza sismica), fino a mc. 150 per unità immobiliare, anche su corpi separati entro una distanza di 200 mt. dall’edificio principale.

Nel caso di demolizioni e ricostruzioni con miglioramenti energetici o con edilizia sostenibile gli aumenti volumetrici possono addirittura essere rispettivamente del 70% e dell’80% della volumetria esistente (art. 4, comma 2°), anche su aree di sedime diverse da quelle dell’edificio originario (artt. 4, comma 3° e 11).

Anche per l’obbligatoria rimozione dell’amianto è concesso un aumento volumetrico del 10% (art. 6), così come è incentivata la demolizione di edifici in zone a rischio idraulico con la ricostruzione in altre zone con un premio volumetrico del 50% della volumetria esistente (art. 7). Per l’eliminazione delle barriere architettoniche è concesso un ulteriore ampliamento del 40% della volumetria (art. 12).

Sono inoltre consentiti nuovi centri commerciali nei centri storici anche in deroga agli strumenti urbanistici (art. 16). Non esistono più limiti alle altezze degli edifici, né c’è la minima traccia delle necessarie autorizzazioni ambientali per le aree tutelate con il vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) o con il vincolo idrogeologico (regio decreto n. 3267/1923 e s.m.i.) o rientranti in siti di importanza comunitaria e zone di protezione speciale (direttive n. 92/43/CEE e n. 09/47/CE, D.P.R. n. 357/1997 e s.m.i.).

Ma soprattutto – incredibile per una regione come il Veneto dove la Lega Nord governa – di fatto saranno esautorati i 581 Comuni veneti, che non avranno alcuna possibilità di mitigare o adeguare le previsioni legislative alla realtà locale: gli strumenti urbanistici comunali saranno in pratica disapplicati.

Basti pensare a che cosa potrebbe accadere sull’Altopiano di Asiago, sulla Riviera del Brenta o nella conca di Cortina d’Ampezzo, una vera follìa, un autentico far west urbanistico in danno delle aree più pregiate sul piano ambientale e forti richiami per il turismo.

La pianura veneta, un tempo celebrata da poeti e scrittori e già ora a rischio di collasso ambientale, potrebbe divenire un unico capannonificio, inutile e sempre meno ricco di lavoro.

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus confida in una risposta ferma e determinata da parte dei Comuni, associazioni e comitati veneti, singoli cittadini e – soprattutto – del Governo nazionale perché questo piano scempi sia portato davanti alla Consulta nel più breve tempo possibile.

p. Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

Stefano Deliperi

L'Unità, 11 ottobre 1963 e 6 ottobre 2013
6 ottobre 2013
LA NOSTRA TINA CHE PER TANTI ANNI
URLÒ INASCOLTATA LA VERITÀ
di Toni De Marchi

Dopo «Vajont» di Paolini e dopo il film con Laura Morante, Tina Merlin divenne un personaggio incontournable, come direbbero i francesi. Una di cui non si può fare a meno, ineludibile. E in molti che l’avevano ignorata se non vilipesa, si scoprirono improvvisamente suoi inconsolabili amici. Parlo dei giornalistoni alla Pansa, ad esempio, che probabilmente quando arrivò a Longarone per La Stampa, non avrà neppure voluto saperne il nome. O dei Bocca, che difendevano la Sade (la società elettrica proprietaria dell’invaso del Vajont) scrivendo su Il Giorno due giorni dopo il disastro «nessuno ne ha colpa, nessuno poteva prevedere, nessuno può riparare....tutto è stato fatto dalla natura». Altro che nessuno poteva prevedere. Per quattro anni Tina aveva raccontato, urlato la verità: mai tragedia era stata più annunciata di questa. Articolo dopo articolo, assemblea dopo assemblea, lei donna, comunista, piccola e anonima corrispondente de l’Unità da Belluno aveva cercato di aprire gli occhi, svegliare le coscienze. Tanto che sarà processata, e assolta, per un articolo del 5 maggio 1959: La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono. Come spiegò poi la sua «non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui». Era una lotta per la vita, per il diritto dei montanari. Di quelle vite dure e rotte come era stata ed era la sua.

Conobbi Tina nel 1975, a Venezia. Cercava collaboratori per la redazione regionale. Lei, che da un retroterra intensamente cattolico era arrivata a essere una comunista convinta ma insofferente alle burocrazie del partito, cercò nelle sezioni del Pci di Venezia dei giovani da inserire in redazione. Voleva evitare che le imponessero qualche piccolo funzionario di federazione. Ovviamente all’inizio fui intimorito, non solo dall’essere arrivato senza rendermene conto in un giornale così importante, ma anche perché avevo di fronte questa compagna (allora si diceva e nessuno se ne vergognava) che mi sembrò subito forte e autorevole. Ma sentii che di lei potevo fidarmi, nonostante le sfuriate pluriquotidiane, gli articoli appallottolati e gettati nel cestino. C’erano ancora le macchine per scrivere e il primo fax, un Infotec arancione che arrivò qualche tempo dopo, era grande come una credenza.

Per molto tempo non seppi davvero chi fosse. Da buona montanara, Tina non parlava di sé. Neppure del «suo» Vajont. E anche di tutto il resto seppi molto tempo dopo. Del fatto che a 17 anni cominciò a fare la staffetta partigiana nel battaglione Manara: Joe il suo nome di battaglia. Bill era invece il nome da partigiano del fratello Toni, medaglia d’argento al valore militare, ucciso dai tedeschi il 26 aprile 1945. Remo era l’altro fratello, alpino, una delle centomila gavette di ghiaccio, scomparso da qualche parte in Russia.

Nonostante molto tempo passato con Tina, le cene nella sua casa alla Giudecca a Venezia, le discussioni a volte molto animate, con lei che bruciava una sigaretta dietro l’altra, la sua storia precedente l’ho scoperta soltanto leggendo molti anni dopo quel libro struggente che è La casa sulla Marteniga, il racconto di come è nata e si è formata la sua ribellione. La scuola interrotta prima di finire la quinta elementare, mandata a servire a Milano a tredici anni perché così si doveva in quegli anni. «Imparai quella volta, in quel cortile, una cosa nuova: l’emarginazione dei poveri. La sentii nella pelle come una frustata. Ebbi netta la sensazione d’essere considerata diversa dalle mie compagne che abitavano in piazza», racconta. E nonostante ciò, quella necessità indomita, infinita di rivolta contro tutte le disuguaglianze e le ingiustizie che segnerà la sua vita intera. Nel caso di Tina non si tratta di parole vuote, ma esperienza Sulla pelle viva, come intitolerà il suo libro sul Vajont. Il 13 ottobre 1963, con la gola ancora serrata per quello che era appena successo a Longarone, Erto, Casso, scrive su l’Unità delle parole che la definiscono mirabilmente: «Non volevo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la Sade. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore per non esserci riuscita».

12 ottobre 1963
L’UNITÀ AVEVA DENUNCIATO TUTTO
MAI CREDUTI E SOTTO PROCESSO
di Tina Merlin

Questo giornale aveva raccontato nel ’59 e nel ’61 
i rischi di quell’opera grazie
 ai pezzi della giovane cronista che fu accusata di falsità

È stato un genocidio. Lo gridano i pochi sopravvissuti, resi folli dal terrore della valanga d’acqua e dalla disperazione di trovarsi soli e impotenti a superare una realtà tragica, fatta oramai di nulla, o meglio fatta di sassi e melma amalgamati dal sangue dei loro cari. Una realtà che ha sconvolto all’improvviso la fisionomia di interi paesi, ma che era purtroppo. prevedibile da anni, da quando ancora all’inizio dei lavori del grande invaso idroelettrico del Vajont i tecnici sapevano di costruire su terreno argilloso e franabile, che perciò potevano portare alla catastrofe.

Genocidio quindi, da gridare ad alta voce a tutti, affinché il grido scuota le coscienze del popolo e il popolo, la cui pelle non conta mai niente di fronte ai dividendi dei padroni del vapore, spazzi via alfine con un’ondata di collera e di sdegno chi gioca impunemente, a sangue freddo, con la vita di migliaia di creature umane allo scopo di accrescere i propri profitti e il proprio potere. Che qualcuno, se ne ha il coraggio, mi smentisca in questo momento. Io assumo la responsabilità di quanto dico; i colpevoli si assumano la responsabilità di quanto hanno fatto. E la giustizia giudichi.

Affermo che ci sono a responsabilità morali e materiali. Ho seguito la vicenda dell’invaso del Vajont con passione non solo di giornalista, ma di figlia di questo popolo contadino e montanaro che si ribella alla retorica delle «virtù tradizionali», che mal nasconde il cinismo dello sfruttamento più spietato. Con questo cuore ho seguito tutte le vicissitudini, le resistenze, le paure dei montanari di Erto contro la «Sade», non per impedirle di costruire il grande bacino idroelettrico del Vajont, ma per impedirle di compiere un delitto. L’intuito e l’esperienza di quei montanari, confortati per altro da pareri di grandi geologi, indicavano la Valle del Vajont non adatta a reggere la pressione di di 160 milioni di metri-cubi d’acqua.

La realtà ha dimostrato la ragione dei montanari, non quella dei tecnici della «Sade». La società elettrica sapeva che le pareti dell’invaso erano formate dal terreno di una enorme frana caduta centinaia di anni fa, sulla quale è sorto in seguito il paese di erto. Sapeva che il monte Toc era esso stesso parte di quella frana e che era prevedibile che l’acqua immessa nel bacino dovesse erodere piano piano il sottosuolo e provocare disastri. Quattro anni fa, quando è stata sperimentata la resistenza del bacino, grosse fenditure avevano segnato le case di San Martino e delle altre frazioni di Erto alle pendici del Toc. Esse, piano piano, si estesero a ridosso del monte, facendo nascere la paura tra gli abitanti di Erto. Costoro si appellarono inutilmente ad ogni autorità possibile dando veste giuridica ad un largo comitato unitario che lottò per anni nel tentativo di opporsi alla costruzione. (...).

Io mi feci portavoce di quei montanari e scrissi un articolo per l’Unità, indicando quello che sarebbe potuto accadere e che oggi è accaduto. La pubblica autorità mi accusò di propagare notizie false atte a turbare l’ordine pubblico. Venni processata a Milano assieme al direttore de L’Unità. (...). lo e il compagno onorevole Bettiol, che rappresentavamo il Partito Comunista, fummo soli e sempre gli unici a sostenere attivamente le ragioni dei montanari. Essi mi difesero energicamente davanti ai giudici del Tribunale di Milano e dimostrarono, con prove e testimonianze, non solo che io avevo scritto la verità, ma che tutto il paese di Erto si trovava in pericolo assieme ai paesi del Longaronese. I giudici mi assolsero, ma le autorità che dovevano tenere conto dei fatti e impedire un possibile massacro, diedero invece via alla «Sade» per i suoi esperimenti criminosi. Fatti, oltretutto, con i miliardi del popolo italiano. (...) Quelle stesse autorità di governo che gestendo oggi gli impianti idroelettrici, e sapendo che da circa un mese la situazione del Vajont peggiorava, non hanno provveduto a scongiurare l’immane sciagura che si è abbattuta stanotte sul Bellunese (...). (11 ottobre 1963)

Rassegna sindacale, ottobre 2013

Torno ancora una volta nella valle del Piave. Mi attende un incontro con un comitato di cittadini in lotta contro il progetto di un'ennesima e devastante centrale idroelettrica. All’altezza di Longarone, come sempre, come tutti quelli che conoscono la tragica storia di cinquant’anni fa, volgo lo sguardo verso quella maledetta diga che incombe sulla valle.

Mi siedo sulle rive del Piave - il corso d’acqua più artificializzato del mondo, un deserto di ghiaia - e apro la mia copia, piena di sottolineature, di Sulla pelle viva, il libro di Tina Merlin di denuncia sul Vajont. Leggo il suo ineguagliabile epitaffio sulla tragica serata del 9 ottobre 1963:

«Sono le 22,39. Un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del “grande Vajont” durata vent’anni, si conclude di tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime».

Il mio pensiero corre a Tina, questa straordinaria giornalista dell’Unità che ho avuto il privilegio di conoscere. Al suo coraggio di affrontare da sola il colosso SADE, subendo processi per aver raccontato della diga.., per aver lanciato l’allarme due anni e mezzo prima della tragedia. Per aver denunciato l’arroganza di troppi poteri forti. L’assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi stampa. L’umiliazione dei semplici, la sua gente, alla quale lei cerca in ogni modo di dare voce.

Per decenni il Vajont è rimasto un ricordo vago nella memoria nazionale. Se negli ultimi anni siamo tornati a parlarne lo si deve alla ristampa del suo libro e, soprattutto, all’orazione civile di Marco Paolini perché, come egli scrive,«le storie non esistono finché non c’è qualcuno che le racconta».

Ma se l’Italia dimentica – scrive Paolo Rumiz – «l’Enel ha la memoria lunga. L’acqua del Vajont c’è ancora nel bilancio idrico nazionale. Come se non fosse accaduto niente. S’inaugurano monumenti alle vittime dell’onda assassina, ma quei centocinquanta milioni di metri cubi servono ancora. Sono il lago di carta che giustifica la devastazione del Piave, disidratato dalle sorgenti alla foce.(…) Come dire che la tragedia ha accelerato, anziché frenarlo il dissesto idrogeologico».

Si è dato via libera al saccheggio. Risultato: se dovesse tornare l’alluvione degli anni sessanta, i danni sarebbero «dieci volte maggiori». Parola di Luigi D’Alpaos, ordinario d’idraulica all’università di Padova. Troppi detriti, troppi ostacoli sulla strada del fiume sacro della Patria.

A cinquant’anni di distanza è cambiato qualcosa? Finalmente salgono a Longarone il Presidente della Repubblica, Ministri e “governatori” per il “mea culpa” dello Stato, per chiedere scusa ai cittadini. Le parole pronunciate dal Ministro Orlando sono sagge: «Le resistenze delle popolazioni locali e dei comitati non si possono liquidare come localismi dei no, ci sono esperienze di chi vive nei luoghi che meritano altrettanto rispetto delle perizie tecniche».

Ancor più decise e autocritiche suonano le parole del “governatore” del Veneto, Zaia: «In questo Paese abbiamo bisogno di costruire meno strade e di realizzare più opere di prevenzione idrogeologica». Che il nostro Presidente sia rimasto folgorato sulla via di Damasco di fronte al ricordo della strage del Vajont? Non è la prima volta che egli pronuncia condivisibili parole che facevano presagire a una svolta ambientalista. L’aveva già fatto nel 2010 di fronte all’alluvione che ha colpito mezzo Veneto e l’ha ripetuto anche nella torrida estate del 2012: «Basta cemento. Serve una moratoria in piena regola!. Peccato però che nel frattempo la sua Giunta abbia dato il via libera a tutti i progetti voluti dagli immobiliaristi e dalla finanza.

Un diluvio di autostrade, bretelle, tangenziali, tunnel, camionabili; una costellazione di new Cities e il lasciapassare alle nuove lottizzazioni dei comuni in cerca di oneri di urbanizzazione. In un Veneto che già negli ultimi vent’anni ha visto diminuire la superfice agricola del 21,5%, un’estensione superiore a quella di tutta la provincia di Vicenza: con un ritmo di 38 ettari al giorno, corrispondenti a più di 53 campi di calcio! Mentre la Metropolitana di superfice è al palo da vent’anni e si taglia il trasporto pubblico locale, la Giunta del Veneto sembra affetta da bulimia autostradale.

Cambiano le Giunte, si avvicendano in carcere e agli arresti domiciliari i vertici dei consorzi, delle imprese e delle società che monopolizzano le “grandi opere”, la Guardia di Finanza documenta l’infiltrazione mafiosa nel mercato immobiliare del Veneto, il dissesto idrogeologico provoca danni in continuazione, la qualità dell’aria è la peggiore d’Europa ma la musica che suonano sul Canal Grande non cambia: cementificare e asfaltare. Lasciare mano libera ai progetti che le varie lobby finanziarie e del mattone hanno in programma e che “concerteranno” con i soliti assessori. Sui tavoli degli uffici regionali sono già pronte decine di “progetti strategici”: mentre si lasciano deperire i 2000 ettari già infrastrutturati di Porto Marghera si spreca altro suolo veneto con svariati milioni di metri cubi di volumetrie e centinaia di chilometri di nastri d’asfalto. Progetti che vanno approvati con le norme “semplificate” della Legge Obiettivo, degli Accordi di Programma, dei famigerati Project Financing “sporchi”. Si dice che costeranno poco. In realtà pagheranno molto i cittadini: nell’immediato con l’aumento dei pedaggi (il Passante di Mestre è l’autostrada più cara d’Italia) e per il futuro si costruisce un debito occulto che graverà sulle spalle delle prossime generazioni. Per i privati proponenti rischi zero. Per i cittadini oneri sicuri.

Ma per riuscirci la Regione ha bisogno di derogare alle norme e superare l’avversione e la protesta delle popolazioni locali che con manifestazioni e scioperi della fame si oppongono con determinazione e competenza alla privatizzazione della rete stradale veneta e alla devastazione del territorio. Opposizioni che, come dice il Ministro Orlando, «non si possono liquidare come localismi del no».

project financing e l'inerzia culturale nella tutela del territorio»
Un grazie molto sentito e sincero al Presidente Clodovaldo Ruffato e un saluto molto cordiale a tutti voi. In questi giorni ho pensato molto a questo incontro per dare al grido del digiuno non un significato di contrapposizione, ma di coinvolgimento.
Lo sapete che il digiuno prolungato mette le persone in uno stato di grande debolezza fisica per cui costituzionalmente si ha bisogno degli altri e qui anche istituzionalmente.

Voi forse vi aspettate che venga subito al nocciolo per quanto concerne la nostra Regione, il campo dove lavorate come nostri rappresentanti.
Invece sono obbligato da un'altra partenza. Non spetta a me e nemmeno sono competente per suggerire soluzioni tecniche. Ho scelto di esporvi il mio travaglio, senza pretese, ma con grande schiettezza pur nel rispetto e nella riconoscenza per quello che ognuno di voi cerca di realizzare per il bene comune. (Tenete presente che da anni la mia attività si muove su due versanti: quello sociale con le situazioni più povere e precarie; nello specifico oggi con le persone che hanno perso il lavoro e il settore dei sinti e rom. Sul versante politico alcuni interventi di interposizione nonviolenta in zone di conflitto armato ed educazione alla nonviolenza e alla pace; anche conoscenza e partecipazione alle attività di molti comitati ambientali grazie al servizio di informazione con Radio Cooperativa.

Il mio digiuno è partito alla chetichella la sera di ferragosto, ma è stato come avessi levato il tappo a una bottiglia.
Esiste una sofferenza diffusa per quanto concerne le scelte ambientali. Non avrei mai pensato che il digiuno sarebbe stato scelto come modo di impegnarsi per l’ambiente e per sensibilizzare la popolazione.
Vengo al mio percorso.
Quello che mi ha scioccato da due anni a questa parte sono due dati uno generale e uno locale.

1. Il pianeta.

Cito: “ Ci troviamo di fronte a una svolta nella storia del pianeta, in un momento in cui l’umanità deve scegliere il suo futuro (...) La scelta sta a noi: o creiamo un’alleanza globale per proteggere la Terra e occuparci gli uni degli altri, oppure rischiamo la distruzione, la nostra e quella della diversità della vita”. Ho citato dalla “Carta della Terra”.
Le due principali fonti di distruzione:
a) la macchina di morte della tecno-scienza: armi nucleari, chimiche e biologiche (25 modi diversi per distruggere l’umanità) b) il caos che abbiamo creato nel sistema Terra e che si manifesta attraverso il riscaldamento globale. Negli ultimi 5 anni si sta registrando, non solo il disgelo delle calotte polari, ma anche lo scioglimento del permafrost, il suolo perennemente ghiacciato del Canada e della Russia, con l’immissione in atmosfera di milioni di tonnellate di metano, che è 23 volte più dannoso dell’anidride carbonica per l’effetto serra. L’ossido nitroso, liberato dai fertilizzanti è 40 volte più distruttivo. Secondo l’ultimo rapporto ONU di valutazione degli Ecosistemi del Millennio, dei 24 elementi che sono fondamentali per la vita, 15 registrano un elevato grado di degenerazione; il pianeta è esausto, la madre Terra ha raggiunto il limite di sopportazione.

Il 20 agosto scorso l’umanità ha esaurito le risorse naturali che aveva a disposizione per l’intero 2013; in meno di 8 mesi sono state consumate le riserve di cibo (vegetale e animale), acqua e materia prime che sarebbero dovute bastare fino al 31 dicembre, immettendo nell’ambiente (suolo, fiumi, mari, atmosfera) una quantità di rifiuti e inquinanti superiore alla capacità di smaltimento del pianeta.

Questi dati, probabilmente noti a molti di voi, li sentite come una notizia pur importante o come una emergenza reale? E se è vera emergenza va affrontata direttamente e subito, o dobbiamo aspettare che tutti siano d’accordo per partire?
Quelli forniti non sono sentimenti, sono dati. Questo mondo in cui siamo cresciuti è finito, la crisi sta imprimendo un velocità imprevedibile. Qualcuno pensa che in qualche modo la crescita sarà una via d’uscita? Questa crisi non è solo economico finanziaria, è entropica.

Il pianeta così come stanno le cose, oggettivamente non ce la fa più.

2. Il Veneto

Vengo al secondo dato: il Veneto.

La mia origine è stata segnata dall’appartenenza alla Terra. I miei genitori, che vivevano da fittavoli in una grande famiglia patriarcale, hanno scelto di passare a una condizione di mezzadri pur di crescere una famiglia come sembrava loro giusto. La penultima categoria della società, dopo c’erano i braccianti.

Devo confessarvi che i dati riguardanti il consumo di suolo nel Veneto per me sono stati alla base della decisione del digiuno, perché sono direttamente collegati a quanto riferito sopra sulla situazione globale.
Il Veneto è una delle Regioni più attive nel mondo nell’affaticare il pianeta. C’è stata una crescita esponenziale delle infrastrutture viarie e delle urbanizzazioni, una crescita indifferente alla storia, alla natura dei luoghi e ai valori del paesaggio veneto, accompagnata dalla polverizzazione delle imprese diffuse ovunque, che hanno comportato la dispersione insediativa e la conseguente congestione delle infrastrutture della mobilità.

La cementificazione dei suoli riguarda quindi anche i terreni più fertili della pianura veneta, mentre la costruzione di sempre nuove strade, autostrade e superstrade, svincoli e tangenziali hanno determinato una ulteriore frammentazione degli spazi destinati all’agricoltura.

È stato un crescendo dagli anni 80 in poi: dai 72 milioni di mq all’anno di perdita di Suolo Agrario Utilizzato degli anni Ottanta, ai 97 milioni mq/anno negli anni Novanta, ai 182 milioni mq/anno dal 2000 in poi.
Un consumo di suolo pari a 38 ettari al giorno. Tra il 2000 e 2010, a fronte di un incremento della popolazione di 429.274 abitanti, sono state costruite 367.354 nuove abitazioni per una popolazione di 1 milione di abitanti.

Il Veneto così risulta la regione più cementificata d’Italia. Un modello di sviluppo la cui insostenibilità viene evidenziata anche dai dati relativi all’impronta ecologica dei suoi abitanti . Nel 2009 al Piano Regionale di Coordinamento (PTRC) si riscontra che, a fronte di una media nazionale pari a 4,2 ettari pro capite/anno, l’impronta ecologica degli abitanti del Veneto è pari a 6,43 ettari pro capite/anno . Cioè per sostenere i consumi e assorbire l’inquinamento di ogni abitante veneto sono necessari 6,43 ettari di terreni “biologicamente attivi”. Ma la “ bio-capacità ” del Veneto è pari a 1,62 ettari/abitante, quindi un “deficit ecologico” di 4,81 ettari pro capite/anno; deficit finora compensato con lo sfruttamento di risorse di altre regioni e continenti, ma che è facile prevedere, con la rapida crescita economica di Paesi emergenti, non sarà più praticabile in un prossimo futuro.

Il Veneto già oggi non ha l’autosufficienza alimentare.
So che conoscete bene i dati che vi ho esposto. Ma averli tutti davanti rimane comunque indispensabile per guardare a quello che stiamo facendo e cercare di trovare risposte per andare avanti.
Sono cifre che basta conoscere o cifre che ci impongono una svolta?
È in emergenza reale anche il Veneto o si trova soltanto in una situazione un po’ critica?
Al camper durante il digiuno erano appesi i 30 progetti iniziati o in partenza di strade e autostrade, i vari poli ospedalieri e le opere marittime. Non c’erano Veneto city – Tessera city – Motor city – né le cave, le discariche (a parte quella di Vianelle) le centrali idroelettriche, a biogas, a biomasse, né i dati rispetto alla fragilità idrica del territorio e all’inquinamento dell’aria. La pianura padana è una delle zone più inquinate e inquinanti d’Europa .

E pensare che a livello comunitario al 2050 dovremo ridurre del 70% il consumo energetico nei trasporti rispetto al 2009 e ridurre del 60% le emissioni di gas climalteranti rispetto al 2008!
Un documento della Chiesa italiana del settembre 2012 è intitolato “Educare alla custodia del creato per sanare le ferite della Terra” e testualmente dice: “Ritessere l’alleanza tra l’uomo e il creato significa anche affrontare con decisione i problemi aperti e i nodi particolarmente delicati, che mostrano quanto ampie e complesse siano le questioni legate all’intreccio tra realtà ambientale e comunità umana”.
Accanto all’annuncio infatti, è necessaria anche la denuncia di ciò che viola per avidità la sacralità della vita e il dono della Terra”.
E continua: “L’ambiente naturale non è una materia di cui disporre a piacimento, ma un’opera mirabile del Creatore, recanti in sé una grammatica che indica finalità e criteri per un uso sapiente, non strumentale e arbitrario.”
Veniamo tutti da un pensiero unico e cioè che lo sviluppo e la modernità ruotano attorno alla centralità dell’economia e della finanza, per cui anche il futuro si apre se saremo capaci ancora di crescita quantitativa.

Direi che siamo prigionieri, chi più chi meno, di questa concezione. A chi di noi è mai venuto in mente di prendere sul serio il punto di vista della Terra e dei suoi diritti, l’organismo vivo che fornisce gli elementi della vita a tutti gli altri esseri, viventi, noi compresi?

Mettiamoci con sincerità davanti a tutte le opere pubbliche e private, Mose compreso. Quante appartengono alla programmazione politica per un servizio alla popolazione e alla cura del paesaggio, quante invece rispondono allo sviluppo e al consolidamento di interessi di grandi gruppi della finanza e dell’economia? Vedete come i conti non tornano per gli enti pubblici, né a livello nazionale né a livello degli Enti locali. Sono sempre meno le risorse a disposizione. Eppure tanti privati si offrono a investire; per chi? Per il bene comune? Si fa sempre più ricorso al project financing pensando a benefici pubblici: un assunto del tutto falso. I privati realizzeranno le opere solo se l’Amministrazione pubblica si impegna a coprire i costi, anche qualora gli investimenti fossero maggiori del previsto o il traffico (nel caso delle opere viarie) minore del previsto. Dunque per i privati proponenti, rischio zero e guadagno certo. Per la collettività, utilità incerta e altissimo rischio di costruzione di un debito differito di ingenti proporzioni, addossato alle future generazioni. Questo è il nodo centrale, questo è il futuro. Progetti partiti in tempi ormai lontani e che non rispondono né ai servizi veri per la popolazione, né al restauro e alla bellezza del territorio e del paesaggio. Andando di questo passo non vi pare che di usufruibile gratuitamente da tutta la popolazione non rimarrà più niente neanche spostarsi da una località all’altra?

Sono in programma anche campi da golf, naturalmente con villette attorno e solo per ricchi....
Sto pensando al recupero fatto nelle città medioevali dell’Umbria, della Toscana, delle Marche. A tutti noi si allarga il cuore per questi scrigni recuperati e conservati di città e borghi. Perché deprezziamo il Veneto così ricco di arte, di gioielli disseminati ovunque e spesso ormai abbandonati, con bellezze naturali ineguagliabili e produzioni agricole di pregio? Nostalgia rivolta al passato o valore aggiunto per il futuro? Perché il territorio e il paesaggio in quanto tali non diventano il centro di interesse collettivo, capace di attirare gli investimenti necessari per mettere in sicurezza il sistema acqua bene comune, invece di fare le scelte più impattanti, mettendo a rischio le falde e le ricariche e rubando suolo alle coltivazioni?

Perché non è possibile un piano trasporti integrato ferrovia-strade a partire dai bisogni della popolazione, che si sposta sempre più con i mezzi pubblici per necessità, invece di privilegiare solo la fetta ricca della società, con TAV e fantomatici corridoi, che esistono solo nella testa di alcuni politici, ma certamente non nella realtà né all’est né all’ovest dell’Italia? Eppure una pioggia di miliardi. Perché non consolidare e rendere più efficiente e meglio coordinato l’esistente con un’occupazione costante?

Sappiamo tutti che ci sono molte falle di trasparenza e di legalità, conflitti di interessi in atto, non solo per il Mose. È una questione morale ineludibile, anche per il rischio ormai documentato di infiltrazioni mafiose.

Quanto avvenuto con gli ingegneri Baita e Mazzacurati non è un incidente di percorso; è la creazione e il funzionamento di un sistema di corruzione ramificato e stabilizzato.
Ho domandato ormai a tutti; nessuno mi ha fornito una risposta. Perché né ai parlamentari, né ai senatori, né ai consiglieri regionali è stato finora possibile accedere ai dati riguardanti il piano economico di un’opera pubblica della portata dell’autostrada pedemontana veneta? È un’opera pubblica; dovrebbe essere un diritto poter accedere agli atti. Ci sono due sentenze del TAR consolidate rispetto al mantenimento del commissario Silvano Vernizzi, che personalmente non conosco e che può essere la persona più straordinaria di questo mondo, ma che di fatto ricopre ruoli (presidente Veneto Strade e responsabile delle valutazioni del VIA) che comportano evidente conflitto di interessi.

Sapete che dopo le sentenze del TAR e il decreto del Governo Monti di riconferma del commissario si è aperta una eccezione di costituzionalità che finirà alla Corte Costituzionale. Penso sarebbe più onorevole per tutti, prima di tutto per l’istituzione regionale, mantenere il controllo e la vigilanza in corso d’opera invece che dover affrontare amare sorprese con perdita secca di credibilità a opera compiuta! Sarebbe veramente triste pensare che il palinsesto e il calendario della politica debbano dipendere dalle sentenze dei tribunali.

C’è un altro problema cruciale: il lavoro. Da sempre viene riproposto solo con le grandi opere pubbliche o private, con i grandi investimenti ad alto impatto ambientale e con ricavi esclusivamente a vantaggio dei privati. Sapete che c’è molta propaganda per giustificare scelte, che non sono per il bene della collettività. Ci sono esempi ormai eclatanti di modalità di lavoro diffuso, che concilia maggior risparmio e maggiore occupazione.

Faccio un semplice esempio. Con un miliardo di euro di investimento in raccolta differenziata spinta (porta a porta) e riciclo, si creano 200 mila posti di lavoro permanente. Per gestire la stessa quantità di rifiuti con l’incenerimento il costo si aggira sui 15 miliardi di euro con 3000 occupati.

Per l’occupazione, con la stessa spesa, c’è un rapporto di 1 a 1000 senza ricorrere a grandi opere. È quanto avvenuto a Ponte nelle Alpi: riciclo oltre il 90%; costo smaltimento rifiuti da 475.000 euro/anno a 40.000; occupazione da 5 operai a 13; con soddisfazione dei cittadini.

Oltre al Presidente di questo Consiglio regionale al camper del digiuno sono venuti altri rappresentanti politici di vari partiti. Mi sembra di capire che la linea sia quella di portare a termine quanto approvato e poi, un po’ alla volta rivedere programmi e progetti. Siamo di fronte a un impoverimento della popolazione sempre più veloce e diffuso. Partiamo dalle opere o partiamo dalle persone per affrontare la crisi? Non è problema di poco conto, sia per riorganizzare i servizi sociali nei singoli Comuni, che quelli sanitari e ambientali.

Una volta detto alle persone che sono esauriti i fondi per l’assistenza, non sono risolti i problemi, anzi. Rischiamo a breve di trovarci con una società a due velocità e con il rischio di conflitti sempre più forti per le necessità dei più poveri.

Per questo vi supplico di esercitare la vostra responsabilità umana e istituzionale verso tutti i cittadini: a partire dal riconoscimento dell’emergenza sociale e ambientale del Veneto (siamo in una crisi entropica e non solo strutturale) diamo un segnale di grande discontinuità con una moratoria su tutte le opere pubbliche e private che comportano un’ulteriore sottrazione di suolo coltivabile e una devastante colata di cemento e asfalto, snaturando ancora di più la realtà e la vocazione agricola del Veneto.

Infine una parola sui comitati. Da anni con Radio Cooperativa ho avuto modo di seguirne le vicende.
Generalmente si tenta di liquidarli tacciandoli di negatività fine a se stessa.
Devo confessare che, mai come in questi anni, i comitati hanno sviluppato competenze tecniche e giuridiche e soprattutto sono stati aperti al dialogo, se viene accettato, per offrire alternative. Tante volte mi sono domandato perché non venga preso in considerazione la ragionevolezza delle loro proposte, sapendo che nessuno di loro lavora per interessi privati o particolari.

Per me sono le sentinelle e i parafulmini della società e della Terra. Veramente la passione per il bene comune ha guidato in questi anni la loro attività e la loro dedizione. Se la vitalità della democrazia si misura dalla partecipazione attiva alle scelte importanti per tutti, dobbiamo ai comitati grande riconoscenza.

Vi prego di accogliere quanto esposto non come una pretesa, ma come una preghiera pressante.
Di nuovo grazie per avermi accolto e ascoltato.

Don Albino Bizzotto

Venezia, 3 settembre 2013


La Nuova Venezia, 30 giugno 2013

Il progetto di Veneto City nella sua nuova versione, definita “green”, è utile per riflettere e per decidere alcune questioni importanti e decisive per il prossimo futuro del nostro territorio. Lo sforzo dei progettisti e della committenza a far apparire “green” la costruzione di 718 mila metri quadrati di nuova edificazione nei campi è evidente e apprezzabile sia nei disegni che nelle parole utilizzate per illustrare il progetto. Il problema però è un altro: per quanto sia ammirevole che una nuova committenza si renda consapevole e ingaggi validissimi progettisti e per quanto il progetto si proponga ambiziosi standard e certificazioni energetiche, resta il fatto che la costruzione di un “polo terziario” in mezzo alla campagna, comunque si faccia, è obsoleto nella sua concezione e sbagliato perché estremamente dannoso da molti punti di vista: contraddice la politica del consumo di suolo zero ormai sostenuta da tutti a livello disciplinare e, finalmente e ultimamente anche dalle istituzioni e dalla politica; ignora l’esistenza di eccedenza di costruito riutilizzabile provocandone l’ulteriore fatiscenza; conferma antistoricamente una mono-funzionalità degli insediamenti che ha dimostrato tutta la sua inefficienza e nocività ambientale e sociale; conferma con i suoi orgogliosi 280 mila metri quadrati di parcheggio (e a dispetto della fermata della Sfmr) ancora una volta il modello disviluppo del territorio basato prevalentemente sull’ automobile.

Riguardo a tali questioni, purtroppo, il bel disegno paesaggistico e le sofisticate strutture lignee delle nuove architetture, sono assolutamente insignificanti se non addirittura fuorvianti, in quanto operazione sofisticata di marketing. Sono e rimangono 718 mila metri quadrati costruiti nella campagna circondati da 280 mila metri di parcheggi e avviluppati da migliaia di metri lineari di strade e svincoli. Se si vuole veramente, come recentemente si sente finalmente dire da più parti e da molti rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, affrontare seriamente l’opera di manutenzione e di ricostruzione del nostro territorio non è più possibile nascondersi dietro ambiguità e raffinate confusioni: suolo zero vuol dire suolo zero, riciclo dell’esistente vuol dire riciclo dell’esistente, abbandono della monofunzionalità e ripristino della complessità - sociale e funzionale - vuol dire non costruire più centri commerciali e poli terziari separati dal tessuto urbano abitato, promozione del trasporto pubblico su ferro vuol dire attivare la creazione di reti di relazioni e di sistemi morfologici, stili e abitudini di vita che rendano meno necessario l’uso dell’auto. Su questi temi si sta lavorando in tutta Europa, con protocolli condivisi a livello comunitario, con visioni di lungo periodo, con programmazioni decennali, con progetti coerenti a quegli obiettivi e a quei quadri e i risultati sono già visibili e misurabili in molte regioni metropolitane; gli studi esistono anche qui ma sembra che ancora vengano ignorati e scavalcati.

Le strade da percorrere sono alternative; bisogna scegliere e cittadini e rappresentanti dei cittadini devono saper chiedere agli operatori quale sia la qualità richiesta dalla comunità prima che quale sia la qualità richiesta dal mercato; il progetto di Veneto City può essere utile a far chiarezza: proseguire ciecamente nella devastazione del territorio facendosi inebriare dalla “rifinitura” green, oppure finalmente ricercare quella visibilità mondiale non costruendo nella campagna un “landmark da archistar” ma facendo scelte nuove, di reti avanzate, coerenti, veramente green, evitando di costruire a discapito della natura. Continuare a ripetere gli errori degli ultimi decenni appare anacronistico e sciaguratamente improvvido.


Postilla

Nell’icona un’immagine delle “colline” articiali di calcestruzzo abitato, che l’architetto pennacchione adopera per verniciare di “green” e di “sostenibilità il suo devastante progetto.

The Guardian, 9 aprile 2013, postilla (f.b.)

Titolo originale: Italy roused to halt plunder of Asolo village – Traduzione di Fabrizio Bottini

Il piccolo centro di Asolo, nel nord-est italiano “città dei mille orizzonti” ha una bellezza cantata da secoli. Tra chi ci ha abitato si contano l'esploratrice Freya Stark o l'attrice Eleonora Duse. La amava così tanto il poeta Robert Browning, da intitolarle la sua ultima raccolta di versi: “Asolando”. Oggi però questo idillio rurale è al centro di un'aspra disputa per le trasformazioni edilizie, che vede opporsi da un lato l'amministrazione locale, e dall'altro politici e abitanti, che la accusano di mettere a rischio l'integrità di questa “perla diTreviso”.

Settimana scorsa la maggioranza, Lega Nord, ha reso noto un progetto di costruzione residenziale e uno industriale nell'area, quest'ultimo per una superficie di circa trenta ettari. Il sindaco Loredana Baldisser sostiene che sono necessari per lo sviluppo locale. Questo progetto di trasformazione, approvato mercoledì, ha fatto sollevare sia l'opposizione in consiglio alla giunta Baldisser che numerosi abitanti, che lo considerano una inutile e orribile espansione urbana in una zona nota per le sue bellezze naturali. Domenica si è svolta una manifestazione nella piazza centrale, ed è stata firmata da quasi 500 persone una petizione per fermare il progetto. L'ex sindaco di Asolo, Daniele Ferrazza, scrive sul documento “Per l'amore che provo verso questo angolo d'Italia, farò di tutto per difenderlo dall'aggressione dell'avidità di pochi insensibili alla storia e privi di scrupoli di coscienza”.

Laura Puppato, senatrice del Partito Democratico di centrosinistra eletta in Veneto, stigmatizza gli amministratori di Asolo per i loro tentativi di “cementificazione” della campagna: “Questa espansione urbana non ha alcun senso, mette a rischio una delle ultime zone intatte in un Veneto ormai preda di degrado urbanistico e miseria culturale” ha scritto sul Fatto Quotidiano. Le intenzioni dell'amministrazione locale di Asolo paiono contrastare con quanto dichiarato l'anno scorso dal presidente della giunta regionale veneta, pure della LegaNord, Luca Zaia, che aveva giudicato eccessive le trasformazioni insediative nella regione, chiedendone la fine. Auspicando una “nuova sensibilità” ambientale, la Puppato sostiene che Asolo può diventare invece simbolo della battaglia in tutto il paese contro un'edilizia che “divora” territorio..

“Chiunque sia sensibile alla bellezza deve mobilitarsi per contrastare quest'ultimo assalto e sostenere chi si oppone ad una teoria distorta dello sviluppo urbano” scrive. Anche un articolo da più venduto quotidiano del paese, il Corriere della Sera, giudica il progetto “assurdo”. Il rappresentanti locali del Movimento Cinque Stelle sono del medesimo parere. “Si sta distruggendo il nostro territorio” ha detto il rappresentante del partito Michele Ballan, definendo l'idea “assurda e devastante”.

A una sessantina di chilometri circa da Venezia, Asolo con le sue tortuose stradine e le sontuose ville rinascimentali attira ancora oggi molti turisti, così come in passato affascinava scrittori e artisti. La Stark, straordinaria giramondo britannico, ci passò lunghi anni della sua giovinezza, tornandoci poi a morire all'età di cent'anni. È sepolta nel cimitero di Sant'Anna. Browning, uno dei principali poeti vittoriani, subì profondamente l'influenza dell'ambiente di questa cittadina, ambientandoci nel 1841 la vicenda di Pippa Passes e trascorrendoci gli ultimi anni di vita. La raccolta Asolando venne pubblicata il giorno della sua morte nel 1889, e Robert Barrett Browning, figlio del poeta e di Elizabeth Barrett, è morto a Asolo nel 1912.

Postilla
Forse è il caso di sottolineare, come già fatto da Laura Puppato nel suo articolo, l'importanza del caso di Asolo e della sua risonanza internazionale, come punto di partenza di una più generale riflessione sul modello di sviluppo territoriale e socioeconomico del paese, dove l'aspetto particolare delle società locali come custodi del paesaggio diventa metafora di sostenibilità, non certamente da esaurire nei pur importanti aspetti estetici, culturali, letterari (f.b.)

Qui su Eddyburg anche gli articoli di Laura Puppato dal Fatto Quotidiano, di Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera, e l'appello originale dell'ex sindaco Daniele Ferrazza

Ma diciamola qualcosa di più. Corriere della Sera, 9 aprile 2013. Con postilla.
«A chi appartiene Asolo?». Cominciava così, anni fa, un grande reportage di Sergio Saviane. A tutti i cittadini del mondo che amano la bellezza, è la risposta. Per questo l'aggressione cementizia contro uno dei borghi più belli del pianeta va fermata: non è coi capannoni tra le ville palladiane che si esce dalla crisi. Fosse ancora vivo, Indro Montanelli che nel '72 scatenò l'iradiddio contro lo scellerato piano regolatore della cittadina trevisana, incenerirebbe gli autori del nuovo Pat, il piano di assetto territoriale. Piano che, in cambio del versamento nelle casse comunali d'un milione scarso di euro (a rate) concede a un pugno di immobiliaristi di tirar su oltre un milione di metri cubi di cemento, in larga parte capannoni.

Cosa sia Asolo è presto detto. Un gioiello urbanistico adagiato sulle colline care al Giorgione, dominato da un'antichissima Rocca e dal castello che ospitò la regina di Cipro Caterina Cornaro e la sua corte rinascimentale. Un borgo che ha preso il cuore di mitiche attrici come Eleonora Duse (che sospirava sul «bello e tranquillo paesetto di merletti e di poesia» e riposa nel cimitero di Sant'Anna), poeti come Robert Browning (che scrisse «Asolando») e la moglie Elizabeth Barrett, esploratrici eccentriche come Freya Stark, amica di Churchill, Gandhi e della Regina Madre, architetti come Carlo Scarpa che sulla colata di cemento degli anni Settanta tuonò: «Mi batterò con la mitraglia».

Amatissima dai nobili veneziani, Asolo ospita 29 ville venete una più bella dell'altra. Da villa Contarini a Ca' Zen, dalla Malombra a villa Falier, dove durante un banchetto un «fanciulletto» parente di un tagliapietra scolpì in un pane di burro un leone di San Marco e l'opera impressionò a tal punto gli ospiti che vollero conoscere l'«artigianello»: era Antonio Canova.

C'è tutto, ad Asolo. L'intera nostra storia dalle fortificazioni romaniche alla violenza di Ezzelino, da Gli Asolani di Pietro Bembo al fascino delle culture che si sovrappongono: «Ogni edificio pubblico ha un suo garbo», scrisse Paolo Monelli, «e i palazzotti dei patrizi si intonano alle modeste case vicine, Medioevo e Seicento, Rinascimento e Settecento si alternano senza urto». Dedicò due intere terze pagine sul Corriere, il grande giornalista, alla guerra contro il piano regolatore di Asolo del 1972. E con lui scese in campo Montanelli, chiedendo «perché il tecnico o l'operaio di Sesto San Giovanni dovrebbero scomodarsi a venire fino ad Asolo per ritrovarvi le stesse colate di cemento, lo stesso frastuono, gli stessi puzzi, la stessa nuvolaglia di gas?». Nel nome di Asolo il pioniere dell'ecologia Franz Weber convocò gli amanti dell'arte a Parigi esordendo con una frustata: «Era bella, un tempo, l'Italia…».

Quarant'anni dopo, miracolosamente scampato agli scempi più osceni grazie a quella campagna, il paese trevigiano adorato da quelle donne straordinarie corre oggi, dicevamo, nuovi rischi. Ed è uno strano destino che li corra con un sindaco donna, la giovane e bella Loredana Baldisser, che guida una giunta leghista bollata da Vittorio Sgarbi come «barbarica». Nei guai finanziari come quasi tutti i Comuni italiani, la giunta del Carroccio ha accettato mesi fa la richiesta della Srl «Agribox» (spuntata dal nulla con un capitale minimo e l'«attività prevalente: coltivazione di cereali, legumi da gramella e semi oleosi») di trasformare 57 mila metri quadri di un grande terreno agricolo lungo la strada che porta verso Bassano del Grappa, a ridosso dell'area vincolata, davanti a villa Rinaldi Barbini in una nuova area industriale in cambio d'un versamento al Comune di 960 mila euro dei quali 300 mila entro il 31 dicembre 2012 per consentirgli di chiudere il bilancio senza violare il patto di Stabilità.

Ma è solo l'inizio. La settimana scorsa, con un blitz, la giunta presenta un nuovo piano. Tutto moltiplicato. Tra la zona collinare e la pianura è previsto il via libera a 285 mila metri cubi di nuovi insediamenti residenziali (l'equivalente di settecento villette da 400 metri cubi l'una o un migliaio di appartamenti) e una nuova area industriale di 30 ettari tolti all'agricoltura. Un'enormità. I capannoni esistenti occupano già 62 ettari, uno su cinque porta il cartello «affittasi» o «vendesi» e quell'aumento del 50% appare senza senso. Sono già 1.077, stando ai dati regionali, le aree industriali nella provincia di Treviso: 14 a Comune. Tanto che lo stesso governatore leghista Luca Zaia ha riconosciuto: «Nel Veneto si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarsi». Di più: «Quanti capannoni dismessi vanno all'asta e le aste deserte? Che destino avranno queste cubature? Se fossi un sindaco vincolerei ogni nuova concessione a un preciso piano industriale: vuoi costruire un nuovo capannone? Spiegami per farci cosa, per quanto tempo, con quante persone. È vero, la terra è tua. Ma l'ambiente è un patrimonio della comunità».

Stando all'anagrafe, spiega l'urbanista Tiziano Tempesta, non solo gli abitanti di Asolo sono in calo dal 2010 ma «il trend demografico è in flessione dal 2003». Eppure se i residenti dal 2002 al 2010 sono cresciuti del 17% (in larga parte stranieri), le case lo sono del 32%. Che senso c'è, oggi, con molti immigrati che se ne vanno, prevederne 1.900 in più? Fatto sta che nonostante sia quel gioiello che è, il paese tra zone produttive, residenziali, servizi, ha oggi il 18,4% del territorio «artificializzato». Una percentuale del 4% più alta di quella già altissima del resto del Veneto. Assurdo.

«È un saccheggio deciso da un manipolo di persone senza storia e senza scrupoli di coscienza», accusa Daniele Ferrazza, già sindaco di una lista civica vicina al centrosinistra. «Sono pazzi — accusa Gino Gregoris, già candidato sindaco di una lista vicina al Pdl — e sono sempre più isolati». Vittoriosi grazie alla spaccature degli avversari, i leghisti conquistarono il Comune con appena il 36% dei voti. Ma via via hanno perso per strada non solo elettori (alle ultime Politiche il Carroccio è crollato al 17% dal 42% del 2008) ma vari consiglieri col risultato che oggi il consiglio è spaccato: 9 contro 8. Votano domani. La prospettiva di campi e vigneti davanti alla villa Rinaldi Barbini, una vista meravigliosa che potrebbe essere stravolta dai capannoni, è appesa a un voto.

Postilla

Tutto vero, tutto giusto. E siamo particolarmente lieti che l'allarme di Daniele Ferrazza sia rimbalzato da eddyburg fino ad approdare con evidenza sulle pagine principali dei media nazionali. Abbiamo conosciuto Ferrazza come valoroso sindaco di Asolo anni or sono, quando abbiamo organizzato con lui due belle edizioni della Scuola di eddyburg e un interessante convegno sui centri storici. Il fatto che un ex sindaco sia sceso in campo per rivendicare le ragioni della bellezza e della ragione in una fase nella quale i sindaci appaiono troppo spesso complici, o ignavi succubi, del saccheggio dei beni comuni ci sembra significativo, così come ci appare significativa la capacità di denuncia e di protesta subito emersa dagli abitanti di Asolo. Speriamo che lo scempio di Asolo sia evitato, grazie anche alla lucida e argomentata invettiva di Gian Antonio Stella. Bisogna ricordare però che di casi come quello di Asolo ve ne sono a decine, tutte le settimane, in ogni parte d'Italia, il più delle volte con la vittoria dei saccheggiatori. Ciò anche per due ragioni che ai giornalisti attenti non dovrebbero sfuggire: che per il pensiero corrente (e per l'ideologia dominante) il territorio è considerato come una merce da sfruttare per l'arricchimento dei suoi proprietari (quella che chiamiamo "la città della rendita"), e perchè sono state abbandonate le regole della buona pianificazione territoriale e urbanistiche. Ci piacerebbe molto leggere, e riprendere su questo sito, servizi giornalistici che analizzassero e divulgassero la conoscenza su queste radici dei mille episodi di degrado che sfigurano, giorno per giorno, il volto dell'Italia.

Anche la senatrice veneta invita a raccogliere l'allarme di Daniele Ferrazza, pubblicato su eddyburg pochi giorni fa, perchè sia cancellato l'obbrobrio delle villette e delle nuove (inutili) zone industriali. Il Fatto quotidiano online. "Ambiente e veleni", 8 aprile 2013

Ad Asolo, uno dei borghi più belli d’Italia, a manifestare assieme a centinaia di cittadini che si oppongono alla cementificazione dei loro colli e della campagna. Metti un’amministrazione comunale guidata dalla Lega Nord che propone, senza partecipazione e alcuna trasparenza, un Piano di Assetto del Territorio nel quale si prevedono oltre un milione di nuovi metri cubi di cemento con destinazione residenziale, commerciale e artigianale. Metti un Veneto che, come gran parte d’Italia, è una regione in cui si è costruito più del dovuto e non si contano più i cartelli “vendesi” o “affittasi”….

Sono le conseguenze di uno “sviluppo senza progresso” e senza pianificazione che tenga finalmente conto dei flussi demografici e dell’andamento economico. Ora questa nuova espansione urbana, priva di ogni ragione, mette a rischio una delle ultime isole felici di un Veneto da tempo diventato terra d’infelicità urbanistica e di povertà culturale. La campagna urbanizzata che fa parte del “paesaggio” veneto contemporaneo non è un bel biglietto da visita per il nostro turismo (Andrea Zanzotto grande poeta del ’900 ebbe a dire che dopo i campi di sterminio vi era in corso lo sterminio dei campi…). Asolo infatti è nota a livello mondiale per la sua storia, i suoi palazzi medioevali, le sue chiese, Asolo è stata lungamente amata dalla Regina d’Inghilterra e da Freya Stark, da Eleonora Duse e D’Annunzio…. Da secoli è luogo di soggiorno di personaggi e artisti e meta turistica di migliaia di visitatori che trovano in questa perla della pedemontana veneta un’oasi di pace.

Ad Asolo la cementificazione interesserà anche i colli e la campagna grazie a un criterio che consente di costruire nuove abitazioni in un contesto di case sparse in zona agricola. Secondo la relazione tecnica si mira alla ”riqualificazione e completamento degli ambiti di edilizia diffusa, per corrispondere alle esigenze dei nuclei familiari, favorendo la permanenza delle nuove generazioni”. Anche se gli alloggi non occupati di Asolo e delle sue frazioni sono quasi 400, la volumetria prevista dal PAT è di altri 285.000 metri cubi. Questo partendo dal presupposto che in futuro, oltre a un importante incremento demografico, aumenterà significativamente anche il numero delle famiglie residenti ad Asolo e con esse la domanda di abitazioni. Nei tempi lunghi, con una popolazione attestata sopra le 11.000 unità (oggi sono 9.325), si prevede un incremento di oltre 1.200 famiglie. Previsioni del tutto infondate, visto l’andamento demografico degli ultimi anni e il rallentamento dei flussi migratori. Per le attività produttive, commerciali, direzionali e logistiche, sono 20 gli ettari previsti, interamente corrispondenti al fabbisogno insediativo strategico. Ciò a fronte di oltre 60 ettari di aree produttive già presenti sul territorio comunale.

La lotta contro il consumo del suolo deve essere una priorità per le amministrazioni locali, oltre che un punto fermo della prossima agenda di governo. Asolo può diventare il simbolo di questa battaglia, da qui deve prendere le mosse una nuova sensibilità nei confronti dell’ambiente. Chiunque abbia a cuore il bello è invitato ad una mobilitazione per fermare questo ennesimo attentato al territorio e a sostenere tutti gli appelli di coloro che si oppongono a questa sciagurata ipotesi di nuova espansione urbanistica. Invito tutte le personalità che si battono per un futuro a “cemento mq zero”, da Salvatore Settis a Domenico Finiguerra, a sostenere questa causa. Affinché non si possa più affermare che “l’Italia è una Repubblica fondata sul cemento”.

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