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Nel dibattito sul destino del prestigioso complessodella Cavallerizza Reale di Torino interviene Enrico Bettini, tra gli autoridel progetto di restauro e riutilizzazione degli spazi di uno dei maggiori “monumentiurbani” di cui l’antica capitale del Regno d’Italia dispone.


Il vicesindaco di Torino Guido Montanari (11.10.17), nel confutare le affermazioni di Forni-Negro (della cui ricerca si è avvalsa una proposta meta-progettuale coordinata dal sottoscritto) sulle intenzioni della sua giunta nei confronti del complesso castellamontiano denominato “Cavallerizza”, vuole dimostrare, a suo dire, che la giunta stessa è impegnata ad interrompere il processo di vendita e a riacquisire l’immobile anche se, per colpa di Fassino, non c’è un euro in cassa. Vengono di seguito forniti diligentemente i dati (con un po’ diconfusione tra sup. territoriale e sup. coperta): 16.000 sono i mq. diproprietà della Cassa Depositi e Prestiti (CDP); 25.000 i mq. di proprietà delfondo di cartolarizzazione attivato in precedenza dalla città (CCT); 1.200 imq. che la precedente amministrazione aveva già decartolarizzato,corrispondenti al solo Maneggio al chiuso, opera di B. Alfieri, il gioielloarchitettonico dell’ex ‘Zona di comando’ militare dei Savoia).

Montanari illustra dunque il nuovo processo. Iniziaa stabilire che, in realtà, l’area di proprietà della CDP (oltre un terzo ditutto il compendio) rimarrà della CDP, non si riacquisisce nulla, nemmeno inipotesi. Però con la CDP ci si sta accordando per la realizzazione, sul suolotto, di un ostello della gioventù (“importanteattrattore di giovani”) che la stessa CDP considera investimentoredditizio. Come esordio di tutta la sbandierata “..visione d’insieme nellaquale trovano collocazione una serie di progetti coordinati..”, del “..centro culturale di ricerca,sperimentazione, espressione delle arti performative..”, della smentita del “..paradigmadella privatizzazione..”, non c’è male.

Ma forse va meglio per le altre parti dell’enorme complesso. L’illustrazione di Montanari prosegue chiarendo che lastessa CDP potrebbe cedere una manica di sua proprietà per uno “spazio mostre”, non si sa per chi; nella parte delle cosiddette ‘pagliere’ si è orientati verso funzioni ricettive e terziarie; per la parte della ex Zecca, si prospetta la destinazione di residenza universitaria in accordo con l’EDISU (che ha già detto ai quattro venti che non è nelle sue possibilità alcun impegno); per l’ex Maneggio dell’Alfieri (l’unico attualmente di proprietà del Comune) si è deciso di darlo in gestione al gruppo di occupanti che dal 2014 dispone di tutto il compendio a proprio piacimento, avendo provveduto a sistemarvi alloggi personali del tutto abusivi, in totale azzardo rispetto alle condizioni di dichiarata pericolosità, dell’assenza del rispetto dei più elementari limiti di sicurezza degli edifici e non solo. Ecco, questo è il quadro della ‘vision’ del vicesindaco per la Cavallerizza di Torino. Questo è il suo ..processo di riacquisizione dell’immobile al fine della trasformazione dello stesso..”, e, sempre questo, è il suo proposito ”.. sicuramente ambizioso e innovativo, di elaborare un progetto di riqualificazione e gestione orientato con forza nella direzione del coinvolgimento della cittadinanza attiva..” (!). Non a caso Montanari, dopo queste inoppugnabili dimostrazioni, si diffonde maggiormente nell’illustrare la rifunzionalizzazione degli annessi giardini e relativi ‘garittoni’, con relazione inviata all’Unesco (della relazione sul suddetto riuso dei 43.000 mq dello “..straordinario complesso architettonico urbanistico..” non si occupa).

E’ evidente, anche ai profani di urbanistica, che questo non corrisponde forse al frazionamento in senso catastale ma in compenso rappresenta l’assoluta frammentarietà dell’idea progettuale; rappresenta l’incapacità (non volontà, più probabile) di fondare il progetto su linee guida unitarie e coerenti, su un’idea autenticamente di insieme: quella idea che per Amedeo di Castellamonte era la realizzazione di un’ampia zona della città di allora per la funzione militare per il regno; per la Torino di oggi, è –dovrebbe essere- la sua trasformazione in cittadella della formazione e della creatività giovanili secondo i principi inclusivi dell’inter-cultura promossa e coordinata grazie al coinvolgimento delle istituzioni culturali cittadine (Università e Politecnico, in primis) chiamate a realizzare un grandioso programma di unitarietà di intenti. Ne dovrebbe conseguire che ragionare a pezzi, come fa Montanari, è l’dea più sbagliata che si possa avere. E dire che nelle tante discussioni sulla Cavallerizza (quando Montanari non era ancora un politico) l’assioma per il suo riuso era l’unitarietà del progetto-programma di riuso e che avrebbe avuto senso solo se comprensivo di tutte le sue parti, nessuna esclusa. Ricordo che Montanari additava l’albergo nella ‘manica del Mosca’ (previsto dal ‘masterplan Fassino’) come emblema del modo scorretto e indegno di affrontare il ‘problema Cavallerizza’. Ora, preso –di fatto- il posto di Fassino, propone un ostello per giovani, gestito da un ente esterno. Un gran salto, non c’è che dire! Si era insieme criticato, a muso duro, il bando della giunta Fassino edito per la manifestazione d’interesse di investitori sulla Cavallerizza perché riguardava neanche la metà del compendio. Ma è evidente: era un altro Montanari, allora.

Ma c’è di peggio. Alcuni tra coloro che sviluppavano quelle critiche insieme a Montanari -tra cui il sottoscritto, la dott. Forni e il dott. Negro- gli avevano nel frattempo mostrato una elaborazione progettuale di massima (senza alcuna finalità di compenso) allo scopo di rendergli evidente la possibilità dell’applicazione di quei principi che, insieme, giudicavamo inderogabili. Abbiamo presentato tale bozza, e relativa relazione esplicativa, a tutte le istituzioni culturali ricevendone grande apprezzamento e, in alcuni casi, totale condivisione. Gli abbiamo anche fornito le cifre approssimate del restauro e risanamento e indicato il percorso di finanziamento più opportuno e realizzabile. Insomma, superato il tempo delle discussioni e delle comuni critiche alla vecchia giunta, il nostro grupposi è dato l’obiettivo di fornire credibilità all’attuazione delle idee e dei principi. Ci è parso evidente che per ottenere il concreto coinvolgimento di tutti gli ‘attori’ culturali e gestionali del suddetto programma e quello dei finanziatori, il mezzo migliore era (è) quello di richiederlo sulla base di un articolato progetto che fosse chiaro per tutti, che prevedesse tipo e modalità d’inserimento spaziale di ognuno di loro, tipo e modalità di gestione di ciascun ambito, tipo e livello di organizzazione della indispensabile gestione coordinata di tutte le attività e funzioni.

Montanari, nel suo nuovo ruolo politico, non ha seguito questa strada maestra. Ha, sì, convocato tutti i possibili interessati ma solo per dare l’immagine della loro partecipazione (e del rispetto del principio della partecipazione di tutti). In realtà, ha deciso di sposare in toto solo la posizione dal comitato degli occupanti estesa al diritto di autogoverno degli occupanti stessi, allargato a non meglio specificate assemblee cittadine ad imitazione dell’esperienza dell’”Asilo Filangeri” di Napoli (che riguarda un palazzo, non un intero settore urbano). Ne è scaturita l’enfasi sull’’uso civico’ “..motore eccezionale di cultura e di bellezza.. per cui si chiede ad un gruppo di cittadini di codificare un regolamento..”(com. stampa C.C. 25/09/17) e, immancabile, l’enfasi sui ‘beni comuni’. Questo il percorso Montanari-Appendino.

Risultato? Abbiamo perso per strada Università, Politecnico, Accademia delle Belle Arti, Conservatorio, Museo del cinema, Archivio di Stato, Cantiere scuola di restauro, ecc. ecc. primi attori della formazione di tutti. La formazione non è abbastanza civica? non è considerata importante? È stata dimenticata? Non fa parte della cultura? Che cos’hanno di non pubblico le migliaia tra studenti, ricercatori, artisti, professionisti, docenti, artigiani, attori, registi, restauratori, letterati, pubblicisti, strumentisti, linguisti, ecc. ecc. che un impianto fondato sulle gambe delle alte istituzioni culturali cittadine (situate tutte nei paraggi della Cavallerizza) avrebbe garantito? L’interpretazione spontaneista e movimentista della giusta esigenza di partecipazione civile ha sacrificato l’obiettivo strategico dell’organizzazione della convergenza delle diverse scuole e specializzazioni della cultura esistenti, cosa ben più difficile che pensare di risolvere il tutto con un po’ di mostre di super-avanguardia e programmi di visibilità decisi da assemblee di neo-comunardi (così da dispensare l’ente pubblico da ogni responsabilità). Molto più difficile, utile e urgente, incidere sull’assetto omologante e omologato delle istituzioni produttrici di cultura a Torino. L’obiettivo strategico rimane quello della ricostruzione della Cavallerizza da ‘zona di comando militare’ a un quartiere interculturale della Torino del XXI sec. per la ricerca totale di nuova cultura, germe di una possibile nuova società.

Si è persa per strada la sapienza secondo cui la vitalità, lo sviluppo e lo sperimentalismo culturali, l’innalzamento della creatività artistico e di largo pensiero dipendono proprio dalla struttura e dall’operatività sinergica delle agenzie di formazione del sapere. Avrebbe bisogno di una sede molto coesa e ben articolata tutto ciò. La Cavallerizza sarebbe stata la sua sede-città. Peccato.


ilSole24ore, 14 ottobre 2017. Come funziona il partenariato: il pubblico cambia le regole, il privato costruisce, il pubblico paga l'affitto... e se ne vanta. (p.s.)

Sulla carta, si tratta di uno dei principali progetti di trasformazione urbana per la Città di Torino e, allo stesso tempo, di uno degli investimenti principali nei prossimi anni. Si tratta del futuro Parco della Salute, la cittadella universitaria che sostituirà tre dei principali ospedali della città. Un’opera da 568 milioni da realizzare con in partenariato pubblico-privato: 437,5 milioni serviranno per gli edifici, 18,5 milioni andranno alle bonifiche e 112 milioni saranno destinati a tecnologie e arredi. In primavera, assicura la Regione, ci sarà il bando ed entro tre o quattro anni il nuovo polo sanitario e di ricerca potrebbe essere pronto.

«Il progetto guarda al futuro della città e agli investimenti, sarà un forte catalizzatore di innovazione e ricerca per il territorio, ora bisogna realizzare l’opera e farlo in fretta» dice il responsabile degli industriali Dario Gallina durante la giornata di lavori organizzata dall’Unione per fare il punto sull’iter del progetto. Il privato sosterrà il 70% della spesa di realizzazione degli edifici, 306 milioni di euro, e sarà remunerato grazie al canone ottenuto dai risparmi sui costi della gestione corrente. «Un canone – entra nel vivo Antonio Saitta, l’assessore regionale alla Sanità – che la Regione potrà versare grazie ai risparmi che otterremo dal passaggio alla nuova struttura».

Dal canto suo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin invia a Torino un messaggio e apre alla sottoscrizione a Roma dell’accordo di programma che riguarderà tanto la realizzazione del Parco della Salute di Torino che la Città della salute e della scienza di Novara. Il finanziamento statale per la costruzione delle due strutture è di 238.457.500, a cui si aggiungono i 12,2 milioni della Regione. La formula del partenariato pubblico-privato metterà in moto un finanziamento aggiuntivo di 526,6 milioni da parte dei privati, sommato ai 146 milioni di costi stimati per le tecnologie, si arriva a superare i 922 milioni per l’intero Piemonte.

Il Parco della Salute di Torino, spiega il commissario della Città della Salute Gian Paolo Zanetta, si estenderà per circa 300mila metri quadri, avrà 1.040 posti letto ad alta complessità e sarà realizzato nell’area Oval-ex Avio, alle spalle del Lingotto. E’ destinato a sostituire quattro ospedali attualmente in funzione, le Molinette, il Regina Margherita e il Sant’Anna – edifici datati e con altissimi costi di manutenzione – e il Cto. Quest’ultimo resterà comunque in funzione come ospedale di media complessità.

Nel Parco della Salute saranno concentrate tutte le attività di ricerca applicata e a ridosso dell’ospedale saranno realizzati gli spazi per la didattica e i laboratori di Medicina. l Comune, dal canto suo, ha già approvato la variazione al Piano regolatore che permetterà, come spiega il vicesindaco Guido Montanari, «di ripensare completamente una parte importante della Città seguendo alcune linee che abbiamo indicato, anzitutto la tutela della storicità di parte degli edifici, la realizzazione di aree verdi e la definizione di collegamenti con il resto della città, con una attenzione particolare alla mobilità verde. Ci saranno spazi residenziali, aree per le residenze protette per le residenze degli universitari e servizi». A Torino, ricorda il vicesindaco, «abbiamo trovato 4 milioni di metri quadri di aree abbandonate, da trasformare, abbiamo avviato progetti per oltre un milione e mezzo di metri quadri, per noi è importante puntare su progetti rilevanti per l’intera comunità».

La scelta della formula del partenariato nasce dalla volontà di attivare il massimo degli investimenti privati e accordare i tempi di realizzazione. «La presenza del privato in questo progetto ha come obiettivo quello di elevare il livello delle strutture in fase di realizzazione – spiega Saitta – si tratta di una procedura che consente di realizzare opere velocemente, il canone al privato infatti viene riconosciuto al momento della fine dei lavori». Per il Piemonte si tratta della prima volta, «le imprese devono essere pronte» è il messaggio in sala.

Dal vicesindaco di Torino riceviamo quest'ampia illustrazione dei tentativi del Comune (con vittorie e sconfitte) di tutelare e riutilizzare la Cavallerizza reale, in replica ad alcune affermazioni contenute in un articolo scritto per eddyburg da Elisabetta Forni ed Emanuele Negro.

Il futuro di uno straordinario complesso architettonico urbanistico, patrimonio mondiale dell’Unesco, come la Cavallerizza reale di Torino, merita senz’altro una riflessione ampia e approfondita, sia per le sue valenze storico artistiche, sia come possibile esempio innovativo di riuso e di riappropriazione pubblica di un bene culturale parzialmente in abbandono e destinato alla speculazione finanziaria.

Purtroppo non sembra essere questo l’obiettivo dell’intervento di Elisabetta Forni e Emanuele Negro (eddyburg, 25 agosto 2017), ottimi esordienti di quello sport nazionale che vede giornalisti e commentatori addossare ai Cinque Stelle ogni nefandezza passata e futura, in termini di visione strategica, di pratica politica e di gestione amministrativa. In premessa del loro articolo, infatti, essi dichiarano di voler dimostrare con questo caso di studio che l’amministrazione della sindaca Chiara Appendino è espressione di una “post ideologia pentastellata”, ovvero di “neo liberismo mimetizzato”, estrapolando alcune considerazioni da un articolo ricco di spunti problematici, in parte anche condivisibili, di Maurizo Pagliassotti (il manifesto, 7 marzo 2017).

Forni e Negro descrivono in modo corretto e dettagliato i processi che hanno portato prima all’abbandono e poi alla cartolarizzazione della Cavallerizza da parte delle amministrazioni di “centro sinistra”, che si sono succedute ininterrottamente alla guida di Torino da almeno un ventennio. Dopo di che denunciano una sostanziale continuità della Giunta Appendino con queste politiche e profetizzano per la Cavallerizza un futuro di privatizzazione, di spezzettamento e di caduta nella mani di “developers, forse locali o forse cinesi o del Quatar”.

Naturalmente chiunque è padrone di fare le analisi politiche e le previsioni che vuole, però io vorrei riportare la questione ai dati reali e consegnare al dibattito quanto si sta facendo da parte dell’Amministrazione per rispettare il programma di mandato che recita: “Interruzione del processo di vendita della Cavallerizza Reale. Pianificazione del processo di riacquisizione dell’immobile al fine della trasformazione dello stesso, attraverso un processo partecipativo che coinvolga i cittadini, in polo culturale sotto il controllo pubblico”.

La Cavallerizza è un complesso urbanistico architettonico consolidatosi tra fine XVII secolo e inizio XIX secolo, come sede di attività terziarie e di servizio per la zona di comando della citta, posto nel cuore di Torino, fra la centralissima piazza Castello, i Giardini reali, la sede storica dell’Università e la mole Antonelliana. Copre una superficie territoriale di circa 23.000 metri quadri ed è organizzata su una serie di maniche che delimitano quattro corti, ampi spazi aperti e la straordinaria sala del maneggio con copertura a volta di circa 24 metri di luce e 15 di altezza.

Dopo un lungo periodo di abbandono, a fronte dei processi di privatizzazione avviati dalla Giunta di Piero Fassino, nel 2014 un gruppo di cittadini che poi si costituirà in associazione “Assemblea Cavallerizza 14:45”, occupa una parte del bene proponendo una serie di iniziative che sollecitano l’attenzione sull’importanza storica del complesso, sulla necessità della sua conservazione, evitando processi di frazionamento e di vendita ai privati, proponendo una gestione pubblica partecipata. A riscontro del grande interesse che tale iniziativa solleva nella cittadinanza torinese, una raccolta firme per sostenere la tutela e la decartolarizzazione del bene, raccoglie oltre 10.000 adesioni nel giro di pochi giorni. Sono organizzati momenti di dibattito pubblico, mostre d’arte, seminari con docenti del Politecnico e dell’Università, si moltiplicano le prese di posizione di intellettuali di chiara fama. L’impegno della restituzione alla fruizione pubblica del bene diventa programma della campagna elettorale dell’Appendino.

Al momento dell’insediamento della nuova Giunta la disponibilità del bene in capo alla Città, su un totale di circa 43.000 metri quadri di superficie coperta, è limitata al Maneggio alfieriano (circa 1.200 mq) e al Maneggio chiablese, ristrutturato come sala conferenze e assegnato in comodato d’uso all’Università. Il regime proprietario delle altre parti del bene è il seguente: la Corte dell’Accademia, la manica di via Verdi Ovest, il padiglione di scherma (circa 16.000 mq) sono di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti Immobiliare (CDPI); la restante parte del complesso (manica del Mosca, “pagliere”, ex Zecca, salone della guardie, circa 25.000 mq) è inserita nel fondo di Cartolarizzazione Città di Torino (CCT).

A fronte del pesante disallineamento del bilancio lasciato dalla precedente amministrazione, la Giunta non è in grado di stanziare le risorse necessarie alla decartolarizzazione del bene (circa 9 milioni per la riacquisizione e altri circa 50 per i lavori di restauro e messa in sicurezza), tuttavia ha promosso un processo partecipato per decidere il futuro del complesso come risorsa pubblica. Nel febbraio 2017 la Città convoca un’assemblea aperta a tutti i cittadini con circa 150 partecipanti e più di 40 interventi. A seguire sono istituiti una serie di tavoli di lavoro che coinvolgono a più riprese i principali soggetti portatori di interesse (Teatro Stabile di Torino, Musei Reali, Archivio Storico, CDPI, Soprintendenza, Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario del Piemonte, EDISU, Università degli Studi, Politecnico, CCT, Accademia delle Belle Arti, Museo del Cinema di Torino, Circoscrizione 1, Italia Nostra, ProNatura, Assemblea Cavallerizza 14:45). Nel corso di questi incontri si delinea via via un progetto di massima della destinazione dell’intero complesso, che prevede la creazione di un centro culturale di ricerca, sperimentazione, espressione delle arti performative, con prevalente destinazione ai giovani. Il progetto deve prevedere la permeabilità dell’intero complesso al tessuto circostante, anche in relazione ai contigui Giardini reali alti, l’accessibilità pubblica dei piani terreni e delle corti, attività ricettive e terziarie.

Nel contempo, l’Amministrazione provvede ad una serie di piccoli, ma significativi interventi di manutenzione e di progressiva messa in sicurezza del bene, dalla sistemazione dei pluviali, alla verifica degli intonaci e alla rimozione di elementi potenzialmente pericolosi sulle facciate dei cortili, aperti al pubblico. In accordo con

i Musei Reali, e attraverso l’utilizzo di fondi ministeriali, si avviano i lavori di restauro e di rifunzionalizzazione di importanti parti afferenti al bene, ossia i Giardini reali alti, il bastione fortificato (circa 1,3 km di lunghezza) ed i due corpi di guardia (i cosiddetti garittoni) che ne caratterizzano la struttura. Per definire le funzioni da inserire nei garittoni sono in corso interlocuzioni con la Soprintendenza, i Musei Reali e i cittadini che attualmente presidiano il bene, al fine di individuare una fruibilità pubblica utile alla gestione complessiva dell’area. Attività, queste, che sono state oggetto di una relazione inviata alla rappresentante in Italia dell’Unesco, nonché illustrate e dibattute nelle Commissioni del Consiglio Comunale e della Circoscrizione.

La Città sta anche concordando con CDPI un progetto, per la parte di sua proprietà, integrato con il disegno complessivo che si sta consolidando, per un ostello della gioventù, che potrebbe costituire un importante attrattore di giovani nell’area, con collocazioni di attività pubbliche ai piani terreni, e la cessione alla Città della manica di collegamento nella prospettiva di realizzare uno spazio mostre e un accesso ai Giardini reali, di concerto con i Musei Reali.

Per il Maneggio alfieriano, unica parte effettivamente nella disponibilità della Città, è in corso di elaborazione un progetto di destinazione e gestione per le arti performative, prodotto in modo partecipato da Assemblea 14:45 e dai cittadini che vorranno mettere a disposizione competenze e proposte, come da mozione d’indirizzo votata in Consiglio Comunale (25 settembre 2017), in attuazione delle norme sui “Beni Comuni”. Si tratta di un tentativo, sicuramente ambizioso e innovativo, di elaborare un progetto di riqualificazione e gestione orientato con forza nella direzione del coinvolgimento della cittadinanza attiva, come descritto nella mozione e come ampiamente dibattuto in sede giuridica da più di un decennio in Italia e in altre nazioni.

Per le altre parti del complesso le possibilità del riuso discendono da alcune prime indicazioni di massima elaborate da parte della Città. Per le “pagliere” è ipotizzata una funzione prevalentemente ricettiva e terziaria, destinata a residenze d’artista e laboratori. Per la “zecca”, attualmente nella disponibilità delle Forze di polizia, è allo studio una destinazione a residenza universitaria, in dialogo con l’EDISU che utilizza gli spazi contigui di via Verdi.

In conclusione l’Amministrazione Appendino sta definendo un percorso partecipato di riqualificazione e di gestione della Cavallerizza, finalizzato alla fruibilità pubblica, in grado di farne un luogo culturalmente vivo, aperto alla sperimentazione, ai giovani, a tutti i cittadini. Si tratta di una visione di insieme nella quale trovano collocazione una serie di progetti coordinati che avranno tempi di realizzazione diversi, in relazione agli approfondimenti necessari ed alle risorse disponibili. Il futuro di Cavallerizza si inscrive dunque in un percorso non facile e neppure rapido, ma che è già in corso e che l’Amministrazione ha intrapreso con la collaborazione e l’aiuto delle forze e dei saperi provenienti dai cittadini, nella convinzione di poter smentire il paradigma della privatizzazione come unica soluzione alle difficoltà di gestione pubblica del patrimonio.

il manifesto, 30 settembre 2017 «Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano». (c.m.c.)

C’è una buona dose d’ironia, o di faccia tosta, nella scelta dei cosiddetti potenti della terra di tenere a Torino il loro «G7 del lavoro». Un appuntamento, potremmo dire, nel centro del cratere. Nella città che fu, un tempo, un punto alto, e densissimo, nella vicenda novecentesca del lavoro: capitale industriale e capitale operaia.

Dove produzione di massa e conflitto di massa s’intrecciarono e alimentarono a vicenda, e che oggi porta tutti i segni della spoliazione, dello svuotamento di potere e di vita, nelle sue statistiche negative, di company town dismessa, nei vuoti industriali che disseminano le sue periferie, nella rarefazione delle aree ristrutturate povere di storia e di socialità.

Non vedranno tutto questo i «Grandi» (o i loro vice in visita aziendale): siederanno nelle splendide sale della dimora sabauda di Venaria Reale, il luogo del loisir dei Grandi di ieri, della caccia e del corteggiamento ruffiano, simbolo di ogni Ancien Régime eternamente ritornante.

Parleranno di Scienza, certo. Anche d’Industria (meglio: di affari). Visiteranno qualche punto d’eccellenza nella frazione di città-vetrina che gli sarà offerta, ma se avessero il coraggio di sconfinare dagli itinerari ufficiali, e gettare l’occhio sul paesaggio urbano «vero», anche solo sull’ex quartiere-dormitorio delle Vallette, a pochi passi dalla Reggia di Venaria, o sul fantasma di quella che fu la Grandi Motori, nel cuore della Barriera di Milano, oggi terra di nessuno, potrebbero specchiarsi direttamente nel vuoto che essi stessi, con le loro politiche dissennate, i loro dogmi fallimentari, i loro luoghi comuni frusti hanno prodotto nel corpo un tempo coeso del lavoro.

Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano. Una sconfitta storica, visibile nei suoi numeri. Qui, ancora alla fine degli anni ’70, lavoravano 250.000 operai manifatturieri, in prevalenza metalmeccanici, con salari non opulenti ma decorosi, con solidi contratti di lavoro collettivo, nella stragrande maggioranza a tempo indeterminato, oppressi, certo, da un potere padronale avaro e duro ma tutelati da una rete di diritti conquistati con lunghe lotte.

Nella sola Fiat erano occupati in 130.000 (tutti dipendenti diretti). Oggi non superano i 10.000, spesso in cassa integrazione. Per gli altri un lavoro sempre meno «regolato», quasi mai contrattualizzato né tutelato da diritti erosi in forza del motto «arrendersi o perire».

Negli ultimi anni le nuove assunzioni a tempo determinato rispetto a quelle a tempo indeterminato sono state nell’ordine delle otto su dieci. Ed è, grosso modo la stessa media registrabile a livello nazionale: nel secondo trimestre del 2017, ci dice l’Istat, «tre quarti delle nuove assunzioni» sono state a termine, dunque in senso proprio precarie.

E l’Europa non è molto differente, neppure la tetragona Germania, dove i minijob sfiorano ormai dimensioni dell’ordine dei milioni (forse cinque, forse sette, a seconda dei criteri di calcolo), e riguardano donne e uomini, giovani in prevalenza ma non solo, che devono vivere con un salario massimo di 450 euro per 15 ore settimanali a un costo orario oscillante tra i 5 e i 7 euro.

Chissà se i ministri del lavoro europeo hanno letto le statistiche del lavoro che Eurostat fornisce: apprenderebbero allora che le persone “in-work” ma “at risk of poverty”, nel loro continente di competenza – donne e uomini che sono a rischio di povertà nonostante abbiano un lavoro full time – si avvicina pericolosamente al 10% della popolazione. Sintomo di un abbassamento brutale del potere contrattuale del lavoro nei confronti di una controparte padronale in pieno delirio di onnipotenza.

E chissà se quegli stessi ministri hanno dato una sbirciata alle statistiche sulla ripartizione del reddito tra salari e profitti (un indicatore che dovrebbe essere propedeutico a qualsiasi discussione sul destino del lavoro): apprenderebbero che in un quarto di secolo o giù di lì, nei paesi Ocse, quella ripartizione si è spostata a favore dei profitti e a danno dei salari di qualcosa come una decina di punti percentuali di Pil (l’equivalente di centinaia di miliardi di dollari all’anno), a significare che la bilancia sociale è precipitata da una sola parte. E ha eroso le basi di qualunque ragionevole patto.

Di questo dovrebbe ragionare un «vertice sul lavoro»: di come riportare in equilibrio quella bilancia. Di come risarcire il lavoro di quanto gli è stato sottratto negli anni del delirio neo-liberista. Senza questa premessa etico-politica nessuna «innovazione» potrà rivelarsi socialmente positiva, anzi, rischierà di peggiorare il «bilancio sociale». Né ci sarà legittimità, quali che siano le conclusioni che usciranno dalla Reggia.

Una meraviglia della storia e della cultura, divenuta oggetto di uno scandalo, iniziato dai governi di centrosinistra, che prosegue indisturbato con la giunta M5s. In calce il link a un'ampia illustrazione del caso

In un articolo su il manifesto del 7 marzo 2017 intitolato Pareggio di bilancio, la 'rivoluzione' mancata di Chiara Appendino, Maurizio Pagliassotti ha tracciato un'analisi sconfortante della Amministrazione comunale pentastellata che si conclude così:

«Da questo percorso emergono alcuni cardini culturali del M5S in salsa sabauda: la post ideologia pentastellata – non siamo di destra né di sinistra – è neo liberismo mimetizzato, dato che il dogma è rappresentato dal pareggio di bilancio da raggiungere attraverso l’austerità. In tal senso l’elettorato di movimento, dagli animalisti agli sfrattati, passando per quelli che non vogliono la privatizzazione dei beni comuni, è tutto sacrificabile. Rimane la prospettiva di lungo termine, il punto di fuga della propaganda via internet permanente, fatto di sempre nuove promesse per un futuro sempre più lontano e sempre più radioso».

Difficile non condividere l'analisi del giornalista torinese, buon conoscitore del cosiddetto 'Sistema Torino' e difficile sottrarsi al dovere di documentarla con un contributo di pensiero critico relativo ad un caso emblematico e complesso, quello della Cavallerizza Reale.

Già iniziammo a parlarne su questo sito insieme a tre autorevoli urbanisti, Riccardo Bedrone, Paolo Berdini e Paola Somma, lo scorso anno quando a Palazzo Civico siedeva ancora la Giunta PD guidata da Piero Fassino, ma il caso resta tutt'ora aperto come una ferita infetta e apparentemente insanabile, nonostante l'esplicita promessa di salvataggio contenuta nel programma elettorale dei 5S, laddove nel capitolo dedicato all'urbanistica recita testualmente: “Interruzione del processo di vendita della Cavallerizza Reale . Pianificazione del processo di riacquisizione dell'immobile al fine della trasformazione dello stesso, attraverso un processo partecipativo che coinvolga i cittadini, in polo culturale sotto il controllo pubblico”.

Il “processo di vendita” al quale si fa riferimento è quello avviato nel 2010 dalla Giunta Chiamparino e proseguito con zelo dalla Giunta Fassino, osteggiato dalla allora consigliera 5S Chiara Appendino; contrastare quel processo è divenuto uno dei cavalli di battaglia del Movimento, tanto da essere esplicitamente citato nel programma che li ha portati alla schiacciante vittoria nel giugno del 2016.

Il compendio della Cavallerizza Reale è la Zona di comando dell'immenso complesso che dalle Porte Palatine, cuore della città romana, si è sviluppato a partire dalla metà del Seicento attraverso piazza Castello fino all'edificio della Zecca in via Verdi, a pochi isolati da dove sorge la Mole Antonelliana e dal fiume Po. Esso costituisce nel suo insieme unitario e tuttora esistente la eccezionale testimonianza materiale della nascita dello Stato unitario italiano, realizzato per mano dei migliori architetti dell'epoca, tra i quali Amedeo di Castellamonte e Benedetto Alfieri. Il compendio comprende diversi corpi di fabbrica per un totale di circa 40.000 mq nei quali avevano trovato spazio l'Accademia militare, le Cavallerizze, le scuderie e la Regia Zecca.

Non a caso l'intero complesso risulta iscritto dal 1997 nella lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO come insieme seriale delle Regge Sabaude. Destinato a funzioni di servizio prevalentemente improprie e svilenti col passaggio di proprietà dalla casa Savoia allo Stato italiano, è stato poi ripensato a fine anni Novanta per la rinascita postindustriale torinese in versione culturale, come emblema dell'apertura e dello status internazionale della città e come occasione di ricomposizione funzionale dell'intero Complesso, in parte già destinato a spazi museali, conservativi e istituzionali (Palazzo Reale, Galleria Sabauda, Prefettura, Archivio di Stato, Teatro Regio). L'unico intervento di recupero, coerente con questa logica, è stato la realizzazione della nuova Aula Magna dell'Università nel Maneggio Chiablese, confinante con la ex Regia Zecca, inaugurata nell'autunno 2014 su progetto di Agostino Magnaghi.

La concessione di questo edificio all'Università è stata deliberata prima che il Comune di Torino decidesse di rinunciare al progetto, partito nel 2003, di progressiva acquisizione di tutto il compendio dal Demanio (un primo blocco di circa 20.000 mq e uno successivo di analoghe dimensioni) per realizzarvi le attività istituzionali e culturali previste dalla legge e prima che, nel 2010, utilizzasse nella forma più discutibile e cruda il cosiddetto 'federalismo demaniale'.

A causa dei resti tossici della 'finanza creativa' tremontiana, cristallizzata nelle “Disposizioni urgenti in materia di privatizzazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico” (L. 410/2001) ed al non riconoscimento dell'inalienabilità del bene in quanto appartenente al patrimonio culturale NAZIONALE (L.42/2009, art.19) che lo avrebbe messo al riparo dalla possibilità di vendita, la Giunta Chiamparino ha potuto completare la cartolarizzazione della parte di sua proprietà del Compendio (compreso l'edificio della ex Zecca), ossia ne ha decretato la morte come bene comune e ne ha affidato la vendita sul mercato immobiliare ad una sua società, la Cartolarizzazioni Città di Torino (CCT).

Ciò ha aperto la strada alla successiva rinuncia della Giunta Fassino ad acquisire l'altra metà del Compendio ancora in capo al Demanio militare (all'incirca altri 20.000 mq.) che invece è stata comprata obtorto collo nel dicembre 2014 da un Fondo Speculativo di Cassa Depositi e Prestiti.

Se la società di cartolarizzazione CCT non è finora riuscita nell'intento di vendere la sua parte di Cavallerizza, come se si trattasse di un edificio qualunque, anche il destino della parte comprata da CDP, ibrida istituzione a cavallo tra pubblico e privato, è rimasto avvolto nella più totale incertezza. Tuttavia, il senso dell'operazione nel suo complesso lo si capisce nel quadro della sciagurata politica prima statale e poi locale di 'valorizzazione' intesa come privatizzazione del patrimonio storico-architettonico italiano. CDP infatti ha puntato sulla 'valorizzazione' dell'immobile, collocando il bene nel fondo immobiliare speculativo FIV. E' l'ultima tappa della strategia neo-liberista di estrazione del valore dai beni comuni storico-architettonici di un Paese le cui città, volenti o nolenti, si trovano a far cassa con i propri gioielli di famiglia, capitolazione che vediamo oggi in atto in Grecia.

Se, come purtroppo sembra stia accadendo, la Giunta Appendino, disattendendo i suoi impegni elettorali, non tratta con CDP la retrocessione di quei 20.000 mq alla proprietà pubblica (per un valore pari a circa 12 milioni di €) la CDP, stanca di attendere un segnale concreto e credibile di un progetto culturale unitario e con esso di recupero del capitale investito, andrà senz'altro avanti nel suo autonomo progetto di 'valorizzazione', e di sicuro otterrà dal Comune la delibera necessaria ad intervenire sulla parte di sua proprietà per realizzarvi un qualche tipo di struttura alberghiera che vanificherà per sempre la possibilità di una ricomposizione unitaria.

Altra conferma che è proprio vero, come scriveva Pagliassotti, che il dogma del pareggio di bilancio è quello che detta anche la politica dei 5S.

Ma se è così, per quale ragione è stato preso l'impegno di 'riacquisizione dell'immobile'? Alla allora consigliera Appendino non mancavano certo i dati sul debito della Città, essendo vicepresidente della Commissione Bilancio! Per non svelare la contraddizione, si sta invece tentando di 'spacciare' per 'progettazione partecipata' quello che altro non è se non un accordo sulle operazioni immobiliari di CDP presentate come coerenti con le destinazioni culturali della Cavallerizza. Ma i guai non finiscono qui.

Andiamo dunque a vedere quello che sta succedendo nell'altra metà del compendio, quella cartolarizzata, e nel Maneggio Reale, l'unica parte del bene che per un necessario maquillage del bilancio della CCT è stata de-cartolarizzata da Piero Fassino nel dicembre del 2015.

Se, per fortuna, la crisi del mercato immobiliare ha ostacolato la CCT nella ricerca di uno speculatore disposto ad accollarsi l'onere di un complesso intervento di recupero di tutto l'insieme (come prescritto dal P.U.R. del 1995), l'operazione di ulteriore spezzettamento del bene, tentata col Masterplan (di cui abbiamo scritto a giugno 2016) voluto dalla giunta Fassino, è finita troppo a ridosso delle elezioni comunali per tradursi in delibera e diventare operativa prima del voto. Anche per non alienarsi il consenso elettorale di quella non piccola parte della cittadinanza contraria alla vendita del bene, la Giunta ha ritenuto meglio aspettare la scontata rielezione e poi procedere nel programma: una volta spezzettato il compendio della Cavallerizza in 10 unità indipendenti (una delle quali corrispondente all' intera proprietà di CDP) sarebbe stato più facile trovare subito dei compratori, almeno per le parti più ghiotte, quali l'edificio della ex Zecca o il lungo corpo di fabbrica con lo splendido affaccio sui Giardini Reali o la corte che affaccia su via Verdi. Il riacquisto (de-cartolarizzazione), infine, del Maneggio Reale (da destinare necessariamente, a norma di legge, ad attività istituzionali e/o culturali) ha tentato di dimostrare all'opinione pubblica la sensibilità del PD per il tema della salvaguardia dell'uso pubblico della Cavallerizza. Peccato che si sia trattato di soli 1.000 mq su un totale di 40.000: non un gran risultato. Con tante belle mappe colorate Fassino ha cercato di narrare al cittadino inesperto la favola di uno spazio pubblico che sembrava sovrapponibile in toto alla superficie lorda calpestabile del compendio (anche se non lo era affatto, come il nostro citato dossier ha messo in evidenza).

L'equilibrismo pentastellato sembra ora andare sostanzialmente nella stessa direzione, con però l'immancabile tocco di retorica sulla 'democrazia dal basso' e una complice strizzatina d'occhio al gruppo di occupanti che da oltre tre anni, era il maggio 2014, si è insediato nel compendio per denunciare le mire speculative del Comune.

Da occupazione temporanea di denuncia ad occupazione perpetua per usucapione o, per dirla in versione contemporanea più cool, per uso civico, il passaggio è stato segnato dalla tolleranza sia di Piero Fassino (e del suo Assessore al Bilancio Gianguido Passoni, forse consapevole che il marketing urbano oggi è fatto anche di fenomeni squatt-culturali o pseudo-culturali) sia di Chiara Appendino: nessuno dei due ha mai richiesto lo sgombero per il rischio che corrono sia gli edifici storici fatiscenti sia le persone che vi abitano stabilmente o che li frequentano, nonostante due incendi già scoppiati e l'allarmato sopralluogo di un docente del Politecnico di Torino che ha chiesto serie verifiche (mai fatte) sull'agibilità delle uniche scale di accesso ai piani superiori, delle quali l'Assessore all'Urbanistica Guido Montanari ha “sconsigliato in via precauzionale l'uso” inventandosi una formula elusiva della responsabilità della Amministrazione pubblica dalla valenza giuridica opinabile.

Alcuni Consiglieri comunali 5S molto vicini agli occupanti hanno, a fine luglio 2017, presentato una mozione che, se approvata da Sindaca e Giunta, permetterebbe di riconoscere agli occupanti, al di fuori di ogni sensata e oggettiva valutazione pubblica delle qualifiche e competenze necessarie, il diritto esclusivo alla progettazione del futuro della Cavallerizza, oltre alla gestione delle attività e degli spazi occupati, in nome di una loro auto-proclamata rappresentanza della cittadinanza torinese.

Negli ultimi proclami degli occupanti, che si firmano Assemblea 14:45, non c'è più traccia di rivendicazioni per la restituzione dell'intero complesso (facente capo a CDP e CCT) alla Città, Regione o Stato come conditio sine qua non per abbandonare la lotta .

La partita ora si gioca sul piano molto più prosaico del chiedere (genericamente e sul lungo periodo) molto per ottenere subito (per sé) almeno un pezzettino (il Maneggio Reale e spazi annessi), mentre è chiaro che tutto il resto, in nome del “neo-liberismo mimetizzato” servirà (inutilmente) a tappare una piccola falla nella voragine del debito pubblico e a far felici alcuni developers, forse locali o forse cinesi o del Quatar.

Il tutto con buona pace dei Movimenti dal basso, della Sindaca né di destra né di sinistra e degli Assessori al Bilancio e all'Urbanistica, uno di destra e uno di sinistra per fare media e non scontentare nessuno (o scontentare tutti).

Per chi si domandasse quale alternativa si potrebbe contrapporre ad un simile esito, la risposta la può trovare nel dossier dettagliato allegato. In esso, accanto ad una più articolata presentazione del caso, abbiamo avanzato idee sul metodo da seguire, sugli esempi più istruttivi e convincenti a cui ispirarsi. Tutti aspetti ampiamente e pubblicamente illustrati ai suddetti Assessori ma apparentemente non raccolti e non recepiti neppure dalla stessa Sindaca. Ogni contributo di chi ci legge con esperienza politica, professionalità e perfino semplice buon senso sarà benvenuto.

La Cavallerizza Reale è un bene comune di rilevanza nazionale, europea e mondiale (UNESCO) e come tale va trattata. Come ha dichiarato Gustavo Zagrebelsky nel 2015 «Abbiamo un complesso monumentale straordinario che va dal Duomo all'Antico Macello: Palazzo Reale, Archivio di Stato, Teatro Regio, Zecca, Università, ex Accademia militare, scuderie….E' un complesso straordinario collocato in una linea strategica. Io mi chiedo se i nostri amministratori sappiano quali siano questi palazzi, uno collegato all'altro. Sarebbe davvero un obbrobrio pensare che lì in mezzo si facciano delle case di abitazione private».

«Torino. Il centro piemontese fin dagli anni Novanta è la culla di una politica nuova e trasversale, contro le "grandi opere" e il consumo del territorio che tanto piacciono a Fi e Pd. Dalla giunta locale di Mauro Marinari la neosindaca M5S Chiara Appendino ha prelevato il suo vice, e ispirazione». Il manifesto, 9 luglio 2016

Relegato a fenomeno di costume prima, e di ordine pubblico poi, il movimento No Tav ha silenziosamente gemmato organizzazioni politiche che hanno preso piede in tutta Italia: un percorso ventennale, cominciato nei piccoli comuni della val Susa, conquistati uno ad uno.

La storia che raccontiamo è accaduta nell’unico posto d’Italia dove fosse possibile, perché sintesi tra un uomo duttile ma resistente e una comunità culturalmente egemonica, nata ben prima di lui: il tutto in un contesto specifico, il territorio che dovrebbe essere attraversato dalla Torino-Lione.

Ma facciamo un passo indietro. Nel dicembre 2005, dopo la «battaglia» di Venaus, su un palco montato in un periferico parco della città Alberto Perino, Beppe Grillo, Dario Fo, e Marco Travaglio arringavano sessantamila valsusini e qualche stranito torinese. La città vetrina che viveva l’apice della sua trasformazione allontanava dal centro patinato quello strano mondo incomprensibile che non voleva un’infrastruttura. Tra l’enorme folla che si accalcava sotto il palco c’era Mauro Marinari, dipendente del comune di Torino e politico in un importante centro satellite della metropoli, Rivalta, 20 mila abitanti, incastonati tra Beinasco e Rivoli. Nel 2005 si parlava ancora di appartenenze partitiche, anche se, sulle cose che compongono la vita dei territori, strane convergenze destra-sinistra risultavano evidenti: come nel caso della Torino – Lione, su cui tutti concordavano e concordano.

A Rivalta, in quel tempo, si concentravano tensioni sociali che non trovavano ascolto, e quasi tutte traevano origine da un utilizzo del territorio impattante. Ci sono due inceneritori di rifiuti speciali, la cementificazione dilagante che fagocita territorio agricolo e lascia scheletri di capannoni e centri commerciali, e soprattutto la prospettiva del Tav, la «grande opera» per eccellenza. Il progetto prevede, ancora oggi nonostante che dei primi schizzi rimanga solo più il tunnel di base, una trincea larga cento metri che sventrerebbe il territorio. Questo perché la nuova linea proveniente dalla Francia deve a tutti i costi raggiungere lo scalo merci di Orbassano, mega opera voluta negli anni Settanta e ormai abbandonata.

Solo poche settimane, fa l’esecuzione di alcuni carotaggi ha sconvolto la vita del paese, che ha visto arrivare truppe antisommossa incaricate di tenere a bada la cittadinanza ma soprattutto la giunta, dichiaratamente contraria all’opera. Ma questo accade oggi. Al contrario, nei primi anni del nuovo millennio, lo schema politico di Rivalta era uguale a quello presente in tutta Italia: centrosinistra al potere con consenso verso le grandi opere e sfruttamento economico del territorio grazie agli oneri di urbanizzazione.

Qui, Mauro Marinari faceva politica. È un uomo di sinistra, arriva dalla Rete, poi transita per due anni nel Pds, pacifista e ambientalista: si inventa la politica della sostenibilità, fumoso concetto accademico che aggettiva il sostantivo «sviluppo». Lo fa grazie alla presenza di una comunità locale già strutturata, che lotta da tempo, e ha creato il terreno fertile per una spinta progressista. Un uomo delle istituzioni nella sua Rivalta, dove nel tempo ha coperto diversi ruoli da assessore, ma soprattutto è un instancabile attivista che porta avanti battaglie, osservate con stupore e poca comprensione dai suoi compagni di partito, per la pace, contro il consumo di suolo, contro l’alta velocità, per il riciclo dei rifiuti.

Marinari, e chi lo circonda, per lungo tempo parla un linguaggio incomprensibile, mentre lui dialoga con chi lo compatisce o lo prende per pazzo, l’onda del movimento No Tav si ingrossa e si avvicina sempre più verso Torino e la sua periferia. Un mondo raccontato come afflitto dalla sindrome nimby, afflitto dai black bloc, dai centri sociali, ma che affronta le stesse tematiche di Mauro Marinari con la stessa metodologia: vasta partecipazione e una sola richiesta, le appartenenze, soprattutto i simboli, rimangono fuori dalla porta della stanza dove si discute.

Il «Comitato di cittadinanza attiva Rivalta Sostenibile» nasce nel 2001 nel mare magnum di Genova 2001: dentro ci sono i lillipuziani, i No Tav, cattolici, ex comunisti, un po’ tutto. Inizia come un’organizzazione tradizionale che chiede di essere ascoltata, e dato che un confronto serio non giunge mai si ingrossa mese dopo mese, anno dopo anno.

Rivalta Sostenibile è il simbolo di una parte di Italia che inizia in quegli anni a guardare con sospetto la propria casa di appartenenza, il centrosinistra, e dopo il sospetto giunge la convinzione che debba esserci la rottura definitiva costi quel che costi. Marinari e compagni però non si limitano a protestare ma iniziano ad organizzare conferenze su temi che ai più suonano stravaganti: la decrescita economica, la teoria del cemento zero, corsi di riciclo dei rifiuti. Sono contro le grandi opere, le privatizzazioni dei servizi; il gruppo analizza in serate pubbliche le politiche del Wto e affronta il problema degli Ogm. Si tratta di prospettive per una nuova sinistra, che però fatica a comprendere quei mondi e le giudica antimoderne, luddiste e, pure, «roba da casinisti».

Passa il tempo, si giunge al 2007. Il Movimento 5 Stelle, ancora in forma di MeetUp e senza l’acronimo attuale, sta muovendo i primo passi, Mauro Marinari e Rivalta Sostenibile si inventano le primarie. Arrivano alle elezioni ed entrano in consiglio comunale, dove iniziano a fare opposizione pesante. Aumentano la frequenza di approfondimenti culturali sul territorio, continua la spinta sul grande contenitore della «sostenibilità».

La vicenda Tav passa dal locale al nazionale, Rivalta con il nuovo tracciato voluto dall’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione presieduto da Mario Virano è sempre più coinvolta nel progetto. Buona parte della sinistra tradizionale continua a far spallucce, a giudicare un fenomeno di costume quel mondo strano, non comprensibile, che si oppone alla costruzione dei capannoni e invita a parlare Serge Latouche e don Andrea Gallo.

Arriva la rottura totale con le origini, «il rifiuto di considerarsi di sinistra perché la sinistra è ormai ultra liberista». Marinari, ben prima di Grillo, parla di fine delle appartenenze, e professa l’analisi delle idee sulle cose al di là delle simbologie nominali.

A Torino, poco distante, la commistione banca-partito-Fiat è l’orizzonte culturale del centrosinistra a guida Pd. Si sta aprendo una forbice percettiva enorme. Nel 2011 il M5S prende il 3,5% sotto la Mole, l’anno successivo, nelle elezioni comunali, Rivalta Sostenibile vince contro ogni previsione: il M5S non si presenta all’appuntamento elettorale nella cittadina e da Grillo giunge il sostegno pubblico.

Lo schema è semplice: al primo turno riescono a raggiungere il ballottaggio, al secondo dilagano. La sinistra tradizionale non comprende la batosta, parla di pericolo imminente.

Marinari nomina assessore all’urbanistica Guido Montanari, docente del politecnico di Torino, che blocca il piano regolatore facendo infuriare i costruttori. Il nuovo sindaco riduce gli sprechi e dirotta i fondi sui servizi, denuncia il taglio delle risorse da parte dei governi centrali agli enti locali, esce dall’Osservatorio di Virano, vuole la trasformazione dell’azienda dell’acqua, la Smat, da ente di diritto privato a pubblico, facendo così infuriare Piero Fassino.

La fu appartenenza politica è superata completamente, destra e sinistra per Mauro Marinari, ex componente della segreteria provinciale del Pds, non esistono più, sono «categorie del pensiero fuori tempo che bloccano la collaborazione delle persone comuni sulle cose.»

Passa ancora il tempo, si giunge alle elezioni comunali di Torino di poche settimane fa.

La candidata del M5S nomina assessore in pectore all’urbanistica, posto strategico per eccellenza, Guido Montanari, prelevandolo da Rivalta. Il quale non si tira indietro e annuncia una politica cemento zero, il conteggio delle case vuote in città, contrarietà al Tav, valutazione analitica di tutte le grandi opere previste per Torino.

Parte il cannoneggiamento a palle incatenate verso l’assessore in pectore, con gli stessi argomenti utilizzati per Marinari nel 2012: antimoderno, stravagante, vuole bloccare il progresso.

Chiara Appendino dunque vince le elezioni nel 2016 con lo stesso schema utilizzato da Mauro Marinari quattro anni prima, e come risposta alle accuse di antimodernismo e luddismo nomina, anche come vicesindaco, Guido Montanari, che si dimette da assessore a Rivalta. Insomma, a posteriori, si può dire che nella piccola Rivalta, un tempo conosciuta solo per lo stabilimento Fiat, c’erano le basi per una nuova sinistra che in molti non hanno voluto vedere.

Intervista di Marco Vittone al sociologo Giovanni Semi. «Dalle periferie trascurate dal Pd fino ai no Tav, la giunta Appennino unica nel panorama del movimento grillino». Il manifesto, 21 giugno 2016 (m.p.r.)

Il voto di domenica ha spaccato in due la città: il nucleo che si estende dal centro alla collina solidale con il sindaco uscente Piero Fassino, abbracciato da un mantello di diverso colore, in questo caso a Cinque Stelle. Giovanni Semi insegna Sociologia delle culture urbane e Sociologia generale all’Università di Torino, tra i suoi testi più noti Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (Il Mulino, 2015) su come riqualificazioni artificiose di quartieri, attraverso il risanamento di aree popolari, il più delle volte con interventi di speculazione immobiliare, provochino l’espulsione degli abitanti originari, a favore di classi più agiate.

Professor Semi, si aspettava questo ribaltone clamoroso?

Di questa entità in realtà no, avevo scommesso con un amico che avrebbe vinto di poco il Pd. La cartina geografica del voto è chiara, segnala due parti di città che, da tempo, non si parlano. E tutto ciò non può essere semplicisticamente letto come un voto di destra o “contro”, ma con una parte maggioritaria della città che non si rispecchia più nelle cene in bianco e nelle feste del jazz ma chiede discontinuità. E lo fa in modo anche consapevole, non si possono ridurre decine di migliaia di preferenze a voto di protesta contro il governo in carica. È come se si dicesse che non abbiano legittimità politica: emerge una richiesta di rappresentanza e di un modello di sviluppo locale diverso.

È un passaggio storico, Torino è stata governata per 23 anni dal centrosinistra.

E lo ha fatto con successo, se nelle ultime settimane quel consenso è crollato è un fatto inedito. Il centrosinistra torinese ha preso dagli anni Novanta in poi una direzione chiara e netta. Il potere, però, logora; il mandato di Fassino è stato stanco e i suoi assessori non hanno brillato per capacità creativa. Il deficit di bilancio ha determinato un impoverimento nella gestione delle risorse, una situazione che ha fatto implodere dall’interno la coalizione. Al contempo, la città veniva da otto anni di crisi, con tassi di disoccupazione elevati.

Torino era la città fabbrica, da vent’anni si discute la sua riconversione, sembrava che la nuova via fossero la cultura e i servizi. L’amministrazione di sinistra hanno provato a pensarla come una Disneyland?
Sì, la via intrapresa è stata quella. Il governo ha scommesso su cultura ed eventi, in parte a effetti “Disneyland”: le piazze del centro destinate a manifestazioni di esclusivo consumo. L’opera di cambiamento ha allontanato le fasce più deboli. Il blocco sociale dei quartieri benestanti in queste elezioni ha fatto una scelta di “conservazione”. Il centro di Torino è, per gli affitti, più avvicinabile di quello di altre città italiane, ma per esempio nel caso del risanamento del Quadrilatero c’è stata una politica selettiva dei nuovi abitanti.

Qual è il grado di fattibilità del programma dei Cinque Stelle?
Al momento sono più orientati a mettere in discussione le linee guida dei governi precedenti, non è facile essendoci pratiche e relazioni consolidate da vent’anni. Non è chiaro se in questa fase la nuova giunta riuscirà a incidere su tematiche rilevanti come i posti di lavoro e il welfare. Prerogativa che non è solo dell’amministrazione comunale. Impostare nuovi rapporti industriali con questa Fiat sarà difficile. Anche la rinegoziazione del debito richiede una posizione di forza, che ora i 5s non hanno. Sono scettico sulla capacità nell’immediato di cambiare la rotta. Dipenderà dalla reazione della città, in particolare rispetto alle sue associazioni di categoria o a chi ha quote di potere.

Il primo gesto è l’aut aut all’ex ministro Francesco Profumo dalla Compagnia SanPaolo.
Un gesto per rassicurare il proprio elettorato. Comunque coraggioso, denunciando il recente aumento di stipendio.

Una delle critiche al Movimento 5 Stelle è che raccoglierebbe il voto di destra e populista. Cosa pensa?
Ci sono due Cinque Stelle, uno a livello nazionale molto opaco nelle dinamiche interne e problematico rispetto alle categorie classiche destra-sinistra, e c’è un livello locale più autonomo, a Torino hanno un registro più di sinistra che non hanno altrove, probabilmente per la saldatura con il movimento No Tav.

Un'analisi critica del progetto che i poteri forti propongono per privatizzare il prestigioso complesso e sottrarlo all'uso pubblico. Testi di Riccardo Bedrone, Paolo Berdini, Paola Somma, Elisabetta Forni ed Emanuele Negro

premessa
Da tempo il complesso della Cavallerizza Reale di Torino è oggetto di minacce di privatizzazione della proprietà e nell'uso e di degradazione delle sue caratteristiche qualitative. E da tempo sono in atto iniziative popolari per la tutela del complesso, delle sue caratteristiche formali e del suo uso sociale. Il processo di liquidazione messo in atto dai poteri forti della città è giunto a un punto di svolta: è stato reso pubblico il mastereplan, affidato dal Comune ad attori privati. Un gruppo di esperti, che da anni si batte per la difesa della Cavallerizza, lo ha analizzato ed espone le ragioni della sua pesante posizione critica. Qui il link per scaricare il testo in formato .pdf





COME TENTARE DI FAR CASSA
CON UN BENE CULTURALE
di Riccardo Bedrone

Si comincia a parlare di recupero della Cavallerizza Reale nel 1995, quando la Città di Torino propone di avviare un processo di riqualificazione dei quartieri storici centrali.

Il complesso, edificato su progetto del Castellamonte (e poi di Alfieri, Mosca, Melano ...), per ospitare anche Zecca, scuderie, Accademia, ecc., costituisce la parte orientale della cosiddetta “zona di comando” sabauda, così definita fin dal 1945 da Mario Passanti, autorevole storico e docente, vera e propria “città nella città”, cresciuta nei secoli a partire dal Palazzo Reale per rispondere alle funzioni amministrative, culturali e militari dello stato assoluto, struttura di potere eccezionale a livello europeo.

Dopo l’incendio dell’adiacente Teatro Regio nel 1936 e i bombardamenti bellici, per gran parte del novecento sembra smarrirsi la consapevolezza di cosa stia dentro al recinto di via Verdi, tanto da diventare luogo estraneo alla città, occupato da depositi, archivi, parcheggi di vari Ministeri ed alloggi per i loro dipendenti.

La considerazione di una dimensione patrimoniale e pubblica per la Cavallerizza è quindi recente. Eppure, già nel 1945 Passanti ne parlava come di un tessuto che proprio nella continuità e nella forma urbana trovava il suo valore, a costituire un insieme le cui componenti dovevano essere intese come un tutto unitario.

Nel 2003 viene stipulato un protocollo di intesa fra Città di Torino e Demanio dello Stato (proprietario) per la futura cessione della proprietà in vista della sua completa riqualificazione a fini culturali, ma solo nel 2007 la città acquista un primo lotto, mentre viene rinviato al 2014 l’acquisto dal Ministero della Difesa della parte restante.

Sopraggiunta la crisi, poco a poco il Comune si ritrova a non poter più valorizzare secondo i proponimenti originari quanto acquistato e decide di cartolarizzarlo. E per rendere più allettante per il potenziale acquirente l'intervento privato sostitutivo, allenta i vincoli di destinazione d'uso del PRGC ed introduce quote crescenti di uso residenziale privato, riservando alla fruizione pubblica soltanto una piccola parte dell'insieme.

A fine dicembre 2014, avendo il Comune di Torino rinunciato al progetto unitario, il Demanio cede la proprietà del secondo lotto alla Cassa Depositi e Prestiti. Dunque, un'operazione nata vent'anni prima con intenti più che lodevoli, si chiude col complesso diviso tra due proprietà, rendendo ancora più problematico un progetto culturale integrato e innovativo.

Nel 2015 il Comune ratifica un Protocollo d'intesa con alcuni Enti (fra i quali Università, Regione, Ente Diritto allo Studio, Teatro Regio, Teatro Stabile, Compagnia di San Paolo) che conferma l'obbiettivo dell'alienazione e della prevalente destinazione privata degli spazi. La Compagnia si fa carico della stesura di un Masterplan che definisca usi, funzioni, assetto proprietario, fattibilità economica e redditività degli investimenti, come termini di riferimento per la successiva cessione.

Il Masterplan, presentato il 19 aprile 2016 in una stringata e poco leggibile versione, sviluppa una analisi interessante ma capziosa su natura e potenzialità del complesso, lasciando molte zone d’ombra.

A parole, si punta all’integrazione di diverse funzioni (culturali, ricettive, terziarie e commerciali) complementari e diversificate, attraverso l’intervento di attori diversi: istituzioni, società civile, soggetti pubblici e privati. Ma la lettura dei dati quantitativi rivela altri intendimenti: la trasformazione residenziale, sottaciuta, emerge come il vero obiettivo.

Affermando che il complesso “… è un oggetto sfaccettato e ambiguo … non è un tessuto continuo ma un dedalo di cantieri e corpi di fabbrica differenti”, giustifica un intervento per parti, con funzioni, usi e categorie di intervento diverse a seconda delle esigenze degli acquirenti, con buona pace del concetto di complesso stratificato ma unitario.

L'uso pubblico viene limitato ad una porzione del piano terra del compendio, senza peraltro che sia identificabile uno specifico progetto culturale. La frammentazione in 10 Unità minime di intervento (UMI) e la genericità di potenzialità ed usi specifici per ciascuna rende preminente l’intervento singolo degli operatori privati, piuttosto che la loro coerente integrazione. Perfino le quattro corti, i porticati e i camminamenti subiscono limitazioni al pubblico accesso.

Quanto alla cospicua domanda di spazi di sosta privati derivante dagli interventi residenziali, si suggerisce di sperimentare sulla Cavallerizza una “politica innovativa” di riduzione e riallocazione delle dotazioni di parcheggio pertinenziale, riducendola ai minimi funzionalmente necessari per ogni specifica attività.

La Compagnia di San Paolo, Ente di diritto privato, non è peraltro vincolata a procedure ad evidenza pubblica ed ha pertanto potuto affidare ad una società di suo gradimento l’elaborazione del Masterplan . È interessante notare però che il titolare della società è un professore ordinario a tempo pieno, coordinatore del Collegio di architettura del Politecnico di Torino, che in ragione del suo status non potrebbe svolgere attività professionale come progettista e, in ogni caso, si sarebbe dovuto assoggettare ad una gara per ottenere l’incarico.

Opacità di processi decisionali e mancanza di garanzia di indipendenza (come invece vorrebbero le regole concorsuali pubbliche) sembrano il corollario di una molto opinabile scelta, forse ancora non definitiva, di alienazione di un pezzo importante della storia della Torino sabauda.

LO SPEZZATINO
DELLA CAVALLERIZZA REALE
di Paolo Berdini

Come si provoca il debito

Ci sono due date nella più recente storia della Cavallerizza Reale che fanno comprendere le motivazioni profonde del progetto presentato dalle società Homers ed Equiter per “valorizzare” il compendio della Cavallerizza reale. Nel 2007 viene siglato il passaggio della proprietà dallo Stato al comune di Torino, conclusione coerente del lungo percorso di riconversione verso il settore culturale della città iniziato nel 1995. Tre anni dopo, nel 2010 prende invece il via il processo di cartolarizzazione di quegli immobili, il comune accende cioè un credito per evitare la crisi di bilancio.

Il biennio 2007 – 2008 ha rappresentato come noto la svolta per il sistema economico mondiale. Nel primo dei due inizia a manifestarsi la crisi del settore del credito immobiliare negli Stati Uniti. Nel secondo si iniziano a misurare le conseguenze devastanti della crisi mondiale. Tra queste conseguenze, la prima e la più immediata è l’ulteriore taglio alle finanze locali: Torino si trova dunque a dover adempiere al contratto d’acquisto della Cavallerizza stipulato con lo Stato in una fase in cui la spesa pubblica viene ulteriormente penalizzata.

Stiamo parlando di cifre tutto sommato modeste per una città importante (22,7 milioni entro il 2014), ma il comune, questo il punto decisivo, deve fare i conti con la fallimentare avventura della Olimpiadi invernali 2006. Come si ricorderà, la candidatura era stata imposta dal gruppo dirigente della città nella vana speranza che avrebbe rappresentato l’occasione di agganciare una nuova fase di investimenti e sviluppo. Viene insomma programmato l’ennesimo evento straordinario caricandolo della consueta retorica ideologica: le Olimpiadi porteranno ricchezza e occupazione alla città. Il bilancio è senza appello: circa tre miliardi di deficit, un fallimento enorme di cui non si parla diffusamente. Tutte gli investimenti comunali devono dunque contribuire a chiudere il buco ed ecco spiegati i motivi della repentina inversione di rotta: non ci sono i soldi per acquistare la Cavallerizza e per di più si utilizzano i fallimentari ingredienti della finanza creativa dominante: il compendio immobiliare viene cartolarizzato e si mettono a bilancio attivo quelli che sono soltanto dilazioni a lungo termine temporale del debito. Il trionfo della cultura creativa iniziata con il ministro dell’economia Tremonti.

Grattacieli e norme di legge per l’intera nazione: il ruolo di Intesa San Paolo

Ma la città sabauda aggiunge un ulteriore elemento aggravante. L’istituto che garantisce la cartolarizzazione è Intesa San Paolo, che, come noto, aveva già beneficiato della generosità comunale ottenendo un enorme aumento di volumetrie dell’edificio in costruzione per la sua nuova sede. E’ la Biis, società deputata agli investimenti fondiari di Intesa San Paolo che diventa attore dell’operazione: a capo di questa società siede il braccio destro di Corrado Passera, Mario Ciaccia. Grazie al comune di Torino e al caso Cavallerizza il duo finanziario sperimenta concretamente pacchetti di intervento e ne ricava più generali articoli legislativi validi per tutto il Paese. Nel 2011, Passera diventa infatti ministro per le infrastrutture del governo Monti e Ciaccia viene chiamato nel ruolo di vice ministro. Dal 2011 con i provvedimenti di Monti fino al 2014 con lo Sblocca Italia del governo Renzi, si assiste ad una organica serie di articoli legislativi che aprono le porte all’intervento finanziario nelle operazioni di trasformazione urbanistica, dall’istituzione delle società di investimento quotate (Siiq) al ruolo preminente di Cassa depositi e prestiti. E’ opportuno sottolineare che proprio CDP diventa il principale operatore della trasformazione degli immobili poiché il comune ha rinunciato scandalosamente ad acquisire la restante parte della proprietà della Cavallerizza dallo Stato.

In buona sostanza, Torino si caratterizza come luogo di sperimentazione di legami sempre più stretti tra finanza e governo locale privo di risorse adeguate a garantire l’attuazione dei progetti pubblici e dunque obbligato a subire le strategie finanziarie.

Le corti della Cavallerizza reale privatizzate

E’ in questo quadro generale che dobbiamo collocare la fase attuale dell’attuazione del progetto della Cavallerizza reale. Nel 2015 la Compagnia San Paolo affida senza gara di evidenza pubblica la redazione del masterplan di trasformazione e –inevitabilmente- l’elemento principale dell’operazione ruota intorno “alla valorizzazione” del compendio immobiliare, un concetto bizzarro nel caso specifico perché per quanto bisognoso di energici interventi di restauro, è la straordinaria qualità dei luoghi a garantire la valorizzazione. E’ la concatenazione degli spazi e degli interventi architettonici a rappresentare un luogo unico di recente inserito nel patrimonio culturale dell’umanità dell’Unesco. Non c’è nulla da valorizzare, dunque.

Dettagli trascurabili per la pseudo cultura che ancora sopravvive al fallimento dell’urbanistica neoliberista: l’importante è privatizzare, spezzettare, disarticolare nella fruizione un luogo costruito in tanti decenni su una visione unitaria. Le osservazioni redatte dal gruppo di lavoro che ha analizzato in dettaglio il progetto (vedi tabella in calce) sono così puntuali ed efficaci da permettermi di non scendere nel piano del merito. Un elemento deve però essere sottolineato perché a mio giudizio rappresenta una inaccettabile regressione culturale.

Nel progetto di valorizzazione dalle società Homers ed Equiter si prevede addirittura che anche le corti aperte in cui è articolato il complesso monumentale vengano “privatizzate”: esse saranno pienamente aperte alla pubblica fruizione solo in determinate ore. Ecco dunque il concetto di “valorizzazione”: si vuotano di funzioni le città privando i cittadini della possibilità di usufruire dei più straordinari luoghi dell’identità culturale di proprietà pubblica. Un’aberrazione davvero inaccettabile.

Riprendere la lezione storica dell’urbanistica torinese

In conclusione è opportuno richiamare la breve ma importante lezione di storia urbana di Torino redatta negli anni ’60 da Italo Insolera sulla rivista di Olivetti, Comunità. Insolera nel descrivere i passaggi storici con cui fu realizzata a partire dal seicento la splendida città di Torino afferma che per fare città belle e vivibili occorrono tre indispensabili elementi. L’esistenza di una classe dirigente che abbia chiaro l’orizzonte sociale ed economico su cui collocare lo sviluppo urbano. Il coinvolgimento di intellettuali architetti e urbanisti di primaria autorità culturale e bravura non delegando questa importante funzione a società di comodo o strumentali. Come noto, i grandi architetti che disegnano Torino sono anche gli autori di quei progetti architettonici che oggi si vorrebbero “valorizzare”. Infine la questione centrale. Le città diventano meravigliose se la classe dirigente investe nella bellezza attraverso adeguate risorse economiche. Negli oltre venti anni del dominio culturale neoliberista ci hanno raccontato invece che è solo l’iniziativa privata a rappresentare il motore delle trasformazioni urbane.

Il fallimento di questa ricetta antistorica è sotto gli occhi di tutti. Invece di continuare a seguire, migliorandola laddove possibile, la storia urbanistica di Torino si sta tentando l’ennesima volgare occasione speculativa. Se vogliamo salvare la Cavallerizza Reale, Torino e le città italiane dobbiamo tornare a quella preziosa lezione.


IL LINGUAGGIO INGANNEVOLE
DEI VENDITORI DI CITTÀ.
di Paola Somma

Durante la campagna per le elezioni amministrative di Torino è stato presentato il masterplan per la “riqualificazione, valorizzazione e conservazione ad uso pubblico del complesso della Cavallerizza Reale”. Il masterplan è stato predisposto, su commissione della Compagnia di San Paolo, da Homers e da Equiter. Homers srl Impresa Sociale, è una società, presieduta da un docente del Politecnico di Torino, per “lo sviluppo di progetti immobiliari senza costruzione”. Equiter è una società del gruppo Intesa San Paolo che investe capitali di rischio per “sviluppare le infrastrutture, valorizzare il territorio e promuovere il partenariato pubblico privato in Italia e all’estero”. Il lavoro è stato svolto “in concertazione” con il comune di Torino.

Le vicende precedenti, nonché i contenuti del masterplan, che gli autori dichiarano essere il “frutto dell’ascolto di attori diversi”, sono stati accuratamente analizzati (vedi interventi di Paolo Berdini e Riccardo Bedrone e tabella in calce di Elisabetta Forni ed Emanuele Negro).

Poco, quindi, resta da dire se non che gli obiettivi e le indicazioni del masterplan sono in perfetta sintonia con la strategia perseguita dalla Cassa Deposita e Prestiti, trasformata dal governo in agenzia di promozione di investimenti immobiliari, e con le prescrizioni del decreto Sblocca Italia, in particolare l’art. 26 dove recita: “per contribuire alla stabilità finanziaria nazionale e promuovere iniziative di rivalutazione del patrimonio volte allo sviluppo economico e sociale… si riconosce all’accordo di programma che si occuperà del recupero di immobili pubblici non utilizzati il valore di variante urbanistica”.

Quello che non è stato riaffermato a sufficienza, invece, è il diritto dei cittadini a non subire, oltre alla espropriazione di un bene comune a vantaggio di privati investitori, la beffa di sentirsi raccontare che ci troviamo di fronte alla “restituzione” di un pezzo di città, come, ad esempio, fa Repubblica (20 aprile 2016), quando titola l’elogio del masterplan: “Il sospirato piano che mira a restituire ai torinesi la Cavallerizza Reale trasformata nel distretto culturale della città”.

Dei vari termini con i quali si esalta la rapina dello spazio pubblico, restituzione è forse quello che meglio esprime la malafede da parte di chi lo usa - amministratori, tecnici, mezzi di informazione - perché alla fine di queste restituzioni, la collettività non possiederà più nulla. Che si tratti di grandi complessi edilizi, il cui accesso era limitato o temporaneamente impedito, perché utilizzati per ospitare attività di interesse pubblico, o di pezzi di città che vengono ridisegnati in funzione della loro assegnazione ai privati, la loro cessione comporta che, sebbene talvolta tali beni diventino accessibili al pubblico, le modalità di fruizione sono lasciate alla totale discrezione dei privati che possono imporre un ingresso a pagamento e, soprattutto, arbitrariamente selezionare il pubblico desiderabile e accettabile, restringere la lista delle persone idonee a far parte del “pubblico”, ed escludere così singoli individui o gruppi di cittadini.

La presunta equivalenza tra la privatizzazione dello spazio pubblico e la sua restituzione alla città viene propagandata con vari artifici retorici. Il più usato è l’affermazione che, per poter essere definito pubblico, uno spazio non deve necessariamente essere di proprietà pubblica, perché quello che conta è che esso sia utilizzabile, “aperto al pubblico”. E’ un argomento sostenuto da chi privilegia le “pratiche” d’uso rispetto all’assetto proprietario e ritiene che pubblico sia ogni spazio dove è possibile “l’interazione tra le persone”. Homers aderisce esplicitamente a questo approccio e dichiara di privilegiare la regolazione del diritto d’uso rispetto alla regolazione del diritto di proprietà. Di conseguenza, distingue il grado di apertura al pubblico degli spazi al piano terreno della Cavallerizza con tre “sfumature di rosso”: rosso intenso, accesso compatibilmente con attività commerciali ivi esistenti; rosso medio, accesso alle corti in ore diurne con possibilità di deroghe; rosso chiaro, accesso in ore diurne senza possibilità di deroga.

Qualsiasi altra proposta, per essere realmente alternativa al masterplan di Homers, dovrebbe innanzitutto distinguere tra una visione dello spazio pubblico come spazio aperto a tutti, caratterizzato dall’assenza di qualsiasi tipo di coercizione, e quella riduttiva di spazio “aperto”, disponibile per attività di svago, tempo libero, divertimento, “aperto” ad un pubblico “appropriato” al quale i proprietari consentono l’ingresso. Il che rende necessario ristabilire il principio che nessuno può essere escluso dallo spazio pubblico.

In secondo luogo, dovrebbe ribadire che lo spazio pubblico non è la somma degli interessi privati e ripristinare i confini tra i due ambiti, riconoscendo ai privati la capacità di fornire spazi per l’incontro sociale, ma non spazi pubblici.

Infine, ma non meno importante, dovrebbe tener conto che, oltre ad impoverire la collettività, l’uso dello spazio pubblico a fini di profitti privati e/o la sua privatizzazione contribuiscono a legittimare il primato degli interessi particolari nel determinare le scelte del governo urbano.

Il linguaggio con cui si racconta la “restituzione” dello spazio pubblico, quindi, ha una valenza politica e culturale oltre che economica, perché consente ai privati di impossessarsi non solo di ingenti beni materiali, ma dell’idea stessa di comunità urbana. Se è così, non stupisce che fra i dieci membri del team di Homers, figurino due professionisti esperti “nell’ascolto attivo e processi partecipativi”, un esperto di “social media e sentiment analysis” e un esperto in comunicazione e stampa.

ELEMENTI ESSENZIALI
DEL MASTERPLAN HOMERS – EQUITER
di Elisabetta Forni ed Emanuele Negro

Obiettivi generali
Alienazione, valorizzazione, riqualificazione e tutela” di tutto o in parte per uso misto residenziale privato, servizi e funzioni a uso pubblico (come da Progetto Unitario di Riqualificazione del 20.11.2012 Delibera 06298 e succ. Delib. 2466 del 4.6.2013), per mezzo di “alienazione del Compendio ad asta pubblica per Lotti distinti” (come da Delibera del Consiglio Comunale 2015 07072/131)
Conservazione ottimale del bene tramite alienazione
Obiettivi specifici del progetto
Collocare diverse funzioni (culturali, ricettive, terziarie e commerciali) in spazi ad uso parzialmente pubblico, grazie all'intervento di attori diversi (istituzioni pubbliche e operatori privati); l'uso pubblico è limitato al piano terra del Compendio, pur essendo prevista la proprietà privata anche di questi spazi.
Non è identificabile uno specifico progetto culturale
Compartimentazione del compendio
La frammentazione del Compendio in 10 Unità Minime di Intervento (UMI) e l'identificazione di potenzialità ed usi specifici di ciascuna unità, al fine di facilitare il processo di alienazione, privilegia la libertà di scegliere, a discrezione degli operatori privati (secondo convenienze anche estranee agli obiettivi culturali), piuttosto che la loro coerente integrazione
Regime proprietario
Privato per il 96,3% dell'intero Compendio e frammentato in lotti distinti a conclusione del processo di cartolarizzazione gestito dalla C.C.T. salvo 1.600 mq circa, attualmente di proprietà Comunale in seguito alle recenti de-cartolarizzazioni del Maneggio Alfieriano e della Sala delle Guardie (cfr. anche Delibera di Giunta 2016 01582/131 per delucidazioni sulle ragioni di queste de-cartolarizzazioni)
Consistenza degli usi principali
Residenziale
Almeno 21.000 mq (da aumentare di parte di una superificie di 9.700 mq, ripartita fra residenze, commerci, uffici) per residenze collettive, temporanee o abitazioni tradizionali
Didattica
(aule, formazione,
seminari, riunioni)
Al massimo 5.300 mq (400 mq Sala delle Guardie, 1.300 mq aule indicate nella Tavola Fruizione pubblica piano terra, 3.600 mq Pagliere, da diminuire della parte imprecisata destinata a laboratori/artigianato come indicato nella suddetta Tavola)
Spazi espositivi
1.330 mq
Uffici
9.700 mq per uso pubblico e privato (da diminuire di una parte imprecisata destinata a residenze, commerci e altro)
Spazi performativi
1.265 mq (Cavallerizza Alfieriana)
Laboratori/atelier
Parte imprecisata del piano terra delle Pagliere per incubatore università, da dividere con laboratori e artigianato (come indicato nelle Tavole Fruizione pubblica piano terra e Progressivo recupero della Cavallerizza per uso comune)
Spazi a tariffa sociale
Superficie lorda totale
37.152 mq (Ex Zecca esclusa dal perimetro degli usi).
Destinazione Ex Zecca
Indeterminata, nonostante la prossima liberazione dei locali (2 anni circa) sia compatibile con l'orizzonte temporale del Masterplan
Usi comuni degli spazi aperti
Il suolo antistante i Maneggi Chiablese ed Alfieriano, e che si estende fino a via Rossini e via Verdi, è il solo a restare di proprietà pubblica e con accesso libero perenne.
I cortili delle quattro corti, la Rotonda, i porticati e il camminamento fra le Pagliere divengono invece privati e con limitazioni di accesso più o meno rigide (accesso consentito da 4 a 12 ore quotidiane diurne massime, con possibilità di deroga con divieto d'accesso)
Modello di gestione
La frammentazione del Compendio in sub-unità private (ed appartenenti, in generale, a soggetti distinti) comporta una molteplicità di linee gestionali indipendenti. E' prevista la creazione di un soggetto coordinatore denominato Agenzia Cavallerizza la cui attività si limita a: amministrazione degli spazi aperti comuni (piano terreno), azioni di marketing e di “promozione del brand Cavallerizza al fine di rafforzare l'acquisita vocazione culturale del distretto” e, più in generale, di promozione immobiliare e finanziaria
Costi di trasformazione
100 mln € circa, dei quali: 60 per spese di ristrutturazione, 10 per oneri urbanistici e 30 per l'acquisto degli immobili

«Gli invisibili inghiottiti dal nulla nella città diventata “da bere”. Da Mirafiori ai capannoni dove nascono (e muoiono) le start up. Dove è finita quella classe operaia che con i suoi saperi dava l’identità a Torino? Ora la disoccupazione giovanile è al 44,9% e l’imprenditoria sembra occuparsi d’altro. E al sindaco manca un progetto adeguato». Il manifesto 2016 (m.p.r.)

Torino. Porta numero 2, carrozzerie Mirafiori, ore 14, uscita del turno mattutino. Sono qui con una reliquia del manifesto delle origini: Gianni Montani. Lo reclutai sul campo nel ’71 e da operaio-sindacalista diventò giornalista, e però per noi fu molto di più.

Ricordo un Comitato centrale del Manifesto-organizzazione dedicato a capire natura e modalità delle nuove lotte operaie, introdotto da una sua dettagliata relazione in cui ci spiegò come funzionava, reparto per reparto, l’immensa Fiat. Allora la politica era così, di questo si discuteva, non delle primarie. Pochi giorni fa mentre assistevo al congresso nazionale della Rete della Conoscenza, l’associazione degli studenti medi e universitari, mi è tornata alla mente proprio quella nostra riunione.

Per via della difficoltà di chi, pur con tutta la buona volontà come questi studenti, cerca oggi di rapportarsi al lavoro: allora c’era una grande bella omogenea classe operaia, oggi una mucillaggine di semifigure lavorative precarie e frantumate che neppure mille Gianni Montani potrebbero riuscire a descrivere.

Sono voluta tornare qui dopo tanti anni di assenza per cominciare a dire di Torino in piena campagna elettorale.

E’ passato quasi mezzo secolo e ho il nodo alla gola. Allora dai cancelli che ora ho davanti agli occhi usciva a fine turno una fiumana di decine di migliaia di operai, lo spiazzo davanti alla porta un suq allegro e arrabbiato - carretti di arance, bibite, di tutto. Ma non era solo un mercatino, era anche l’agorà, il luogo principe della politica, fitta di capannelli volantini giornali bisticci fra nuova e vecchia sinistra accenti meridionali ancora freschissimi.

Qui alla 2 come alle altre porte, il focus di una politica misurata su cose concretissime: le conquiste proletarie.

La tuta grigio Marchionne

Dal lato opposto di viale Agnelli c’erano bar e negozi, ora a chiudere l’orizzonte un cimelio delle Olimpiadi, l’enorme edificio color ruggine di un pattinatoio. Rende lo spiazzo ancora più deserto e silenzioso, solo qualche lavoratore in cassa integrazione che per abitudine viene a farci passeggiare il cane.

Gli operai - pochissimi (nemmeno 13.000, ma ciascuno lavora solo tre giorni a settimana) - escono alla spicciolata dopo esser passati attraverso l’”imparziale”, che adesso è elettronico (il controllo che deve scoprire se qualcuno ha rubato un pezzo di fabbrica, così chiamato perché i controllati vengono scelti a casaccio): quasi tutti hanno i capelli bianchi, la media d’età, alle carrozzerie, è di 51 anni.

Sembrano diversi da allora anche perché Marchionne ha voluto che la tuta non fosse più blu ma grigia chiara, uguale per tutti, operai tecnici e ingegneri, solo una minuscola etichetta che definisce la rispettiva categoria (e naturalmente il livello salariale, ma quello non è in vista. Quello della terza, di chi un tempo stava alla catena di montaggio e che ricordo bene perché il nostro stipendio al manifesto era a quello equiparato, più o meno come allora in lire: 1200/300 euro al mese).

Marchionne, si sa, è democratico, fa testo il suo maglione. Ma le donne - sono molte di più di un tempo - contro quella tuta protestano: il grigio si sporca, per questo si usava il blu. Me lo spiega Giovanna Leone, nella vecchia palazzina poco distante dove tutt’ora ha sede la V Lega Mirafiori della Fiom, corso Unione Sovietica 351, che tutti però chiamavano familiarmente «URSS». Non c’è più, invece, la storica sezione Pci Mirafiori, qualche isolato più in là, a via Passo Buole. Nel locale c’è ora la “Mescita di vini piemontesi sfusi e imbottigliati”.

E naturalmente non ci sono più nemmeno nei dintorni gli ex segretari: Giuliano Ferrara, a fine ’70 (e infatti si vede nei documentari che filmarono la visita di Enrico Berlinguer quando andò a dire agli operai in lotta nell’80 che il partito era con loro). Né Fassino, che anche lui ne fu responsabile negli ’80 e ora fa invece il sindaco.

Con Gianni percorriamo tutto il perimetro Fiat,10 km di viali attorno agli stabilimenti, quasi tutti oramai adibiti a funzioni diverse dal passato, non solo perché è cambiata la tecnologia, ma perché la produzione si è enormemente ridotta, un po’ spostata a Melfi, molto in Polonia e in Serbia, qui - ma ancora per poco - la Mito, prossimamente dovrebbe partire il nuovo Suv Levante.

Molti i padiglioni già ceduti ad altre imprese: sul frontone si legge “Fiera dei vini”, “Equilibra”, Centro stile”. Sulla larga pista sopraelevata dove si svolgevano le prove (e si tenevano le assemblee del Consiglio di Fabbrica) ora si fanno le sfilate della concessionaria Fiat Village.

Chi ha comprato chi?

Nel punto nodale, la palazzina direzionale: cosa diavolo si dirige da qui? La Fca ha ormai casa a Amsterdam e a Londra lo scandalo delle evasioni non è Panama, ma le dislocazioni consentite dal fatto che dopo aver liberalizzato i movimenti di capitali l’Ue non ha provveduto ad una unificazione fiscale).

L’impressione, da Torino, è comunque che non sia la Fiat ad aver comprato la Chrysler, ma il contrario. Anche se con grande chiasso a palazzo Chigi è stata presentata una nuova edizione di Alfa Romeo italiana. Perché i modelli dell’avvenire, quelli tecnologicamente più avanzati, qui non si fanno.

No, non mi lamento per sussulti sovranisti, né sono venuta qui per perdermi nell’Amarcord. Mica vorrei che la tecnologia non avesse cambiato la fabbrica e che tutti fossero ancora alle terribili catene di montaggio. Sono venuta per cercare di capire dove sono finiti i circa 100.000 operai della Fiat (60.000 a Mirafiori,12.000 a Rivalta, 7.800 alla Lancia di Chivasso e 4.500 a quella di Torino senza tener conto della Pinin Farina o della Bertone solo per citare le principali aziende dell’indotto), tutti quelli, insomma, che ruotavano attorno all’auto (nell’indotto si calcola 3 per ogni dipendente Fiat) e che sono esseri non digitali ma in carne ed ossa.

Non è solo una domanda strettamente economica - se lavorano o meno e dunque hanno o non hanno un salario. Quella classe operaia con i suoi saperi meccanici e politici dava da più di un secolo l’identità a Torino, disegnata sul suo ruolo di punta di diamante della modernità industriale.

Ritmavano i tempi della città. Che oggi è certo più bella, i musei sono più attraenti delle ciminiere e così le aiuole fiorite, i ristoranti, i turisti, la movida. E’ diventata una “Torino da bere”, per usare l’espressione che si usò per la Milano scintillante dell’epoca craxiana. E Fassino l’amministra benissimo. Ma quei centomila operai sono diventati invisibili, inghiottiti dal nulla, la città non li prevede: né i loro corpi né le loro teste , né quelle dei loro figli, un tempo allievi della prestigiosa Scuola Fiat, oggi per lo più titolari dei 4 milioni di voucher che si sono contati in città nel 2015 (e già aumentati del 65% nel 2016), precari sguatteri dei fast food cresciuti come una giungla.

Anche ad Ivrea è così: la storica palazzina direzionale di via Jervis, dove fu lanciata una delle più avanzate produzioni informatiche, quella della Olivetti, oggi è occupata da un gigantesco call center.

Alla Cgil il compagno Passarino mi dà i dati dell’occupazione, complicatissimi da interpretare per via di come vengono compilati dagli Uffici statistici, e perché molti non sono ufficialmente disoccupati ma in Cassa integrazione, o in Cassa in deroga, o in Cassa straordinaria, o con contratti di solidarietà, tutti ammortizzatori a fine corsa (il traguardo molto prima che si abbia diritto alla pensione) e cui comunque non si ricorre più perché le regole per ottenerli sono cambiate e non conviene più all’azienda usufruirne, le conviene licenziare.

Per riassumere basti dire che a Torino il livello della disoccupazione raggiunge la media nazionale (era del 6,2% nel 2004, ora è dell’11,9) e che quella giovanile, al 44,9, è addirittura al disopra. Il rapporto più recente, coordinato dal Centro Einaudi, parla di «marcata sofferenza» e di una quota di abbandoni scolastici simile a quella delle metropoli del Mezzogiorno. Lasciano anche perché precari - anche in questo caso più della media - sono pure i ricercatori e docenti universitari: il fenomeno colpisce tutti, quale che sia il livello di qualificazione. Con una diminuzione del volume di lavoro degli under 30 che in sei anni è stata pari al 59%, l’esilarante obiettivo dell’Unione Europea per il 2020 - «una crescita inclusiva e sostenibile» - sembra fantascienza.

Torino sta diventando una città povera. «Al sud ci sono abituati - mi dice un vecchio compagno quasi si confessasse - noi no».

Invenzioni senza investimenti

Il patrimonio che questa mano d’opera rappresenta è coinvolto in un progetto innovativo o è stato semplicemente mandato al cimitero degli elefanti? Vado in giro per la città a cercare una risposta.

Le due università - la Statale e il Politecnico - si ingegnano: la prima impegna molte energie nel covare gruppi inventivi di nuove possibili funzioni consentite dall’uso delle nuove tecnologie e passo un intero pomeriggio ad ascoltare le loro proposte e a capire le loro ricerche.

Sono in contatto col 31mo piano del nuovo altissimo grattacielo di Intesa San Paolo (da cui a Torino tutto dipende, tanto varrebbe votare anziché per un consiglio municipale per il suo Consiglio di amministrazione) dove 100 funzionari aspettano di capire le novità dei futuri clienti. Al Poli, c’è una incubatrice, che svolge un ruolo analogo. E dentro è restato il solo figlio sano del fallito matrimonio General Motors-Fiat. Dopo il precoce divorzio è diventato solo americano, se l’è tenuto la Gm.

E’ il Power Train, il pezzo più prezioso della città. Anche la Cgil ha contribuito a metter su, a Moncalieri, un contenitore simile, ricercando la collaborazione con università e enti locali. Benissimo.

Il fatto è che se non ci sono poi gli investimenti per realizzare le invenzioni, le idee restano sulla carta. La orgogliosa imprenditoria torinese, come del resto gran parte di quella italiana, sembra invece occuparsi d’altro.

Gli Agnelli, per esempio, il grosso dei loro capitali familiari li hanno collocati nella Exor, uno dei più grossi gruppi di assicurazione americani. Un investimento anticiclico, più sicuro del fluttuante settore dell’auto. Quanto al governo, nessun piano industriale, né qui né altrove.

Il lavoro si è impoverito

E invece servirebbe un piano, un’idea nuova per Torino, un progetto coordinato con altri paesi europei. Invece non c’è: le aziende di punta sono state scorporate e via via acquisite da gruppi stranieri che ne hanno portato via i pezzi più prestigiosi.

Non è, qui a Torino, l’innovazione che ha ridotto il numero degli operai, è il contrario: è il lavoro che si è impoverito. E quanto cresce - il terziario soprattutto - comunque non basta a compensare. Non dico qualitativamente, che è ovvio, ma anche quantitativamente.

L’orizzonte di Torino è tutt’ora disegnato dai tetti a sega degli antichi capannoni industriali. Non è come a Milano, dove la deindustrializzazione è avvenuta ormai da decenni e in un’epoca in cui l’economia ancora tirava.

Qui le fabbriche dismesse occupano ancora il terreno, sono tantissime. Ora si cercano nuove destinazioni e in alcune hanno trovato casa le start up e i centri di co-working. Al Tool Box la ristrutturazione di un padiglione è magnifica, alta architettura, colori e, persino, una cucina con mobili costruiti in 3D, con la stampante. Ad un’area con lunghi tavoloni si accede grazie a 100 euro al mese col proprio computer, si tratta di postazioni provvisorie in cui si gode della connessione. Con 250 mensili si accede invece ai tavoli dove la postazione è fissa; poi ci sono molti gabbiotti a cielo aperto, veri e propri ufficietti. Dentro un popolo silenziosissimo di individui impegnati a costruire la propria start up: tutti aspiranti “uomo (o donna)-impresa”. Il regno di Uber, si direbbe.

Difficile capire cosa facciano, si sa solo che la moria delle start up è altissima. Ad una parete una sorta di denso giornale murale, avvisi di friendly advises: professionisti che offrono consigli legali, panel su «Mettersi al riparo: malattia e pensioni», dalle 12 alle 13; «Freelance care», dalle 18 alle 19, eccetera.

Accanto, gli aspiranti imprenditori presentano le loro proposte, corredate di foto. Leggo: M.P.: Ascolto, informo e mi informo, sorrido accolgo e saluto. E realizzo oggetti imperfetti; «G.B.: Rassicuro osservo saluto calorosamente»; «T.M.: Mi occupo di politica e strategia di comunicazione, ma giuro che sono un bravo ragazzo».

Apprezzo l’autoironia, ma mi torna alla mente il vecchio film di Nanni Moretti, Ecce Bombo (ricordate? quello in cui lei dovendo spiegare come campa risponde «faccio cose, vedo gente…»).

Il grande errore di Fassino

Ecco: come si fa a proporsi come sindaco senza proporre un progetto adeguato ad una città come Torino?

Il grande errore di Fassino (oltre a quello di aver imbarcato metà della destra cittadina e di non avere nemmeno uno degli “invisibili” nelle sue liste) è di essersi fatto ammaliare da Marchionne, di aver creduto alle magnifiche e progressive sorti del capitalismo, di non aver preparato una trasformazione autonoma della città.

Il pensiero lungo, una consapevolezza alternativa, serve anche nelle elezioni amministrative. E naturalmente anche non sottomettersi alla deriva della politica nazionale.

In tasca - l’ho preso a casa fra i miei vecchi libri e me lo sono portato dietro in questo viaggio attraverso Torino 2016 – ho un libriccino edito nel 1969 dalla Feltrinelli: si chiama La Fiat è la nostra Università. Inchiesta fra i giovani lavoratori. Era stata condotta dai “gruppi fabbrica” di alcuni licei e facoltà torinesi, quasi 100 pagine fitte di notizie.

Alla risposta n.82 che dà l’operaio di terza categoria si legge «Io penso che al 1969 l’operaio dovrebbe lavorare molto più poco, tanto più perché con l’automazione che ci va solo a favore dei padroni e non degli operai, ma per questo bisogna cambiare la società». Sarà antiquato, ma oggi il progetto appare anche più attuale.

Non lo può accantonare neppure una campagna elettorale amministrativa, anche se non si potrà realizzarlo nei prossimi cinque anni. Ma se si perde l’orizzonte, anziché moderni si resta chiusi nella gabbia del medioevo.

E’ questo - anche questa cosa oltre all’immediato - che fa la differenza di Torino in comune. E il suo candidato sindaco, Giorgio Airaudo, è il solo che sembra occuparsene. Non solo perché è più bravo, ma perché si è posto il problema di rappresentare quel pezzo grandissimo di società cui non basta essere fruitori di musei.

La “buona politica” è, prima di tutto, rappresentanza. Da chi si rappresenta dipende l’aggettivo “di sinistra”.

Il progetto della Cassa Depositi e Prestiti per "riqualificare" una caserma a Torino è un caso esemplare di come un ente finanziato dai risparmiatori sia stato trasformato in società immobiliare controllata dal governo e dai suoi amici. Il Sole 24 Ore Casa 24 Plus, 1 maggio 2016 (p.s.)

Comincia da Torino il processo di riqualificazione delle ex caserme dismesse. Con un progetto del Gruppo Cassa depositi e prestiti da 25-30 milioni di euro per recuperare la caserma La Marmora in via Asti. Un luogo storico per la città che ,dopo l’intervento in variante fatto dal Comune e l’acquisizione da parte di Cassa depositi e prestiti, si trasformerà in uno spazio aperto e fruibile, destinato al residenziale e alla fruizione da parte di start up, laboratori e aree di co-working.

Le linee del progetto, sviluppato con Carlo Ratti, fondatore dello Studio Carlo Ratti Associati e docente al Mit di Boston, le descrive Aldo Mazzocco, Head of Group Real Estate di Cassa depositi e prestiti, proprietaria del complesso: «La caserma di via Asti si trasformerà per il 60% in nuove residenze e in uno spazio destinato allo Smart housing, una formula di recupero e valorizzazione di aree della città che accomuna Berlino, San Francisco e Barcellona e che punta su un’offerta residenziale con spazi condivisi, che possa attrarre creativi, startupper e giovani». Una prospettiva architettonica e sociale, insieme, che passa attraverso il co-working, ma che si allarga a forme nuove di co-living e co-making.

L’idea è di proporre una formula di residenzialità basata sugli affitti a costi approcciabili, in un contesto aperto e stimolante, che possa agevolare la nascita e lo sviluppo di nuove idee e che risponda, sottolinea Mazzocco, alle nuove esigenze di mobilità piuttosto che soltanto a criteri di reddito. «Si tratta di un modello che funziona nella Silicon Valley – racconta – che ha funzionato in città europee come Berlino e Barcellona e che può funzionare a Torino per le sue caratteristiche strutturali, per il tipo di mercato immobiliare presente e per la buona qualità di ricerca e università».

L’innovazione accanto alla storia. La Caserma La Marmora fu sede, dal 1943 al 1945, dell' Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana. Lì vennero imprigionati, torturati e interrogati decine di partigiani, in tanti persero la vita. Nell’area sarà ospitato il Museo della Resistenza. Per il sindaco di Torino, Piero Fassino, quello di via Asti è «un intervento di valore, per la rilevanza architettonica degli spazi e per l’importanza storica che mantengono nella memoria collettiva della città. La riqualificazione servirà a mantenere viva la memoria».

L’intero complesso ha una superficie di circa 20mila metri quadrati, l’impianto è formato da otto corpi di fabbrica intorno ad una corte centrale, racchiusi da muri di cinta lungo tutto il perimetro. Il progetto prevede la realizzazione di nuove residenze, attraverso un recupero rispettoso dell'architettura originale, risalente alla fine del XIX secolo. Le soluzioni realizzate avranno la caratteristica di moduli, seguendo le caratteristiche architettoniche degli edifici, con taglie diverse. Da extra small (20 metri quadri) a XL, 180 metri quadri. La “corte urbana” centrale, circa un terzo di piazza Vittorio, la più ampia di Torino, diventerà luogo di aggregazione e di rete per le attività che sorgeranno nell’area.

L’esperienza di Torino è anche una sorta di debutto per il nuovo modello di riqualificazione che intende proporre CDP per ricucire e rivitalizzare il tessuto urbano delle città italiane attraverso
forme innovative di residenzialità, perlopiù in locazione, arricchite di nuove di nuove funzionalità per le comunità urbane, sempre recuperando patrimoni storici e architettonici.

Completato lo studio di fattibilità da parte dello Studio Ratti, si prevede i lavori possano essere avviati nel 2017. Dal punto di vista urbanistico, spiega l’assessore del Comune di Torino Stefano Lorusso, si proseguirà con la progettazione urbanistica attuativa per poi avviare la commercializzazione dell'asset a seguito dell'adozione del Piano attuativo, entro il secondo semestre dell’anno.

«Non nego la speranza che il nostro esperimento possa indicare un metodo esportabile a livello nazionale», dice Airaudo .Altre volte nella storia de secolo scorso, Torino ha aperto strade nuove, non solo per la sinistra. Mai però con persone come Piero Fassino. Corriere della sera, 14 marzo 2016

TORINO Annunciazione, annunciazione. Dopo lunga ed estenuante ricerca fatta in tutta la penisola, pare sia stata rinvenuta una forma di sinistra unita, nata un mese fa in un locale, umile ovviamente, di corso San Maurizio. Quel che finora non è avvenuto in nessuna delle città italiane dove si voterà in tarda primavera accade invece in quel di Torino. Esserci, ci sono proprio tutti. Persino Pippo Civati e la sua Possibile, a riprova dell’eccezionalità dell’evento, oltre a qualche fuoriuscito del Pd che forse si vuole portare avanti con l’utopia scissionista.

«Non nego la speranza che il nostro esperimento possa indicare un metodo esportabile a livello nazionale». L’autore del miracolo fa parte dell’album di famiglia della sinistra cittadina, e già questa potrebbe essere una prima istruzione per l’uso. Anche Giorgio Airaudo, come il suo grande avversario Piero Fassino, è un ex ragazzo di via Chiesa della salute, da intendere come l’indirizzo della storica sede del Pci torinese. Quando l’attuale sindaco era il segretario della federazione provinciale, il candidato della «Izquierda unida» torinese guidava i Giovani comunisti a pochi uffici di distanza. «Abbiamo avuto un percorso comune. Proprio per questo gli rimprovero di lasciare che la sua storia venga usata come copertura del Partito della nazione in via di costruzione qui a Torino, e poi in Italia».

Con tutte le cautele del caso e del tempo che ancora manca alle elezioni, ma sono molti i segnali che indicano Torino, un tempo villaggio di Asterix di un Pd del nord assediato dalle truppe berlusconian-leghiste, come sede della tempesta perfetta per i democratici. E non solo per via delle visite già annunciate ai rispettivi quartier generali di Matteo Renzi e Beppe Grillo, le uniche finora in calendario, e dei sondaggi, che girano ma non vengono resi pubblici per carità di patria democratica. Il sindaco uscente fu l’ultimo segretario dei Ds e uno dei fondatori del Pd. E il suo passato ne fa un bersaglio di notevole importanza. Il Movimento 5 Stelle era così convinto di avere sottomano la persona giusta che ha tagliato corto su comunarie e affini online.

Chiara Appendino è una manager ben conosciuta, figlia e moglie di un imprenditore, che in questi giorni ha giocato d’anticipo presentando le proprie liste. Sta lavorando molto per accreditarsi presso Camera di commercio, Unione industriale e salotti assortiti, dimostrandosi anche disponibile a sacrificare qualcosa della originaria alterità dei Cinque stelle, che a Torino hanno solide radici movimentiste e di sinistra-sinistra. «In realtà stiamo facendo un percorso di ascolto di tutte le parti della città. Ci stiamo presentando come una forza compatta, l’unica ad avere un programma definito dallo scorso settembre. Vogliamo fare le cose per bene. Perché questo voto, inutile negarlo, ha anche valenza nazionale. Non solo per Airaudo o Fassino».

In attesa che le molte anime del centrodestra locale trovino una linea e un progetto comune intorno a Osvaldo Napoli, «battezzato» ieri da Silvio Berlusconi e da FI, l’altra novità che si appresta a fare di Torino il principale campo di battaglia dopo Roma e Milano è l’inopinata presenza di una sinistra unita in ogni suo frammento sotto il simbolo di una Mole rovesciata. A Bologna la ricerca del candidato unico è finita non male ma peggio, con baruffe ed ennesimi strappi. A Milano, Napoli e Roma la litigiosità tra parenti e affini fa da ostacolo alla nascita della «cosa» oltre il Pd.

«Io ho detto che ci stavo solo se tutti rinunciavano alla loro appartenenza. Qui esiste una storia politica e sociale unitaria, è più facile. Ma chissà, magari da qui può nascere una esperienza che potrebbe proseguire anche dopo le elezioni». La Torino in comune di Airaudo si ispira alla Barcellona di Ada Colao. «Che non è Podemos, ma un’altra cosa» tiene a precisare l’attuale parlamentare indipendente di Sel, 55 anni, moglie, tre figli e soprattutto una lunghissima esperienza come responsabile del settore auto della Fiom. L’ultima referenza è quella politicamente più importante, vedi alla voce Maurizio Landini. «Alle ultime europee la lista Tsipras ha preso il 5 per cento. Da lì in su è tutto buono. In doppia cifra, sarebbe una promessa di futuro, non solo per la città».

Quei numeri comportano l’ineluttabilità della resa dei conti. Il grande avversario non sono i Cinque stelle, con i quali Airaudo vanta ottimi rapporti, ricambiati, ma Fassino, il suo vecchio compagno, al quale spera di togliere i voti necessari alla vittoria al primo turno. «Anche se non mi nego il sogno del ballottaggio. E lì allora ci sarebbe davvero da divertirsi». La rassegna stampa inviata dai suoi collaboratori mette bene in chiaro qual è la posta in gioco. Dall’ex governatore forzista Enzo Ghigo che dichiara il suo appoggio a Fassino all’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti, area Udc, indica la sua città come futura capitale del partito della Nazione, fino all’arruolamento del meno noto Giovanni Pagliero, ex presidente Pd del quartiere più popoloso. Torino, Italia.

Qui il sito web della lista Torino in comune

«L’establishment invoca "tolleranza zero" contro gli occupanti. Ma il bene pubblico si tutela salvando edifici così importanti dalla speculazione». Il manifesto, 10 maggio 2015

Una dimen­ti­cata norma della Costi­tu­zione, l’articolo 9, pre­vede che la Repub­blica «tutela il patri­mo­nio sto­rico e artistico».
Per dare effet­ti­vità a que­sta norma alcuni gio­vani hanno occu­pato due sto­rici monu­menti tori­nesi (il com­plesso della Caval­le­rizza, dichia­rato patri­mo­nio dell’umanità dall’Unesco, e la caserma di via Asti, luogo di tor­tura di anti­fa­sci­sti e par­ti­giani) per i quali si pro­fila un futuro di spe­cu­la­zione e, nell’attesa, un cre­scente degrado. In via Asti la tutela si coniuga con la sua resti­tu­zione alla città anche attra­verso una desti­na­zione sociale (aper­tura di aule stu­dio e di una mensa popo­lare e riqua­li­fi­ca­zione per far fronte a un disa­gio abi­ta­tivo sem­pre più pesante).
Le due ini­zia­tive tro­vano con­senso e soste­gno tra i cit­ta­dini, nel mondo asso­cia­tivo e sin­da­cale, negli ambienti cul­tu­rali. Gli occu­panti chie­dono alle isti­tu­zioni l’apertura di un con­fronto pub­blico sul futuro degli edi­fici.

Nel suo blog sul Cor­riere della Sera Tomaso Mon­ta­nari sot­to­li­nea come la cir­co­stanza che, nell’inerzia (o peg­gio) delle isti­tu­zioni, siano i cit­ta­dini a «pren­dersi a cuore il loro ter­ri­to­rio e i loro monu­menti» risponde esat­ta­mente al pro­getto costi­tu­zio­nale che ha voluto respon­sa­bi­liz­zare non un astratto «Stato» ma la «Repub­blica» in tutte le sue com­po­nenti e articolazioni.

Un gruppo di intel­let­tuali (primo fir­ma­ta­rio Gustavo Zagre­bel­sky) fa appello al Comune per­ché sopras­sieda dal pro­getto di alie­na­zione e smem­bra­mento della Caval­le­rizza e apra una sta­gione di «pro­get­ta­zione par­te­ci­pata» sul suo futuro utilizzo.

Un vec­chio par­ti­giano, l’avvocato Bruno Segre (già dete­nuto in via Asti), nel corso della ceri­mo­nia con cui gli viene con­se­gnato il «sigillo civico» dichiara che gli occu­panti della caserma meri­tano l’appoggio della città. Per l’establishment tori­nese è dav­vero troppo. Così ieri inter­viene la sco­mu­nica di Repub­blica che, con un arti­colo dell’avvocato Vit­to­rio Baro­sio, pub­bli­cato in prima pagina nella cro­naca cit­ta­dina, non si limita a espri­mere il pro­prio (legit­timo) dis­senso rispetto alle occu­pa­zioni ma invoca al riguardo «tol­le­ranza zero» e chiede espres­sa­mente una «azione esem­plare» della magi­stra­tura per­ché la vio­la­zione della lega­lità in atto «non può essere tollerata».

Gli inte­ressi in gioco sono evi­den­te­mente assai forti! Ma c’è, oltre agli inte­ressi, una cul­tura che va con­tra­stata in radice. Nel sistema dise­gnato dalla nostra Carta fon­da­men­tale, infatti, la lega­lità – come ha inse­gnato Piero Cala­man­drei nella indi­men­ti­ca­bile arringa in difesa di Danilo Dolci del lon­tano 1956 – è esat­ta­mente l’opposto del lega­li­smo con­for­mi­sta, che tende alla pura con­ser­va­zione dell’esistente, ed è fatta anche di «strappi» e di disob­be­dienza civile (di cui ci si assume, ovvia­mente, la respon­sa­bi­lità) per rea­liz­zare il dise­gno costi­tu­zio­nale. Del resto Anti­gone – mito della tra­ge­dia greca e sim­bolo, nei secoli, di libertà e di lotta con­tro il sopruso – per dare sepol­tura al fra­tello, disob­be­dendo alla legge di Creonte, non disco­no­sce il signi­fi­cato della legge e non pre­dica l’illegalità ma si fa por­ta­trice di una legge supe­riore (il «diritto degli dei») e accusa il sovrano di illegalità.

E, poi, è inu­tile occul­tare che l’invocazione della «tol­le­ranza zero» è una opzione solo e tutta poli­tica. Viviamo in un Paese in cui le leggi sono tanto nume­rose quanto vio­late. Per­se­guire la lega­lità signi­fica dun­que, ine­vi­ta­bil­mente, defi­nire gerar­chie di valori e prio­rità di inter­venti. Non tutto si può fare con­tem­po­ra­nea­mente e con lo stesso impe­gno di risorse e intelligenza.

Occorre sce­gliere.

Si può comin­ciare lot­tando con­tro le mafie o libe­rando le città dalla pre­senza «fasti­diosa» di accat­toni e lava­ve­tri, con­tra­stando la spe­cu­la­zione edi­li­zia e l’inquinamento ambien­tale o per­se­guendo chi pro­te­sta (magari con qual­che eccesso) a tutela della salute pro­pria e dei pro­pri figli, impe­gnan­dosi per eli­mi­nare (o con­te­nere) l’evasione fiscale oppure sgom­brando edi­fici abban­do­nati occu­pati da «con­te­sta­tori» e via elen­cando. Inu­tile dire che la defi­ni­zione del calen­da­rio degli impe­gni (e la con­nessa mobi­li­ta­zione dell’opinione pub­blica) è scelta poli­tica e non un vin­colo giuridico.

Ma c’è di più. Anche le moda­lità dell’intervento teso a ripri­sti­nare una lega­lità che si assume vio­lata non sono auto­ma­ti­che. La corsa di ciclo­mo­tori in una strada urbana si può con­tra­stare con multe pesan­tis­sime, con un con­trollo del traf­fico da parte di vigili in divisa, con la pre­di­spo­si­zione sulla car­reg­giata di appo­site bande tese a impe­dire una velo­cità ecces­siva; lo sgom­bero di barac­che abu­sive e peri­co­lose si può effet­tuare con le ruspe o con i ser­vizi sociali, con la poli­zia in assetto di guerra o pre­di­spo­nendo solu­zione abi­ta­tive alter­na­tive; la lega­lità può essere impo­sta con la forza o per­se­guita con il con­fronto e la trattativa…

Ancora una volta non si tratta di auto­ma­ti­smi giu­ri­dici ma di scelte poli­ti­che. Ed è que­sta – non altra – la que­stione aperta, oggi, a Torino

Succubi di una politica europea e nazionale volta sistematicamente ad arricchire i già ricchi impoverendo gli altri (e i posteri), insistono nel tentativo di far cassa liquidando il prezioso patrimonio collettivo e abbandonando al degrado della privatizzazione un bene culturale prezioso. Il manifesto, 31 marzo 2015

Un Hotel de charme? Una esclu­siva scuola di danza clas­sica? Un cir­colo ippico che riporti il fasto sabaudo della Caval­le­ria Savoia o appar­ta­menti di lusso? Quale sarà il futuro della Caval­le­rizza Reale di Torino, splen­dido com­plesso barocco nel cuore della città, oggetto di incu­ria e abban­dono per molti anni ma in pro­cinto di nuova «valo­riz­za­zione» da parte dei pri­vati? Dell’ostello per i gio­vani trac­cia non v’è più, se non in qual­che spa­ruta dichia­ra­zione stampa per ras­se­re­nare gli animi dei circa die­ci­mila tori­nesi che, fir­mando un appello solo pochi mesi fa, hanno chie­sto agli attuali ammi­ni­stra­tori comu­nali di non ven­dere sur­ret­ti­zia­mente la Caval­le­rizza, patri­mo­nio della città e quindi di tutti.

Ma le linee guida dell’operazione, con­dotta senza soste dall’assessore al Bilan­cio Gian­guido Pas­soni e da tutta la giunta di cen­tro­si­ni­stra tori­nese, pare che pre­veda come archi­trave fon­dante l’investimento di sostan­ziosi capi­tali pri­vati, indi­spen­sa­bili per dar fiato alle boc­cheg­gianti casse comu­nali, ancora in dif­fi­coltà nono­stante le mas­sicce ven­dite di immo­bili e par­te­ci­pate.

C’è chi dice che potrebbe essere della par­tita addi­rit­tura un emiro del Qatar. L’allegro debito con­tratto nell’era Chiam­pa­rino è appena sceso sotto quella che viene defi­nita dallo stesso Pas­soni «la soglia psi­co­lo­gica» di tre miliardi di euro ma, nono­stante que­sto risul­tato, l’immensa volu­me­tria della Caval­le­rizza rimane stru­mento d’eccezione per rag­gra­nel­lare utili fondi.

Pare che i tempi siano molto stretti: ieri mat­tina si sono riu­nite le com­mis­sioni con­giunte di Comune e Regione a porte chiuse, senza ammet­tere pub­blico, in cui è stato pre­sen­tato un miste­rioso «Pro­to­collo di Intesa» che coin­volge anche i pri­vati.

Il pro­to­collo pre­ve­de­rebbe una sostan­ziale libertà di azione per gli inve­sti­tori. Del famoso pro­cesso par­te­ci­pato che doveva coin­vol­gere anche sog­getti cul­tu­rali isti­tu­zio­nali e cit­ta­dini, che da circa un anno stanno por­tando avanti un lavoro di riqua­li­fi­ca­zione sociale del com­plesso dopo l’abbandono, riman­gono solo vaghi ricordi.

È il pro­cesso par­te­ci­pato modello Val Susa: si par­te­cipa solo quando c’è da dire «sì», com­men­tano alcuni mem­bri dell’Assemblea Caval­le­rizza 14.15. «In sostanza nes­suna delle richie­ste sino a ora avan­zate dalla cit­ta­di­nanza (no alla ven­dita, desti­na­zione e frui­zione pub­blica, uni­ta­rietà dell’insieme e pro­get­tua­lità par­te­ci­pata, ndr), con il sup­porto di oltre 10 mila firme della popo­la­zione tori­nese, viene accolta dalle isti­tu­zioni, nean­che negli intenti. La pro­get­ta­zione — aggiun­gono gli atti­vi­sti — non coin­vol­gerà diret­ta­mente i cit­ta­dini né, aspetto inquie­tante, pas­serà nean­che attra­verso il Con­si­glio comu­nale, pale­sando come le deci­sioni rispetto a una que­stione così deli­cata e stra­te­gica ven­gano a for­marsi fuori dai luo­ghi che dovreb­bero garan­tire la demo­cra­zia.»

Oggi, dalle ore dodici, in con­co­mi­tanza con l’approvazione in Giunta Comu­nale del «Pro­to­collo di Intesa» vi sarà un pre­si­dio in piazza Palazzo di Città indetto dai pro­ta­go­ni­sti dell’Assemblea Cavallerizza.

Solo a Piero Fassino poteva venire in monte di affidare il futuro delle periferie di Torino a un architetto che ha firmato il progetto di un grattacielo per realizzare il qualenel rispetto la legge sarebbe stata necessaria un’area di ottantamila metri quadrati (otto ettari!). La Repubblica, ed. Torino, 22 dicembre 2014

Renzo Piano metterà la firma sul ridisegno o, come direbbe lui stesso, sul «rammendo » delle periferie di Torino. L’idea è del sindaco Piero Fassino, che l’ha chiamato a fare da padre nobile e gran consigliere per i progetti che l’amministrazione comunale presenterà con l’obbiettivo di guadagnarsi una fetta della torta da 200 milioni di euro che il governo ha stanziato con il nuovo “piano periferie”. «Ho parlato con Piano nei giorni scorsi — fa sapere Fassino — e gli ho chiesto di accompagnarci nella definizione dei progetti che presenteremo al governo per attingere al nuovo fondo del piano periferie».

L’archistar e senatore a vita ha accettato di buon grado, non vedendo l’ora di mettere a disposizione di Torino la sua esperienza. Per giunta in un campo di cui ha fatto una missione, dopo la sua nomina a senatore, devolvendo il suo stipendio a questo scopo. «Nei prossimi giorni — aggiunge il primo cittadino — sarà a Torino per cominciare a valutare il da farsi». E non c’è tempo da perdere, dato che il maxiemendamento alla legge di stabilità approvato al Senato prevede che i progetti vadano presentati entro il 30 giugno. Una scadenza che non spaventa l’assessore alle Periferie, Ilda Curti: «Sei mesi di lavoro non sono molti, ma nemmeno pochi: Torino è una città che ha fatto scuola in questo campo». E l’intenzione del sindaco è proprio quella di fare del capoluogo subalpino la città capofila del “piano periferie” di cui proprio l’architetto genovese è stato tra i massimi ispiratori, dato che da un anno è partito con il suo progetto G124, dal numero del suo ufficio da senatore a Palazzo Giustiniani, trasformato in un laboratorio di sei giovani architetti per progettare la riqualificazione delle periferie delle città italiane. Un piano chiesto e ottenuto da Fassino, in veste di presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, al ministro Maurizio Lupi: «Progetti concreti — spiega il sindaco — per intervenire sulle aree periferiche della città, sulla scia della sollecitazione data un anno fa da Piano».

Il coinvolgimento dell’architetto Piano è una trovata che il primo cittadino ha già avuto modo di anticipare l’altro giorno ai capigruppo di maggioranza, Michele Paolino (Pd), Barbara Cervetti (Moderati) e Michele Curto (Sel). Proprio il capogruppo Curto aveva chiesto di non lasciare il tema delle periferie alla «propaganda della destra» e di dedicarvi più attenzione, tanto che anche lui sta lavorando a una proposta “a costo zero” per finanziare progetti di rigenerazione nelle periferie.
La squadra di Piano ha già lavorato quest’anno a Torino, concentrandosi nell’analisi di una zona come Borgo Vittoria. I due giovani architetti incaricati, Federica Ravazzi e Michele Bondanelli, che come altri loro quattro colleghi sono stati pagati da Piano devolvendo il suo emolumento da senatore, si sono dedicati a due aree verdi del quartiere e all’analisi territoriale della zona attorno a corso Grosseto e a Basse di Stura.

I progetti per il “piano periferie” saranno valutati a Palazzo Chigi da un comitato formato da esperti. Le candidature dovranno avere come obbiettivi «la riduzione dei fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale, il miglioramento della qualità del decoro urbano e del tessuto sociale e ambientale». Ma potranno essere «anche interventi di ristrutturazione edilizia». Anche se il piano punterà più sulle misure sociali e sui servizi piuttosto che sulla riqualificazione «fisica», urbana ed edilizia. Per l’attuazione degli interventi il governo ha stanziato una somma complessiva di 200 milioni di euro, che sarà distribuita in tre scaglioni: 50 milioni nel 2015 e gli altri 75 milioni l’anno nel 2016 e nel 2017.

Come per l'isola di Poveglia nella Laguna di Venezia, anche a Torino i cittadini si associano per impedire che un bene comune (e pubblico) venga privatizzato e trattato come una merce, Corriere della sera, 31 maggio 2014 (m.p.r.)

Nei giorni scorsi alcuni cittadini hanno cercato (purtroppo senza riuscirci) di ri-comprarsi ciò che già appartiene loro in quanto cittadini sovrani: l’Isola di Poveglia, nella Laguna di Venezia, che è stata messa in vendita dal Demanio dello Stato. Ora un altro gruppo di cittadini ha occupato la Cavallerizza Reale, nel cuore di Torino, chiedendo che questo importantissimo monumento rimanga un grande e articolato teatro, e non venga trasformato in un centro commerciale. In entrambi i casi la buona notizia è che, in un modo o in un altro, «la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della nazione»: proprio come impone l’articolo 9 della Costituzione. Perché laddove le istituzioni e i poteri pubblici faticano a farlo, o fanno il contrario, sono spesso i cittadini – singoli o riuniti in associazioni, comitati, gruppi – a prendersi a cuore il loro territorio e i loro monumenti. Era ciò che avevano in mente i costituenti quando hanno scritto «Repubblica» e non «Stato»: nel senso di vigilanza e impegno civile (un senso lato, ma profondo e fondamentale), la tutela non spetta solo agli organi previsti dalle leggi, ma spetta appunto alla Repubblica, e cioè ad ogni cittadino.

Il caso di Torino è emblematico. La Cavallerizza Reale è un grande complesso costruito tra Seicento e Ottocento come sede dell’Accademia militare: un complesso che è protetto da un vincolo, e che fa parte del sistema delle residenze reali sabaude dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ceduta dal Demanio al Comune di Torino, la Cavallerizza è divenuta parte del Teatro Stabile, e nel 2001 si è aperta alla città come luogo di spettacolo, ottenendo un grande successo. Ma in seguito ai tagli selvaggi ai bilanci degli enti locali, l’amministrazione comunale ha rinunciato a raccogliere i frutti (sociali, ma anche economici) del suo investimento, e ha deciso di mettere in vendita il complesso: nel 2009 è stato affidato alla Cartolarizzazione Città di Torino srl, e nel 2013 sono state interrotte le rappresentazioni e sono iniziate le visite degli speculatori privati che vorrebbero acquistare il monumento (a prezzo di saldo: 12 milioni di euro).

Ma non tutti, in città, sono disposti ad accettare una simile sconfitta collettiva. Da sei mesi alcuni cittadini si riuniscono in un percorso partecipativo autoconvocato per decidere il futuro di quel grande spazio storico, e venerdì scorso hanno annunciato tre giorni di occupazione: «Come Assemblea Cavallerizza 14e45 [l'ora a cui è fermo l'orologio del teatro] una risposta la abbiamo, ovvero noi, gli abitanti di questa città. Con questi tre giorni vogliamo cominciare a immaginare un futuro diverso dall’abbandono o dalla svendita. Non possiamo accettare che ancora una volta sotto i nostri occhi avvenga lo spreco del nostro patrimonio senza interpellare nessuno. Vorremmo che la cavallerizza fosse un laboratorio dell’abitare, ovvero uno spazio a partire da cui ripensare I modi in cui viviamo questa città, per riprenderci possibilità di decidere della vita dei nostri territori. La parabola della Cavallerizza è la stessa di tanti siti di valore storico e artistico che vengono lasciati all’incuria più totale finché non subiscono danni strutturali, a quel punto o vengono completamente abbandonati o venduti. Noi soldi per comprare la Cavallerizza non ne abbiamo, ma non ci sembra un motivo valido perché la nostra voce di cittadini resti inascoltata. Sappiamo con certezza che non vogliamo un albergo, un bel ristorante, ma neanche un bel museo in cui costerà caro entrare, sappiamo che vogliamo un luogo che risponda alle esigenze di chi vive la città, non di chi ci specula».

L’occupazione della Cavallerizza ha finalmente aperto una discussione pubblica, ed ha guadagnato solidarietà importanti. Italia Nostra ha detto di condividere gli obiettivi degli occupanti, e ha chiesto al Comune «che vengano tassativamente esclusi usi impropri di carattere speculativo». Mario Martone, direttore del Teatro Stabile, ha dichiarato che «se è un’occupazione fatta con rispetto delle norme di sicurezza, è giusto dialogare con questi ragazzi, è la prima regola della democrazia. Come Stabile, ci è dispiaciuto abbandonare questo luogo». Naturalmente non mancano le preoccupazioni e gli equivoci. In un suo comunicato di sabato scorso, l’Ansa ha scritto che la Cavallerizza è stata occupata da un «collettivo anarchico». In realtà, quei cittadini torinesi non predicano l’anarchia, ma anzi chiedono l’applicazione della Costituzione. E non sono soli. In un suo libro recente (Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli) l’ex vicepresidente della Corte Costituzionale Paolo Maddalena ha spiegato perché le alienazioni di beni demaniali siano «provvedimenti legislativi di eccezionale gravità, che vanno contro la lettera e lo spirito della Costituzione»: si tratta – continua il giudice – «di svendite da considerare assolutamente nulle, poiché contrastano con i prevalenti interessi pubblici del popolo italiano».

È allora vitale che i cittadini facciano sentire direttamente la loro voce: la storia italiana dimostra che non è affatto inutile. Se il 18 maggio 1980 – per esempio – duemila siciliani non avessero occupato il cantiere della litoranea che doveva congiungere San Vito lo Capo e Scopello, non sarebbe mai nata la Riserva dello Zingaro, che oggi protegge e fa vivere un luogo meraviglioso e sostiene un’economia diversa da quella fondata sulla speculazione. Uno degli slogan degli occupanti torinesi è «La Cavallerizza è reale». Ebbene, queste parole non dicono solo che quel monumento è tornato nella realtà della vita sociale torinese, ma possono anche significare che ciò che apparteneva ai Savoia – re di Sardegna e poi re d’Italia – ora appartiene al nuovo sovrano: il popolo italiano. È per questo che il vento che soffia da Torino riguarda tutta l’Italia, e apre una battaglia civile, giuridica e culturale che riguarda le implicazioni della sovranità popolare sul governo del territorio, e cioè l’essenza stessa della democrazia. Che, come la Cavallerizza, o è reale o non è.

Lassù si è deciso che «il commercio sarà la leva economica della trasformazione di Torino nei prossimi anni». Tutto il resto è sacrificato

La vicenda della realizzazione del centro congressi nell’ex area Westinghouse in Torino ha assunto i toni ed il carattere di emblema del modo di gestire e –ancor più- di concepire, oggi, l’urbanistica da parte dei nostri politici. L’area in questione –oggi in una zona strategica della città (a contatto con i nuovi Palagiustizia, Politecnico, grattacielo “Intesa-SanPaolo”, grande stazione ferroviaria di Porta Susa, ecc.)- è una di quelle rimaste libere a seguito della dismissione dall’industria che allora occupava zone - poi risultate centrali - in stretto rapporto con le vecchie barriere operaie. La destinazione d’uso di tale area fu quella della realizzazione di una nuova, grande biblioteca centrale multimediale e un centro congressi che fosse una valida alternativa in centro città a quello periferico del ‘Lingotto’. Fu bandito un concorso vinto dall’arch. Bellini.

La realizzazione del progetto vincitore si dimostrò presto molto costoso . Il peggioramento della situazione della finanza locale (segnata dall’aumento vertiginoso del debito anche a seguito delle olimpiadi del 2006), impose di fatto l’abbandono di quell’idea pur considerata di gran pregio e la sua area è stata oggetto di varie ipotesi con continui rinvii sul suo utilizzo. L’amministrazione Fassino, di centrosinistra, proseguendo la politica della gestione delle aree dismesse come merce di scambio per finanziare la riqualificazione (?) delle lacerazioni nel tessuto urbano successive all’abbandono delle industrie, ha deciso di rifare il bando (sfacciatamente su misura dei gruppi imprenditoriali dichiaratisi interessati purché contenesse l’oggetto del loro desiderio) al quale risposero due catene della grande distribuzione (Esselunga e Coop) così come era già previsto dal patto precedente la scrittura del bando. Con il bando si abbandonava l’obiettivo della grande biblioteca ma si confermava quello del centro congressi. A compensazione di questo impegno, il bando prevedeva quindi il permesso della costruzione di un grande supermercato da parte della ditta vincente. E così sarà

A prescindere dalla scelta di localizzare il suddetto centro congressi ( per 5000 posti) all’interno della zona centrale urbana e quindi, ancora una volta, escludente le zone periferiche (che ne avrebbero un gran bisogno per risollevarsi dal loro stato di emarginazione dalle strutture fieristiche e culturali) e a prescindere dai problemi di concentrazione e sovrapposizione funzionale e logistica in quella precisa zona (oltre al perdurare della soppressione del piccolo commercio di prossimità), ciò che colpisce è la filosofia di fondo assurta ad ideologia: “..il commercio sarà la leva economica della trasformazione di Torino nei prossimi anni..” in quanto “..non è più immaginabile pagare la riqualificazione aumentando il debito dell’amministrazione..”è stato affermato dall’assessore all’urbanistica torinese Lo Russo.

Dunque, non c’è alternativa? E’ un destino segnato? Se è così, ci si deve adeguare al principio che, per esempio, se anche non c’è alcun bisogno di ipermercati, i torinesi si devono rassegnare ad averli in cambio di ciò che realmente a loro serve. Equivale a stabilire che la città non potrà mai pianificare in base agli effettivi bisogni dei suoi abitanti (cosa già rara in passato) ma dovrà prima assoggettarsi ad un ‘congruo’ numero di centri commerciali nei luoghi più convenienti per essi e, se resteranno ancora aree libere, tentare anche di soddisfare i propri cittadini con i sempre più sacrificati servizi pubblici. Ed è come augurarsi che l’investimento privato in centri commerciali non si esaurisca mai perché, se no, cesserebbe “..la leva economica della trasformazione di Torino..” per il suo sviluppo, il suo avvenire. Ma i megastore, così come il territorio, sono entità finite (come il mondo). Quando non ci sarà più nulla da scambiare con i privati, come faremo?

Abbiamo condannato per anni il ‘rito ambrosiano’, quello della cosiddetta urbanistica contrattata, e ora noi la assumiamo come regola fondante universale? E’ il segno che l’arte del disegno delle città è completamente da rifondare e che, anziché condividere e/o teorizzare l’attuale sua deriva, occorre mettere mano a processi che leghino la fiscalità locale e quella nazionale alle trasformazioni urbane (sempre più rapide e sempre più onerose rispetto al passato) in modo chiaro, preordinato, strategico. Processi che, a partire da iniziative locali, si prefiggano di condurre -in tempi certi- ad una legislazione nazionale per la profonda riforma urbanistica attesa da settant’anni. La riqualificazione/rigenerazione urbane –soprattutto dei grandi centri, come quella del territorio nazionale- deve diventare un punto specifico del programma di governo nazionale e locale. La ri-progettazione/pianificazione della forma e dell’organizzazione delle città deve essere pensata e gestita in base al prevalere dell’interesse pubblico, quindi a prescindere da interessi particolari privati. La partecipazione di quello (economico) privato, pur necessario, non deve in alcun modo condizionare lo sviluppo della città che è e resta ‘pubblica’. Se ciò non avviene -o avviene il contrario (come ora)- è perché la gestione e distribuzione della fiscalità non sono adeguate e corrette: l’armonia e la tutela dei territori vanno di pari passo con l’equità nelle scelte economiche. L’idea che la città deve vendere ciò che ha per sopravvivere o accettare programmi diversi e distorsivi rispetto a quelli previsti, è conseguenza dell’accettazione e sottomissione all’ideologia dell’austerità anziché impegnarsi nel coordinamento dell’azione degli amministratori dei territori per rivendicare il superamento delle sue assurde regole: assurde e profondamente punitive di ogni equilibrato progetto urbano. Al contrario, le risorse devono poter essere accantonate (e usate) dalla fiscalità generale e da quella locale (anche a debito,anche ricorrendo se necessario- all’azionariato popolare) purchè, in totale trasparenza, devolute allo scopo per cui sono state richieste. La politica locale ha il compito-dovere di dirottare in tal senso la politica nazionale. Le città hanno grandi e urgenti progetti da realizzare, se possibile, evitando ai propri cittadini la pena del baratto.

Creare la nuova Torino, come capitale europea della terza rivoluzione industriale europea. A proporre questo progetto che interessa il capoluogo e tutta la provincia sono un gruppo di sindaci, capeggiati dal primo cittadino di Settimo, Aldo Corgiat, che ha elaborato un documento attraverso cui intraprendere un confronto istituzionale, con le forze economiche e sociali e definire insieme un iter condiviso per avviare la fase costituente della nuova Città Metropolitana di Torino.

«Pensiamo che a questa iniziativa sia necessario contribuiscano fin dall’inizio attivamente – spiega Corgiat - non solo le istituzioni elettive, ma anche e soprattutto i rappresentanti di interessi economici, le università e il mondo della ricerca, della formazione, della cultura, l’associazionismo e le organizzazioni del no profit e del terzo settore, i sindacati, le categorie professionali e in generale tutta la società civile».

Il documento, inviato a tutti i sindaci della provincia torinese, una tra le più estese d’Italia (315 Comuni con oltre 2,3 milioni di abitanti), è il manifesto che invita tutti ad un incontro il 23 giugno alle 9,30 a Venaria, presso il Centro del Restauro, per un approfondimento e per dar vita al comitato costituente che porterà, almeno questa è l’intenzione dei promotori, alla convocazione degli Stati Generali della nuova Città metropolitana, già in autunno.

«Il quesito cui dobbiamo dare risposta è – prosegue Corgiat – se la Città metropolitana sia utile o no. Noi crediamo sia importante. Torino e la sua provincia è da sempre una città laboratorio che, insieme al ruolo di città industriale e al contributo fondamentale fornito al Paese e alla Regione in termini di ricchezza prodotta, costituisce con Genova e Milano un sistema territoriale tra i più attivi e dinamici d’Europa, un luogo di innovazione, di formazione e di ricerca capace di competere su scala globale». Innovazione, economia digitale, sostenibilità ambientale e non solo, ricerca e conoscenza sono, infatti, le parole chiave della proposta dei sindaci, per costruire un ambito metropolitano più credibile, più forte e capace di sostenere la sfida imposta dalla crisi economica. «L’obiettivo è unire le potenzialità, le buone pratiche, le energie e le sinergie – chiarisce ancora Corgiat, promotore tra l’altro della prima Unione dei Comuni in ambito metropolitano - capaci di competere su scala europea con gli altri sistemi urbani».

Ai torinesi le Olimpiadi Invernali del 2006 sono state vendute come un’opportunità irrinunciabile per la rigenerazione del tessuto sociale ed economico.A cinque anni da quell’evento, però, Torino si ritrova comune più indebitato d’Italia: i piani di “riqualificazione” e le strutture olimpiche sono state pagati solo in parte da Stato e privati; non sapendo come riutilizzarle, la maggior parte delle nuove strutture destinate alle discipline sportive (specialmente i siti e gli alberghi di montagna) sono rimaste un “costo” tanto che per alcune si ipotizza già lo smantellamento; troppi locali, in primis il “villaggio degli atleti” che sta letteralmente cadendo a pezzi, sono rimasti inutilizzati, mentre centinaia di costosissimi “addobbi” olimpici sono divorati dalla ruggine nei magazzini comunali.

Solo qualche giorno fa, il programma Striscia La Notiziaha denunciato il triste stato di abbandono dei trampolini di Pragelato costruiti disboscando mezza montagna ma con l’obiettivo di proseguire nel tempo l’attività agonistica, creare un vivaio di atleti dell’arco alpino occidentale ed affittarli alle squadre internazionali. Già il presidente dellaFISIPietro Marocco aveva gridato allo scandalo “per il totale inutilizzo di questi impianti anche nella stagione agonistica”. Gli amministratori attuali e quelli che hanno promosso e gestito l’evento possono controbattere che è ancora presto per stilare un bilancio finale. Eppure, l’accumulazione di debiti sempre più onerosi non può lasciare indifferente la cittadinanza, specialmente le nuove generazioni che, insieme a figli, nipoti e pronipoti, saranno costretti ad accollarseli.

Nel frattempo, l’amministrazione comunale prova a far cassa vendendo ai privati immobili di prestigio e, soprattutto, fette di territorio potenzialmente edificabile tanto che, nei prossimi vent’anni, la popolazione sarà travolta da una valanga di cemento… La Costituzione italiana, all’articolo 9, pone tra i Principi fondamentali come compito della Repubblica, la “tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione”. Le nostre città hanno conservato contesti storico-artistici ed ambientali preziosi, paesaggi incomparabili, opportunità uniche per affermare un’alta qualità della vita, che, tuttavia, rischiano di perdere valore per colpa dell’espansione edilizia incontrollata, oltre che dell’invasione del traffico automobilistico. Uno dei “migliori” esempi di questi rischi è proprio Torino che è stata invasa e sarà ancora invasa da opere di dubbio gusto che portano con sé tanto cemento ed inquinamento.

Negli anni scorsi le critiche più accese si sono concentrate sul piazzale-parcheggio “Valdo Fusi”, davanti alla Camera di Commercio; sul “disboscamento” del Parco Sempione e di Piazza d’Armi, due dei principali parchi cittadini; sull’inutile sottopasso di corso Spezia che ha eliminato decine di alberi; sull’orribile “Palafuksas”, frontale al famoso mercato di Porta Palazzo, che solo da quest’anno, dopo tredici anni di ingloriosa inattività, si è trasformato in centro commerciale; sulle torri “popolari” di via Orvieto, nella cosiddetta “spina 3”, destinate a diventare simboli di degrado moderno: oggi, invece, sull’ambizioso progetto della bancaIntesa Sanpaolodi costruire un grattacielo nella zona centrale della città, e sul nuovo Palazzo della Regione, sempre formato –“grattacielo”, ancora una volta a firma di Massimiliano Fuksas.

Sin dalla presentazione del progetto diSanpaolonel 2006, sviluppato dall’archistar Renzo Piano, una larga fetta dell’opinione pubblica cittadina si è mobilitata, indignata per il superamento, in altezza, del simbolo monumentale torinese, la Mole Antonelliana. Di risposta, si è provveduto a modificare il progetto originario “sotterrando” alcuni piani per non intaccare il primato della Mole. Anche se, in realtà, l’impatto non cambierà, dato che l’edificio dell’Antonelli termina con una guglia, mentre il grattacielo sarà una struttura compatta e piena. Un’altra “pietra” dello scandalo è il progetto di costruzione di un palazzone proprio a ridosso della Mole, che, però, almeno questo, pare accantonato.

Il malcontento è diffuso anche in altri quartieri. Nel popolare San Paolo, ad esempio, sono iniziati i lavori per l’erezione di nuovi palazzoni e di un ennesimo centro commerciale, in sostituzione dello storico stabilimentoLancia. Oltre che a creare i soliti prevedibili disagi per residenti ed esercizi commerciali, questo progetto è ritenuto dal comitato spontaneo "Parco Lancia” “insostenibile, se non rovinoso”, perché va ad aumentare paurosamente la densità abitativa di un'area che è già a rischio di congestione, a fronte dell'insufficienza dei servizi primari presenti. Si calcola, infatti, che i nuovi palazzi potranno accogliere seicento famiglie, oltre 1800 persone, in un territorio che registra l'affollamento delle scuole, degli asili e dell'ASL. Senza mai ottenere una risposta positiva, i residenti ed il comitato hanno chiesto, in questi anni, nuove scuole, un asilo, alloggi per le fasce deboli, luoghi di incontro per i cittadini e di ridurre l'area edificabile da 56 a 14 mila mq.

Ma il disagio è manifesto anche in aree più “chic” come quella di Borgo Valentino dove i residenti, appendendo sui balconi drappelli di protesta, si oppongono alla costruzione di un grosso complesso sull'area exIsvor(stabilimentoFIAT) considerandola una “mera speculazione edilizia anche poco redditizia per la Città”. Mentre volantini e manifesti sono stati diffusi nelle vie più importanti per protestare contro la spianata di cemento che ospiterà il nuovo parcheggio sotterraneo di piazza Albarello, storico punto di partenza d’ogni manifestazione e sciopero. A dispetto delle campagne di disincentivazione all’uso dell’automobile, l’amministrazione torinese, infatti, ha moltiplicato esponenzialmente l’offerta di garage sotterranei.

A Collegno, invece, nella prima cintura torinese, sono preoccupati che venga devastato l’immenso verde del Campo Volo. L'area, infatti, pur ricompresa entro i confini del paese, è di proprietà di una Banca e per acquisirla l’amministrazione comunale ha avviato una trattativa con i suoi vertici che riceverebbero, in cambio, delle generose concessioni edilizie. I cittadini, però, temono che vengano “occupate” proprio le aree del Campo Volo.

Notizia delle ultime ore è quella della rinuncia, per mancanza di risorse, al boulevard di corso Principe Oddone - interessato dai lavori del passante ferroviario sotterraneo - che così, collegandosi a corso Mediterraneo, assomiglierà ad un’autostrada cittadina. Un’altra mazzata per le migliaia di residenti che da quasi dieci anni non possono aprire le finestre per rumore, polvere ed inquinamento. L’ultimo spottone elettorale della giunta Chiamparino s’inscenò lo scorso aprile con l’inaugurazione del Parco Dora. Un’area immensa in cui l’attività decennale delle industrie ha inquinato acqua e terreno e dove si è scelto di non abbattere (perché troppo costoso) i resti dei capannoni industriali preesistenti, in particolare lo scheletro d’acciaio dell’exTeksidche copre i nuovi campetti sportivi e che, insieme ai piloni arancioni arrugginiti alti più di trenta metri, creano un panorama quantomeno “discutibile”, se non “inquietante”, aggettivo usato da un gruppo di architetti presenti all’inaugurazione. Il “pacchetto” di obiezioni mosse al progetto, sin dalla sua gestazione, si concentrava sull’opportunità di sfruttare quelle strutture, su cui oggi s’arrampicano pericolosamente i ragazzini, per il trasloco dell’ospedale Amedeo di Savoia, ridotto alla fatiscenza, che avrebbe liberato spazio proprio sulla riva del fiume Dora, in una zona ancora più indicata per sviluppare il parco.

Eppure, il progetto che avrebbe dovuto suscitare le proteste più accese è stato celebrato, oltre che dalle autorità, dalla quasi totalità della popolazione. Ci riferiamo al nuovo stadio dellaJuventus, inaugurato solo tre mesi fa, per il quale si è dovuta approvareuna variante che ha trasformato l'area dell’ exStadio delle Alpida area destinata a servizi pubblici a “zona urbana di trasformazione”con la concessione - da parte del Comune di Torino - di 349mila metri quadri per 99 anni al prezzo stracciato di meno di un euro al metro quadro per ogni anno. E, come se non bastasse, è arrivata una seconda variante che ha permesso di costruire, accanto allo stadio, due centri commerciali che la societàJuventusha dato in gestione alle cooperativeCmb,Unieco,Nordiconad. Chi rivendica l’assoluta centralità dell’ “interesse pubblico”, dovrebbe rimarcare, infatti, come, sin dagli sprechi e le morti bianche degli anni Novanta per la costruzione dello stadio dei Mondiali, una vasta area pubblica un tempo agricola (la Continassa al confine con Venaria) - destinata dal Piano Regolatore originariamente a “Verde e Servizi” - è stata completamente affidata ai soggetti privati ed ai grandi operatori commerciali che non le hanno lasciato più un metro di verde. Sempre alla societàJuventusè stata praticamente regalata l’Arena Rock della Continassa che, sinora, non è mai stata utilizzata.

Per gli ambientalisti, quella della Continassa è una delle più grandi sconfitte: da immensa area agricola adatta a diventare il primo parco cittadino per estensione, è stata trasformata in una distesa di cemento e supermercati. Il Piano Regolatore di Torino è, ormai, giunto alla sua “duecentesima edizione”, con l’approvazione, appunto, del progetto preliminare della “variante 200” pochi mesi prima della scadenza di mandato della giunta Chiamparino. Per le associazioni ambientaliste ed i comitati di quartiere essa non risponde certo all’esigenza di uno sviluppo urbano equilibrato, bensì a quella di far cassa velocemente da parte dell’amministrazione, in concerto con gli interessi privati, attraverso la valorizzazione immobiliare delle aree che vi sono ricomprese. E così la città sarà invasa da torri abitative da venti-trenta piani e nuovi centri commerciali, come se se ne sentisse la mancanza.

Nessun rispetto nemmeno per i morti, dato che la nuova variante sembra fregarsene della cosiddetta “fascia di rispetto cimiteriale”, prevedendo la costruzione di due torri, una da 80 metri e l’altra da 60, e dell’ennesimo centro commerciale da 25mila metri quadri proprio a ridosso del cimitero monumentale. Per i più critici, infatti, la realizzazione delle seconda linea di metropolitana è solamente una scusa, dato che non ci sono i soldi nemmeno per terminare la prima. L’urgenza dei governatori locali sarebbe quella di riaggiustare il bilancio e, quindi, di vendere il più possibile licenze di edificazione.

Uno dei principali “complici” del processo di cementificazione è lo stessoPolitecniconella persona dell’ingegner Mondini che, con la suaSITI(Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l'Innovazione), è consulente della Città in materia di valutazione ambientale e non manca mai di avallare, se non suggerire, piani di espansione edilizia. Per la generazione di nuovi diritti edificatori si inventano le formule più assurde come quella di “trasferire” capacità edificatorie di spazi in cui è impossibile o vietato costruire in altre aree anche non immediatamente vicine: è il caso del parco Sempione (a cui sono stati strappati 180 alberi come a piazza D’Armi per i lavori del passante ferroviario) a cui è stata assegnata capacità edificatoria da poter trasferire ed aggiungere a quella dell’area della fabbricaGondrand(periferia Nord) dove si prevede di costruire quattro nuovi palazzoni.

Fra i privati, invece, il ruolo da protagonista lo gioca la famiglia di architetti Ponchia e la loroGefim(www.gefim.it) che, sin dal 1880, compra terreno da rivendere, ma, soprattutto, può esercitare una forte influenza sull’amministrazione pubblica perché gestisce i diritti edificatori sulle diverse areeFIATdismesse, essendo proprio una “creatura” dellaFIAT. Il governo cittadino conta molto sugli oneri di urbanizzazione, a cui è obbligata ogni impresa costruttrice, che, al posto di trasformarsi in servizi per la cittadinanza, vengono monetizzati per ingrassare le casse. Ovviamente, soldi ai servizi socio-assistenziali ed educativi-culturali non se ne possono più dare e si è anzi ricorso a tagli drastici: gli asili nido e le scuole d’infanzia, in primis, sono ormai rette da un esercito di precari, alcuni dei quali con contratti della durata di pochi mesi.

Cosa se ne faranno i torinesi di tutti questi nuovi grattacieli (anche nelle areeMichelindi corso Romania e strada Cebrosa, al posto dell’Alfa Romeodi via Botticelli e sull'area ex-Materferro), parcheggi interrati, fra cui quelli mercatali e di interscambio che sono sfruttati in minima parte, ed ipermercati che sostituiscono le ex fabbriche (Esselungadebutterà a Torino prendendosi l’exOfficine Grandi Motoridi corso Novara e l’exComaudi corso Traiano, il Palazzo del Lavoro diventerà un centro commerciale, stesso destino per piazza Bengasi) quando si contano 57000 alloggi sfitti e la popolazione residente è costantemente diminuita negli ultimi vent’anni come i comparti produttivi? Mentre aumenta la “popolazione” di quelli che vanno a frugare dentro i cassonetti, non solo composta da immigrati stranieri, ma anche da torinesi che appartenevano al ceto medio sino a poco tempo fa…A meno che non ci si accontenti di diventare il “dormitorio” di Milano, come già paventato da qualcuno…

Ma le “generazioni post-Olimpiadi” dovranno fare i conti non solo con le “promesse di cemento”, anche con tutte le promesse non mantenute: a parte il sistematico prolungamento temporale di ogni cantiere e l’irrefrenabile impulso a costruire parcheggi sotto i giardini ed i piazzali storici più suggestivi, si possono citare la mancata assegnazione ad O.N.G. ed associazioni interculturali del palazzo che ospitò il comitato organizzatore delle Olimpiadi, ora abbandonato a se stesso; la rinuncia al nuovo centro culturale cittadino presentato con effetti speciali di ogni tipo; la non compensazione delle centinaia di alberi eliminati da piazza D’Armi con i campi di proprietà dell’Esercito che non pare proprio disposto a lasciarli; la presa in giro dei “gianduiotti” (per la loro forma) dell’Atrium, le mega-strutture funzionali alla promozione del circo olimpico e per le quali si erano prospettate diverse soluzioni di riutilizzo sino a che non sono state completamente rimosse senza trovare qualcuno disposto ad acquistarle; e, non per ultima, la mancata riqualificazione dello storico calzaturificioSupergacon un poliambulatorio in spina 3, area gravemente deficiataria di servizi assistenziali, ma traboccante di centri commerciali. Non parliamo, poi, dell’“affare TAV”; ma tanto, anche in questo caso, ci ha già rassicurato l’ex ministro dei trasporti Matteoli per il quale “ai debiti ci penserà il Futuro”…

Fortuna che c'è la crisi a placare un po' il pressing delle ruspe. Se no, non si fermerebbero mai. Già che di suolo se ne mangiano, in Italia, quasi 250 mila ettari l'anno. E in 16 hanno costruito un'altra Torino ai margini della città, con un aumento di superficie edificata in provincia di 7.500 ettari. Dati che raccontano di un progressivo prevalere della grande e media proprietà immobiliare sui poteri di controllo degli enti locali. Di una politica non più attenta alle esigenze della collettività.

Niente di nuovo, è una spirale che affonda le radici negli anni Ottanta e ha contaminato anche la sinistra. Ma ciò che emerge nell'ultimo periodo è la capacità dei privati di imporre alle assemblee elettive la propria visione urbana (il proprio tornaconto). Mega progetti di cittadelle sportive, parchi divertimenti, villaggi residenziali in stile berlusconiano, che fanno leva sul simbolico, ma non rispondono mai a una reale domanda. Sintomo di una «bolla culturale» da cui non riusciamo a scuoterci. E, a tutto questo, si aggiungono gli strumenti di programmazione territoriale che si sostituiscono alla pianificazione urbanistica e ai vincoli che impone.

Ai tempi della giunta Novelli

«I progetti dei grandi potentati sono presentati come occasione irripetibile per assicurare un vantaggio alla collettività in termini di sviluppo economico e sociale». Lo spiega Raffaele Radicioni, uno che di urbanistica se ne intende: è stato assessore delle giunte Novelli dal 1975 al 1985. Quando si pensava a una Torino dalla struttura «a griglia» invece che radiocentrica, a rompere i confini tra centro e periferia, a trasformazioni urbane svincolate dalla rendita fondiaria, ad aprire a tutti l'elitaria collina e a ridurre il costo della casa. Allo stato delle cose, ha perso, ma alle sue idee ci tiene. E negli ultimi anni, oltre a essere l'autore del libro Torino invisibile, è stato protagonista di una lotta contro un progetto che racchiude lo scarto culturale di un'epoca. E anche le contraddizioni: «Un baratto tra pubblico e privato per costruire dove non si poteva».

È il caso Bor.Set.to, acronimo che prende il nome dai comuni che in quest'area, nella zona nord di Torino vicino alla tangenziale, si incontrano: Borgaro, Settimo e Torino. Un territorio conteso da 40 anni, che ciclicamente torna a far parlare di sé. Un polmone verde grande quanto Central Park, tre milioni e 200 mila metri quadri; l'unico spazio agricolo ai confini della metropoli. Nel passato ha fatto gola a Sogene, l'immobiliare prima del Vaticano poi di Michele Sindona, che sul terreno voleva dar luce a una «Città Satellite» da 60 mila abitanti e, negli ultimi anni, alletta Salvatore Ligresti. Il re del mattone, nonché della finanza, che - gettati alle spalle i guai giudiziari di Tangentopoli (condanna a 2 anni e 4 mesi per lo scandalo Eni Sai) - ha allungato le mani, o meglio il cemento, su Torino. Nel 2007 fu accolto con fasti dal sindaco Sergio Chiamparino. Arrivò in elicottero per la conferenza del MiTo, la manifestazione musicale tra Milano e Torino, e si incontrò in gran segreto con le istituzioni sabaude. Se ne fece un gran parlare. Sembrava che Totò avesse le mani sulla città: un grattacielo vicino a Porta Susa (accanto alla contestata Torre Intesa-Sanpaolo di Piano), dove insediare il quartiere generale di Sai Fondiaria di cui è presidente onorario, un altro lungo la Spina, la realizzazione della Biblioteca civica e il «gran baratto» del Bor.Set.to.

L'Expo di Milano sposta gli interessi

Ligresti, in quest'area, vorrebbe costruire una Falchera 2 (una delle ipotesi era di 1500 alloggi al posto del futuro parco dei laghetti). Diciamo un'edizione più à la page dell'attuale quartiere popolare, o forse per ironia della sorte una Milano 4, per la vicinanza con la futura stazione dell'Alta velocità, Torino Stura, che la renderebbe più appetibile ai palati meneghini. Adesso è tutto fermo: non è più il 2007, c'è la crisi e c'è anche l'Expo di Milano, dove si stanno concentrando le mire del patron di Sai. Il progetto rimane congelato ma non si sa fino a quando: «Probabilmente aspettano, con la fine del passante ferroviario nel 2012, le migliori opportunità immobiliari - pungola Emilio Soave, Pro Natura - perché, come ama ripetere l'assessore all'urbanistica del comune di Torino, Mario Viano, al privato si devono sempre fornire le più agevoli condizioni per investire». Ma anche nella tregua, meglio tenere le antenne ritte: «Un leitmotiv entra nel subconscio della gente come un mantra. Dicono, tanto non lo faranno mai, poi, appena l'attenzione scema, ecco le ruspe» sbotta Lucia Saglia, consigliere comunale Prc di Borgaro e animatrice del Coordinamento per la difesa delle aree Bor.Set.To.

All'inizio fu il Vaticano

Meglio raccontarla dall'inizio questa storia. «È uno dei più significativi casi di subalternità degli interessi pubblici rispetto a quelli privati», spiega Radicioni, storico membro del Collettivo d'architettura (Coar). Correva l'anno 1962 quando nacque la Urbanistica sociale torinese controllata al 71% dalla Sogene, l'immobiliare del Vaticano che nel 1963 acquistò i terreni al confine tra i 3 comuni, oltre 320 ettari, con l'intenzione - lo dimostrano gli atti d'acquisto - di costruirci la «città satellite». In aree di prima fascia agricola. Il progetto fu contrastato per 15 anni dal Pci e dalla sinistra Dc, fino a far saltare la testa del sindaco comunista Edoardo Defassi, invece favorevole. «Erano altri tempi» dice Radicioni, senza nostalgia né la celebrazione di un passato d'illusioni. Ma spiega: «Nei Settanta c'era un conflitto tra il privato, da una parte, e la cultura più qualificata e le amministrazioni di sinistra, dall'altra, che tentavano una politica di controllo e gestione del territorio».

Il cambio è nei primi Ottanta: «Maturò al termine del governo di unità nazionale e, in concomitanza, ci fu la sentenza del 1980 della Corte costituzionale: un colpo al governo delle città. Fu, infatti, rigettata la legge del 1977 sull'edificabilità dei suoli, sancendo l'illegittimità della separazione fra proprietà dei suoli e diritto di edificare». Erano anni rampanti.

Lo sbarco di Ligresti

Nel 1991 fallisce Sogene, i liquidatori vendono i terreni alla neocostituita Bor.Set.To. Azionisti sono le acciaierie Ferrero, la Coop Antonelliana (poi uscita di scena) e Valorizzazioni edili moderne, ovvero Salvatore Ligresti, che ne tirerà le fila. Prendono contatto con le amministrazioni e sondano le possibilità edificatorie. Nel 1996, le istituzioni coordinate dall'assessore provinciale Luigi Rivalta provano ad acquisire l'area per 30 miliardi. Tentativo fallito. Nel 1999, la Provincia stabilisce che, nel Piano territoriale di coordinamento, quel lembo di area metropolitana sia preservato allo sviluppo edilizio, rimanendo agricolo. Il Piano deve però essere approvato dalla Regione. E prima di essere votato passano quattro anni in cui capita un po' di tutto. Nell'«attesa» entrano in vigore due nuovi strumenti di programmazione che permettono di aggirare la pianificazione. Il primo è Urban (finanziato dal Fondo europeo) per lo sviluppo sostenibile di quartieri in crisi con l'insediamento di infrastrutture e attività produttive. Il secondo è Pruust, ideato dal ministero delle Infrastrutture, per la costruzione di una «Tangenziale verde», più o meno un parco.

«Sono il bastone e la carota ed è qui che prende piede il do ut des. Con il protocollo d'intesa del 2004 tra Comuni, Provincia e Regione - racconta Radicioni - si concede la possibilità di edificare sul 12% (271 mila metri quadrati) dei terreni, attività produttive, servizi, case, in cambio della cessione gratuita della restante proprietà (2 milioni e 7 mila metri quadri) destinata alla Tangenziale Verde». Intanto, nel 2003 il comune di Borgaro approva una variante al Prg che trasforma parte delle zone Bor.Set.To da agricole a servizi per parchi urbani e territoriali. Negli stessi anni, nasce il Coordinamento per la difesa delle aree, formato da cittadini e associazioni ambientaliste, con l'appoggio di Prc, Pdci e Verdi. «Incominciammo a elaborare un libro bianco - spiega Lucia Saglia - e a preparare un ricorso al Tar (tuttora in sospeso), perché la variante era palesemente in contrasto con il Piano provinciale».

La protesta degli abitanti

È il 2007 quando Ligresti alza il tiro: vuole quadruplicare l'area residenziale della parte torinese, spostandola da Borgaro e collocandola vicino alla Falchera: più allettante farlo qui, il villaggio, a due passi ci sarà la stazione dell'Alta velocità. C'è chi calcolò una plusvalenza di 100 milioni di euro. Ma gli abitanti scendono sul piede di guerra, da vent'anni attendono che i due laghetti del quartiere vengano recuperati in una zona da destinare a parco, così dice il protocollo. L'amministrazione Chiamparino sposa invece la linea Ligresti: i palazzi saranno costruiti a semicerchio attorno ai laghi. E il parco? Nel maggio del 2008 il costruttore siciliano fa retromarcia. Non richiede più la revisione del protocollo. Ma rimane tutto in ballo. «Le amministrazioni gli hanno fornito lo scivolo» commenta Soave. «Senza nessuna pianificazione, senza valutare se c'è bisogno di nuovi palazzi, visto che in città gli alloggi sfitti sono 30 mila».

La Variante 200

Ma così vanno le cose. Ad Albiano d'Ivrea da 10 anni parlano di Mediapolis, il parco divertimenti con tre centri commerciali davanti al castello di Masino. La società, promotrice del progetto (con sede in Lussemburgo), ha i permessi per iniziare: le istituzioni hanno pure stanziato i fondi, mancano quelli privati. A Torino, la novità è la variante 200, che oltre a contemplare l'utile linea metropolitana, prevede triplicati i diritti edificatori. E le abitazioni del nuovo boulevard della Spina 3 non sono un bel segnale. Certo, non è prerogativa torinese: in Parlamento, la proposta di legge Lupi sulla gestione del territorio introdurrebbe i privati nell'attività di scelta urbana. Per le grandi città forse è un'utopia la crescita zero, ma una pianificazione diversa è la sola strada percorribile.

Sulla vicenda di Bor.Set.To, un illuminante articolo di Raffaele Radicioni per eddyburg, del 2004

Mentre ancora non sono cominciati gli scavi per l’inutile – a parere non solo nostro – torre Intesa San Paolo, il movimento “Non grattiamo il cielo di Torino” ha continuato la sua azione in questi mesi arrivando a provocare la votazione in consiglio comunale di una delibera che di fatto sancisce una moratoria sui progetti di grattacieli in città. Le firme sono servite a qualcosa, e anche le piccole manifestazioni, la fatica dei presìdi che hanno tenuto viva la fiammella. Per la prima volta il consiglio comunale di Torino accoglie una delibera di iniziativa popolare su un tema così controverso. Il meccanismo procedurale per arrivare al piano di tutela del paesaggio urbano è complesso ma intanto ecco un criterio piuttosto chiaro: " in tutto il territorio comunale, fatti salvi gli interventi già autorizzati con specifici provvedimenti (leggasi Porta Susa, NdR), non dovranno essere consentite nuove edificazioni, o sopraelevazioni, che superino l'altezza di m. 100, fatti salvi i limiti più restrittivi già previsti. In un ambito più ristretto di salvaguardia paesaggistica, che si colloca nel raggio di 5 km. dalla Mole Antonelliana, e per una profondità di 2 km. dalla sponda sinistra del fiume Po, siano consentite, per nuovi interventi o sopraelevazioni, altezze massime di m. 80, sempre fatti salvi i limiti più restrittivi vigenti per ambiti sottoposti a tutela. Le quote massime di 100 m. e 80 m.sopraindicate devono intendersi comprensive pure dei "volumi tecnici" e degli impianti realizzati al servizio dell'edificio sottostante.In tutta la Zona Urbana Centrale Storica non dovranno comunque essere autorizzate sopraelevazioni di edifici a torre preesistenti. "Quando abbiamo iniziato, quasi un anno fa, la raccolta delle firme speravamo che il consiglio votasse questa moratoria prima di autorizzare la sopraelevazione delle Turin Towers adiacenti a Porta Susa. Avevamo però anche il fondato timore che un voto favorevole non arrivasse mai, visto quanti politici avevano definito passatiste e infondate le nostre preoccupazioni sull’altezza degli edifici. Ora quantomeno si riconosce che un problema di coerenza urbanistica e di tutela del paesaggio effettivamente esiste. E si mette obiettivamente in mora anche il grattacielo della Regione, il progetto affidato a Fuksas, che supera abbondantemente gli 80 metri di altezza in un’area entro 2 kilometri dal Po. Nessuno si è opposto a questa delibera di moratoria, non sappiamo se per dare un colpo al cerchio dopo il colpo alla botte ( autorizzazione torre San Paolo) o perché effettivamente si sente il bisogno di una revisione. Alla quale è il caso che i cittadini partecipino abbondantemente, prima che le porte si richiudano con l’inquadramento che il Comune presenterà tra sei mesi. A maggior ragione non ci rassegniamo alla costruzione degli inutili 40 e passa piani del progetto voluto da Salza. La contestazione si sposta dal piano urbanistico-paesaggistico a quello economico. In tutti i modi chiederemo ai vertici Intesa San Paolo di riflettere se è opportuno arrivare a dover negare crediti a imprese e a singoli per azzardare centinaia di milioni di euro nella costruzione di un monumento auto-celebrativo, con uffici che resterebbero semivuoti. A meno che l’intenzione non sia quella di fare alloggi di lusso, quelli si forse vendibili , ma il consiglio comunale ha deciso che per almeno 10 anni una trasformazione del genere (da terziario a residenziale) sarebbe bandita.

Il piano regolatore

Dalla fine degli anni ’70, e successivamente in modo più accelerato, sono intervenute a Torino modificazioni radicali nella struttura industriale della città che dai luoghi della produzione hanno investito l’assetto territoriale e la composizione sociale della popolazione. Queste trasformazioni hanno comportato, per Torino come per altre città non solo italiane, la chiusura di impianti e di scali ferroviari, spesso collocati in posizioni centrali, considerati non più adeguati alle nuove esigenze della produzione, e il trasferimento di grandi complessi come la Dogana e i Mercati generali.

L’insieme di queste trasformazioni si è inserito in un contesto politico-ideologico caratterizzato dal prevalere di teorizzazioni e di scelte operative, improntate all’esaltazione del mercato come al discredito della programmazione e della pianificazione a tutti i livelli. Queste impostazioni hanno destrutturato le basi culturali, su cui si fondava tradizionalmente l’azione della sinistra (il Grande balzo all’indietro di Serge Halimy). Ma non si è trattato solo di segnali culturali: in Inghilterra, negli Stati Uniti, ma anche in Italia si sono affermati indirizzi di governo coerenti con quei principi.

Nel nostro paese, sono entrati progressivamente in crisi i grandi disegni riformatori di riassetto economico e sociale tracciati da alcune regioni e dal sistema delle autonomie, le cui premesse politiche e culturali risalivano agli anni ’60; in particolare quelli concernenti la riforma dei suoli. Già all’inizio del 1980 la Corte Costituzionale, malgrado quanto statuito dalla legge 10 del 1977, sancendo l’illegittimità della separazione fra proprietà dei suoli e diritto di edificare., ha colpito al cuore il potere degli enti locali di decidere dove, come, quando trasformare la città, nonché di determinare i costi di acquisizione delle aree espropriabili per esigenze generali. Anche in questo caso le conseguenze per la sinistra sono state nefaste. Il controllo della acquisizione privata della rendita urbana era stato un cavallo di battaglia per molti anni (dal secondo dopoguerra) di un fronte assai composito di forze politiche e sociali: dalle masse operaie sindacalizzate, che nel ’69 scioperarono per rivendicare costi ridotti delle abitazioni e quindi tagli radicali della rendita fondiaria, alla sinistra DC (il progetto Sullo è dell’inizio anni ’60), alle componenti della cultura cattolica più avvertita nei campi dell’economia (Siro Lombardini) e dell’urbanistica (Giovanni Astengo e la sua rivista Urbanistica). Con la sentenza dell’80 quel fronte politico-culturale si è sfaldato e la questione è stata completamente lasciata cadere dalla forze politiche e culturali di centro-sinistra.

Come si ricorderà, negli anni ’70 e ’80 la proprietà della casa si era estesa a ampi strati della popolazione, grazie non solo all’aumento dei redditi delle famiglie, ma anche per gli effetti prodotti da una legge dai contenuti improvvisati: la legge cosiddetta dell’”equo canone”. La carenza di interventi a favore dell’edilizia pubblica a basso costo (esempio unico nei paesi industrializzati d’Europa), aveva costretto molti a ricorrere alla proprietà, essendo scomparsa dal mercato l’abitazione in affitto. Questo fatto agli occhi ormai annebbiati di larga parte della sinistra, generò il silenzio più assoluto sui processi di formazione ed acquisizione privata della rendita fondiaria.

E’ in quel contesto che il Comune di Torino, fra il 1986 ed il 1995 ha portato a compimento il Piano regolatore, con una convergenza politica e culturale pressoché unanime, improntata alle seguenti scelte fondamentali:

- la scelta di ricercare un nuovo assetto urbano, conseguente all’abbandono di ogni politica di integrazione regionale o comunque di area vasta. Il nuovo disegno della città previsto dal Piano si fonda in primo luogo sull’espansione del settore dei servizi per le imprese e le famiglie [1], nel tentativo di ampliarne l’area di influenza delle attività di comando, insediate nel cuore di Torino (tradizionalmente riferite alla dimensione regionale), fino a comprendere il settentrione d’Italia e l’Europa;

- la scelta di ricercare investimenti per le infrastrutture della mobilità, finalizzati a privilegiare ristrette aree cittadine, cui affidare il compito della qualificazione e della specializzazione terziaria;

- la scelta di ricercare l’alleanza strategica con la proprietà fondiaria, individuata nelle maggiori industrie torinesi (Fiat, Michelin, Savigliano, ex Teksid) e nelle Ferrovie dello Stato, a loro volta alla ricerca della massima valorizzazione dei compendi immobiliari investiti dalla disattivazione produttiva o dalla obsolescenza degli impianti.

In conseguenza di quelle scelte il piano regolatore di Torino, approvato dalla Regione nell’aprile del 1995, contiene le seguenti linee principali:

- Il sostanziale azzeramento delle aree industriali. Le aree di trasformazione in senso residenziale e terziario, in gran parte già occupate da industrie, ammontano a poco meno di 9 milioni di metri quadrati. Esse comprendono le aree della cosiddetta “Spina Centrale”, estesa su 3 milioni di metri quadrati. Mentre il piano azzera le aree industriali nella città, nei comuni della provincia, soprattutto in quelli più prossimi a Torino, per quella destinazione si offre una disponibilità per circa 30 milioni di metri quadrati. [2]

- L’individuazione del corridoio mediano della città, costituito dalla Spina Centrale. Questa è percorsa da nord a sud dal cosiddetto “boulevard”, ricavato a copertura del tracciato ferroviario interrato, quale luogo privilegiato per l’insediamento di 23 mila abitanti e 32 mila addetti del settore terziario, dislocati con densità elevate e in forme che testimoniano la rilevanza eccezionale assegnata agli interventi previsti. E’ con riferimento a quel luogo che oggi si discute della opportunità e delle altezze dei vari grattacieli, già individuati dal Piano regolatore e successivamente esaltati da specifiche iniziative: gli uffici di Intesa–San Paolo; gli uffici regionali; il grattacielo Ligresti, etc. In sostanza le aree della Spina sono considerate dal Piano come il luogo in cui concentrare funzioni e forme caricate di rilevanza simbolica da esibire (e da far fruttare economicamente) sul piano non solo locale, ma nazionale e internazionale.

- L’indifferenza con la quale il piano tratta le condizioni ambientali della città, in particolare quelle dei quartieri di più antica formazione prossimi alla Spina (Centro 1; Crocetta 3; San Paolo 4; Cenisia - Cit Turin 5; San Donato 6; Aurora – Rossini 7; Barriera di Milano18), molto popolosi (350 mila circa), caratterizzati da forti densità edilizie e da attività soprattutto terziarie (7,5 milioni di metri quadrati costruiti), ma assolutamente carenti di spazi per servizi sociali. Si direbbe che sul tavolo da disegno della progettazione urbanistica il ritaglio delle aree della Spina sia arrivato del tutto separato dal resto del contesto urbano, per essere riempito con elementi (di qualità e quantità) estranei alla realtà urbana e riassumibili nello slogan: “ concentrare funzioni rare nel settore centrale della città”.

- La scarsa attenzione prestata ai beni culturali, che pure nella storia della città hanno caratterizzato molti degli insediamenti industriali [3]. Il Piano ha tutelato la città barocca ed i beni di maggiore rilievo, purché riconducibili alla tipologia della residenza e dei servizi collettivi, abbandonando alla demolizione o alla radicale trasformazione esempi pregiati di architettura industriale, degni di maggiore attenzione, essendo stata la destinazione produttiva di fatto bandita dalle aree industriali dismesse. Quanto è stato faticosamente salvato è il frutto di iniziative benemerite, intraprese a Piano approvato, non sempre però coronate da successo (come dimostra la vicenda delle Officine Grandi Motori di Corso Novara), che hanno teso a sottrarre al piccone demolitore architetture prestigiose.

L’intervento della proprietà privata sull’assetto del territorio.

Delineati contenuti e ragioni del Piano di Torino, conviene accennare ad alcune vicende, emblematiche del prevalere nel contesto locale di una rendita immobiliare in grado di imporre alle assemblee elettive decisioni improntate alla propria visione dello sviluppo urbano e alle proprie convenienze e non all’interesse collettivo.

La tendenza non è specifica né del torinese né della Regione Piemonte, tanto che, nella legislatura 2.001–2.006, essa stava per essere consacrata a norma, attraverso il nuovo “Testo della legge sul governo del territorio”, approvato soltanto da uno dei due rami del Parlamento, nel cui ambito si è profilato un atteggiamento non pregiudiziale da parte di ampi settori del centro-sinistra. In questa chiave, sembrano significativi alcuni casi concreti riguardanti il contesto locale, che vanno sotto il nome di Mondo Juve, Bor.Set.To, Millenium Canavese, tutti riconducibili alla prevalenza del “particulare” sull’interesse generale.

Al proposito è opportuno rammentare che un ente, persona fisica o giuridica, quando debba reperire somme consistenti, disponendo di proprietà immobiliari, può, nella comprensione generale, rivolgersi in primo luogo a quelle disponibilità, sapendo che su di esse nel tempo si accumulano plusvalenze fondiarie potenziali, traducibili in ricchezza reale, a condizione che le regole, gestite dagli enti locali, consentano interventi edilizi adeguati. Ove questo non si dia non resta che muovere i passi giusti per modificare le regole che si frappongono all’acquisizione delle plusvalenze, agitando accortamente presso l’opinione pubblica in alcuni casi il miraggio del possibile rilancio di una qualche iniziativa economicamente o moralmente benemerita, in altri la minaccia del dissesto economico, e quindi la falcidia della manodopera eventualmente impiegata.

La modifica delle regole consiste sostanzialmente in un’operazione cartacea: si tratta semplicemente di variare un qualche segno, di aggiungere o rimuovere un qualche articolo di una norma astrusa, contenuta in un piano regolatore in genere difficile da comprendere e ignoto ai più. E poi quella modifica così decisiva, ha questo di bello: non costa nulla; al pari delle riforme a costo zero produce solo ricchezza, che in realtà nessuno paga; quindi nei confronti di quella modifica, venuta meno la presenza vigile dei partiti (almeno di alcuni), nessuno più ha interesse ad opporsi.

Mondo Juve

Si tratta di una vicenda collegata con le esigenze di risanamento di bilancio della “ Juventus Football club s.p.a”.

L’operazione riguarda l’Ippodromo, sito nei Comuni di Nichelino e di Vinovo, su un’area di 50 ettari circa; l’Ippodromo si trova in quella ubicazione dai lontani anni ’50 del secolo scorso, trasferito a sua volta dal settore sud di Torino, dal cosiddetto Quartiere Ippodromo (QUIP), prossimo alla Fiat Mirafiori. Su quell’area sorge ora un bel quartiere ad alta densità, che ha sostituito le aree verdi, allora occupate dall’Ippodromo. L’area dell’Ippodromo ora in Vinovo, incalzata per la seconda volta dall’espansione urbana, si trova a fruire delle seguenti condizioni:

- è ai margini del Parco di Stupinigi, quindi in un intorno di indubbio prestigio ambientale;

- è lambita dal nuovo tracciato della SS 23 di collegamento con il pinerolese e più oltre con il comprensorio del Sèstrière; la Statale a sua volta si innesta nella Tangenziale, immediatamente a nord dell’area in questione;

- è lambita dalla ferrovia Torino Pinerolo, per la quale sono previsti piani e programmi regionali di potenziamento e comunque di inserimento del tracciato nella rete regionale, con i conseguenti vantaggi di appartenenza al “ passante” di Torino. E’ prevista l’istituzione di una fermata, in prossimità delle aree dell’Ippodromo, che alcuni vorrebbero spostare proprio in corrispondenza del “ parco commerciale Mondo Juve”;

- è estesa e ben ubicata, non da oggi è inserita in un settore ampio e popoloso della zona sud dell’area torinese.

Come si vede si danno tutte le condizioni perché l’area in questione per le potenzialità geografiche di cui fruisce, per le infrastrutture esistenti o previste, possa essere utilizzata per destinazioni di rango più elevato, più redditizie, rispetto alle attuali. Di qui la proposta della Società Mondo Juve di trasformare l’area dell’Ippodromo in “ parco commerciale”, integrato con altre destinazioni. La proposta, avanzata dalla Società, fatta propria dai Comuni di Vinovo e Nichelino, è stata oggetto di varianti di piano regolatore, felicemente approvate dalla Regione.

Bor.Set.To. [5]

La vicenda, che va sotto il nome di Bor.Set.To (acronimo di Borgaro, Settimo, Torino), rappresenta uno dei casi più emblematici di prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici.

La vicenda ha radici lontane: inizio anni ’60. La Società per azioni “Urbanistica Sociale Torinese”, controllata dalla “Società Generale Immobiliare” (Sogene), allora con partecipazione del Vaticano, acquistata una grande estensione di terreni agricoli nel settore nord di Torino, propone di costruire una “ città satellite” per 60 mila abitanti. La proposta raccoglie adesioni e contrasti, ma non passa. All’inizio degli anni ’90, fallita la Società Sogene (abbandonata nel frattempo dal Vaticano), la proprietà dei terreni (oltre 3 milioni di metri quadri) passa alla neo costituita Bor.Set.To., formata dalla Cooperativa Antonelliana, dalla COGEDIL (Ferrero Acciaierie), Valorizzazioni edili (Ligresti), Deiro ed altri.

Nel 1996 la Regione Piemonte, la Provincia e i Comuni interessati, coordinati dall’allora Assessore provinciale Luigi Rivalta, conducono avanti un tentativo, fallito, di acquistare tutte le aree per 30 miliardi di lire.

Nell’aprile del 1999 il Consiglio Provinciale di Torino adotta il Piano Territoriale di Coordinamento che, per essere operante, abbisogna per legge della approvazione Regionale. Quel piano disegna le linee di trasformazione del territorio provinciale e indica, per quanto qui interessa, i seguenti obiettivi/vincoli:

1. la tutela del territorio agricolo e dunque anche delle aree Bor.Set.To, dotate di elevata fertilità, al fine di preservare le poche aree ancora libere nella conurbazione torinese, soggetta ad intensa urbanizzazione;

2. coerentemente il settore Borgaro–Settimo (e dunque le aree Bor.Set.To.) non risulta compreso fra le direttrici di ulteriore espansione sia per residenze che per attività;

3. il Piano, adottato dal Consiglio Provinciale nella primavera del 1999, in conformità alle disposizioni di legge, avrebbe dovuto entrare in “salvaguardia” a tutela dei contenuti, affinché i comuni non potessero formare piani in contrasto con il Piano Provinciale stesso, fino all’approvazione regionale, o almeno per tre anni dall’adozione.

Adottato nell’aprile del 1999, il Piano arriva in Regione per l’eventuale approvazione. Qui sorgono problemi e difficoltà. Intanto si scopre che per un banale refuso della legge (la legge regionale urbanistica) non è possibile applicare la salvaguardia a favore del Piano provinciale. Invece di risolvere l’errore mediante un’immediata e modestissima correzione della legge regionale, la questione resta senza soluzione per otto anni, fino al gennaio 2007 [6]. Non solo. Malgrado la legge regionale limiti a 90 giorni il periodo entro il quale la Regione deve approvare o respingere il Piano Territoriale, la decisione formale viene assunta dopo 4 anni, nell‘agosto 2003, dopo 1.460 giorni.

Mentre la Regione “valuta”, su proposta dei Comuni di Settimo, Borgaro, Leinì e Volpiano, prende avvio il cosiddetto “ URBAN Italia”. I programmi URBAN sono finanziati dal Fondo europeo, a favore dello sviluppo sostenibile (termine usato ed abusato) di città e di quartieri soggetti a crisi. Nel caso specifico le indicazioni di URBAN Italia hanno smentito totalmente le linee del Piano Territoriale provinciale, in quanto hanno configurato un comprensorio industriale di centinaia di ettari, una barriera urbanizzata in barba alla tutela delle aree agricole. Dormiente il Piano Provinciale, URBAN Italia ha tutto il tempo di essere approvato (27 maggio 2002) dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.

Se URBAN Italia costituisce lo strumento (il bastone), che sconvolge i contenuti del Piano Provinciale, nello stesso periodo viene varata l’iniziativa (la carota), tendente a qualificare il territorio prossimo alle grandi infrastrutture stradali di Torino, denominato “tangenziale verde”.

Tra fine 2002 e inizio 2003 si danno le condizioni perché finalmente, dopo oltre 40 anni di traversie, si possa risolvere l’annosa vicenda delle aree già Sogene. Le condizioni al contorno sono le seguenti:

1 il Piano Provinciale attende l’approvazione regionale. A scanso di sorprese la Regione ha “consigliato” e la Provincia accettato di fare proprie correzioni al Piano che rendono assai meno incisivi i vincoli originari;

2 sono diventati operanti i documenti, che danno alle previsioni di espansione delle aree Bor.Set.To. il carattere dell’ufficialità e del prestigio;

2 il Comune di Borgaro Torinese ha approvato una variante al proprio Piano Regolatore, che trasforma la destinazione di una parte delle aree Bor.Set.To. da agricole a servizi per parchi urbani e territoriali. Questa destinazione, per legge, dovrebbe comportare l’esproprio delle aree relative. Ma da tempo, grazie all’apporto qualificato della migliore cultura urbanistica, vige la linea della cosiddetta “ perequazione”, in base alla quale a fronte di espropri costosi per la collettività e invisi alle proprietà, si può praticare una strada più “civile”, concordare con la proprietà una sorta di “do ut des”, grazie alla quale il Comune concede possibilità di costruire su parte dei terreni, in cambio della cessione gratuita della restante proprietà. Questa è la strada che si profila come migliore e più conveniente anche per le aree Bor.Set.To., dato che sarebbe una incongruenza, figlia ormai di un passato lontano e superato, imboccare la strada dell’esproprio sulle aree destinate a parco.

Queste sono le condizioni che rendono possibile e opportuno il Protocollo d’intesa fra i Comuni di Borgaro, Settimo e Torino con la partecipazione di Provincia e Regione. Il Protocollo stabilisce l’edificabilità per le diverse destinazioni (270.000 metri quadrati di superficie edificabile per residenze, industrie, terziario) da realizzare nei tre comuni; stabilisce altresì quali e quante aree (2,6 milioni di metri quadrati da destinare a parchi, sevizi sociali, strade) si debbano cedere come contropartita per i Comuni, nei quali ricadono le aree Bor.Set.To.

Il 1 agosto 2003, dopo oltre quattro anni di elaborazioni e verifiche assai impegnative, la Regione approva il Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino. Dopo quaranta anni di traversie, giustizia è fatta!

Millenium Canavese

Nella piana, estesa a sud-est di Ivrea, in prossimità dell’abitato di Albiano, su un’area di 60 ettari circa, disposta in fregio all’autostrada Santhià–Ivrea, nasce alla fine degli anni ’90 il progetto “ Millenium Canavese”. Il progetto prevede la realizzazione di un complesso “ polifunzionale”, comprendente un parco a tema, un albergo, un’area commerciale, spazi di ristorazione, servizi, per un investimento stimato in 170 milioni di euro. E’ prevista la frequentazione di un milione e seicentomila visitatori all’anno per il parco a tema e dieci milioni per l’area commerciale. E’ previsto inoltre che l’impianto dia lavoro a settecento addetti. L’ubicazione dell’intervento trae origine da due elementi fra loro collegati:

1. la proprietà dell’area, originariamente in capo alla Società Olivetti, confluita nella Società Mediapolis, a formare una quota di partecipazione, rispetto ad altre, detenute da finanziarie italiane ed estere;

2. la facilità di accesso da un bacino di utenza potenziale di ampie dimensioni, costituito dalle popolazioni di Milano, Torino, Genova, servito magnificamente dalle autostrade Milano–Torino; Voltri–Sempione; Torino– Aosta, connesse a loro volta dalla “bretella” autostradale Santhià–Ivrea.

L’iniziativa, promossa dalla Società Mediapolis, ha ottenuto tutte le approvazioni necessarie e vinto tutte le controverse giunte fino al Consiglio di Stato.

La data di approvazione (giugno 2003) dello strumento urbanistico non può passare inosservata. E’ certamente per pura combinazione che anche nel caso della vicenda Millenium Canavese (al pari di quanto accaduto per la vicenda Bor.Set.To) l’approvazione del Piano Territoriale sia avvenuta proprio all’indomani della conclusione della variante del piano regolatore di Albiano, che ha consentito di mutare destinazione dell’area interessata da agricola in “ parco a tema”. Senza quella fortuita combinazione infatti le indicazioni del Piano Territoriale avrebbero impedito o almeno seriamente ostacolato l’approvazione regionale della variante al piano di Albiano

Conclusioni

In tutti i casi citati l’iniziativa prende le mosse dall’interesse privato. Il leitmotiv consiste nel presentare l’operazione come occasione irripetibile per assicurare un vantaggio per la collettività, in termini di sviluppo economico e/o di acquisizione di patrimoni fondiari da destinare a servizi sociali di rilievo locale o sub regionale.

Nel settore del governo del territorio l’interesse privato ha costituito da sempre il risvolto concreto delle decisioni assunte dalla mano pubblica. Al centro delle trasformazioni e delle iniziative si stagliano la formazione e l’acquisizione privata della rendita urbana, nella duplice forma di rendita assoluta e di rendita differenziale; la prima derivante dallo sviluppo economico e dalla crescita della ricchezza in una determinata località; la seconda derivante dalla entità e dalla concreta distribuzione sul territorio degli investimenti infrastrutturali e dalla generale valorizzazione dell’ambiente urbano.

Nei tempi andati l’ente pubblico tentava spesso, con alterna fortuna, di reagire a quelle tendenze attraverso alcune linee di azione e grazie a risorse interne oggi indisponibili:

1 la spinta culturale e politica, rivolta a riportare, per quanto possibile, la ricchezza prodotta dalla collettività alla collettività stessa. Questo principio, divenuto prevalente negli anni ’60 del secolo scorso con la partecipazione della cultura più avvertita e di un ampio schieramento politico, ha trovato attuazione in atti legislativi specifici rivolti a far acquisire alla mano pubblica una parte consistente della rendita urbana;

2 la formazione di strumenti di pianificazione, soprattutto comunali, i quali, pur entro il vigente sistema di formazione e acquisizione privata della rendita, avevano lo scopo di modellare le città in modo da attenuare le disfunzioni più vistose, create dalla rendita stessa, attraverso politiche redistributive (la politica della casa, dei trasporti, dei servizi etc.), riservando alla collettività il potere di decidere dove, quando, in che modo dare corso alla trasformazione urbana;

3 l’utilizzo di un principio affermato a tutte lettere già dalla legislazione urbanistica, emanata in epoca fascista (1942), in base al quale, si doveva evitare di trasferire a vantaggio dell’interesse privato le plusvalenze fondiarie, derivanti da mutamenti di destinazione del suolo resi necessari dallo sviluppo della città.

Questi indirizzi sono stati bensì oggetto di provvedimenti non sempre lucidi e determinati: nel passato non mancano esempi di operazioni contraddittorie o culturalmente inadeguate. Oggi però la situazione è radicalmente mutata: nessuna forza né politica né culturale si propone di elaborare strumenti amministrativi o provvedimenti legislativi per controllare la rendita urbana. Nella legislazione italiana non esiste più, perché abrogato, il principio della indifferenza del valore dei suoli rispetto alle scelte di piano regolatore, affermato a suo tempo dall’articolo 38 della legge urbanistica del ’42. Troppo spesso si ricorre a questioni di rilievo formale–ambientale, trascurando ragioni di ordine strutturale. E’ il caso degli argomenti, con cui di recente si è cercato di contrastare la costruzione del grattacielo Intesa-San Paolo: ci si oppone a quell’edificio in quanto esso si porrebbe in competizione con l’altezza della Mole Antonelliana (180 metri contro 150), quando le ragioni di fondo per contrastare quella iniziativa andrebbero ricercate nelle scelte strutturali del Piano regolatore, riguardanti sia la natura e la distribuzione delle funzioni, sia le densità abnormi che quelle funzioni richiedono.

E’ a questa realtà che occorre acconciarsi? Non ne sono ancora convinto.

Raffaele Radicioni è architetto ed è stato assessore all'urbanistica del Comune di Torino durante la giunta Novelli.

[1] Giuseppe De Matteis, Anna Segre “Da città – fabbrica a città – infrastruttura”, in “Spazio e Società” n. 42 aprile – giugno 1988.

[2] Provincia di Torino – Assessorato alla Pianificazione Territoriale. “PTC. Ricerca sul Sistema Produttivo della Provincia” a cura di Emilio Barone e Sergio Conti. Febbraio 1999.

[3] Si veda in particolare il lavoro svolto dal Politecnico di Torino, Dipartimento Casa – Città dal titolo “Beni culturali ambientali nel Comune di Torino”, edito dalla Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino nel 1984.

[4] Il Parco Naturale di Stupinigi è stato istituito con Legge Regionale 14 gennaio 1992, n.1.

[5] L’esposizione fa ampio riferimento al “Libro Bianco Bor.Set.To” a cura del Coordinamento per la difesa delle Aree Bor.Set.To e dintorni, pubblicato nel marzo 2005.

[6] L’errore è stato corretto avendo avuto la fortuna di essere ripreso nella legge regionale n. 1 del 26/01/2007, nata con ben altri obiettivi, essendo rivolta a la “Sperimentazione di nuove procedure per la formazione e l’approvazione delle varianti strutturali ai piani regolatori generali. Modifiche della legge regionale 5 dicembre 1977, n. 56 (Tutela ed uso del suolo)”.

Nel giro di poche ore, lunedì scorso, si è aperta la possibilità che il consiglio comunale di Torino indìca un referendum consultivo cittadino sulla costruzione di grattacieli nell’area centrale. Il Sindaco e il gruppo Pd si sono visti accerchiati ma a dar loro manforte sono scesi in campo gli editoriali de La Stampa e dell’edizione torinese di Repubblica, ambedue contrari al referendum (“non si possono mettere in discussione decisioni già prese”, “se non voterà almeno il cinquanta per cento dei torinesi, il conto lo paghino quelli che il referendum l’hanno preteso”.) La coincidenza con le urne sulla tramvia di Firenze è molto forte, da opposti punti di vista e ha creato un mix particolare che va visto nel suo insieme e va scomposto nei suoi ingredienti. Sullo sfondo c’è il conflitto paesaggistico urbanistico aperto da mesi sui progetti della Banca Intesa San Paolo e della Regione per torri di terziario che cambierebbero il profilo della città.

La prima parte della notizia è che la Sinistra Arcobaleno (che pure è parte della Giunta Chiamparino), tutta insieme, ha proposto un referendum consultivo di iniziativa del consiglio comunale per chiedere ai torinesi se sono d’accordo con torri alte più di 100 metri tra la Mole e le Alpi. La seconda parte della notizia è che prima Alleanza Nazionale poi Forza Italia, pur favorevoli ai grattacieli ( “è come per la Tav, la sinistra vuol bloccare il progresso”) hanno annunciato di concordare sulla richiesta democratica di referendum, consultivo. A questo punto il sindaco ha ammesso a denti stretti che il referendum si può anche fare, perché «non ho alcun dubbio sul fatto che una consultazione sulla questione grattacieli, se ben definita nel suo oggetto e con tempi adeguati ad una corretta informazione, vedrebbe la stragrande maggioranza dei torinesi pronunciarsi a favore” ( Sergio Chiamparino), ma “questo tuttavia non può mettere in discussione e quindi non può riguardare in alcun modo impegni amministrativi già assunti per i quali esistono interessi legittimamente costituiti di terzi”. In pratica si vuole escludere dall’eventuale referendum almeno il progetto San Paolo (di Renzo Piano) dato che la banca ha già comprato l’area al Comune. (Ma la licenza edilizia ancora non c’è e se davvero i cittadini si pronunciassero per altezze massime di 80-100 metri, quindi contro l'attuale progetto di 185 metri, non sarebbe poi facile per l’immagine del San Paolo pretendere i danni dalla “sua” città.)

Nella vicenda, più che mai aperta in queste ore, c’è un aspetto politico interessante.. La Sinistra Arcobaleno non è sempre necessariamente costretta a passare per il Pd se vuole sostenere e affermare una proposta, quanto meno di metodo. Il famoso ragionamento “ci accordiamo con l’avversario per stabilire regole nuove e più avanzate di conflitto” non vale solo per accordi tra il Pd e la destra per ridurre la rappresentanza, ma può valere al contrario per introdurre una verifica democratica. E’ chiaro che c’èa destra chi ha visto con favore la vittoria, sia pure risicata e simbolica, ottenuta a Firenze nel referendum antitramvia contro la posizione di Domenici. Ma in questo caso Forza Italia si batterebbe poi, nell’eventuale referendum, per la stessa posizione grattacielistica di Sindaco, Banca e Regione. E in questo caso non si contestano linee di trasporto pubblico ma inutili giganti di nuovo terziario in una città che ha ancora molti edifici dismessi riutilizzabili. Che dire poi – ecco l’altro aspetto, quello procedurale- di questi referendum comunali? Se ci partecipa il 40% dei cittadini diciamo che son falliti? Ha ragione Fuksas (progettista di 220 metri di torre per la Regione a Torino) secondo il quale “Questi referendum sono ridicoli : in democrazia si vota per un´amministrazione e se non ti piace a fine mandato non la voti più. ”? Da quando sono stati istituiti i referendum comunali – che si svolgono in data diversa dalle elezioni – non hanno mai visto in Italia partecipazioni superiori al 30-35%.

In altri paesi, in altre situazioni, questi livelli di partecipazione vengono considerati più che sufficienti. Il referendum che a Monaco di Baviera tre anni e mezzo fa ha stabilito in 100 metri l’altezza massima delle nuove torri costruibili aveva visto superare di poco il quorum, che nella capitale bavarese è del 20%. E tutti lo hanno riconosciuto come valido. Altri sono i problemi e i limiti di questi, come di tutti o quasi i referendum : la estrema semplificazione del quesito, e invece la costosa complessità della macchina elettorale che si mette in moto. Il rischio che prevalga chi ha maggiori capacità economiche e pubblicitarie. Si può ragionare su forme più leggere e insieme più raffinate di democrazia partecipata, sulle consultazioni, le giurie dei cittadini, i tavoli. Ma se non ci sono alternative praticabili e riconosciute, il referendum è comunque molto meglio dei giochi chiusi tra sindaci, banchieri e costruttori. (Salvo auspicabili ma improbabili salvataggi del paesaggio da parte del Ministero dei Beni Culturali.) Nel caso concreto dei grattacieli che stravolgerebbero Torino, il Comitato che pazientemente opera da mesi (qui il sito) da solo non potrà convertire Pd e Pdl a una scelta urbanistica sostenibile, né da sola potrebbe farlo la Sinistra Arcobaleno.

La quale ha coraggiosamente lanciato la palla ai cittadini, pur sapendo che alle urne potrebbero essere pochi, o affascinati dai vetrini di Piano e Fuksas. Nella spietata marcia delle ruspe del bipartitismo speriamo che non si arrivi anche ad abolire qualunque forma di consultazione che riguarda i problemi. Le primarie le fanno solo per le persone (e non sempre).

Due torracchioni firmati Piano e Fuksas, una città da «grandi firme» e piccole idee, un gruppo di oppositori trattati come cavernicoli. L'ex capitale dell'industria italiana guarda molto in alto per non vedere ciò che succede in basso

Dinosauri e cavernicoli, retrogradi, antimoderni(sti). Anche, secondo il maestro Fuksas, fregnacciari e frustrati. Che stile, perbacco, i difensori e fautori dei grattacieli subalpini, nella polemica sollevata dal comitato «non grattate il cielo di Torino» contro l'elegante creatura di Renzo Piano, il parallelepipedo di vetro, acciaio e cemento, destinato agli uffici direzionali della superbanca Intesa-San Paolo.

Dovrebbe alzarsi per poco meno di 200 metri (ma Piano ha detto che la statura, 30 metri più, 30 metri meno, è trattabile) all'angolo di corso Vittorio con corso Inghilterra, davanti alle ex carceri Nuove e a fianco di un altro torracchione previsto per la Sai Fondiaria da Ligresti, ma con trattative ancora in alto mare: meno male vista la fama del costruttore.

E' invece pronto, come quello di Piano, il progetto del grattacielo di Massimiliano Fuksas per la nuova sede della Regione al Lingotto: 220 metri che l'architetto, così garbato con chi obietta, non si sogna di toccare. Ha spiegato che come non si discutono i guru della medicina anche quelli dell'architettura meritano assoluta fiducia. Ha potuto, d'altra parte, liquidare facilmente chi sosteneva che la sua torre, pur lontana 800 metri, avrebbe «oscurato» il Lingotto, figuriamoci, cioè quel mezzo chilometro di stabilimenti che grazie a una totale ristrutturazione interna - resa accettabile, va detto, soltanto dal genio di Piano - ha potuto ritrovare nuova vita mantenendo l'imponenza esemplare di quant'era schiacciante e soffocante la fabbrica fordista.

La diatriba, in effetti, è nata male, addirittura viziata da un errore da parte del comitato «non grattiamo» che ha diffuso una cartolina in difesa dello skyline torinese e del suo simbolo più noto, la Mole, collocando un cupo e oscuro monolite, alto e spesso il doppio della trasparente opera di Piano, vicinissimo alla guglia antonelliana, in modo da incombere minaccioso sul centro cittadino e cancellare le Alpi sullo sfondo.

Posto, invece, alla giusta distanza e adeguatamente smagrito, l'edificio può avere effetti persino dinamici su uno skyline fin troppo industrial-bucolico, e può far valere gli atout che lo abbelliscono, i materiali che lo alleggeriscono, la verzura che s'insinua tra un piano e l'altro e il parco (insomma, un giardino) che lo circonderà, gli spazi pubblici - auditorium al pianterreno, sala per esposizioni, ristorante e terrazza panoramica all'ultimo piano - che daranno valenza sociale all'impresa economica auspicata a suo tempo, d'altronde, come garanzia di trattenere a Torino 3.000 dipendenti e il cervello del colosso bancario.

Piano è venuto in municipio a spiegare d'aver pensato al grattacielo come a un laboratorio di sviluppo sostenibile, illustrando sistemi di ventilazione e riscaldamento, dicendosi persino pronto ad abbassare l'altezza, 177 metri, dieci più della Mole, per non far ombra all'Antonelli. Fuksas ha presentato alla Regione e in Comune, oltre alla sua torre senza se e senza ma, il master plan di un intero quartiere che la circonderà, un "villaggio" di oltre 300mila metri quadri. Secondo lui, per il Lingotto sarà una manna.

I costi dei grattacieli, circa 250 milioni l'uno, toccheranno ai privati per quello di Piano e, per quello di Fuksas, «non graveranno sui contribuenti», promette la Regione che conta di risparmiare milioni di affitti annui e vendere uffici e abitazioni del futuro villaggio. Quali argomenti e piagnistei possono ancora far valere i cavernicoli che vengono volentieri identificati con la cosa rossa e la sinistra radicale, e insistono, quasi un secolo dopo, a non identificarsi immediatamente e un po' provincialmente con le meraviglie futuriste della «città che sale»?

Innanzitutto come sale e perché, appunto. Se il lodatissimo piano regolatore di Gregotti e Cagnardi del 1995 prevedeva altezze massime di 100 metri, dopo averli portati a 150 aumentarli ancora rischia di scatenare gare e speculazioni ingovernabili. E non è affatto rassicurante la variante 164, il trucco da Clochemerle di togliere dal calcolo i locali tecnici, i solai e le intercapedini per rimanere virtualmente nel limite.

Il problema, tuttavia, non sta tanto nell'altezza, quanto nella necessità, o priorità, come si dice, dei grattacieli. E' di utilizzo delle risorse: non pensando solo all'energia e all'acqua che più salgono e più costano, ma proprio agli investimenti per rendere più vivibile che «visibile» una città.

La stessa mostra sul grattacielo di Piano a Palazzo Madama tende, in effetti, a presentarlo come un evento, una specie di poesia di cristallo tra la futura Grande Biblioteca e la nuova stazione di Porta Susa. Ora la biblioteca chissà quando troverà i fondi, e la stazione aspetta e spera di riscattarsi dall'abominio a tre binari dove approdano schifezze di interregionali che tra Milano e Torino impiegano due ore (la carissima «alta» velocità viaggia sui 126 km. orari).

L'evento, comunque, l'avremo perché Piano è garanzia di efficienza, puntualità e adattabilità e ha tenuto persino conto di come ristorante, mostre e auditorium possano evitare la raggelante visione notturna di teche analoghe, a Vienna o a Rotterdam, svuotate da impiegati e attività.

Ma discuterne la validità, per chiedere, invece, un progetto complessivo della città che affronti magari il disastro dell'edilizia pubblica, l'abbandono o il sottoutilizzo delle aree industriali dismesse, la situazione degli spazi culturali - c'è, per esempio, un festival europeo di teatro senza una sala degna del nome - le città della salute e della memoria, non mi pare argomento da frustrati. Semmai da congresso mondiale degli architetti, l'anno prossimo.

Enrico Bettini

Torino e la ‘corsa verso il cielo’

(contributo alla chiarezza)

Lo ‘skyline’

Lo skyline di Torino è mutato molte volte dall’epoca della sua fondazione. Per secoli è stato quello determinato dal castrum romano in cui a ‘svettare’ erano le torri a 16 lati alle estremità del cardo e del decumano. Poi, soprattutto a partire dal 15° sec. d.C, la città si espanse con palazzi, chiese e cappelle ( si pensi a quella della S.Sindone) che ne elevarono il profilo ad una quota ben maggiore di quella delle antiche porte di accesso alla città .

All’inizio del ‘900, dopo ulteriori e maggiori espansioni soprattutto in epoca industriale, avvenne l’ultimazione della Mole di Antonelli destinata a diventare il simbolo di Torino. Per competere con il diffondersi dei grattacieli di Chicago (sulla volontà di competere –a qualunque costo- da parte di Antonelli nessuno storico nutre dubbi) e per rispondere a quel suo rovello che era “..lo stupore che egli voleva suscitare, non solo presso le persone competenti, ma anche presso gli osservatori comuni. E poi ancora il senso della competizione: quella in altezza rimaneva in lui, fra tutte, la più ostinatamente perseguita…. quasi fosse travolto dall’ansia di passare ai posteri per qualcosa di moderno..” (R. Gabetti), progettò e realizzò una costruzione che andò oltre ogni limite allora immaginabile.

Dunque, solo una sfida nell’abilità di costruire in altezza, di realizzare in muratura ciò che in altra parte del mondo si rifiutava preferendo l’acciaio; una sfida anche culturale per affermare che la nuova via tracciata dalle certezze di calcolo acquisite dall’ingegneria e dall’evoluzione tecnologica dovesse per forza orientarsi a modi e a modelli alternativi nelle costruzioni, anche le più ardite. Un modo per dichiarare che- intravista al possibilità di legare il suo nome ad un primato di portata storica- non si è curato dell’inserimento ambientale cioè del rapporto con il tessuto degli isolati e del quartiere circostanti e tantomeno del sicuro sconvolgimento dell’immagine di Torino (che ora si accetta come immodificabile).

Alla Mole seguirono esempi di verticalismo –seppure non altrettanto spinto- con la torre littoria di Piazza Castello, con quella di Piazza Statuto e poi con la sede in acciaio e vetro di Porta Susa, con il ‘Palazzo Nuovo’ dell’Università, con le torri di fronte all’autostrada per Milano, con il palazzo della Telecom che sarà sede della Provincia, ecc.

Si può concludere che lo ‘skyline’ di Torino,in epoca moderna, è stato -anche in senso verticale, non solo orizzontale- in continua variazione ed evoluzione. Certo, le ‘case alte’che sono seguite alla Mole non sono state altrettanto dirompenti nel loro rapporto con l’intera città e nel modo di essere accolte dalla cittadinanza ma –a giudicare dalle reazioni fatte registrare dal grattacielo di Piano a distanza di un secolo e mezzo dall’irruzione della Mole nel panorama di Torino- quasi certamente lo sarebbero state se la Mole già non esistesse.

Il simbolo

Questa abitudine dei torinesi alla sua presenza, questa sua continuità ad esistere vincendo i dubbi e il precario destino iniziali hanno fatto sì che il monumento si riscattasse e si tramutasse in valore, in tradizione fino a diventare simbolo della città intera. C’è da chiedersi, semmai, perché ciò è successo per la Mole e non per le architetture di Juvarra o di Guarini o di Alfieri ..che sono ben più degne nel rappresentare la nostra città. Ciò vale non solo per Torino. Altro caso emblematico in proposito è quello di Parigi dove, quasi coeva alla Mole, per l’expo universale del 1889 sorgeva la Tour Eiffel, criticata e contestata da tutti –cittadini e intellettuali- (“..un’impalcatura sbagliata intorno al nulla ..’ , “ un brutto lampadario che prima o poi andrà smontato..”, ecc) progettata ed eseguita (18 mila travi di ferro assemblate con 2.5 milioni di bulloni) per essere smontata al termine dell’esposizione proprio a dimostrazione dei vantaggi di quella tecnica per cui Eiffel era già famoso nel mondo. Ma, come la Mole di Antonelli che la comunità israelitica si era convinta di non innalzare più, anche la Tour diventò inamovibile ed anch’essa diventò il simbolo della sua città a scapito, anche qui, di altre architetture ( Louvre, Notre Dame, ecc.) senz’altro di ben più alto significato storico e valore.

La spiegazione dell’affermarsi di tali simboli nonostante la loro “..sublime inutilità..” (C. Mollino) è da ricercarsi non solo nel loro gigantismo ma proprio nel loro elevarsi imperioso dalla massa urbana di tutti gli altri edifici. Decisiva, pertanto, è proprio l’altezza, il contrasto netto della loro eccezionale verticalità su quella ‘normale’ del resto della città di allora. Non solo questo.

La modernità (‘modernismo’ lo interpreto in modo dispregiativo)

Il procedere in altezza prima con cupole e guglie, poi con scheletri d’acciaio dalla possibilità di moltiplicazione all’infinito anche dell’altezza è il risultato della scienza e della tecnica senz’altro moderne. Il passaggio dalle case alte, alle torri, ai grattacieli è il percorso di un tipo ed un modello resi possibili dallo sviluppo di modelli matematici di calcolo e simulazione che fanno parte della storia recente e che sono in grado di spingere le costruzioni ben al di sopra dei 167 metri di Antonelli ed anche dei 324 (il doppio) di Eiffel.

Dunque il simbolo si arricchisce senz’altro di quest’aura di modernità, vuole significare anche il lasciarsi alle spalle i limiti imposti da una tradizione secolare nel costruire case e chiese. I 146 metri della piramide di Cheope sono raddoppiati, triplicati, ecc. senza dover ricorrere a centinaia di metri della base d’appoggio, alla sua colossale massa ma, al contrario, possono ergersi con sempre maggior leggerezza a quote sempre più alte nel cielo.

Negare che quando si progetta un grattacielo non lo si faccia con questo intrinseco significato è un po’ negare la storia della società moderna dall’Illuminismo in poi.

L’identità torinese nel grattacieli

E’ stato chiesto all’architetto Piano che cos’ha il suo grattacielo di Torino. L’architetto, molto disponibile e accondiscendente verso ogni argomento si è un po’ arrampicato sugli specchi ( “..l’atmosfericità e trasparenza del volume, l’articolazione della pianta, la proiezione contro l’arco alpino,..”). Ci siamo mai chiesti in che cosa la Mole Antonelliana rivela la sua identità torinese? (analogamente i parigini dovrebbero chiedersi che cos’ha la Tour Eiffel della loro città). Ce lo siamo chiesti per le torri che recentemente sono sorte su aree delle Spine? Che cos’hanno di torinese quelle torri?

Possiamo dire che Antonelli si sia posto il problema? Proprio da un carattere orgoglioso ed autarchico come il suo, geniale nell’intuizione strutturale, ma insofferente ad ogni associazione del suo lavoro a modelli e stili precedenti e ad ogni condizionamento (da quello funzionale –la sinagoga è sempre stata per lui un pretesto- a quello finanziario, a quello delle scadenze temporali, ecc.) è difficile crederlo. Se davvero avesse sentito come vincolante l’impegno a qualificare la propria opera con precisi legami all’architettura torinese forse non avrebbe scelto di costruire cento metri sopra la Torino che lui conosceva; se il suo progetto fin dall’inizio si fosse curato di interpretare l’identità del luogo non avrebbe scardinato più e più volte il progetto stesso solo per realizzare un’altezza sempre più spettacolare. E’ più credibile che egli abbia voluto piegare sia quello che oggi chiamiamo skyline sia l’identità della città alla sua identità, al suo carattere forte e determinato.

Come può un grattacielo di 200 metri (o 150) farsi riconoscere nella sua appartenenza a Torino? Perché ad ogni piano ci sarà lo stemma dei Savoia? Perché sarà verniciato di giallo e di blu? O perché avrà la forma della Mole, un po’ stirata in alto di 50 metri? Quante volte siamo abituati ad osservare –giustamente- che quando si cambiano le proporzioni oltre certi limiti, la cosa cambia di senso. Ed è così anche in architettura. Se Versaille o la Reggia di Venaria fossero grandi come i nostri giardini Cavour, non sarebbero solo più piccole ma tutt’altra cosa. Una costruzione alta centinaia di metri appartiene ad un’altro modello di città, comunque. Per cui è inutile e fuorviante tentare imparentamenti e ricercare o pretendere riscontri con quella sostanzialmente orizzontale precedente. Più volte, correttamente, è stato fatto l’esempio della Défense di Parigi.

Le torri del PRG

Il Piano Regolatore di Torino in vigore dal 1995 prevede alcune torri da erigere in aree libere e/o dismesse di cui 2 di 100 metri all’interno della ‘Spina 2’ cioè in una zona fuori dal centro storico ma interna a quella napoleonica detta ‘dei grandi viali’. Dunque il PRG, in vuoti urbani, già prevedeva l’inserimento di grattacieli. Si tratta di stabilire la correttezza di tale impostazione iniziale dalla quale deriva la legittimità della proposta del grattacielo di Renzo Piano. Dal punto di vista del disegno urbano la ritengo una impostazione corretta perché si tratta di alcuni inserimenti limitati(3), circoscritti ad aree molto caratterizzate, in particolare quelle gemelle nei pressi di Porta Susa. I rilievi e le riserve devono essere, come dirò più avanti, di altro genere per altri problemi.

La collocazione delle tre torri previste, sempre dal punto di vista del disegno urbano, della forma della città, del progetto del suo rinnovamento così come nelle previsioni –appunto- del PRG, ha un senso se relazionata all’asse della Spina Centrale, al suo sviluppo dalla Spina1 alla Spina2, prefigurando in quella zona una sorta di centro direzionale cittadino avente i suoi capisaldi nelle suddette torri. Soprattutto le due a cavallo di Corso Inghilterra, individuano il ‘focus’ della mobilità torinese nella stazione di Porta Susa che sarà quella centrale di Torino. Non si tratta pertanto di una cittadella di grattacieli da spargere in tutta quella zona ma dei tre previsti. Quello che personalmente osteggerei –considerata l’opportunità dell’abbandono del suo uso da parte della Regione- è quello destinato, appunto, a sede degli uffici regionali da convertire senz’altro a zona verde con apice nella fontana di Mertz.

Dire che la città verrebbe deturpata anche da un solo grattacielo perchè totalmente incompatibile con la fisionomia sobria ed elegante di Torino è una reazione istintuale, di timore primordiale, che si colloca fuori dalla storia evolutiva che anche la nostra città ha avuto e che si ferma a Piazza Castello ed ai suoi dintorni.

Ma il disegno urbano ,conseguente e allegato al PRG, era relativo a torri di 100 metri e non 150 e tantomeno di 200. Oltre ai problemi di cui accennerò in seguito, ritorna immancabilmente quello del senso e utilità di un PRG sempre superato e più spesso smentito da una costante procedura di variante. Un PRG che ha subito una gestazione di 10 anni, non uno di meno. Il senso così si capovolge ed è quello non solo della deroga al PRG ma del suo annullamento di fatto, dell’annullamento del rispetto delle regole che lo sostanziano. Il senso vero è quello che ci si vuole lasciare alle spalle lo strumento di pianificazione preventiva per sostituirla con una sorta di pianificazione libera (libertaria) fatta di interventi caso per caso. Gli esempi che avvalorano questa che non è più una tendenza ma una prassi, non mancano.

Ciò per dire che la discussione sul grattacielo di Piano trascina con sé la questione delle regole e del modo con cui sono manipolate, del fastidio con cui ogni volta ci si sente in obbligo di inventarne di nuove; si trascina con sé l’evidente disparità nell’osservanza dei doveri tra chi vuol solo alzare di un piano la propria casetta -e le regole non glielo consentono- ed i potentati finanziari che alzano il loro grattacielo -che è già di 100 metri – di altri 100 e glielo si permette.

La concentrazione delle funzioni

Un altro dei veri problemi che si pone è quello dell’opportunità di collocare le torri (di 100, 150 0 200 metri) ai bordi della città storica. Un’allocazione più centrale alla città rende certamente maggior prestigio soprattutto ad attività che vivono molto della loro immagine. Stabilire, in ambito terziario, la propria sede di maggior rappresentanza nella zona aulica della città o, comunque, non lontana da essa, è comprensibile e ambìto da tutti ma in prevedibile contraddizione con gli standard funzionali e relazionali del tessuto urbano esistente circostante. Questo è un giusto approfondimento che può risultare decisivo.

Il problema principale, a mio avviso, è la congestione delle funzioni in quella zona. Nella Spina2 si sovrapporranno Il raddoppio del Politecnico, il nuovo collegio studentesco all’inizio di Via Boggio, la nuova biblioteca di Bellini, il futuro museo delle carceri Nuove e le OGR ristrutturate sulla stessa via; la cittadella giudiziaria già in funzione, la nuova sede della Provincia di prossima apertura ed il grattacielo più o meno gemello delle FFSS e quello di IntesaSanpaolo. Tutte queste funzioni devono essere supportate da una rete infrastrutturale e dei servizi di un tale livello da far sorgere più di un dubbio sull’opportunità di aumentare la concentrazione di attività e residenze con due grattacieli di centinaia di metri di altezza.

Non basta, io credo, la vicinanza della stazione intermodale di Porta Susa a garantire i bisogni di mobilità derivanti da un simile impianto urbano. Non basta certo l’attuale linea di metropolitana e non bastano i servizi sociali oggi presenti nella zona e che sono destinati a veder decuplicata la loro domanda. Non saranno sufficienti –credo- nemmeno le aree verdi presenti (il giardino pensile del Palagiustizia e quello di risulta nell’area del grattacielo di Piano)se si sommano ai residenti e dipendenti attuali (Palagiustizia, Telecom, ecc.) gli almeno 6.000 nuovi dipendenti della banca, della Provincia, delle FFSS ecc. oltre alla massa preventivabile di visitatori che vorranno andare sulle terrazze dei grattacieli aperte al pubblico e tanto declamate come cosa pubblica.

Ciò che preoccupa è il ripetersi di una pessima abitudine: quella di anteporre gli insediamenti alla realizzazione delle infrastrutture e dei servizi necessari a quell’insediamento. E’ esattamente quel che è successo ancora recentemente con gli insediamenti nelle ‘Spine’ (vedi il convegno di ‘Cittàbella’ sulla Spina3). Ciò che va richiesta è proprio la previsione sull’intensità e organizzazione dei flussi della mobilità, della loro connessione e soddisfazione con passante, metro e tranvie (ad es. eventuali, ulteriori arterie sotterranee); sull’organizzazione della sosta e dell’accoglienza in zona (il riequilibrio con vuoti urbani che non vuol dire parcheggi); sull’organizzazione della pedonalizzazione e delle ciclopiste (indispensabile a tali livelli di concentrazione) il più possibile in alternativa con i parcheggi per le auto private; sull’organizzazione dei sistemi per la sicurezza (non solo quella interna) ; sulla probabile redistribuzione della rete del commercio, degli asili, delle scuole di primo grado, dei presidi sanitari, ecc. ecc.

Sono state fatte queste previsioni? Se sì ,occorre renderle pubbliche. Se no, occorre porvi mano immediatamente perché assolutamente condizionanti l’inserimento o meno di torri con tali carichi antropologici e delle relative attività.

La sostenibilità

Tutti coloro che operano nel settore dell’edilizia sanno che proprio per la scala dei problemi che le grandi torri devono affrontare esse sono all’avanguardia nella ricerca non solo nel campo della stabilità strutturale (il vento), in quello della mobilità interna (ascensori ad alta velocità), ma anche in quello della sicurezza interna (evacuazioni antincendio), in quello dei materiali in cui (la protezione dell’acciaio e l’evoluzione della tecnologia dei prodotti vetrari sono il risultato della sollecitazione proveniente dalle condizioni estreme proprie dei grattacieli).

Anche nel campo del consumo energetico da tempo proprio Foster e Piano hanno dato contributi che –testati su costruzioni colossali- sono applicabili e generalizzabili all’architettura meno ‘verticale’ ed estrema della loro. Le soluzioni per la ventilazione naturale sia notturna che diurna con appositi corridoi ad effetto camino; l’introduzione ed il ruolo assegnato alla vegetazione dei giardini interni; le facciate cosiddette ‘a doppia pelle’ con il proposito dichiarato di risparmiare il 25% di energia; l’attenzione posta al ruolo anche dei solai in funzione sia di limitazione dell’irraggiamento solare estivo sia di incanalamento delle correnti d’aria per il loro raffrescamento interno; il ricorso a grandi superfici di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica. Insomma, non siamo più alle ‘case dello specchio’ cioè ai grattacieli che a New York che non si curavano per nulla della dispersione e quindi dell’enorme dispendio di energia. Sono soprattutto gli architetti europei che hanno sensibilizzato tutti gli architetti alla sostenibilità energetica e proprio anche per questa sensibilità e serietà professionale Piano è apprezzato in tutto il mondo.

A proposito di quartieri che auto- producono la corrente (Friburgo) viene da chiedersi perché le stesse preoccupazioni non sono state avanzate per la realizzazione dei nostri nuovi quartieri in questi anni. Perché il rigore nel rispetto della sostenibilità deve valere solo per i grattacieli e non per interi agglomerati urbani nuovi di zecca. Come ad esempio le Spine 3 e 4. Riconosciamo allora che abbiamo perso delle colossali, queste sì, occasioni. O bisogna risparmiare solo se si è ‘alti’?

Conclusioni

Oltre al rispetto –per tutti- delle regole, il vero nodo, a mio parere, è quello della compatibilità funzionale, infrastrutturale e dei servizi per decidere di intervenire all’interno di un tessuto urbano esistente . E quello della destinazione d’uso della torre, semmai (opportunità di una enorme sede bancaria, rapporto tra pubblico e privato, tra terziario e non, ecc.). Non quello della ‘sobrietà’ o meno che le torri a Torino devono avere (quanto ad eleganza non c’è miglior interprete di Renzo Piano). E per quanto riguarda l’impegno alla sostenibilità forse era il caso di leggere le relazioni del progettista allegate alla esposizione dei suoi plastici a Palazzo Madama. O attendere le sue spiegazioni in Consiglio Comunale.

C’è stata precipitazione e quindi non poca confusione nelle critiche alla presentazione della torre di Piano. Come dice N.Foster “… nessun’altra struttura ha tanta capacità di trasformarsi in icona”. Forse è proprio così. Ci si è fermati all’icona e si è tralasciato il suo contenuto.

Vezio De Lucia

Non concordo con le conclusioni

Caro Enrico, condivido e apprezzo molti degli argomenti oggetto della tua nota, argomenti che dovrebbero indurti a un giudizio non favorevole al grattacielo progettato da Renzo Piano. Mi pare che invece, alla fine, tu sia d’accordo. Provo a convincerti dell’errore. Comincio dal piano regolatore che, se non ho capito male, fissa per i tre previsti grattacieli un’altezza massima di 100 metri. Quello di cui si discute è alto il doppio, o quasi. Non è un’inezia e, come correttamente osservi, “la discussione sul grattacielo di Piano trascina con sé la questione delle regole e del modo con cui sono manipolate, del fastidio con cui ogni volta ci si sente in obbligo di inventarne di nuove; si trascina con sé l’evidente disparità nell’osservanza dei doveri tra chi vuol solo alzare di un piano la propria casetta – e le regole non glielo consentono – ed i potentati finanziari che alzano il loro grattacielo – che è già di 100 metri – di altri 100 e glielo si permette”. Già questo basterebbe per mettere in discussione la decisione comunale. Certamente ti ricordi che, nel convegno di Cittàbella del maggio scorso, avevamo apprezzato la situazione di Torino dove, al contrario di quanto succede a Milano, il piano regolatore è vigente e il potere pubblico lo fa rispettare. Scopriamo adesso che non è così e che Torino subisce il fascino del rito ambrosiano.

Ancora più importante è il problema che tu definisci della concentrazione di funzioni e, quindi, degli spazi pubblici mancanti che, secondo Diego Novelli, ammonterebbero almeno a otto ettari. Questo spazio non c’è, e allora? Torniamo alla questione del piano regolatore disatteso.

Ma, secondo me, l’argomento decisivo che impone di rifiutare il progetto di Renzo Piano, è quello che tu affronti sotto la voce skyline. Merito indiscusso della cultura italiana della seconda metà del secolo scorso (a partire dalla carta di Gubbio del 1960 a tutta le successive esperienze di recupero urbano) è l’acquisizione del carattere unitario dei centri storici, da proteggere perciò nella loro unitarietà, superando la precedente concezione che li individuava come luoghi di particolare concentrazione di monumenti (da tutelare) immersi in tessuto anodino (disponibile per ogni trasformazione, anche lo sventramento, purché accuratamente “ambientato”). Quell’acquisizione non può essere impunemente accantonata. Mi pare stantio e inutile il tentativo di attualizzare l’opera dell’ ingegner Antonelli al quale non si può attribuire la nostra sensibilità e non si capisce perchè avrebbe dovuto curarsi, come tu scrivi, “dell’inserimento ambientale cioè del rapporto con il tessuto degli isolati e del quartiere circostanti e tantomeno del sicuro sconvolgimento dell’immagine di Torino (che ora si accetta come immodificabile)”.

Ha scritto lucidamente Antonio Cederna, nelle mirabile premessa a I vandali in casa, che le discipline che in un tempo relativamente recente abbiamo inventato, gli studi storici, le scienze dell’antichità, l’archeologia, la storia dell’arte, l’estetica ci impongono, “se vogliamo veramente essere moderni e civili, di rispettare le testimonianze della Storia, di fare cioè quanto non è stato possibile in passato”. Questo è il punto, questa è la ragione per la quale bisogna opporsi al grattacielo previsto a ridosso del centro storico. La Mole antonelliana, piaccia o non piaccia, fa parte della storia di Torino, e il suo rapporto con lo sfondo delle Alpi e con la città non possiamo “superarli” con una nuova immagine che oblitera quella che abbiamo ereditato. Non è nella nostra disponibilità di uomini moderni: altro che sostenitori delle pecore in piazza San Carlo, come ha dichiarato il vostro sindaco. I grattacieli, se si vogliono fare, li si faccia nelle remote periferie dove potrebbero, forse, contribuire anche alla riqualificazione urbana. Ma penso che lì non ci sia alcuna convenienza – né di immagine, né di rendita immobiliare.

Ho cercato molto in sintesi di riepilogare le ragioni che hanno guidato la stesura del nostro appello, che perciò non è stato precipitoso, come tu giudichi, ma ancorato a profondi convincimenti. Che spero anche tu finisca con il condividere.

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