Titolo originale George W. Bush and the Cities: The Damage Done and the Struggle Ahead – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il 29 aprile 2002, nel decimo anniversario dei fatti di Los Angeles, George W. Bush venne in città a parlare in un centro civico sponsorizzato da una chiesa, nell’epicentro della rivolta del 1992, South Los Angeles. Vista l’occasione, i giornalisti si aspettavano che il Presidenze annunciasse alla nazione una nuova iniziativa per i principali problemi urbani. Ma Bush era venuto a Los Angeles – in una breve pausa in un giro per la raccolta di fondi elettorali – solo a portare retorica.
“Sapete, viviamo in un grande paese” disse. “Sono fiero dell’America. Sono fiero del nostro paese. Sono fiero di quello che stiamo facendo. Oh, certo lo so che ci sono sacche di disperazione. Questo significa solo che dobbiamo lavorare più sodo. Significa che non possiamo mollare. Significa che dobbiamo estirparle con amore, compassione, modestia”.
Bush tentava di essere predicatore e storico: “Dalla violenza e dalle brutture nasce nuova speranza” diceva: il tutto in mezzo a un quartiere dove solo il 23 per cento degli edifici commerciali distrutti nella rivolta erano tornati attivi, dove esistevano 43.800 posti di lavoro in meno del 1992, e dove più di un terzo dei residenti viveva in povertà.
Il Presidente ci rifilava il suo programma urbano più visibile: incoraggiare le chiese a sostenere i loro programmi sociali, come il rifugio ai senza casa, le cucine per poveri, i consultori antidroga. Le sue proposte, ferma al Congresso per dissidi sui finanziamenti federali alle attività religiose, non aggiungevano risorse a questi pur validi sforzi, anche se solo di rattoppo: semplicemente chiedevano di riorientare fondi già stanziati. E a dire il vero, grazie ai suoi 1,3 biliardi di tagli fiscali, in massima parte per i ricchi, Bush aveva reso impossibile per Washington fornire qualsiasi aiuto alle città del paese, o ai poveri.
Non è difficile capire perché Bush presta così poca attenzione all’America urbana. Nel 2000, Al Gore aveva battuto Bush fra gli elettori urbani con un margine di 61 contro 35 per cento, aveva pareggiato virtualmente fra gli elettori suburbani con 47 contro 49 per cento, e aveva perso nelle aree rurali, con un ampio margine di 37 contro 59 per cento. Non sorprende, che Bush non veda ragione per formare la sua agenda politica orientata agli elettori urbani.
C’è un ritorno delle città?
Entrando nel ventunesimo secolo, alcuni esperti di problemi urbani e giornalisti proclamarono che era in corso un rinascimento urbano. I dati del censimento 2000 mostravano alcuni segni promettenti. Nel corso degli anni ’90 alcune delle principali città, fra cui New York e Chicago, avevano invertito il proprio lungo declino in termini di popolazione. Il tasso di criminalità nazionale era il più basso da dieci anni. Lo stesso valeva per il tasso di disoccupazione. La proprietà dell’abitazione fra ispanici e neri era aumentata, nonostante restasse un significativo gap rispetto ai bianchi. E nel 2000 anche il tasso di povertà a livello nazionale (11,3%) e quello delle grandic ittà (16,1%) era più basso di quanto non fosse stato per 25 anni. Anche la qualità dell’aria era migliorata, in molte aree urbane.
Ma queste tendenze positive non erano né definitive, né durature. Con l’economia nazionale volta al ribasso dopo il 2000, gli indicatori del rinascimento urbano (riduzione della povertà, del crimine, e del numero di famiglie non assicurate) invertirono tendenza. I miglioramenti in città degli anni ’90 erano dovuti in larga parte ad un’espansione economica nazionale senza precedenti, rafforzata da politiche federali che riducevano la disoccupazione, spronavano la produttività, elevavano i working poors al di sopra della povertà, orientavano gli investimenti verso le aree urbane con bassi redditi.
L’amministrazione Clinton con l’ampliamento dello Earned Income Tax Credit (EITC), un supplemento di salario per gli working poors, aveva aiutato particolarmente gli abitanti delle città e dei sobborghi più interni. Nello stesso modo avevano operato gli sforzi di Clinton per promuovere le Community Development Corporations (CDC). Queste entità non-profit hanno costruito la maggior parte delle case a basso costo dello scorso decennio, ma il taglio dei fondi federali per l’abitazione ora fa sì che possano avere solo un effetto marginale sui progressi delle inner cities americane.
La condizione urbana negli anni di Bush
Come Presidente, Bush aveva tre priorità politiche: tagliare le tasse, specie ai più ricchi, ridurre le norme di regolazione sulle attività economiche; aumentare la spesa militare. Con una maggioranza repubblicana al Congresso, Bush è stato in grado di raggiungere tutti e tre gli obiettivi. L’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 ha aiutato a invertire il calo di popolarità di Bush, e ha reso molto più facile per lui convincere i democratici a votare un’impennata delle spese per la difesa, invadere l’Afghanistan e l’Iraq, appropriarsi di fondi per una interna “guerra al terrorismo”. Bush ha ereditato un attivo di bilancio federale da Clinton, ma la combinazione di enormi tagli fiscali e aumento delle spese militari ha portato a un deficit record, lasciando poche e discrezionali risorse per programmi sociali o anti-povertà. L’iniziale sostegno pubblico per la concentrazione di Bush sulla guerra e il terrorismo, ha anche limitato la volontà dei democratici di mettere in discussione il suo modo di gestire la crisi economica.
Alla fine della scorsa recessione, nel marzo 1991, il paese si era incamminato in nove anni filati di crescita dei posti di lavoro. Al contrario, la cosiddetta “recessione di Bush” è terminata nel novembre 2001, ma nei successivi due e più anni il paese ha sperimentato quello che alcuni economisti chiamano “ripresa senza lavoro”, con le imprese americane che esportano all’esterno un numero crescente di impieghi sia operai che amministrativi. Nei primi tre anni di presidenza Bush, il tasso di disoccupazione è incrementato da 4 al 6 per cento, aggiungendo più di 3 milioni di persone ai ranghi dei senza lavoro. La quantità di persone senza impiego per più di sei mesi si è raddoppiata. Il reddito medio familiare è precipitato di 500 dollari fra il 2000 e il 2003. Il tasso nazionale di povertà è salito dall’11,3% al 12,5%; altri 4,8 milioni di americani sono caduti in povertà e il totale ha raggiunto i 36 milioni nel 2003.
Al 2003, vivevano tanti poveri nei suburbi (13,8 milioni, il 38,5%) quanti nelle città (14,6 milioni, il 40,5%). La suburbanizzazione della povertà potrebbe essere una buona notizia se queste famiglie vivessero in suburbi a predominanza di ceto medio, con buone scuole. Ma la maggior parte dei poveri suburbani vive in comunità a rischio, attraversate da problemi un tempo tipici delle grandi città: crimine, fame, problemi dei senza casa, scuole e servizi pubblici inadeguati, crisi fiscali croniche.
Gli anni di Bush vedono una continua consunzione della rete di sicurezza sociale. Il numero di americani privi di assicurazione malattie è salito da 39,8 milioni a 45 (15,6% della popolazione). Alcune delle peggiori previsioni sui programmi di riforma del welfare di Clinton si sonoa vverate negli anni di Bush. Robert Reich, ministro del lavoro di Clinton, aveva avvertito che “[quando] la disoccupazione comicia a risalire, c’è una lunga fila di persone che avrà dei problemi, perché abbiamo tolto la rete di protezione”. Per esempio, la proporzione di famiglie che escono dall’assistenza ma non trovano lavoro è salita dal 50% del 1999 al 58% del 2002. Il numero di chi lo riceve ma resta povero è aumentato.
Non appena Bush entrò in carica tradì la sua promessa elettorale di governare come “conservatore compassionevole”. La sua iniziativa “urbana” più simbolica fu un piano per riorientare fondi federali per programmi sociali come rifugi per i senzatetto, banche del cibo e programmi di recupero per i tossicodipendenti, verso enti sponsorizzati da organizzazioni di “fede”. Il piano divenne pubblico quando John Dilulio, il politologo conservatore ingaggiato da Bush a sviluppare il programma a base religiosa, fece arrivare una lettera a Esquire che criticava il Presidente e i suoi consiglieri per la loro “mancanza di conoscenze politiche di base, e lo scarso interesse a saperne di più” sui problemi urbani, e osservava che “c’erano solo un paio di persone alla Casa Bianca che si occupavano un po’ di analisi e sostanza politica”.
Bush si costruì un consenso bi-partisan al Congresso per far approvare il “No Child Left Behind Act,” che chiedeva alle scuole locali di aumentare le verifiche degli alunni e di redigere un rapporto annuale sui loro progressi. Gli scopi di chiarati erano di migliorare i risultati degli studenti (in particolare nelle inner cities e nelle scuole dei quartieri di minoranze) e aumentare le medie, compresa l’assunzione di insegnanti più qualificati. Gli esperti di istruzione stimavano che per le scuole a livello nazionale sarebbero stati necessari almeno 84 miliardi di dollari per adeguarsi ai nuovi standards federali, ma Bush chiese al Congresso soltanto 1 miliardo in più. Senza fondi adeguati, i sistemi locali non potevano assumere più insegnanti, ridurre la dimensione delle classi, o fornire agli insegnanti esistenti un addestramento aggiuntivo. Le scuole delle inner cities, quelle dove era più probabile ci fossero studenti con basse prestazioni ma anche meno risorse per aumentare insegnanti o strutture, sarebbero state le più colpite dalla nuova legge.
L’abitazione per i poveri compare a malapena sugli schermi radar di Bush. Nei suoi primi tre anni da presidente ha mantenuto il bilancio dello Housing and Urban Development più o meno identico, ma nel 2004 ha proposto grossi tagli alla sezione 8 del Buoni Casa, eliminando 250.000 buoni per il 2005 e 600.000 entro il 2009: un taglio del 30%. Gli inquilini a basso reddito si troveranno di fronte a incrementi di affitto di circa 2.000 dollari l’anno. Nel maggio 2004, testimoniando di fronte al Congresso per giustificare questi tagli, il responsabile dello HUD Alphonso Jackson ha affermato che “essere poveri è uno stato d’animo, non una condizione”. Questo ha fatto infuriare parecchi membri del comitato, compreso Michael Capuano (democratico del Massachusetts), che ha risposto a Jackson, “A quanto pare lei non conosce nessuno che ha di fronte lo sfratto o che non è in grado di pagare l’affitto”. La dichiarazione di Jackson ha rivelato in modo stupido il vero punto di vista dell’amministrazione sulla povertà, che sarebbe dovuta principalmente a debolezza di carattere dei poveri.
Sotto Bush, affitti e prezzi delle case sono aumentati più in fretta dei redditi. Nel 2000, la “ housing wage” nazionale (la quota che chi lavora quaranta ore settimanali deve guadagnare per pagarsi un appartamento a due stanze medio in una certa area) era di 12,47 dollari; nel 2003 era di 15,21, e molto più alta in parecchie città. In generale, la percentuale dell’affitto sul reddito è salita dal 26,5% del 2000 al 29% del 2003. La quota di proprietà della casa è salita al 68,3% nel 2003, ma molti proprietari di ceto operaio hanno scoperto che l’ american dream era un po’ sfuggente.
Negli anni di Bush, il disagio economico nazionale, compresa la spirale del deficit federale, ha determinato una devastazione fiscale negli stati e nelle città. Governatori e sindaci, anche repubblicani, lamentano che Washington li sta mettendo nei guai. Il costo schizzato alle stelle dell’assistenza sanitaria ha logorato la capacità degli stati di provvedere alle proprie quote di Medicaid. I governatori sono stati obbligati a tagliare i finanziamenti sanitari, per le scuole, i trasporti e altri servizi base. Né potevano sperare di affrontare i nuovi costi del welfare-to-work federale perché la disoccupazione crescente rendeva quasi impossibile trovare lavoro ad ex assegnatari di sussidi. I funzionari amministrativi delle città, di fronte alla caduta dei sostegni statali e federali, non avevano altra scelta se non quella di tagliare servizi essenziali, come la sicurezza pubblica, le biblioteche, la manutenzione stradale e le scuole pubbliche.
Il trauma fiscale delle città si è poi mescolato al più costoso programma federale dell’amministrazione Bush: adeguarsi alle iniziative di “lotta al terrorismo” e “sicurezza interna” dopo l’11 settembre. Il governo federale chiede alle città di aumentare esponenzialmente le misure di sicurezza negli aeroporti, nei porti, alle manifestazioni sportive, di migliorare la preparazione all’emergenza connessa ai sistemi idrici, ai numeri di pronto intervento, salute e sicurezza collettiva, ma non fornisce alle municipalità fondi adeguati per acquisire strutture o assumere e formare personale. Le città hanno speso 70 milioni di dollari la settimana solo per adeguarsi agli “allarmi arancioni” di minacce emanati dal Department of Homeland Security. C’è voluto un anno e mezzo dopo l’11 settembre all’amministrazione Bush e al Congresso per varare le norme che destinano a stati e città i finanziamenti per migliorare la sicurezza negli aeroporti e attuare altre misure, ma ancora un anno dopo poche città avevano effettivamente ricevuto i fondi promessi. In più, l’amministrazione Bush ha cambiato la formula per distribuire i finanziamenti per la sicurezza interna a danno delle città dove la minaccia è maggiore, e a favore di comunità meno in pericolo (e, per caso, più Repubblicane). Nel 2003, lo Wyoming ha ricevuto 61 dollari pro capite in aiuti federali alla sicurezza interna, mentre la California ne ha avuti solo 14 e New York City meno di 25.
Per ironia, la tragedia dell’11 settembre ha ricordato ai newyorkesi e a tutti gli americani quanto dipendevano dal governo, non solo nelle emergenze, ma anche in tempi normali. Anche chi di solito fa obiezione alle “grosse spese” governative e agli aiuti per le città ha riconosciuto che Washington aveva la responsabilità di aiutare New York City a riprendersi e ricostruire. In più, a partire da quel momento gli eroi nazionali sono diventati la polizia, i pompieri, le squadre di emergenza, gli autisti delle ambulanze, il personale ospedaliero, gli esperti di salute pubblica e altri funzionari il cui coraggio, dedizione e compassione hanno aiutato la gente ad affrontare una delle peggiori tragedie della storia nazionale.
Con un ritardo di qualche giorno, Bush arrivò sulla scena. Con il sindaco Rudy Giuliani al fianco, Bush promise di aiutare abitanti, lavoratori e imprese di New York City a ricostruire e riprendere dal caos economico. Si impegnò per più di 21 miliardi di dollari per sostenere la città, ma due anni dopo la tragedia, qualche funzionario si lamentava di quanto l’amministrazione fosse lenta a destinare i fondi. All’epoca in cui si tenne la convenzione Repubblicana di New York nell’agosto 2004, la città aveva ricevuto meno della metà dei fondi promessi da Bush.
L’amministrazione Bush ha dedicato più risorse e attenzioni alla ricostruzione dell’Iraq che non a quella delle città americane. Ha fallito in entrambi i casi: in Iraq per incompetenza, negli USA per mancanza di interesse e impegno.
Un’agenda di riforme per le Città
Su molti fronti, l’amministrazione Bush è il regime più conservatore dell’ultimo secolo. Negli anni di Bush, attivisti politici sui temi urbani e militanti per le riforme hanno avuto poco successo a livello federale. Con il Congresso in mani repubblicane, c’era ben poco da fare per i progressisti salvo tentare di bloccare le cose peggiori: l’invasione e occupazione dell’Iraq, il Patriot Act e altre limitazioni delle libertà civili, lo smantellamento delle leggi federali a favore dei consumatori, dell’ambiente, dei lavoratori, la distruzione dei programmi per la povertà, la comunella col capitalismo, gli scandali delle grandi imprese, le riduzioni fiscali per i ricchi. Ci si è dovuti accontentare di piccole vittorie, come il blocco dei tentativi di Bush di ridurre i compensi per gli straordinari a milioni di lavoratori.
Esiste comunque un’azione crescente a livello locale per le politiche urbane. L’esempio più radicale è il crescente numero di amministrazioni (ora sono più di 100) che hanno adottato norme per un salario di sopravvivenza, a testimoniare l’alleanza fra sindacati, organizzazioni di base, e gruppi religiosi emersa nello scorso decennio. Il movimento per gli investimenti nelle città ha avuto un ruolo di punta nel formare un’alleanza di base diffusa, a fermare le banche dal mettere in rosso il bilancio dei quartieri e lanciarsi in operazioni predatorie. In alcune città, gli attivisti dell’ housing hanno unito le forze coi sindacati e altri gruppi per favorire norme di zoning che inserissero le case popolari, e finanziamenti municipali agevolati a questo scopo, come il fondo annuale di 100 milioni a Los Angeles.
La battaglie a livello locale (per esempio, sul miglioramento delle condizioni abitative, la sindacalizzazione dei lavoratori a basso reddito nei servizi e piccola industria, la resistenza alle operazioni predatorie immobiliari delle banche, il miglioramento delle scuole, le lotte contro i rischi ambientali, lo sviluppo dei trasporti pubblici) possono vincere in termini di miglioramenti della vita quotidiana. Ma i progressisti sanno che non possiamo davvero risolvere i problemi urbani nazionali senza cambiamenti nelle politiche federali. Per combattere alla pari nelle campagne sindacali dobbiamo poter cambiare le ingiuste leggi sul lavoro. Per migliorare le condizioni dell’armata crescente degli working poor dobbiamo aumentare il salario minimo federale e ampliare la partecipazione allo EITC. Per fornire di adeguate risorse i programmi per la casa a poveri e famiglie di classe operaia, abbiamo bisogno di un National Housing Trust Fund o di altri strumenti legislativi che aumentino i sostegni federali. Per affrontare la crisi nazionale dell’assistenza sanitaria abbiamo bisogno di qualche forma di assicurazione sanitaria universale. Per migliorare le scuole pubbliche, specialmente quelle che si rivolgono ai bambini più poveri, dobbiamo aumentare i finanziamenti federali per classi più piccole, insegnanti all’altezza del compito, libri e strutture sufficienti. Per riorientare gli investimenti privati sulle città e i sobborghi più consolidati, dobbiamo mettere a disposizione fondi sufficienti alla bonifica dei siti urbani ex industriali. Per affrontare il problema della crescente congestione da traffico ci vogliono soldi federali per migliorare i trasporti pubblici di ogni tipo, e leggi federali per limitare le esenzioni fiscali e gli altri incentivi che favoriscono lo sprawl suburbano e l’insediamento a macchie di leopardo [ leapfrog] nelle zone più esterne delle aree metropolitane.
I progressisti stanno riconoscendo sempre più che qualunque sforzo per affrontare la crisi urbana nazionale deve formarsi su un’alleanza con qualche parte del mondo suburbano. Il Congresso è dominato da eletti in distretti suburbani, e gli abitanti del suburbio rappresentano la maggioranza relativa degli elettori. E allora i pezzi costitutivi di un efficace movimento progressista oggi cominciano dalle città e si muovono verso l’esterno, verso i sobborghi operai e quelli di ceto medio liberal. Consapevoli di questo fatto, i sindacati, gruppi come ACORN, Gamaliel Foundation e Industrial Areas Foundation, organizzazioni ambientaliste, attivisti di area religiosa e funzionari pubblici, hanno cominciato a lavorare sui sobborghi operai ai margini delle città. Sanno che devono lavorare insieme a scala regionale, per limitare lo sprawl e la congestione da traffico, o per orientare lo sviluppo economico e dei posti di lavoro verso le aree di declino, anziché impegnarsi in una sanguinaria guerra tra poveri l’uno contro l’altro attirare gli investimenti.
Nel loro libro The Emerging Democratic Majority, John Judis e Ruy Teixeira mostrano come un numero crescente di professionisti di ceto medio che lavorano fuori dal mondo della grande impresa e abitano nei nuovi suburbi condividano un punto di vista progressista sulle politiche economiche e sociali, e possano essere collocati entro un’alleanza che punti ad un’economia più umana, a limitare lo sprawl, a rivitalizzare le città e ad espandere i programmi sociali come l’assicurazione sanitaria e l’assistenza per i bambini.
L’ambivalenza dell’amministrazione Clinton nel promuovere l’agenda urbana rifletteva le divisioni interne del Partito Democratico. I democratici prestano più attenzione alle città dei repubblicani, perché molti dei loro gruppi sostenitori ci vivono. I seggi più sicuri al Congresso sono quelli dei distretti urbani, che regolarmente eleggono democratici progressisti. Ma i numeri il giorno delle elezioni sono più bassi di quelli dei sobborghi ricchi, specie nelle consultazioni intermedie. Questo può danneggiare i democratici che si candidano a cariche più alte, non solo per la presidenza ma anche il Senato o la carica di Governatore.
Allo stesso tempo, molti democratici, specie quelli che rappresentano distretti suburbani, sono strettamente legati ai grandi interessi che si oppongono alla tassazione progressiva, alle politiche keynesiane di stimolo e alla spesa sociale, compresa quella per le abitazioni popolari.
La storia dell’ultimo secolo mostra che si fanno progressi quando ci si unisce per il cambiamento, costruendo un percorso continuo e solido di riforme, in modo tale che ciascuna vittoria si edifichi sulla base delle precedenti, e costituisca il presupposto di successive. Questo tipo di lavoro è lento e graduale, perché comporta l’organizzazione delle persone ad imparare pazientemente le capacità di leadership e costruzione del consenso organizzato. Richiede di saldare coalizioni che possano vincere le elezioni e poi promuovere politiche che mantengano viva l’alleanza.
Le organizzazioni di base fanno raramente cose clamorose. I mezzi di comunicazione raramente si interessano ai piccoli miracoli che accadono quando la gente comune si unisce e orienta la propria frustrazione e rabbia ad un’organizzazione solida, che ottiene miglioramenti nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle scuole. I media di solito sono più interessati nel teatrino della politica e nei confronti: quando si sciopera, quando gli attivisti urbani protestano o quando gente senza speranza ricorre alla violenza. Per questo, molto del migliore lavoro organizzativo dell’ultimo decennio – compresi gli sforzi dell’ultima elezione presidenziale – non è stato seguito dalla stampa principale.
I responsabili capiscono che la sconfitta di George Bush è una necessaria (anche se non sufficiente) precondizione per stabilire un’agenda sulle città e aree metropolitane d’America. Non è un caso se durante la campagna elettorale del 2004 molti, sindacati, gruppi di base, ambientalisti, femminili e il Partito Democratico hanno investito sforzi diffusi per la registrazione, per convincere gli elettori degli stati chiave e distretti per il Congresso in bilico ad andare a votare. In Florida, per esempio, l’ACORN ha collaborato ad una iniziativa di scala statale per innalzare il salario minimo, e sta registrando migliaia di residenti urbani, in maggioranza a basso reddito, per aumentare il numero di votanti il giorno delle elezioni.
Nessuno si aspetta che un’amministrazione Kerry sia la salvezza delle città americane, ma anche un democratico moderato alla Casa Bianca farà aperture a riforme progressiste impossibili negli anni di Bush. Egualmente importante, se gli elettori ridaranno la maggioranza Democratica sia alla Camera che al Senato, molte delle presidenze nelle commissioni chiave potranno essere alleate nella battaglia per le riforme. In questa elezione presidenziale, come in nessuna che abbiamo sperimentato in vita, è essenziale che il pericolo sia sconfitto, se vogliamo che un’agenda di riforme abbia ascolto.
Nota: il testo originale, insieme a molto altro, sul sito Planners Network (f.b.)
Business is business… ma declinare arte e cultura con economia e marketing urbano richiede equilibrio. E, secondo alcuni critici, il punto di equilibrio è stato superato. L'«accusa» è che in Italia si realizzano mostre per promuovere l'immagine di una città o per attirare visitatori con persuasive campagne di comunicazione, mentre poche se ne realizzano per dimostrare tesi scientifiche o presentare opere nuove o poco note. Un'accusa, questa, che si somma a quella rivolta il 12 agosto da Le Monde al cosiddetto «idiota da viaggio» che distruggerebbe il vero sapere, sul quale ieri, Sebastiano Vassalli, ha comunque invitato a «non sparare».
Alcuni critici hanno messo «sotto accusa» varie mostre, come quelle degli Impressionisti realizzate nel Nord-Est, quelle dove è sufficiente un nome di richiamo (Caravaggio, ad esempio) per assicurarsi la presenza del «turista culturale» e, infine, quelle suddivise su più sedi espositive. E' il caso, quest'ultimo, della mostra inaugurata il 6 luglio per i settecento anni dalla morte di Arnolfo di Cambio, che si svolge metà a Perugia (Sala Podiani della Galleria Nazionale) e metà ad Orvieto (Chiesa di Sant'Agostino). «Si fa una mostra in due città non per ragioni scientifiche, ma solo per non scontentare nessuna cittadinanza», attacca il critico Carlo Bertelli.
Ma questo aspetto è solo una faccia del problema più generale che riguarda la finalità per cui si organizzano oggi le mostre. Per il collezionista di arte contemporanea, Giuseppe Panza di Biumo «stiamo assistendo a una deviazione dalle funzioni culturali ed educative. Si fanno mostre che hanno legami con l'economia, promuovono alberghi e ristoranti, ma rendono scarsa utilità alla cultura». Su un'analoga lunghezza d'onda si esprime Philippe Daverio: «Già, gli impressionisti e il fiume, gli impressionisti e la neve, perché non anche impressionisti e maionese? Una mostra non dovrebbe essere un luogo di consumo, ma di ricerca».
Rilievi legittimi? In buona parte sì, conferma Massimo Vitta Zelman, presidente delle edizioni Skira e organizzatore di mostre ad alto contenuto scientifico e di visitatori, come quella sui Gonzaga a Mantova (500mila presenze) e come si annunciano le prossime di «Caravaggio e l'Europa» a Palazzo Reale di Milano e «Manet» al Vittoriano di Roma: «Le mostre sparpagliate sul territorio non funzionano: un polo resta dominante e alle sedi decentrate si dà solo un contentino; sono sconvenienti anche dal punto di vista imprenditoriale». Quanto al proliferare del numero delle esposizioni, continua Zelman, «in Italia abbiamo una offerta che valuto tripla alla domanda. Questo avviene perché siamo il Paese delle cento città e ciascuna vuole ricavarsi una fetta di notorietà. Inoltre, spesso le mostre non sono frutto di produzioni con i grandi musei ma con le amministrazioni locali, che hanno interesse politico e mandato corto. Per questo c'è un'overdose paragonabile al calcio in tv! E in questo profluvio di mostre vince chi vende un marchio facile».
A questi rilievi risponde Marco Goldin, il curatore delle mostre Brescia sui vari Impressionisti, che con «Monet e le ninfee» ha portato nella città della leonessa 440mila visitatori. «Non è vero che esponiamo sempre le stesse opere: degli oltre mille quadri portati qui in otto anni, forse 10 o 12 sono gli stessi. Per questo la gente ci segue e i musei ci danno prestiti». Goldin sta preparando per Brescia un'altra stagione che si annuncia di successo, con «Gauguin e Van Gogh» (già 120mila prenotazioni) e con 60 opere di Millet provenienti dal Museo di Boston, più altre 16 esposizioni suddivise in tre sedi: Santa Giulia, la Pinacoteca Tosio Martinengo e il Castello. E conclude: «Non sempre le mostre possono essere portatrici di nuove conoscenze. Se uno pensa che le mostre debbano essere patrimonio solo degli storici e dei critici non sono d'accordo».
Ma su grandi numeri e marketing non mancano voci a difesa. Come quella del presidente del Touring club, Roberto Ruozi: «Se il turismo sta calando del 2,2% in Italia, ma quello culturale cresce del 5% ci sarà un perché? La gente vuole l'evento e chi non segue le propensioni del pubblico sbaglia». «Non c'è nulla di male nel marketing della cultura — aggiunge l'amministratore delegato di Telecom Progetto Italia, Andrea Kerbaker —. Solo se ci fosse impoverimento o sciatteria scientifica sarebbe un problema».
Una soluzione è suggerita dal filosofo e assessore alla Cultura di Milano, Stefano Zecchi. «È ragionevole che si faccia anche del marketing urbano attraverso le mostre, ma le grandi città devono avere progetti più ambiziosi. Per Milano ho suggerito una doppia prospettiva: avere capacità imprenditoriale per realizzare mostre nuove di livello scientifico e, accanto a queste, esposizioni più popolari e divulgative. Poiché si usano soldi pubblici e non di una comunità scientifica».
Mentre in Francia «Le Monde» mette sotto processo gli «idioti da viaggio», da noi anche i piccoli centri fanno a gara nel catturare la «fauna da quadro»
Titolo originale: New Urban Model Becomes Article of Faith - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Alcune chiese praticano l’attivismo sociale impegnandosi per i senza casa; alcune lavorano sui problemi internazionali, come protestare per il genocidio in Sudan; altre hanno adottato l’ambientalismo, il riciclaggio, i giardini di quartiere.
Ora alcune stanno abbracciando il nuovo vangelo delle città, noto come New Urbanism.
Questo movimento, guidato da architetti, costruttori e urbanisti, tenta di riformare o costruire quartieri in forma di villaggi dentro ambienti urbani, dove le persone possano andare a piedi a scuola, al far spesa, al lavoro e in chiesa. Nei nuovi quartieri, ci devono essere portici, e non garages, a adornare le facciate delle case, e ovunque ci deve essere qualche tipo di spazio pubblico.
Il New Urbanism è visto come l’antidoto all’anonimo sprawl suburbano, all’alienazione sociale e spirituale che innescarsi con una vita dominata dall’automobile.
Un caso particolare è quello della chiesa presbiteriana Bidwell di Chico, un luogo di preghiera in stile revival romanico, con un campanile classico all’italiana che da oltre un secolo è un punto di riferimento nel centro di questa cittadina della California settentrionale.
La chiesa ha iniziato la costruzione di un campus satellite per trovare posto ad una congregazione quadruplicata negli ultimi vent’anni, sino ad oltre mille persone secondo Tom Hayes, consigliere anziano nel comitato costruttivo della chiesa. L’idea originaria era quella di un edificio moderno circondato da ettari di parco.
Ma poi la chiesa fu contattata dalla New Urban Builders, un costruttore con progetti 750 milioni di dollari, per un insediamento a funzioni miste di 120 ettari con 1.500 case, appartamenti, uffici, scuole e un campo da baseball, circa cinque chilometri a sud del centro di Chico.
La ditta invitò la congregazione a realizzare la seconda chiesa su un lotto da un ettaro, in uno stile simile a quello dell’edificio originario, nel centro del nuovo complesso, chiamato Meriam Park.
La nuova chiesa sarebbe stata realizzata vicino al marciapiede, senza un proprio piazzale a parcheggio; i New Urbanists considerano i grandi parcheggi delle brutture, e inutili sprechi di spazio. In questo caso i posti macchina sarebbero stati in comune con quelli pubblici degli uffici lì vicino.
Il campus satellite per la Bidwell Presbyterian costerà più di 7 milioni di dollari, si calcola. È prevista l’inaugurazione del cantiere per il prossimo anno, e i religiosi sperano di avere la prima parte completata entro il 2008.
La mancanza del parcheggio consente di costruire altri edifici oltre la sala riunione originariamente progettata: aule e uffici, un cortile, un santuario e una galleria esterna dove i fedeli possono trovarsi a chiacchierare dopo le funzioni, racconta John Anderson, uno dei costruttori di Meriam Park. La sala comune multiuso sarà aperta alla cittadinanza anche per altri tipi di incontro civici ed eventi culturali.
”Sono venuti da noi e ci hanno detto: Vogliamo davvero avere una chiesa in centro al quartiere” ricorda il Reverendo Greg Cootsona, uno dei quattro pastori a tempo pieno della chiesa e capo del comitato costruttivo. “Crediamo che la vostra chiesa, per via delle relazioni storiche con la città, sia esattamente il tipo di chiesa che ci piacerebbe avere lì. Sarebbe magnifico se riusciste a sviluppare una struttura, un’icona che colga l’attenzione visiva del pubblico, e svolga un ruolo sia di simbolo religioso che civico nel quartiere”.
Cootsona è un ambientalista, che va in chiesa in bicicletta (si spostava sui roller-blades quando lavorava a Manhattan), ed è rimasto interessato.
Immediatamente, lui e gli altri leaders della chiesa hanno letto il libro del teologo Eric O. Jacobsen, Sidewalks in the Kingdom: New Urbanism and the Christian Faith, che sostiene decisamente l’impegno delle chiese nella qualità urbana, sia con un’architettura accogliente che con programmi sociali propri.
”I Cristiani possono applaudire il fatto che i New Urbanists sostengono un ritorno alla scala umana nell’ambiente costruito” ha dichiarato Jacobsen, pastore presbiteriano, a una recente assemblea del Congress for New Urbanism a Pasadena. “Considerando l’essere umano il coronamento della creazione divina [i Cristiani] hanno solidi motivi per rispettare la scala umana”.
Jacobsen ha lasciato di recente la sua chiesa di Missoula, Montana, per terminare il dottorato in teologia e ambiente costruito, al Fuller Theological Seminary di Pasadena. Sostiene che le chiese hanno contribuito al deterioramento delle città costruendo edifici che sembrano depositi nel suburbio, con enormi piazzali a parcheggio. Queste mega-chiese sono troppo isolate per aver rapporti con la “vita quotidiana” delle persone, dice.
”Sarò il primo a sostenere che i Cristiani di questo paese hanno mancato di vivere nel modo fissato dalle proprie Scritture” ha anche dichiarato Jacobsen, professore aggiunto di teologia e cultura al Fuller. “Anziché prendere la Bibbia sul serio, abbiamo consentito agli idoli americani dell’individualismo, del consumismo sfrenato, del privato, di influenzare il nostro modo di costruire chiese, e insieme il nostro atteggiamento istintivo verso il paesaggio urbano”.
Al contrario, una chiesa “immersa nel quartiere, con le porte che si aprono sul marciapiede” riflette l’atteggiamento di Cristo al ministero. Cita la All Saints Episcopal Church e la Pasadena Presbyterian Church in centro città, o la Immanuel Presbyterian Church di Los Angeles come esempi positivi.
”Hgesù Cristo ha “messo il tabernacolo”, piantato la propria tenda fra noi” dice. “Non è rimasto distante, ad aspettare che la gente andasse a lui, ma è andato da chi soffriva per toccarlo col suo amore”.
Il New Urbanism genera comunque anche qualche scetticismo. Alcuni osservatori si chiedono se questo tipo di pianificazione non dimentichi questioni più urgenti, come le case popolari, i posti di lavoro, la povertà.
”Il giudizio è emesso” dice il teologo Glenn Smith, professore di teologia urbana alla McGill University di Montreal. Il New Urbanism è essenzialmente un movimento elitario e bianco, dice.
David Frenchak, presidente del Seminary Consortium for Urban Pastoral Education di Chicago, dice che gli piace il New Urbanism, ma nello stesso tempo si chiede se non possa avere conseguenze indesiderate, come lo spostare i poveri dai propri quartieri da parte di nuovi venuti che possono pagare prezzi più alti.
A Chico, comunque, i leaders della chiesa sperano che il proprio campus satellite sarà il centro del nuovi quartiere, un posto dove molti abitanti vorranno andare, camminando. Dicono anche di voler essere sicuri che il nuovo progetto non tolga nulla alla chiesa originaria e al suo ruolo nel vivace centro di Chico.
Philip Bess, professore di architettura alla University of Notre Dame, che ha anche un titolo della Harvard Divinity School, è consulente per il campo da baseball di Meriam Park.
Bess sostiene che le chiese progettate secondo i criteri New Urbanism aiutano “la missione evangelica di costruire la Città di Dio, e contribuiscono a civilizzare la funzione della Città dell’Uomo”.
Nota: il testo originale al sito CalendarLive/Los Angeles Times; riguardo ai temi citati nell’articolo si veda su Eddyburg la recensione del libro di Jacobsen, e l’articolo sulle Mega-Chiese suburbane (f.b.)
NAPOLI — Il titolo di questa storia è «Un paese saggio e previdente», l’autore è Luigi Comencini, maestro del cinema italiano. L'ha raccontata ieri a Napoli durante la tavola rotonda che ha chiuso la conferenza internazionale sul traffico. La proponiamo perché quando si parla di viabilità in Italia non si dimentichino mai «i fatti e le persone».
«Questo mio sfortunato Paese dopo la guerra poteva ben dirsi distrutto. Quello che non avevano fatto gli alleati con i bombardamenti indiscriminati sulle città lo avevano fatto i tedeschi con la sistematica distruzione di ferrovie, ponti, e quant'altro potesse ritardare l'avanzata del nemico. La pace ci trovò stremati e c'era veramente da restare sgomenti di fronte alla mole del lavoro da compiere.
Ma non tardò a farsi strada nella mente dei governanti di allora che questa sciagura poteva anche diventare una fortuna.
Paese fortemente agricolo, calato tra nazioni industrializzate fin dal secolo scorso, era prevedibile che gli anni a venire avrebbero visto colmato questo divario. Popolo intraprendente, gli italiani liberi finalmente dalle pastoie di un regime che ne aveva bloccato lo sviluppo, si sarebbero abbandonati ad ogni sorta di intraprese dando luogo ad un vorticoso e tardivo sviluppo industriale.
Il "vantaggio" di avere il paese distrutto era quello di consentire che lo si ricostruisse a misura del futuro anziché ad immagine del passato.
Saggiamente i nostri governanti di allora istituirono una commissione di economisti e di sociologi chiedendole di tracciare un quadro delle future esigenze del paese. Il responso non tardò: lo sviluppo industriale avrebbe provocato una grande mobilità delle persone, un flusso rapido e convulso dalle campagne verso la città, dalle zone più depresse alle zone dove emergeva il nuovo sviluppo industriale. Le città italiane, rimaste sino ad allora legate al modello dell'economia prevalentemente artigianale e contadina, tutta incentrata sulla piazza del mercato, cioè con un unico centro, sarebbero cresciute in quanto a popolazione sino a raggiungere livelli mai esistiti prima dì allora.
La già citata intraprendenza degli italiani avrebbe fatto sorgere in luoghi più impensati grandi, medie e piccole industrie che sarebbero diventate poli di attrazione per la mano d'opera proveniente dalle campagne. Occorrevano case e ancora case. Ma guai ad affidarsi allo scatenarsi della speculazione edilizia. Avrebbe compromesso l'armonioso sviluppo delle città mentre si poteva, proprio utilizzando i vuoti creati dalle distruzioni belliche, pianificare uno sviluppo edilizio consono ai nuovi bisogni. E anche qui la commissione investita del problema sottolineò l’esigenza di favorire la mobilità. Le case non dovevano costruirsi a ridosso degli inquinanti poli industriali, ma in luoghi salubri e ameni. L'importanza era che il mezzo pubblico consentisse di raggiungere rapidamente i luoghi di lavoro. Favorire la mobilità, era questa la nuova parola d'ordine; rimase famosa la frase di un politico di allora: "Giacché arriviamo buoni ultimi, cerchiamo di essere i primi". Intendeva dire: giacché abbiamo uno sviluppo industriale in ritardo, vediamo di non commettere gli errori degli altri.
L'allarme venne con la ricostruzione del viadotto ferroviario Formia-Gaeta. Queste due cittadine, distanti nemmeno una decina di chilometri, erano unite, prima della guerra, da una linea ferroviaria che passava da una collina all’altra sopra un altissimo viadotto che era stato fatto saltare dai tedeschi in ritirata. Senza che si sapesse né come né perché, questo viadotto fu trovato un bel giorno bello e ricostruito, senza che nessuno dall’alto ne avesse ordinato la ricostruzione. Le cose erano andate alla chetichella usando fondi stanziati genericamente per la ricostruzione, favorendo una ditta appaltatrice e con altri piccoli imbrogli del genere. Ma la cosa grave era che il viadotto, una volta inaugurato, non venne mai utilizzato. Non aveva senso infatti affidare al trasporto ferroviario un collegamento sí breve risolto facilmente con pochi autobus cittadini.
L'incidente del viadotto Formia-Gaeta, diede la misura di quanto poteva accadere; si rischiava di ricostruire tutto come prima senza riguardo per i nuovi bisogni e le nuove tecnologie. Fu quindi giocoforza bloccare la ricostruzione ferroviaria in attesa di un piano d’assieme e frenare, anche a costo di requisire i suoli destinati all’edilizia urbana, lo sviluppo della città per evitare che diventassero preda della speculazione. Furono istituite varie commissioni che svolsero bene e rapidamente il loro lavoro.
Per quanto riguarda la ricostruzione ferroviaria si decise che molte vecchie linee, tortuose e antieconomiche, andavano abbandonate a profitto di nuove linee che consentissero elevate velocità e rapidi collegamenti tra i principali poli di sviluppo.
Per quanto riguarda la mobilità urbana si affermò l'esigenza della priorità del trasporto collettivo su quello privato. Nelle città era necessario installare ferrovie metropolitane rapide ed efficienti, ma uno studio su quanto era accaduto all’estero indusse presto a concludere che le metropolitane fatte “poi”, ossia quelle che seguono lo sviluppo edilizio, costano di più delle metropolitane fatte "prima", cioè sui terreni ancora sgombri, prima della costruzione delle case.
Anzi, collegando preventivamente terreni destinati a nuovi quartieri con le altre zone della città, se ne aumentava il valore e, facendo pagare queste spese, secondo un concetto liberistico, ai costruttori che sarebbero venuti "poi", si poteva ipotizzare una rete di trasporti urbani rapida ed efficiente a costo zero.
Le conclusioni delle commissioni preposte ai problemi della ricostruzione furono prontamente accolte dai politici di allora, ma non sfuggì a questi nostri saggi amministratori che, mentre le commissioni discettavano, si manifestavano insidie che potevano, a lungo andare, compromettere lo sviluppo del piano organico nazionale.
Il mio Paese possedeva già allora efficientissime fabbriche di automobili, tra le quali una imponente e francamente eccessiva per una economia poco più che artigianale quale la nostra. Queste fabbriche, rapidamente rimesse in efficienza in barba al piano di sviluppo, stavano già riproponendo il trasporto privato come unica soluzione ai problemi del traffico. Possedere una macchina stava diventando un fatto di prestigio.
D’altro canto, in attesa della ricostruzione organica delle ferrovie, si stava creando una potente corporazione di autotrasportatori, divenuti gli unici, apparentemente, capaci di assicurare un efficiente trasporto delle merci.
Per le fabbriche di automobili si dovette intraprendere una lotta dura, talvolta strumentalizzata da sinistri mestatori, per ottenere, che la produzione di autovetture e di autoveicoli venisse rallentata a profitto del materiale ferroviario di cui i piani prevedevano un grande bisogno.
Anche la lotta per frenare l’arroganza degli autotrasportatori fu dura e lunga, ma per fortuna la rete ferroviaria che si andava costruendo "ex novo" si rivelò talmente efficiente nel campo del trasporto delle merci che il mezzo su strada venne presto abbandonato. E fu dura anche la lotta per frenare lo sviluppo autostradale che molti chiedevano in nome dell'efficienza, in realtà per incarico degli autotrasportatori e delle fabbriche dì autovetture.
Insomma grazie ad una tempestiva ed oculata azione del nostri governanti, in un momento delicato e irripetibile della nostra storia nazionale, la ricostruzione potè avvenire secondo alcuni concetti che sono fondamentalmente ancora oggi i seguenti: prima i bisogni collettivi poi i bisogni privati; prima i trasporti pubblici (e le fognature, l'acqua, la luce), poi le case; prima i lavori di consolidamento geologico, il rimboschimento, l'arginamento dei fiumi, e poi le strade; prima la salvaguardia del territorio e poi il soddisfacimento dei, bisogni privati.
E così grazie ad una saggia ed oculata politica, il mio Paese ha potuto trasformare la sciagura delle distruzioni in una, grande occasione di adattamento del territorio ai bisogni della popolazione».
Titolo originale: Changes in store for new Wal-Mart – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il gigante dei big box Wal-Mart sembra essersi piegato alle richieste dell’amministrazione cittadina, per cambiare il progetto del nuovo negozio a Alta Vista.
Le due parti hanno ingaggiato una battaglia, dalla scorsa estate, su un terreno di oltre 36 ettari chiamato Train Yards [ Scalo Ferroviario n.d.T.], dove Wal-Mart vuole costruire un nuovo negozio da oltre 10.000 metri quadrati.
La Wal-Mart in un primo tempo aveva respinto le richieste dell’amministrazione per quell’area, come l’orientamento delle facciate e il progetto generale dell’edificio.
Ma ieri comune e Wal-Mart hanno concordato un piano che lascia intatte queste richieste originali.
”È una grande vittoria per la città” dice il consigliere Peter Hume, presidente della commissione urbanistica. “Quando si ottiene il 99% di quello che si è chiesto ... l’unica cosa che si può dire è ‘abbiamo vinto’, e abbiamo vinto parecchio”.
Il terreno in questione è a sud della stazione ferroviaria di Ottawa fra Terminal Avenue e Industrial Avenue; la passata amministrazione cittadina aveva approvato una variante per un nuovo tipo di destinazione, con un ambiente da “strada urbana”.
UN PAESAGGIO CARATTERISTICO
L’amministrazione voleva che la zona assumesse caratteri architettonici particolari, in modo da sostenere un ambiente pedonale.
Ma Wal-Mart aveva rifiutato molte delle condizioni, presentando un progetto poi respinto dalla città.
Nel progetto su cui si è concordato ieri, Wal-Mart propone un edificio rivolto a nord, senza i toni grigi della maggior parte delle sue costruzioni.
Il nuovo fabbricato avrà un color argilla, e alcuni elementi architettonici pensati per interrompere la continuità delle pareti esterne.
”Credo che entrambe le parti abbiano fatto un passo in avanti in questo caso” dice John Smit, urbanista per la zona centrale di Ottawa.
L’amministrazione ha rinunciato ad imporre un numero di ingressi superiore, continua. È un tipo di richiesta che in passato si è rivelata ingestibile, perché anche quando i negozi avevano varie porte, queste poi non venivano aperte al pubblico.
Wal-Mart dichiara la propria soddisfazione per aver risolto il problema, e spera di inaugurare il negozio entro il 2006.
”Abbiamo unito un buon piano di insieme con un edificio attraente, per un complesso Wal-Mart che mantiene l’ambiente pedonale generale”, dichiara il portavoce di Wal-Mart Canada, Kevin Groh. “Condividiamo l’idea dell’amministrazione, per uno spazio attraente e ben progettato, e siamo lieti di aver trovato un’idea condivisa sull’aspetto del negozio”.
Nota: qui il testo originale al sito dell’Ottawa Sun (f.b.)
Titolo originale: Faith, fear and prudence – Traduzione per Eddyburg di Fabizio Bottini
Sono stati riversati milioni di dollari per la ricostruzione delle zone dell’Asia devastate dallo tsunami. Una ricostruzione con la capacità non solo di risollevare un’economia rovinata, ma anche di migliorare l’ambiente.
Prima di qualunque altra cosa, devono essere realizzati sistemi di allarme e strutture di emergenza in caso di altre calamità.
Poi, nel corso della ricostruzione deve essere preso in considerazione lo spirito dell’area. Molti dei morti rimangono dispersi, il mare la loro tomba, decisa dalla natura e dal fato.
Molte delle reazioni immediate e adrenaliniche sono riflesse nelle storie di eroismo e fortuna, disperazione e impotenza, quando l’onda ha colpito.
Qualche albero ha resistito, dritto, altri sono caduti, edifici di legno sono rimasti in piedi, altri di cemento velocemente spazzati via. Alcune cose sono parse irrazionali: l’assurdità di galleggiare verso la salvezza su una portiera d’automobile, mentre altri perdevano l’equilibrio su una strada asfaltata, prima di essere risucchiati nel gorgo.
Posizionare gli edifici è importante. I villaggi tradizionali erano collocati a qualche distanza dalla spiaggia, sotto cupole di foglie di palma e vicino ai ruscelli di acqua dolce.
Ma i complessi turistici erano sulla spiaggia, direttamente collegati al fronte spiaggia coi bar e i ristoranti, le tavole da surf, gli sci d’acqua e i catamarani da noleggiare a portata di mano. Sono stati i primi e più selvaggiamente colpiti dalle grandi onde.
Le strutture anche a soli 50 metri più indietro rispetto alla linea di marea sono scampate alle distruzioni più grosse, soprattutto perché le onde hanno perso la propria forza, con il terreno in salita a fungere da ammortizzatore naturale alla spinta dell’acqua.
Molti edifici turistici hanno centri commerciali e caffè ai livelli inferiori, alcuni dotati di parcheggi a ree di servizio. È una cosa su cui meditare dopo la tragedia del 26 dicembre.
In fatto di essere nei seminterrati è stato fatale. Il livello sotterraneo è il primo fattore; l’altro è la semplice forza dell’acqua, che ha causato un risucchio tanto feroce da trascinare anche le parti superiori dell’edificio nel vortice.
Altre strutture erano in legno. Ad Aceh, per esempio, molta della zona di spiaggia era una baraccopoli, senza speranza contro lo tsunami.
I villaggi più densamente popolati sono stati completamente distrutti, lasciando in eredità un altro problema tipico degli ambienti devastati: ora non esiste più traccia della proprietà dei terreni, nessun documento, rilievi, mappe, a mostrare dove era collocata un’abitazione. Non si può cominciare la ricostruzione sin che non si decide chi ha diritto al terreno.
A Timor Est, per esempio, dove è avvenuta una distruzione per mano dell’uomo, sono stati istituiti tribunali speciali per le terre, a gestire il problema della proprietà, ma ci vorranno anni per risolverlo.
Aggiungeteci l’enorme perdita di vite umane – intere famiglie che vivevano in quei posti sono state spazzate via – e il problema si fa ancora più difficile.
In queste circostanze, le rivendicazioni per la proprietà dei terreni abbondano. In più, la solidarietà e chi solidale non è sono arrivati in aiuto. L amaggior parte è animata dalle buone intenzioni, ma altri hanno annusato un affare.
Un grosso gruppo arrivato dalla Russia si è offerto di ricostruire complessi turistici, in fretta. Sono atterrati con maestranze, macchinari, materiali e progetti, pronti ad operare come impresa di costruzioni autosufficiente. Alcuni hanno cominciato a costruire sui siti di alberghi distrutti, senza le normali formalità delle autorizzazioni urbanistiche ed edilizie.
Quando si è scoperto che alcuni di questi gruppi erano collegati alla criminalità organizzata, la ricostruzione è stata fermata. È questo il rischio nelle regioni devastate.
Poi c’è la questione delle risorse disponibili per ricostruire. Molta parte della Thailandia meridionale è in un boom edilizio. La pressione esistente riguardo alla disponibilità di materiali da costruzione è stata esasperata dai bisogni post-tsunami. Il governo thailandese dovrà legiferare a proposito dell’attività di ricostruzione ma, nel frattempo, deve essere attento a non danneggiare le economie più fragili, e località come Pattaya o Koa Samui, fatto che farebbe perdere turisti alla regione.
In definitiva, nell’evoluzione delle cose, saranno fede, paura e prudenza a guidare la ricostruzione, insieme alle questioni pratiche sulla proprietà della terra, e come è meglio ricostruire.
Nota: qui il testo originale al sito dell’australiano The Age (f.b.)
Titolo originale: Wal-Mart’s next battle: in the Big Apple – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
( Aggiornamento:Da quando è stata scritto questo articolo, i costruttori hanno abbandonato i progetti per realizzare un Wal-Mart sul sito di Queens. Ma Wal-Mart afferma di aver ancora nei piani un negozio a New York City, e che continuerà a cercare una nuova collocazione)
NEW YORK – Wal-Mart, dal negozietto di campagna che era, spera adesso di coronare il suo impero commerciale globale con la conquista dell’ancora intatta metropoli: New York City.
Anche se non c’è ancora un contratto formalizzato, la notizia che la discussa catena commerciale a bassi prezzi ha adocchiato uno spazio a Queens ha già provocato una tale reazione da far prevedere ad alcuni analisti la più grande e simbolica battaglia, fra il megastore e l’opposizione sindacale organizzata.
”Se c’è un posto nel paese dove la gente non lo tollererebbe [Wal-Mart] è una città come New York , col suo forte movimento di lavoratori” afferma Kate Bronfenbrenner, economista del lavoro alla Cornell University di Ithaca, N.Y. “La gente, lì, reagisce appena sente la puzza di certi topi”.
La battaglia della Grande Mela sarà anche il banco di prova per alcune nuove tattiche utilizzate dagli oppositori, da qui al Montana, per fare in modo che gli operatori big-box come Wal-Mart rispondano alle comunità del proprio operato. A partire dalla richiesta alle compagnie di provvedere all’assicurazione sanitaria, come proposto a New York; o stabilendo le cosiddette living wage laws, in corso di esame a Chicago; o infine contenendo le dimensioni dei negozi, come stanno tentando di fare alcune città del Vermont.
“Nell’ultimo anno è emersa una risposta di seconda generazione rispetto al settore dei big-box” dice Paul Sonn, professore associato al Brennan Center for Justice della New York University School of Law. “L’obiettivo è di mettere i contendenti sullo stesso piano, in modo tale che se Wal-Mart viene a New York, paghi gli stessi contributi di tutti gli altri operatori commerciali, come i supermercati”.
Wal-Mart e i suoi sostenitori affermano di offrire già ottimi livelli, pagando quasi il doppio del salario minimo e alcune assicurazioni sanitarie e dentistiche, oltre a un piano pensionistico di tipo 401(k) ai dipendenti che ne hanno diritto.
L’impresa ritiene di essere presa di mira dai sindacati per il fatto di essere il principale datore di lavoro a livello nazionale, con 1,2 milioni di dipendenti. Ed è orgogliosamente antisindacale, affermando che ciò consente di offrire alcuni vantaggi, come aiutare famiglie e comunità a risparmiare soldi, visto che i propri negozi aumentano la basi fiscale.
”Quello che c’è in gioco, qui, non è se l’uno o l’altro sindacato possa raccogliere le quote dei nostri lavoratori” afferma Daphne Moore, direttore per i community affairs alla sede centrale di Wal-Mart a Bentonville, Arkansas, “È se i consumatori possono scegliere dove fare acquisti”.
Ma gli oppositori sostengono che le paghe di Wal-Mart sono più basse di quelle degli altri commercianti, come grandi magazzini e supermercati. E aggiungono che sono le vertenze sindacali, a contestare casi di diritti negati, o lavoro minorile, paghe minime, assicurazioni sanitarie, a costare denaro ai contribuenti.
Alcuni studi mostrano che i dipendenti di Wal-Mart sono più propensi di altri lavoratori del commercio ad utilizzare i buoni pasto pubblici e il Medicaid negli stati che sostengono programmi di assistenza. Inoltre, si dice, Wal-Mart fa fallire le altre imprese commerciali, e sostituisce buoni posti di lavoro con impieghi malpagati, minando il tessuto stesso del ceto medio americano, a cui dice di rivolgersi.
“Quando Wal-Mart entra nelle zone urbane principali, l’opposizione è molto maggiore che nelle zone rurali, perché si va contro le associazioni dei commercianti, e molti singoli piccoli e attivi operatori” dice Ken Jacobs della University of California, Berkeley Center for Labor Research and Education.
A New York, il potente Central Labor Council, che rappresenta più di 400 gruppi sindacali nelle varie attività, ha già chiarita la propria opposizione all’arrivo di Wal-Mart. Il suo presidente Brian McLaughlin dice che Wal-Mart a Queens “sarebbe un disastro economico per tutta la nostra città”.
E ha parecchio sostegno anche da parte di ambienti esterni al sindacato. I piccoli commercianti nella zona di Rego Park [sito potenziale di Wal-Mart] come Sayed Afaq, proprietario di B&R Photo, Electronic and Wireless, temono che l’arrivo del megastore possa essere “il chiodo finale nella bara” per i negozi. I suoi affari si sono già dimezzati dopo la costruzione di un centro commerciale dall’altra parte della strada due anni fa.
”Lo sanno tutti che Wal-Mart è la compagnia più grossa del mondo, e ovviamente non possiamo competere in termini di prezzi” dice il signor Afaq. “Li abbiamo già ridotti, ma gli affitti aumentano. Credo davvero che se arrivasse Wal-Mart saremmo definitivamente finiti, più presto che tardi, visto che ora stiamo appena sopravvivendo”.
I sostenitori di Wal-Mart in città rispondono che New York non ha il medesimo livello di offerta commerciale delle città circostanti, in parte a causa delle restrizioni del piano regolatore, che rendono difficile costruire. Di conseguenza il gettito fiscale del commercio non è quello che si trova altrove, e Wal-Mart aiuterebbe ad ampliarlo. I sostenitori, anche se ammettono che alcune attività commerciali fallirebbero, non ritengono che la città nel suo complesso ne perderebbe molte.
”A New York City, ci sono piccole botteghe e negozi alimentari” dice Steven Malanga, ricercatore capo al Manhattan Institute, un think tank conservatore. “Non solo fanno prezzi alti per i consumatori, ma non offrono alcuna copertura per i propri dipendenti”.
Wal-Mart sostiene anche di aver parecchi clienti di New York, che semplicemente si spostano per fare acquisti. Anche se non esistono cifre esatte, si tratta di persone come Maria Torres e la sua famiglia, residenti di Queens. Vanno regolarmente in macchina fino al Wal-Mart in New Jersey per approfittare delle offerte, a gli piacerebbe risparmiarsi il viaggio.
”Ci comperiamo un sacco di cose” dice la signora Torres. “Sarebbe importante averne uno qui”.
Ma altri abitanti di Queens sono scettici. Come Maria Garcia, che non ha ancora deciso se essere favorevole al proposto Wal-Mart. “Mi piace molto per i prezzi, ma non mi piace perché trattano troppo con l’estero. Abbiamo tanta gente qui che ha bisogno di lavoro, e che potrebbe perderlo”.
Nota: qui il testo originale al sito del Christian Science Monitor. Per il caso citato del conflitto Vermont/Wal-Mart, anche Eddyburg aveva proposto tempo fa alcune note (f.b.)
[Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini. Per quanto riguarda le immagini, si vedano i riferimenti al link in fondo al testo (f.b.)]
I centri commerciali sono una minaccia per New York: prosciugano la vita dei quartieri attirando i clienti lontano dai negozi lungo la strada, spingono via gli abitanti da Manhattan, e si lasciano dietro una scia di leziose brutture affollate di abitanti suburbani in vacanza. Almeno, questa è l’opinione diffusa. Ma negli anni recenti, mentre compaiono nelle frequentate zone pedonali, da Union Square a Harlem, negozi big-box e luccicanti malls progettati e finanziati nel mercato rampante degli anni ’90, le paure di urbanisti e teorici si sono rivolte altrove. I costruttori e architetti di New York City hanno migliorato i vecchi modelli, per i nuovi malls urbani, e la rapida gentrification accelerata dagli sforzi del sindaco Giuliani per ripulire i quartieri, insieme allo sviluppo di politiche favorevoli alle nuove costruzioni dell’amministrazione Bloomberg, hanno incoraggiato l’assorbimento su vasta scala di questi nuovi centri commerciali. Se i malls urbani sono più convenienti per gli operatori e meglio connessi all’ambiente stradale, i più piccoli negozi tradizionali hanno cominciato a diventare sempre più omogenei, legati alle grandi catene, ovvero molto simili nell’organizzazione a un centro commerciale.
Quando furono aperti i primi centri commerciali a Manhattan negli anni ’80, urbanisti e teorici temevano che queste nuove megastrutture fossero l’avanguardia di una suburbanizzazione per New York. “Erano tutti inferociti quando Trump costruì il suo centro commerciale vent’anni fa, e adesso sembra quasi innocuo” commernta l’architetto e critico Michael Sorkin. “Sono piuttosto agnostico riguardo a questi nuovi interventi”. Altri critici sembrano meno incerti. In dicembre, una delle realizzazioni più note ( The Shops a Columbus Circle) ha vinto il riconoscimento della Municipal Art Society (MAS) 2003, MASterwork, per la progettazione urbana, come migliore spazio pubblico di proprietà privata. Rick Bell, direttore esecutivo dell’American Institute of Architects di New York e membro della giuria, afferma “Dopo l’11 settembre molti dei grandi atri pubblici della città sono stati chiusi ai pedoni per motivi di sicurezza. L’ingresso di The Shops è uno spazio interno/esterno con una vista spettacolare su Central Park, disponibile per tutti gli abitanti”.
I centri commerciali sono da sempre territorio della middle class, e nonostante i nuovi interventi a Manhattan vadano dal livello più basso a punte di lusso, rappresentano ancora un elemento “populista” nel panorama commerciale della città. “Politici e urbanisti di solito utilizzano i centri commerciali come esche per la middle class bianca, ma nel caso di Manhattan c’è stato un processo inverso”, dice Jeffrey Hardwick, l’autore di Mall Maker: Victor Gruen, Architect of an American Dream (University of Pennsylvania Press, 2004). “La middle class è tornata a Manhattan e i centri commerciali l’hanno seguita”.
Qualcuno dice che il relativo silenzio di chi odia i centri commerciali è il risultato di una maturazione degli operatori di edilizia commerciale. “Costruttori e commercianti sono diventati più abili nell’intervenire a Manhattan” sostiene Peter Slatin, che ha creato il sito di notizie immobiliari The Slatin Report. “Lavorano in collaborazione per realizzare centri integrati verticali”.
Cercando di ridefinire la tipologia del mall in senso urbano, i costruttori oggi hanno cominciato eliminando proprio il nome. I primi centri commerciali, come il Manhattan Mall, inaugurato nel 1989 all’angolo fra la Sixth Avenue e la Trentatreesima Strada, erano ancora legati a denominazioni e tipi di progetto standardizzati. L’organizzazione tutta rivolta all’interno e i particolari dozzinali li qualificavano per quello che erano. “Quei centri commerciali non sono mai entrati in sintonia con gli abitanti di New York” prosegue Bell, il direttore dell’AIA. I costruttori di oggi evitano di trasmettere quell’immagine negativa, inventandosi un nuovo gergo, che parla di “ambiente commerciale verticale”, l’etichetta preferita da The Related Companies e Apollo Real Estate Advisors’ per il loro progetto commerciale a Columbus Circle.
Storicamente, è stato sinora impossibile far funzionare il commercio in senso verticale in una città dove ci sono costi dei terreni troppo alti per consentire fattibilità finanziaria al classico modello di centro commerciale su due livelli. Per attirare clienti ai piani più alti, architetti e costruttori hanno migliorato i rapporti con l’ambiente circostante del quartiere, con progetti ricchi di trasparenze e rivolti verso l’esterno.
Harlem USA, l’insediamento commerciale all’angolo fra la 125° Strada e Frederick Douglass Boulevard inaugurato nel 2001, è dichiaratamente lontano dal classico mall suburbano rovesciato su se stesso, nello stile inventato dall’architetto viennese Victor Gruen nel suo prototipo di centro commerciale del 1956 al Southdale Center di Edina, Minnesota. Al Southdale, Gruen separava totalmente i negozi dalla strada, assumendo un controllo totale sull’ambiente commerciale. Quando è stato commissionato allo studio Skidmore Owings & Merril dalla Grid Properties il progetto per Harlem USA, il gruppo di lavoro si è concentrato sul ribaltamento del modello Gruen. “Abbiamo creato l’ anti-mall” afferma Mustafa Abadan, direttore del progetto per SOM. “Le radici del commercio a New York sono al livello strada, e l’idea è stata quella di utilizzare quell’energia, progettando lo spazio orientato all’esterno”. Lo studio SOM ha anche eliminato la circolazione interna. I piani superiori dei singoli negozi sono raggiungibili soltanto attraverso scale mobili interne agli stessi negozi, e l’atrio del cinema al terzo piano, accessibile da un ingresso indipendente al livello strada, si affacca sull’esterno. “Anche se i negozi sono più grandi, mantengono essenzialmente la tipologia delle strade di New York” dice Abadan.
Harlem USA si è attirato molti più commenti negativi da parte della stampa, di quanto non sia successo agli Shops, a causa della sua collocazione in un quartiere storico. I negozianti della zona sostengono che le grandi catene di distribuzione hanno tolto lavoro ai negozi a gestione familiare [ mom-and-pops], e che l’atmosfera generale del quartiere ne soffre. Altri vedono nel nuovo insediamento un importante passo in avanti nel rinascimento economico di Harlem. “ Harlem USA ha portato in zona clienti che altrimenti sarebbero andati a far compere sulla Trentaquattresima o a Downtown” sostiene Abadan.
Anche l’insediamento commerciale della Vornado Realty Trust al’angolo sud-occidentale di Union Square usa le trasparenze per adescare clienti. “A Manhattan si vive lo shopping come uno sport” racconta JJ Falk, responsabile dello studio JJ Falk Design, che ha progettato Filene’s Basement, DSW Shoe Warehouse, e il sistema interno del complesso della Vornado per Union Square. “È come entrare in un museo: se alla gente piace quel che vede, ci staranno più a lungo”. Una “torre” di vetro per la circolazione pedonale è pensata per attirare il movimento dalla strada a partire dal nodo di trasporti di Union Square, e Falk ha sistemato le scale mobili nel grande movimento dei tre piani di Filene’s Basement con pareti a vetro su tutta l’altezza che guardano Union Square. “È come stare nel parco” dice Falk.
DSW e Filene’s hanno aperto i loro punti vendita a Union Square in ottobre e si prevede l’inaugurazione di un Whole Foods Market più avanti quest’anno. Nonostante non siano disponibili dati sulle vendite, Falk dichiara che l’intero costo di costruzione del complesso sarà recuperato entro sei mesi, se le cose continuano così.
I legami col quartiere sono stati importanti anche nel caso del progetto The Shops a Columbus Circle. “È stato innanzitutto un problema di creare ampi spazi di passaggio pedonale, a collegamento con la città” afferma Howard Elkus, socio di Elkus/Manfredi, lo studio di Boston specializzato in architetture commerciali che ha progettato gli Shops. Il disegno intreccia lo spazio del complesso commerciale con il tessuto urbano, attraverso due assi di circolazione, uno che curva seguendo la linea di Columbus Circle, l’altro su dalla Cinquantanovesima a una “ great room” su cinque piani. Il confine ridotto al minimo fra complesso commerciale e strada, è sottolineato dal progetto dello studio James Carpenter Design Associate per la facciata dell’ingresso, una parete di vetro e cavi larga 25 e alta 45 metri, che vanta il record mondiale di dimensioni per strutture di questo tipo.
Oltre l’enfasi sulla trasparenza, Related e Apollo contano sulla posizione dei 36.000 metri quadri di Shops, nel cuore dei 280.000 di funzioni varie del Time Warner Center (progettato da Skidmore, Owings & Merrill) per compensare gli enormi costi di costruzione a New York (il Time Warner Center è costato un totale di 1,7 miliardi di dollari) e giustificare gli astronomici affitti annuali delle principali superfici commerciali (da 3.000 a 4.000 dollari al metro quadro). Il classico modello basato su un anchor store è stato sostituito con residenze di lusso, spazi per uffici di rappresentanza, cinque ristoranti di alto livello, e una sala da concerti per il jazz al Lincoln Center (progettata dalla Rafael Viñoly Architects). The Shops dunque ha buone possibilità di diventare luogo frequentato da clienti che vengono sia da New York che da molto più lontano.
In più, l’insieme commerciale di alto profilo del complesso è adatto sia a clienti dello Upper West Side che se ne tornano a casa dal lavoro, sia per i turisti nel loro giro da Times Square al Central Park. Una delle grosse attrazioni è Whole Foods Market, su 6.000 metri quadrati nel seminterrato. Anche se qualcuno si lamenta per i prezzi elevati degli alimentari, i più l’hanno visto come una benedizione. “Le città non hanno bisogno dei malls a far da luoghi di incontro, come nei suburbi, ma quando ci si trovano le cose che piacciono alla gente (e a New York si comincia dal cibo) c’è un maggior potenziale di riuscita” dice Bell.
Questo tentativo di attirare visitatori con grossi insediamenti a funzioni miste si avvicina ai sogni utopici dei primi progettisti di centri commerciali, come Gruen. “A Southdale, Gruen aveva progettato appartamenti, un parco, un centro medico, anche scuole, oltre al mall. Sembrava un progetto di Le Corbusier con torri e spazi verdi” dice Hardwick. La fantasia suburbana di Gruen fu cancellata da mancanza di risorse, un elemento che lo stesso progettista spesso indicava come causa della crisi della propria visione.
Il problema, ora, è se l’inserimento di residenza, cultura, e altri elementi graditi possa funzionare come pensato. “Non è chiaro se pagherà davvero, o se sia soltanto un elemento di tipo promozionale” sostiene Hardwick. All’avvicinarsi del suo primo anno di attività, The Shops offre cifre promettenti, con vendite maggiori di quelle previste, e il 99% dei suoi oltre 34.000 metri quadrati occupati.
Se i centri commerciali si adattano e abbracciano la vita urbana, gli urbanisti sembrano preoccuparsi per quanto la storica e docente di Harvard Margaret Crawford ha definito “ spontaneous malling”, il processo secondo il quale uno spazio urbano inizia ad assumere tutte le qualità di un complesso commerciale anche senza l’intervento degli operatori. “A questo punto, il tratto di Broadway a SoHo è di fatto e totalmente un mall” osserva Crawford, che ha scritto il saggio The World in a Shopping Mall, nella famosa raccolta curata da Sorkin, Variations on a Theme Park (Noonday Press, 1992). Broadway, su cui si allineavano boutiques alternative e gallerie d’arte, ora è piena di negozi di grandi catene come Old Navy, Crate & Barrel, o Sephora: gli stessi marchi dei centri commerciali suburbani. “La centrocommercializzazione spontanea è un fenomeno sempre più frequente, e le città la considerano anche desiderabile visto che attira clienti suburbani, in questo caso dal New Jersey”.
I colpevoli di questo emergente fenomeno “ street-as-mall” a New Tork sono spesso i Business Improvement Districts (BIDs). Coordinado i sistemi delle insegne, l’arredo urbano, la segnaletica, o addirittura le uniformi degli spazzini, i BIDs spesso inducono consizioni di simil-centro commerciale. Osserva Slatin, “È un continuo tira-e-molla su quanto omogeneizzare un quartiere o lasciare il caos. C’è valore nell’ordine, sopratutto in termini di sicurezza e comodità per i turisti, ma al tempo stesso la città ha un modo proprio di organizzarsi”.
Manhattan è riuscita a rimodellare i malls a propria immagine, mentre le caratteristiche intime del mall si insinuavano in silenzio nel suo tessuto. “Ci sono sempre allarmi di crisi, sul fatto che il centro commerciale sta uccidendo qualcosa, o che sta scomparendo” conclude Hardwick. “La cosa sorprendente è quanto la sua forma appaia flessibile, oggi”. Anche in una città dalla cultura commerciale tanto vivace, il mall ha trovato modi di penetrazione. Il risultato per Manhattan sono due varianti sorprendentemente simili: il centro commerciale come città, e la città come centro commerciale.
Nota: qui il link al testo originale sul sito dello Architect’s Newspaper; riguardo ai temi toccati in questo articolo, Eddyburg ha già proposto a suo tempo articoli sull’opera di Victor Gruen e sull’organizzazione del Business Improvement Districts, disponibili in questa stessa sezione (f.b.)
Titolo originale (con rima che si perde nella traduzione): Dubai reaches for the sky – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
“La Storia che sale” è lo slogan del gigantesco progetto di costruzione avviato lo scorso anno dal padrone di Dubai, sceicco Muhammad al-Maktoum.
Ora è arrivato allo stadio delle fondamenta, profonde 50 metri, di quello che dovrà essere l’edificio più alto del mondo: la Torre di Dubai.
I modelli danno un’idea dell’altezza
La torre di acciaio argentato, la cui altezza resta segreta, è il simbolo scintillante della nuova sicurezza nel boom di Dubai.
L’architetto di Chicago Adrian Smith, che ha progettato l’edificio, dice che ha tentato di superare la distanza fra la tradizione islamica e l’ultramoderna architettura occidentale.
”Le spirali si presentano in molti modi, nell’architettura islamica” racconta.
”La torre sale per gradi in un percorso a spirale. Nell’architettura islamica, questo simbolizza l’ascesa verso il paradiso”.
Un modello in mostra nel bel mezzo del polveroso cantiere da 120 ettari nel deserto, mostra come apparirà la metropoli, completa di lago artificiale.
In mezzo, la torre d’argento sembra un gigantesca freccia a mezza strada per il cielo.
”Sa, l’altezza esatta è un segreto” dice Smith. “Ma sarà parecchio sopra l’edificio più alto, di almeno 600 metri”.
Un record che duri
Le nazioni competono da molto tempo per ospitare l’edificio più alto.
Quello attuale è Taipei 101, Taiwan, di 509 metri, ma la sua gloria sta per essere eclissata dalla terraferma cinese.
Lo sceicco Muhammad, proprietario dei cavalli più veloci del mondo e dei più grossi jet privati, non vuole essere battuto tanto facilmente, e Adrian Smith è determinato a stabilire un record che duri davvero.
”Il nostro piano panoramico sarà il più alto del mondo. C’è un ascensore senza fermate dal pianterreno al 124°. L’intero edificio ha 154 piani.
Ai futuri abitanti si promette una “vita in cielo” di lusso all’avanguardia, con manghi freschi a colazione.
Nodo internazionale
Il livello terreno della Torre di Dubai, conosciuto col nome arabo di Burj Dubai, h ala forma del fiore hymenocallis, un loto bianco originario del deserto d’Arabia.
L’unica cosa che ricorda il fatto che Dubai è un paese islamico, sono le piscine separate per le abitanti donne.
Migliaia di muratori, soprattutto asiatici, lavorano senza pause giorno e notte per realizzare l’ambiziosa visione dello sceicco Muhammad, della sua città capitale mondiale entro il 2010.
Il cyber-sceicco, come lo chiama qualcuno, è ben consapevole che le sue risorse di petrolio sono limitate.
Le nuove risorse della ricchezza di Dubai, così, saranno turismo, finanza, informazione e comunicazione.
Torre di Babele?
Alcuni critici dicono che Dubai – due generazioni fa un primitivo avamposto nel deserto – si sta muovendo troppo in fretta. Non sarà, ci si chiede, la Torre di Dubai una nuova Torre di Babele?
Ma con più dell’80% della popolazione dell’emirato che viene dall’estero, Dubai è già in qualche modo una Babele. E una volta completato, il grattacielo da 900 milioni di dollari coi suoi 3.000 abitanti sarà un grande simbolo.
Questo significa che potrà diventare obiettivo dei terroristi? Mr. Smith preferisce pensare di no.
”Il messaggio di Burj Dubai è di speranza e ottimismo. Credo che non dovremmo aver paura della vita. Altrimenti, che c’è di buono?”.
Un punto di vista condiviso dallo stesso sceicco Muhammad, che arriva in macchina al cantiere lungo la Sheikh Zayed Road.
”Mi piacciono le sfide” dichiara alla BBC. “Se vedo qualcosa di impossibile, voglio farla diventare possibile”.
”Dobbiamo avvicinarci al futuro, non aspettare che il futuro venga a noi”.
Nota: per apprezzare altre massime di “saggezza” dello sceicco, e capire meglio i restroscena del suo piano di modernizzazione di Dubai, su Eddyburg un articolo di Mike Davis ; qui il testo originale sul sito BBC World News (f.b.)
Titolo originale: More Londoners Ride Bikes to Work – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
LONDRA – I londinesi salgono sempre più numerosi in sella a biciclette e scooters, scegliendo di affrontare audacemente il groviglio del traffico armati di solo casco, anziché prendere la metropolitana o gli autobus, dopo le due serie di attentati.
Attraversare Londra su due ruote non è cosa per deboli di cuore: gli autobus che sovrastano, i taxi che tagliano la strada. Dunque l’aumento nelle vendite di biciclette e scooter – oltre alla quantità di persone che ha iniziato ad andare al lavoro a piedi – può essere un segno di quanto gravemente la capitale britannica sia stata scossa dalle esplosioni sulla rete del trasporto pubblico.
I commercianti del settore calcolano un incremento di quasi il 400% nelle vendite il 7 luglio, giorno dei primi attentati, come riferisce la Association of Cycle Traders. “A partire da quel momento, diciamo che realisticamente si può parlare di un probabile incremento fra il 40% e il 100%” dice Mark Brown, direttore dell’associazione.
Alcuni pendolari affermano di aver iniziato ad usare biciclette e scooters per paura, mentre altri parlano di una soluzione pratica, in una città sottoposta a ripetuti blocchi dopo che la prima ondata di attentati ha ucciso 56 persone.
”Ho usato il Tube per tutta la vita, senza pensarci” dice Harold Williams, trentaseienne che sta comprando una bicicletta venerdì. “Non mi piace nemmeno, andare in bici! Ma non saprei cos’altro fare”.
L’aumento dei ciclisti per le strade dopo il 7 luglio ha stipato le piste ciclabili, con quelli più esperti – come i fattorini – a sorpassare i novellini che frenano ad ogni minimo segnale di pericolo.
Da Evans Cycles in centro, il vicedirettore del negozio Mark Marshall dice di aver venduto 16 biciclette, il 7 luglio, quattro volte la quantità di un giorno normale. Le vendite sono risalite di nuovo giovedì, dopo la seconda ondata di attacchi.
Scooter World nella zona ovest della città vendeva cinque moto al giorno, più del normale, prima di esaurire le scorte dopo le esplosioni di giovedì: è la prima volta che il negozio resta senza scorte dall’apertura nel 2004.
”C’è gente di tutti i tipi che entra: studenti, giovani mamme con bambini, uomini d’affari. Un po’ di tutto” dice il commesso Mark Dawson.
La scelta della bici o dello scooter non è a buon mercato. I prezzi base sono di circa 350 dollari per una bicicletta, e casco, fanali e lucchetto si pagano a parte. Uno scooter in media costa più di 3.000 dollari.
Da Condor Cycles su Grey’s Inn Road, in un quartiere dominato da uffici legali, i clienti spendono da 525 a 700 dollari per una bicicletta, dice il direttore del negozio Greg Needham.
”Ci sono anche servizi in offerta: la gente viene a portarci bici che non ha usato per un po’, e le vuole rimettere in strada” dice.
Fuori da negozio, Harold Ayers guarda la vetrina soppesando le varie possibilità.
”Credoc he questi attentati ... possano essere una buona opportunità. Mia moglie insiste da tempo perché mi metta in forma” dice il trentaduenne professionista toccandosi la pancia.
Ma non tutti sono tanto entusiasti.
All’angolo della vicina Holborn Road, un fattorino in bici dice che i nuovi venuti sono “degli idioti ... non sono capaci di andare in giro”. Il semaforo scatta sul verde e lui se ne va, prima di dirmi come si chiama.
Nota: il testo originale sul sito di Yahoo News (f.b.)
Non è più così emozionante far volare aquiloni in piazza Tian An Men. Lo era fino a qualche anno fa, in un cielo alto e limpido, di un azzurro intenso, quasi da altopiano tibetano. Ora il cielo di Pechino è sempre grigio e basso, calato come una cappa sull'enorme piazza. È colpa dell'inquinamento, frutto a sua volta dei profondi cambiamenti che hanno investito la città in questi ultimi decenni, in questi ultimissimi anni. Chi oggi arriva per la prima volta, perso tra enormi palazzi in vetro, strade a scorrimento veloce, sopraelevate, cinque anelli viarii, non riesce a immaginare che cosa fosse questa capitale ancora qualche anno fa. Zhang Kaiji, architetto in età, ricorda con nostalgia il vecchio profilo pechinese: una città tutta orizzontale dove il grigio uniforme delle abitazioni piano terra era spezzato dai colori e dall'altezza del complesso imperiale, dalle varie torri, dalla pagoda bianca. Ora questa armonia è stata cancellata dai grandi palazzi (non ancora grattacieli) che hanno coperto la vista degli antichi gioielli architettonici.
Non è che in Occidente ci si possa meravigliare più di tanto per questa opera di demolizione. A Roma la nascita del Vittoriano a piazza Venezia, ai primi del novecento, costò la distruzione o lo stravolgimento di una parte importante della vecchia città papale. La Parigi del barone Hausmann è sorta, nella seconda metà dell'Ottocento, dalla demolizione dei quartieri medievali. La differenza sta tutta nella dimensione del fenomeno: della vecchia Pechino non è rimasto più niente e tutto si è svolto di corsa. Eppure la Cina è il paese che sempre vanta i suoi cinquemila anni di civiltà. Ma è anche il Paese nel quale ogni passaggio di dinastia si è accompagnato alla distruzione dei simboli materiali di quelli usciti di scena. E così oggi si può vedere nella cancellazione della vecchia Pechino, dei suoi hutong ( i vicoletti medievali), delle sue pagode e dei suoi archi in legno, il segno di un superamento ormai completamente realizzato e irreversibile del patrimonio maoista del Paese. Può pure restare il ritratto di Mao sul rostro della Città proibita, può anche restare il mausoleo di Mao al centro della piazza Tian An Men: sono simboli che non hanno più alcuna sostanza. La sostanza vera è quello che è nato intorno. E dice che il passato rivoluzionario è un fardello, il nazionalismo autarchico è sbagliato, l'imperialismo non è più «una tigre di carta», l'egualitarismo non è segno di virtù sociale, è solo umiliante.
Tutto è avvenuto di gran corsa. Yiang Pin è un ex giornalista che ora si occupa di una ong che gode anche di finanziamenti italiani ed è impegnata nel progetto di rimboschimento dell'area al confine con la Mongolia interna in modo di evitare a Pechino le tempeste di sabbia e di polvere che l'affliggono, ancor più dalla seconda metà dello scorso decennio, due o tre volte all'anno. Yiang Pin è stato a Roma e così commenta la sua visita: «Ho visto che voi proteggete le facciate dei vecchi palazzi e ristrutturate solo gli interni. Noi abbiamo fretta, non possiamo perdere tanto tempo, preferiamo abbattere tutto e ricostruire interamente di nuovo». Mostra di non capire che una cosa è un antico palazzo romano e un'altra cosa è un cortile di un hutong pechinese. Ma la sua è una frase molto illuminante. La fine del maoismo residenziale è stata gestita attraverso una sfrenata privatizzazione. Il suolo pubblico è stato concesso a società immobiliari che hanno delineato in prima persona la nuova faccia urbanistica di Pechino ( a Shanghai i risultati sono stati più affascinanti).
Le nuove ricchezze private hanno al novanta per cento origine nella frenesia edilizia che corre per la intera Cina. E a Pechino innanzitutto: di nuovo la capitale sta vivendo una fase di grande effervescenza. Sono all'opera due occasioni di grandi stravolgimenti: le Olimpiadi del 2008, il piano urbanistico per il 2020. In vista della prima scadenza, sono state fatte scelte radicali. Il grande complesso siderurgico, che ha occupato anche centomila persone garantendo loro casa e ospedale, scuole per i figli e la banca per il risparmio, verrà trasferito nella lontanissima periferia e se non ce la si farà per il 2008, allora l'attività produttiva sarà sospesa. Il costo previsto è di 50 miliardi di yuan ( servono dieci yuan per un euro). Per garantire la migliore copertura possibile dei giochi si sta costruendo (costo 900 milioni di yuan) una nuova stazione radiotelevisiva, nella zona orientale della città: il complesso, al cui interno sorgerà anche un albergo a cinque stelle, avrà la sagoma della «Grande Arche» parigina. Sono stati avviati i lavori per nuove strade a scorrimento veloce ed è prossima l'apertura del sesto anello, a valorizzare ancora di più la parte nord della città. Si spera che da questo fluire di soldi verrà un grande impulso al consumo privato e quindi all'economia della città (del resto non in cattiva salute).
Naturalmente il controllo dei giochi olimpici è saldamente nelle mani del partito comunista: il presidente dell'apposito comitato è il segretario del partito di Pechino, primo vicepresidente è la signora Chen Zhili, una dirigente che ha percorso la sua carriera politica a Shanghai prima di approdare nella capitale nell'entourage dell'ex primo ministro Zhu Rongji. Sarà il sindaco della città il responsabile della gestione operativa del tutto, aiutato da Deng Pufang, figlio di Deng Xiaoping. La riuscita della scommessa è fortemente sentita dalla dirigenza del paese, una questione di vita o di morte.
È ovvio che i giochi condizionino al massimo la definizione della Pechino da qui al 2020. E quale sarà la nuova capitale? I cinesi amano molto darsi degli ampi orizzonti strategici e così attraverso tre tappe temporali hanno fissato al 2050 l'anno nel quale la capitale potrà fregiarsi del pieno inserimento nell'elenco delle grandi e moderne città del mondo, ricca di uno sviluppo che ha saputo «armonizzare economia, benessere sociale, rispetto per l'ambiente». Si vedrà.
Nel frattempo, il plastico esposto al pubblico nell'appena ristrutturato museo della pianificazione urbana, a pochi passi dalla Tian An Men, ci racconta che cosa viene previsto da qui al 2020. Sono interessanti due dati. Il primo: oggi gli abitanti di Pechino sono poco più di 14 milioni; tra quindici anni non dovranno essere più di diciotto. Di questi ultimi, tredici milioni e mezzo saranno «residenti permanenti», il resto costituirà la massa di pendolari. Con quanti e quali problemi per la gestione del rapporto tra i servizi della città e questa folla di arrivi giornalieri è facile immaginare. Saranno cinque milioni le auto un circolazione mentre oggi sono due milioni e trecentomila, con spaventosi effetti sul tasso di inquinamento e sul traffico, dal quale sono quasi completamente scomparse le mitiche biciclette. L'altro dato interessante è la previsione più propriamente di pianificazione urbanistica. Oggi Pechino è strutturata con due assi viarii centrali, nord-sud, est-ovest e cinque anelli di scorrimento viario, che hanno permesso l'estensione della città a cerchi concentrici. Pare che questa struttura non venga sostanzialmente messa in discussione anche se per il 2020 si progetta la creazione di undici «città satellite» verso ovest e verso est, con l'obiettivo di allentare la pressione sulla parte centrale della estesa capitale. Questa soluzione non è che trovi tutti d'accordo. Fortemente critico è il professor Jiang Je, docente di urbanistica alla Qinghua e buon conoscitore di Roma che ha visitato varie volte grazie agli accordi tra la sua facoltà e quella di architettura della Sapienza.
Dice di sapere benissimo che Pechino ha bisogno di spazio, ma ritiene che la soluzione del «satellite» sia una banale imitazione di esperienze occidentali, poco adatte alle esigenze cinesi, segnate da una popolazione di un miliardo e quasi trecento milioni e da una penalizzante scarsità di terra utile. Critica anche l'assenza di chiarezza sui collegamenti che, per evitare ancor più devastanti paralisi del traffico, dovranno pur esserci tra le varie città satelliti e tra loro e il resto della rete viaria della regione. Jiang Je propende per la nascita di città di medie dimensioni, che siano del tutto indipendenti e autonome in termini di servizi, attività produttive, istruzione e cultura, e tali dunque da non aggravare la già insostenibile congestione della capitale. Ma sa anche che l'accentramento urbanistico è funzionale alla centralizzazione del potere politico. Ed è questo, dice, che non si intende mettere in discussione. Difficile dire se l' ipotesi prospettata dal docente di Qinghua sia realistica o efficace.
Sta di fatto però che il tema della pianificazione urbanistica oggi in Cina occupa uno spazio importantissimo perché è legato, più ancora che in Occidente, a dinamiche sociali che possono anche diventare pericolose. Si è visto nel 2003 in occasione della epidemia Sars quanto fosse difficile gestire la massa dei pendolari e garantire la loro sicurezza e quella dei residenti. La deflagrazione urbanistica ha portato alla luce, creato, consolidato, una nuova mappa sociale di Pechino, una città ormai piena di disuguaglianze come qualsiasi altra grande città del mondo. Nell'area nord, oltre il grande tempio dei Lama, sono sorti i quartieri residenziali per ricchi, con parchi, ville recintate, guardie che impediscono l'ingresso agli estranei. Sempre a nord, spostandosi in direzione della Grande muraglia, sono sorti insediamenti di avanguardia, frutto della sperimentazione di giovani architetti venuti da Hong Kong. Nella zona sud invece sono nati in questi anni i palazzi popolari per operai o impiegati di basso reddito; e ancora più a sud, verso le aree interne, la città ha sconfinato nei villaggi di campagna, le case contadine sono state occupate e riattate dagli emigrati arrivati dalle lontane province meridionali, innanzitutto dallo Zhejiang, nuovi palazzi sono stati tirati su alla buona : sono luoghi di una bruttezza angosciante, degradati, privi di molti dei servizi essenziali. L'altra faccia del boom.
Da qui al 2020 Pechino ha un altro obiettivo ambizioso: trasformare radicalmente la sua economia lasciando che siano il terziario e i servizi a garantire il 70% del prodotto interno lordo e del reddito individuale ( 10 mila dollari all'anno a persona, non proprio la cifra che possa far gridare al miracolo consumistico, come stiamo facendo in occidente).
A guardare il plastico del nuovo piano urbanistico e a leggere le schede presentate dai vari distretti ( l'equivalente dei nostri consigli municipali, anche se molto più consistenti demograficamente) si vede che è già in atto la corsa ad accaparrarsi attività terziarie, centri di ricerca, istituti di alta specializzazione, laboratori farmaceutici, con una apertura molto più decisa ed estesa al capitale straniero. E dunque se la nuova Pechino dello stravolgimento urbanistico aveva sanzionato la fine del maoismo, la Pechino dei servizi sanzionerà la fine del denghismo, centrato sulla filosofia del produttivismo dell' industria manifatturiera.
Altre notizie sulle grandi trasformazioni urbane di Pechino, al sito (in inglese) della Commissione Municipale per l'Urbanistica
Titolo originale [sezione inglese]: Hamburg's Harbor of Hope – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Su un’isola occupata per anni da vecchi spazi a depositi e edifici a magazzini, la città di Amburgo sta iniziando uno dei progetti di ristrutturazione urbanistica più importanti d’Europa degli ultimi anni.
Negli anni a venire, dalle rive dell’Elba sorgerà HafenCity, offrendo alla città una rara occasione per ridefinire il centro e – sperano i funzionari – metterla alla pari con metropoli europee quali Barcellona o Londra.
”Rispetto ad altre città europee, la gente ha solo una vaga idea di cosa sia Amburgo” dice Jürgen Bruns-Berentelg, a capo della agenzia pubblica responsabile del progetto.
”È l’occasione per costruire un centro città completamente nuovo”.
L’idea è quella di seguire il percorso positivo della ristrutturazione dei waterfronts a Londra nei docklands e a Amsterdam nel porto orientale. La riorganizzazione dei trasporti navali negli anni recenti, verso la containerizzazione, ha cambiato l’uso degli spazi a terra nei porti, lasciando grandi fasce di ex approdi disponibili per l’urbanizzazione.
Edifici in vetro e un capolavoro
Le autorità portuali di Amburgo nel 1997 cedettero un’isola a forma di chiave inglese sull’Elba, poco fuori dal centro tradizionale della città, in cambio di spazio per containers sull’altro lato del canale. Negli scorsi due anni, nei vecchi cantieri navali sono iniziati a crescere edifici moderni di acciaio e vetro, a pochi isolati di distanza dai magazzini in mattoni scuri del XIX e primo XX secolo, ancora occupati da mercanti di tappeti orientali.
Ciascun nuovo edificio è realizzato da un diverso investitore, progettato da un diverso architetto: chi pianifica HafenCity non vuole che il destino del progetto dipenda troppo da una manciata di imprese o investitori immobiliari. Bruns-Berentelg sostiene che questa strategia proteggerà la zona nei momenti di incertezza economica, assicurando “che ogni parte di Hafencity abbia un’identità diversa”.
Oltre ad attività economiche, residenza e spazi commerciali, Bruns-Berentelg dice che si realizzeranno anche una scuola, un museo scientifico marittimo e un acquario. Il gioiello di tutto il progetto è una ambiziosa sala concerti con albergo di lusso e complesso residenziale, progettati dalle star dell’architettura Herzog e de Meuron. Se gli uffici della municipalità di Amburgo daranno la propria approvazione in giugno, l’edificio sarà alto 37 metri nell’aria, sopra un tradizionale complesso a magazzini.
”Sarà un fabbricato moderno, costruito sulla base della Amburgo passata” osserva Bruns-Berentelg.
Ci vuole tempo
Al momento, HafenCity non è molto più di una promessa di cose che verranno. I costruttori sono impegnati a sollevare il livello stradale da 4,5 metri sul livello del mare a 7,5 per proteggersi da allagamenti.
Le carte mostrano edifici progettati al computer in dettagli sorprendenti, ma solo un quarto del piano sarà realizzato entro il 2007. Il passo moderato di realizzazione è una strategia intelligente, dice Dieter Läpple, professore di edilizia al Politecnico di Amburgo-Harburg.
”Il grosso vantaggio è la flessibilità. Si costruisce per fasi, così che si possa imparare dagli errori”, sostiene Läpple, che in un promo tempo si era opposto al progetto.
HafenCity ha già iniziato a imparare dagli altri. Anziché concentrarsi sui soli spazi per uffici, come nei Docklands, o sulla residenza, come nel riuso del porto orientale di Amsterdam, i progettisti hanno optato per un modello a funzioni miste.
Il piano è molto migliorato rispetto alla concezione originaria, dice Läpple. In un promo tempo, si era concepito il quartiere con in mente solo giovani coppie e singles, una cosa che secondo Bruns-Berentelg non avrebbe mai realizzato il pieno potenziale di un nuovo centro città.
Un nuovo tipo di abitante
A differenza della Potsdamer Platz di Berlino, al cui progetto ha collaborato, Bruns-Berentelg non considera Hafencity una residenza temporanea per il jet-set internazionale. L’idea qui è di attirare gli abitanti dalla città e dai sobborghi, per conferire vita anche di sera.
”Dobbiamo in pratica scoprire un tipo nuovo di abitante”. Bisogna avere uno spirito un po’ pioniere per vivere qui. È un po’ rustico, il vento punge”.
Niente che sembri preoccupare Claus e Monika Andresen. La coppia viveva in una casa vicino a un lago nell’interno, prima di decidere di cercare qualcosa in città. Sono venuti a Hafencity la scorsa estate, e dopo qualche mese hanno comperato un appartamento da 104 metri quadrati.
”Se vuoi avere un rapporto con l’acqua, che è uno dei grandi motivi di fascino di Amburgo, senza lasciare la città, qui è perfetto”, dice Claus Andresen, il cui ufficio all’agenzia di accoglienza e vendite iSe si può raggiungere a piedi.
Questioni aperte
La maggior parte dei 130 appartamenti terminati sono stati venduti e sono occupati, dicono i rappresentanti di Hafencity. Altri 650 saranno realizzati nel prossimo anno. A progetto completato, saranno 5.500.
”È un tipo di vita fantastica, qui” dice Monika Andresen, che dirige l’ufficio pubblicità di uno dei principali giornali domenicali tedeschi. “Contemporaneamente, è un grosso investimento per il futuro”.
Gli ideatori di Hafencity sinora hanno trovato più di 150 investitori nel progetto, ma non tutti gli edifici hanno iniziato i lavori. Ci sono ancora questioni aperte, su quando e come saranno costruite le necessarie infrastrutture di trasporto. Al momento, c’è un autobus che serpeggia attorno all’isola. Entro il 2012, sarà realizzata una nuova linea di metropolitana.
”Ci sono ancora da risolvere problemi strutturali” dice Läpple.
Ma anche chi prima era scettico inizia a vedere l’oro che luccica in questo progetto, sempre che sia estratto in modo corretto.
”È l’occasione di una vita per correggere le carenze del centro città, dove resiste una solida monocoltura. Non è un centro vitale, come Vienna o Parigi” sostiene Läpple. “Hafencity potrà dare un nuovo impulso all’intero centro”.
Nota: qui al sito di Deutsche Welleil testo originale (f.b.)
Titolo originale: Chicago's Magic Kingdom - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il grande parco urbano è un’invenzione americana del XIX secolo. È improbabile che si costruiscano ancora cose ambizione come il Central Park di New York, il Golden Gate Park a San Francisco, o la Emerald Necklace di Boston. Semplicemente, lo spazio costa troppo e le città sono troppo povere: il solo mantenere i parchi che hanno ereditato mette a dura prova i bilanci. Ma in ogni caso, nonostante la loro popolarità, i parchi urbani con le panchine di ghisa antiquate e i sentieri tortuosi sono un ritorno a tempi più educati e riflessivi. Oggi, costruiamo parchi a tema, non parchi urbani.
A Chicago, evidentemente, non sono d’accordo. La città ha appena speso quasi mezzo milione di dollari per il Millennium Park, che ha aperto lo scorso luglio. Nei primi sei mesi, questo spazio verde in centro a attirato più di 1,5 milioni di visitatori. È un numero impressionante, se si considera che il parco è di soli 10 ettari: il Central Park ha 20 milioni di visitatori l’anno, ma copre più di 320 ettari. Calcolando in termini di visitatori/ettaro, il Millennium Park deve essere il parco più popolare del paese.
Questo nuovo spazio di Chicago può non essere vasto, ma è affollato di attrazioni. La più visibile è un padiglione per orchestra con un vasto prato (chiamato inevitabilmente Great Lawn) che insieme possono contenere 11.000 persone. In più, ci sono fontane, sculture, un ampio giardino, una stazione per biciclette, un teatro per musica e danza con 1.500 posti a sedere. Il tutto costruito sopra un parcheggio su tre livelli e i binari della ferrovia.
Nel corso di una recente visita, mi è venuto in mente che in molti modi il Millennium Park è un parco a tema. In un angolo c’è il Burnham’s World, con un peristilio classico di affusolate colonne doriche, un prato formale, molte urne e aiuole geometriche, sistemi di illuminazione progettati dal grande architetto di Chicago, Daniel Burnham. Lì vicino, la Foresta Non-Tanto-Incantata. Concepita da Kathryn Gustafson in uno stile chic ed estremo, su un ettaro abbondante di paesaggio da prateria dietro a piante fiorite ornamentali, comprende una passerella diagonale e un corso d’acqua simile a uno scarico industriale. Giusto di fianco, Artland si organizza su due piazze: una con la scultura di acciaio inossidabile di Anish Kapoor (ancora impacchettata, quando ci sono stato io) dal titolo Cloud Gate, ma nota localmente come “ il Fagiolo”; e poi la fontana dello scultore spagnolo Jaume Plensa. Ad una prima occhiata, i due prismi rettangolari da 15 metri, con l’acqua che scende dai fianchi a blocchi di vetro, sembrano una torre di raffreddamento che perde. Ma l’installazione via via cresce, sul pubblico. Vengono proiettati visi umani su schermi interattivi, cosa che può sembrare banale, ma è curiosamente attrattiva, e anche divertente. La vasca poco profonda è progettata in modo da incoraggiare il guado.
Il Millennium Park ha anche il suo Castello di Cenerentola. La scelta di Frank Gehry per il padiglione dell’orchestra è stata ispirata. Appare ovvio, ora, che Gehry è il più completo architetto barocco dai tempi di Borromini, e che la sua esuberante composizione esprime in modo ideale il tema della musica nel parco. Le regolari torri in vetro e acciaio della Michigan Avenue offrono un perfetto sfondo per questa architettura liberamente scultorea.
Le attrazioni del Millennium Park, che offre anche una striscia di luoghi di ristoro al chiuso e all’aperto di fronte a una pista di pattinaggio, rappresentano un’esperienza una per volta, ma – come nella maggior parte dei parchi a tema – non si mescolano in un tutto coerente. È un peccato, ma forse inevitabile, visto il tentativo di soddisfare un’ampia fascia di gusti e sensibilità. È un peccato anche che il Millennium Park non abbia imparato un’importante lezione dal Magic Kingdom. La presenza di così tanto personale della sicurezza, in uniformi arancione vivo, è troppo vistosa. Si aggirano con aria sospettosa, come guardiani da museo. È come se, dopo aver creato questo spazio pubblico, le autorità non si fidino del nostro comportamento. Ci sono certamente troppi cartelli: che spiegano, etichettano, orientano, proibiscono. I privati e le imprese hanno sostenuto quasi la metà dei costi del parco, come ci ricordano in continuazione. Ma i cartelli più interessanti, sono quelli che avvertono: “ Non sostare”. Come se ci fosse qualche altro motivo, per andare al parco.
Nota: il testo originale e qualche immagine al sito di Slate; altre informazioni, la planimentria ecc, a quello del Millennium Park (f.b.)
Titolo originale: Tribe Lays Claim to 3,100 Square Miles of New York State – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
La Nazione Onondaga, una tribù indiana nel nord dello stato di New York, ha intentato ieri causa affermando di possedere più di 8.000 chilometri quadrati di terre che si estendono dalla St. Lawrence Seaway al confine della Pennsylvania, e che comprendono la città di Syracuse.
la tribù contesta che lo Stato di New York abbia illegalmente acquisito quelle terre con una serie di trattati fra il 1788 e il 1822, e ha chiesto al tribunale federale di Syracuse di dichiarare che essa possiede quel territorio, ora abitato da centinaia di migliaia di persone, che comprende parti di 11 diverse contee.
È la richiesta di maggior dimensioni mai avanzata dagli indiani in questo stato. La tribù afferma di non volere tutte le terre, ma che il suo scopo principale è quello di ottenere sostegno per il disinquinamento di alcune località del territorio reclamato.
La causa è indirizzata a Stato di New York, City of Syracuse e Onondaga County, oltre a cinque grandi imprese che, sostiene la tribù, hanno danneggiato l’ambiente nell’area.
Todd Alhart, portavoce di George E. Pataki, ha dichiarato ieri sera che l’ufficio del governatore non aveva ancora ricevuto una copia della richiesta. “Prenderemo tutte le misure necessarie a proteggere gli interessi dei proprietari e del contribuenti nelle varie zone interessate dalla causa”.
Diversamente da altre tribù che hanno avanzato pretese su terre contro lo stato, la nazione Onondaga, di circa 1.500 membri, non cerca risarcimenti in denaro, o diritti di gestione per casinò. Invece, come afferma il loro portavoce, gli Onondaga richiedono una dichiarazione ufficiale che affermi che le terre, considerate territorio ancestrale, sono state sottratte illegalmente.
Sperano di utilizzare questa dichiarazione per ottenere il disinquinamento di alcuni siti, in particolare del lago Onondaga, sito Superfund federale e uno dei più inquinati del paese.
La nazione Onondaga ha fatto della pulizia del lago, lungo 7 chilometri e largo 1,5, una delle proprie priorità. La tribù ha vissuto nei pressi del lago per secoli, e lo considera terra sacra.
Rappresentanti tribali hanno dichiarato ieri che la nazione non farà causa a singoli proprietari, né tenterà di mandarli via.
”La nazione ha detto chiaramente che i singoli non hanno nulla di che preoccuparsi” dichiara il portavoce Dan Klotz. Gli Onondaga, continua, “non torneranno indietro su questo punto”.
Altre cause indiane pendenti di questo tipo nello stato di New York non hanno interferito con i passaggi di proprietà, affermano gli esperti di diritto indiano.
”Non intendono premere per cacciare gli attuali occupanti, e non credo ci sia mai stato un tribunale che abbia preso in considerazione questa possibilità” dice John Dossett, rappresentante del National Congress of American Indians, un gruppo di Washington, D.C. di sostegno ai governi tribali. “Penso che i proprietari possano stare tranquilli”.
Ma allo stesso tempo le autorità tribali affermano di essere sul mercato alla ricerca di altre terre da acquisire. La riserva della tribù è una territorio di 30 chilometri quadrati a su di Syracuse. Joseph J. Heath, avvocato che rappresenta la nazione Onondaga, afferma che se il tribunale deciderà a favore della tribù, ci si aspettano trattative con lo stato per accordi, incluso l’ampliamento della riserva e la protezione delle aree sacre di sepoltura minacciate dall’urbanizzazione.
Mr. Heath dice che la tribù tenterà di acquisire terre solo da “venditori volontari” oltre che dal governo.
Ma sia Heath che altri rappresentanti sottolineano come il principale scopo sia di aumentare l’influenza sulle politiche ambientali dello Stato e spingere per il disinquinamento della regione.
”Sono stufi di essere ignorati sulle questioni ambientali” dice Mr. Heath.
Gli anziani hanno discusso se intentare causa per più di 50 anni, hanno rivelato ieri in una intervista. Ora, con l’inquinamento del lago che aumenta – e la propria popolazione in crescita – si sono sentiti obbligati ad agire legalmente.
Decenni di scarichi industriali hanno lasciato uno strato di fanghi tossici sul fondo del lago, e indotto il governo a metterlo nella lista Superfund di siti contaminati nel 1994. Lo scorso novembre i funzionari statali hanno annunciato un piano da 448 milioni di dollari per richiedere alla Honeywell International di procedere al disinquinamento, compreso dragaggio del fondo per rimuovere la maggior parte delle 75 tonnellate di mercurio e altri veleni che si sono raccolti qui.
La Honeywell è una delle cinque compagnie citate nella causa Onondaga. È responsabile del disinquinamento perché nel 1999 si è fusa con la Allied Chemical, proprietaria di un impianto che è stato accusato di essere una delle principali fonti di inquinamento del lago.
Gli Onondaga hanno definito il piano inadeguato, e che lo stato era obbligato dalla legge a consultare la tribù, ma non l’ha fatto.
Mr. Alhart, portavoce del governatore, respinge l’affermazione secondo cui lo stato sarebbe stato poco deciso nel disinquinamento, o che avrebbe ignorato la tribù.
La causa nomina anche altre quattro imprese che gestiscono una cava di ghiaia, una di pietra e una centrale elettrica a carbone nella regione. Viene nominata anche la Clark Concrete Company e una consociata, Valley Realty Development, proprietaria di una cava di ghiaia a Tully, N.Y.
La Nazione accusa gli impianti di estrazione di inquinale il torrente Onondaga, immissario del lago. Sono coinvolte anche la Hanson Aggregates North America, i proprietari della cava di pietra di DeWitt, e la Trigen Syracuse Energy Corporation, con la sua centrale a carbone di Geddes.
Non siamo riusciti sinora a contattare funzionari di queste compagnie.
I rappresentanti tribali hanno dichiarato ieri di non volere una licenza per casinò come parte dell’accordo. I casinò sono una componente centrale di quattro accordi su cause indiane riguardanti terreni, annunciati dal governatore George Pataki nei mesi recenti.
Titolo originale: In a Theater, Seeking Insights on Urban Planning – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Robert Moses e Le Corbusier non erano quello che si dice anime gentili, ma entrambi erano urbanisti di enorme statura. Le Corbusier, l’architetto, voleva riorganizzare Parigi per superblocchi. Moses, commissario ai parchi e urbanista per metà del secolo scorso, ha realizzato la maggior parte delle autostrade urbane e parchi di New York City. Ad ogni modo, entrambi i personaggi ora compaiono sul palco dell’Ohio Theater di Wooster Street a SoHo, nella frizzante commedia Boozy: vita, morte e successiva denigrazione di Le Corbusier e, più importante ancora, di Robert Moses. Dopo lo spettacolo di domenica sera, un gruppo di esperti, insieme all’autore del testo, ha discusso l’eredità di queste due figure e i problemi che solleva per la New York di oggi.David Evans Morris ha dichiarato che coi suoi collaboratori alla commedia (che si rappresenta da martedi fino al 5 marzo) era interessato ad esplorare “Come si realizzano le opere pubbliche in una democrazia”. Robert A. Caro lo sottolineava nella sua biografia di Moses, The Power Broker, del 1974: “ogni grande opera pubblica è stata realizzata in qualche tipo di regime autocratico”, come ci ricorda Morris.È un’idea che sembra risuonare nel dibattito su Groud Zero, prosegue Morris, di cui sinora solo la stazione PATH progettata da Santiago Calatrava è un pezzo di architettura apprezzato. In quanto progetto della Port Authority, la stazione non è stata sottoposta ai numerosi decision makers interessati al sito. “La democrazia non c’è entrata per niente” osserva Morris “e la stazione è bellissima”.Il clima urbanistico di oggi – dal sito del World Trade Center al proposto stadio Jets nel West Side – richiederebbe un’altro spettacolo teatrale, ha osservato Deborah Gans, autrice di The Le Corbusier Guide.”Dovrebbe essere un seguito, dove Danny Libeskind ha una parte che va oltre la comparsa”, dice, riferendosi a Daniel Libeskind, autore del progetto generale per Ground Zero. Aggiunge che questa nuova commedia dovrebbe includere tra i personaggi anche Bloomy (il sindaco Michael R. Bloomberg) oltre a Boozy (Le Corbusier).”È una battaglia olimpica” ha continuato, ragionando ad alta voce. “Moses freme, perché salta fuori che New York è di nuovo vuota. Ci sono strade e ferrovie che ne vogliono di più. C’è un grande vuoto postmoderno da riempire”.Anche l’architetto Rem Koolhaas avrebbe una parte, ha continuato Gans, precisando che le cose dovrebbero essere “extra grandi, extra grandi”, e il “popolo verde” dovrebbe partecipare con ragionamenti ecologici.Al dibattito, organizzato dalla rivista The Architect’s Newspaper, hanno partecipato David Grahame Shane, esperto di progettazione urbana, e Geoff Lynch dello studio H3 Hardy Collaboration.
Messa in scena dalla compagnia teatrale Les Freres Corbusier, la commedia è stata allestita da Juliet Chia e Alex Timbers, insieme a Morris, e scritta da Adam Scully. Diretta da Timbers, comprende musiche originali di Douglas J. Cohen e propone personaggi come il Governatore Nelson A. Rockefeller, il capo della propaganda nazista Joseph Goebbels, il sindaco Fiorello H. La Guardia e il presidente Franklin D. Roosevelt. Nella recensione per il New York Times, Charles Isherwood ha scritto: “Lo spettacolo è certamente utile come vivace, anche se molto libera, presentazione della carriera di figure leggendarie nella storia di New York City, ma dal punto di vista teatrale appare impacciata dalla monotonia di un tono comico autoreferenziale”.Shane se la prende col ritratto proposto di Jane Jacobs, che aveva scritto sull’importanza per l’urbanistica di mantenere la vita di strada, raffigurata come stridula arpia che lancia un croissant addosso a Le Corbusier (il suo fidanzatino, nella commedia) e organizza le casalinghe contro Moses. “Credo che siate stati davvero crudeli con Jane Jacobs, e senza alcun motivo” ha osservato Shane.”Ho visto che eravate perfettamente al corrente delle sue teorie” ha aggiunto, ma “lei è stata straordinaria nel mobilitare” le persone.Allo stesso tempo, ha osservato Shane said, la commedia mette in discussione alcuni temi di progettazione urbana. “Sono un acceso sostenitore della emergence theory” ha detto “ma ora mi fate dubitare di me stesso”. Nella commedia l’emergenza viene definita “componenti semplici si auto-organizzano a creare sistemi complessi e funzionanti, privi di qualunque controllo dall’alto”.Morris ha risposto che, insieme ai colleghi, aveva giocato con la Jacobs “soprattutto perché sentivamo che avesse chiaramente vinto”.”Ma, ha vinto?” replica Shane. “Questo è il vero problema”.
Fino a un certo punto, ha ricordato Morris, gli autori volevano giocare controcorrente, esaltando Moses, che è noto soprattutto per i suoi spietati sventramenti dei quartieri, e svilendo un po’ la Jacobs, ora tanto amata per aver sostenuto l’importanza di conservare il carattere locale. “Così, trasformiamo lui in un supereroe, e lei in un essere diabolico”.A parte questi colpi di scena teatrali, comunque, Morris ricorda che Moses non fu un personaggio semplice. “Quello che ha fatto ora lo diamo per scontato, ma nessun altro è stato in grado di realizzare tante cose, dopo di lui” dice.Shane ha osservato che il giudizio finale sull’eredità di Moses a New York dipende da “quanto si è verdi”.”Abbiamo imparato – Jane Jacobs a parte – che ogni cosa ha un costo: non possiam respirare l’aria, l’acqua è inquinata. È un dibattito molto, molto compl9cato, in definitiva”.Per quanto riguarda Le Corbusier, Shane ha osservato “Corb odiava New York, e voi in realtà non ne avete parlato”.La signora Gans ha aggiunto: “Si trattava di amore-odio. Era geloso della città, aveva qualche tipo di brama. Voleva l’argenteria”. E ha concluso che a Le Corbusier “questa commedia sarebbe davvero piaciuta”.”In fondo, era un teatrante ciarlatano. Le Corbusier è un nome da palcoscenico. Si è autocostruito la propria identità dopo la prima guerra mondiale. Aveva un prop – una bicicletta – e un cappello a bombetta”.
Nota: per chi fosse interessato, è disponibile anche un testo biografico/agiografico in italiano su Robert Moses, nel mio stagnate sito. Qui il link al testo originale della recensione sul sito del New York Times(f.b.)
Titolo originale:Taming an urban monster– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
La più grande città del Sud America è a mezza strada verso un futuro migliore e più giusto. Riuscirà il nuovo sindaco a finire il lavoro?
Marlene Dos Santos, vivace e attraente, mamma di sei bambini, sta aggrappata agli estremi margini di São Paulo. La sua casa è una baracca su una chiazza di terra che sembra far parte del bacino idrico, pochi metri più in là. La si raggiunge attraverso una passerella pedonale sopra uno scolo che porta liquidi di fogna giù verso l’acqua potabile della città. La signora Dos Santos passa le notti a scacciare i ratti, alcuni dei quali trasmettono la leptospirosi, una brutta infezione batterica. Ma la sua preoccupazione principale è che da quando ha perso il lavoro da donna delle pulizie sei mesi fa, non ne ha più trovato un altro. I suoi guai riassumono quello che non va a a São Paulo, la maggiore città dell’emisfero sud e capitale economica del Brasile.
Pochi chilometri più in là, nel quartiere centrale degli affari, brillano grattacieli, gli elicotteri trasportano uomini importanti sopra la congestione e i rapimenti, cuochi famosi stanno chini sui loro fornelli. São Paulo è stata chiamata “città ad anelli”: una zone centrale di lusso è circondata da fasce sempre più povere. “L’ineguaglianza si riflette nella forma fisica della città” ci dice Jorge Wilheim, sino al mese scorso segretario all’urbanistica per il municipio. Ma i bisogni impellenti di persone come la signora Dos Santos non sono quanto orienta le politiche, a São Paulo. In ottobre, l’elezione per la carica di sindaco ha contrapposto un candidato in carica che aveva fatto sforzi notevoli per migliorare la vita delle periferie, contro uno sfidante più gradito al ceto medio.
Il sindaco, Marta Suplicy, ha lavorato bene per i quartieri esterni come Grajaú, dove vive la signora Dos Santos. Ma ha perso contro José Serra, un intelligente tecnocrate ex ministro della sanità. È stato aiutato dal risentimento del cento medio contro gli aumenti delle tasse locali e dalle diffidenze verso il partito della signora Suplicy (il Partito dei Lavoratori, di sinistra, del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva) e sulla sua vita personale (la signora è divorziata da un noto senatore e sposata a un politico di sottobosco argentino). José Serra, entrato in carica il primo gennaio, è leader del partito socialdemocratico brasiliano (PSDB), principale oppositore del PT di Lula. Dopo aver perso le elezioni presidenziali nel 2002, i risultati come sindaco possono avere rilievo nazionale.
Oltre a promettere una migliore amministrazione e disciplina fiscale, Serra non ha detto molto su dove intende portare São Paulo. Eredita una città dove stanno cambiando molte cose. L’economia è sempre più legata al sistema mondiale e orientata ai servizi, anche se l’area metropolitana allargata resta un sistema industriale. Nuovi poteri di regolazione danno all’ente pubblico maggior controllo sull’uso del suolo: un’opportunità per togliere il monopolio delle iniziative agli speculatori. La stessa São Paulo, con una popolazione di 10,7 milioni, è solo la più grande delle 39 municipalità che formano una metropoli da 18 milioni. C’è nuova consapevolezza di dover lavorare insieme, ma il governo federale e statale non sono d’accordo su chi debba comandare. C’è finalmente l’opportunità di immaginare una città migliore. Ma c’è anche la voglia?
São Paulo è stata costruita sul caffè, ma la sua forma è plasmata dall’immigrazione e dall’automobile. Gli schiavi raccoglievano il caffè. Gli immigranti europei hanno dato le proprie braccia alle prime industrie della città – tessile a alimentare – alla fine del XIX secolo. Sono seguite fonderie e fabbriche di automobili, molte in città satellite. Dagli anni Cinquanta milioni di immigranti sono sciamati verso São Paulo dalle zone povere del nord-est brasiliano.
Al principio, i governanti della città hanno optato per un nucleo centrale compatto e ben definito, lasciando che i nuovi arrivati provvedessero a sé stessi nella vasta periferia. Negli anni Venti si è deciso di basare il trasporto pubblico su autobus, non treni o tram, il che significava che i lavoratori potevano essere spostati da qualunque località. La suddivisione della città per zone negli anni Settanta ha confinato gli edifici alti al 10% del territorio. I paulistanos più poveri si sono costruiti da sé il proprio tetto, spesso su loteamentos dove il sistema proprietario è evanescente. Abitare vicino ai bacini d’acqua, come quello di Grajaú, è illegale. Questo rende i terreni a basso prezzo, ma giustifica la lentezza della municipalità nell’offrire infrastrutture e servizi. Più di un terzo delle case in città sono “irregolari”.
São Paulo non è più una calamita. La recessione degli anni Ottanta e le aperture economiche dei Novanta hanno colpito più forte che nel resto del Brasile. Esposta alla competizione internazionale, l’industria si è riorganizzata e automatizzata, buttando per strada lavoratori ben pagati. Le droghe sono entrate nei loteamentos e la criminalità insieme a loro, gettando nel panico i paulistanos che blindano le automobili e si barricano in casa. Il tasso di crescita della popolazione è caduto, dal 5,6% all’anno nei Cinquanta allo 0,8% dopo il 1991. Alcune zone della periferia e le città dei dintorni stanno crescendo ancora a rotta di collo, ma si tratta soprattutto di famiglie urbane povere alla ricerca di case a buon mercato. A peggiorare le cose, due sindaci prima della signora Suplicy sono stati accusati di corruzione su larga scala. “Gli anni ’90 sono stati l’inferno per la storia di São Paulo” ci racconta Gilberto Dimenstein, giornalista specializzato nelle cose della città. “Ma il peggio è passato.”
Questo si deve in parte al fatto che l’economia del Brasile è in ripresa. La disoccupazione nell’area metropolitana di São Paulo (definita in senso lato, a comprendere anche chi svolge lavori precari) è caduta dal 21% dell’aprile 2004 al 17% di novembre. Anche così, dice Miguel Matteo del SEADE, istituto di ricerca pubblico, le paghe medie nel 2004 hanno continuato una discesa che dura da 18 anni, in parte perché i nuovi lavori nei servizi pagano meno di quelli in estinzione nella manifattura. Ma il tasso di omicidi in città ha raggiunto il massimo nel 1999, e da quel momento ad ora è caduto di circa un quarto.
Alcune parti della periferia sono diventate meno disastrate. La maggior parte di Parque Cocaia, in quartiere della signora Dos Santos a Grajaú, è asfaltato. La città provvede acqua, elettricità e scuole, dopo una “lotta” dei residenti, come ci racconta João Neres de Oliveira, presidente di un’associazione di abitanti. L’affollata strada principale vede anche negozi di grandi catene. Grajaú a São Paulo è il terzo distretto in quanto a violenza, con un tasso di omicidi di 86 per ogni 100.000 abitanti nel 2003. Ma è del 20% più basso di due anni prima. Il sindaco signora Suplicy ha reso più facile andare da Grajaú al centro. I pendolari ora possono cambiare autobus senza pagare un supplemento di tariffa. Nuove corsie preferenziali per i bus hanno ridotto della metà i tempi di spostamento, poco più di un’ora. De Oliveira sostiene che il tasso di disoccupazione a Parque Cocaia è del 50%. Ma molti disoccupati ora ricevono un “reddito minimo” finanziato dalla municipalità, dallo stato e dal governo federale. Questo interessa l’80% dei poveri in città, secondo Marcio Pochmann, segretario al lavoro per l’amministrazione della signora Suplicy.
“L’inclusione sociale è il nostro impegno fondamentale” ha proclamato Serra nel discorso di insediamento, a significare che non ha intenzione di voltare le spalle alla periferia. Ma ci saranno dei cambiamenti, specialmente a causa delle dilapidate finanze municipali. Probabilmente si fermerà la costruzione delle costose scuole con strutture per il tempo libero voluta dalla signora Suplicy per dare ai giovani qualcosa da fare invece di mettersi nei guai. Il nuovi sindaco vuole estendere la tariffa unica dagli autobus municipali alle ferrovie statali e al sistema delle metropolitane. Ma si preoccupa per i costi. Serra darà più spazio ai servizi sanitari rispetto alla signora Suplicy. Ma la sua prima preoccupazione è di cavare di più da ogni centesimo del bilancio municipale. Uno dei suoi primi atti da sindaco è stato l’annuncio di voler rinegoziare i contratti dei dipendenti.
Ridisegnare la mappa
Se Serra conta i suoi centesimi, perderà l’occasione di condizionare la nuova mappa di São Paulo, un’area in movimento politico, ma anche fisico. Il sistema federale brasiliano non prevede governi metropolitani. Ad esempio, è la municipalità a gestire la rete di autobus, e lo stato le ferrovie, la metropolitana e gli autobus inter-city. Il sistema collega la città alle municipalità satelliti, ma muoversi fra questi centri è un incubo. Ciò esclude le persone da occasioni di impiego. Lo stesso succede per la salute: i finanziamenti federali vanno dritti alle municipalità, secondo la popolazione, ma i servizi non sono coordinati. A Diadema, ai margini di São Paulo, la metà dei pazienti dell’ospedale vengono da municipalità confinanti, ci dice Mário Reali, deputato statale. Visto che il 30% del bilancio di Diadema se ne va in salute, non è questione di poco conto. E via di questo passo.
Un governo metropolitano avrebbe senso, ma alcuni interessi consolidati e la costituzione lo rendono improbabile. Al suo posto, il governo Lula vuole dei “consorzi” di municipalità, che potrebbero ricevere finanziamenti per progetti congiunti nei settori del trasporto o gestione dei rifiuti. Ma il governo dello Stato di São Paulo, gestito dal 1994 dal partito socialdemocratico, sostiene che la costituzione dà agli stati la responsabilità del coordinamento regionale. Il partito dei lavoratori di Lula vuole scavalcare gli stati perché ne governa pochi, dice Andrea Calabi, sottosegretario all’economia dello stato di São Paulo. Questa iniziativa “minaccia le modalità di organizzazione del governo in Brasile”. Ma la città e lo stato dovrebbero andare più d’accordo, ora che sindaco e governatore sono dello stesso partito.
Il governo statale vede una terna di istituzioni a gestire la metropoli di São Paulo: un “consiglio per lo sviluppo” a carattere consultivo, composto da rappresentanti dello stato e delle municipalità, che possa suggerire ad esempio dove mettere le scuole e gli ospedali; un fondo comune al quale tutti contribuiscano; un’agenzia esecutiva delle decisioni del consiglio. Le municipalità confinanti, soprattutto quelle governate dal partito dei lavoratori, sono allerta. Hanno “partecipato molto poco” alle riflessioni statali sul tema metropolitano, lamenta il signor Reali, di Diadema. E sarà dura equilibrare gli interessi della ricca e potente São Paulo con quelli dei più piccoli e poveri satelliti. Ma queste scaramucce nascondono scopi comuni. Marcos Campagnone, direttore dell’ufficio pianificazione statale, vuole “invertire l’espansione della periferia”, in parte completando un’arteria tangenziale e linea ferroviaria per drenare il traffico di attraversamento e, spera, creando una barriera all’ulteriore espansione. Raquel Rolnik, funzionario dell’ufficio federale per le città, auspica una “crescita verso il centro”. Entrambi prospettano una metropoli più densa e uniforme.
Il gruppo della signora Suplicy aveva redatto alcuni piani in questa direzione, secondo una legge del 2001 che dà alle città il mandato di stendere “piani generali” a ricomporre gli interessi privati con la “funzione sociale” della proprietà urbana. Il piano per São Paulo, completato lo scorso anno, creerà nuove zone di case popolari, e un nuovo fondo per le opere pubbliche finanziato dal rilascio delle concessioni edilizie, e consentirà alla municipalità di espropriare i terreni abbandonati. Un progetto dell’amministrazione Suplicy, Bairro Novo (Quartiere Nuovo), darà casa a 70.000 persone, con 600 famiglie a basso reddito, in un’area di fabbriche abbandonate vicina al centro e servita dalla ferrovia. Sarà il primo quartiere pianificato di São Paulo, rivendica Wilheim, e spezzerà (un po’) il sistema dei ghetti separati per ricchi e poveri. Un altro progetto darà un colpo al sistema di traffico basato su un mozzo e molti raggi: una strada tra Guarulhos, zona dell’aeroporto internazionale di São Paulo, e la regione industriale a sud della città.
Quanto di tutto questo continuerà, con l’amministrazione Serra, non è chiaro.Ha sostenuto la nuova strada, ma dice che il piano generale deve essere rivisto. I paulistanos - non ultimi quelli che si ammassano nell’anello più esterno – sperano che la rinascita si rafforzi anche col nuovo sindaco.
Nota: qui il testo originale al sito dell’ Economist (f.b.)
"Se continuiamo così tra 30 anni la sua bellezza sarà un ricordo - Edilizia, strade, centri commerciali la campagna inglese a rischio"
LONDRA - Addio agli incantati scenari da caccia alla volpe, addio alle splendide coreografie che fanno da sfondo alle inchieste di miss Marple e addio anche alla natura che ha fatto da cornice ad alcuni dei romanzi più belli e più letti. Nel giro di trent'anni la pittoresca campagna inglese rischia di sparire se non si pone un freno all'urbanizzazione e alla cementificazione selvaggia. A lanciare l'allarme è un'associazione ambientalista britannica, la Campaign to Protect Rural England, che ha invocato un intervento deciso del governo per scongiurare la catastrofe.
"Non possiamo continuare a considerare la nostra campagna come una risorsa illimitata, in grado di riprendersi all'infinito dai danni che le infliggiamo", ha spiegato Tom Oliver, uno dei dirigenti dell'organizzazione. Sul banco degli imputati la Cpre pone innanzitutto l'edilizia, troppo invadente e poco attenta a rispettare la caratteristica architettura dei villaggi rurali inglesi. Ogni anno, ricorda l'associazione, in Inghilterra vengono costruite 150 mila case e il governo ha intenzione di spingere ancor di più sull'acceleratore nel tentativo di calmierare i prezzi degli immobili.
Un'altra minaccia è rappresentata poi dal moltiplicarsi degli aeroporti minori, con il loro corollario di strade, svincoli e parcheggi, e dalla mania dei centri commerciali, presenti ormai alle porte di ogni piccolo centro. "Senza rispondere a un disegno preciso - denuncia la Cpre - la maggior parte dell'Inghilterra sta diventando un posto come qualsiasi altro, impossibile da amare e non più amato, una sterminata, omogenea, periferia urbana, dove tutto si assomiglia".
Ma un contributo al massacro di quello che per gli inglesi corrisponde alla Toscana o all'Umbria per gli italiani, secondo gli ambientalisti lo sta dando anche la globalizzazione, con la sua capacità di far arrivare sulle nostre tavole frutta e verdura a prezzi stracciati da tutto il mondo. Con il risultato, si fa notare, che la campagna non è più redditizia e quindi viene abbandonata all'incuria o ceduta per fare spazio alle lottizzazioni.
Il governo inglese, pur non condividendo lo scenario catastrofico tracciato dagli ecologisti, ha preso l'allarme del Cpre molto seriamente. "Riteniamo sia un tema da approfondire a tutti i livelli attraverso un dibattito pubblico, ma uno dei problemi è che la nostra campagna continua ad attirare tanta gente in cerca di una migliore qualità della vita e questo significa che non può essere poi così malmessa come la si dipinge", ha sottolineato un portavoce del ministero dell'Agricoltura e dell'ambiente.
«Vorrei che i sardi e chiunque verrà in Sardegna nelle prossime generazioni potesse andare al mare e trovare un paesaggio intoccato». «La ricchezza di una società non si misura solo con il Pil, il prodotto interno lordo». «A me non interessa valorizzare, a me interessa salvaguardare». Se si potesse racchiudere in poche parole i progetti di Renato Soru è in queste frasi che andrebbero raccolti. Il presidente della Regione Sardegna le va ripetendo da qualche tempo, come fa lui, strizzando gli occhi, puntandoli a terra e incespicando con le parole. Ma quelle frasi non sono solo uno sfogo: ora ispirano un documento approvato dalla sua giunta e intitolato Linee guida per il lavoro di predisposizione del piano paesistico regionale. Spogliato dagli abiti burocratici, è il testo che deve condurre per mano gli uffici regionali nella redazione del Piano paesistico, appunto, il principale strumento di governo e di tutela del territorio sardo.
È un lavoro che fa tremare i polsi. E della cui forza dirompente, nell´isola che da trent´anni è il paradiso degli immobiliaristi e le cui coste sono in gran parte ròse dal cemento, ma quelle che si sono salvate sono ancora intatte e struggenti, neanche Soru è completamente consapevole, forse perché non è politico di professione, forse perché, come molti lo descrivono, ha la caparbia ingenuità di chi arriva alla politica da altri mondi. Se gli si fa notare che una cosa è scrivere un documento di indirizzi, affidato a un comitato scientifico di prim´ordine (che comprende, fra gli altri, l´architetto portoghese Alvaro Siza, gli urbanisti Edoardo Salzano, Roberto Gambino, Filippo Ciccone, il botanico Ignazio Camarda, l´antropologo Giulio Angioni, lo scrittore Giorgio Todde, l´ornitologo Helmar Schenk e il fisico Enzo Tiezzi) altro è redigere il piano, scrivere le norme di attuazione, entrare nei dettagli più minuti armandosi di santa pazienza e mediando con i consiglieri regionali, compresi quelli della sua maggioranza di centrosinistra, e con i sindaci, compresi sempre quelli di centrosinistra, Soru resta silenzioso, affondato nei pensieri, socchiude gli occhi ed emette solo un mezzo sorriso. Fin dove è disposto a spingersi con la mediazione, signor presidente, fin dove la sua linea che somiglia a una specie di "opzione zero" del cemento sulle coste sarde può avere successo? «Fin dove sarà comunque chiaro che non ho affatto scherzato».
È una giornata caldissima. La chiacchierata con Renato Soru avviene nella sua macchina, una fuoriserie di cui non si capisce la marca, e che ha un navigatore satellitare con una vocina gracchiante e una specie di iPod dal quale escono canzoni di Fabrizio De Andrè. Andiamo verso Sant´Antioco, dove qualche settimana fa i pescatori hanno bloccato l´imbarco dei mezzi militari impegnati nelle manovre nell´immenso poligono (settemila ettari) di Capo Teulada. Chiedevano il pagamento dei sussidi perché non possono uscire con le loro barche quando si fanno le esercitazioni. Soru si fa accompagnare a casa, poi saluta l´autista, ci offre le albicocche di un suo frutteto e monta al volante del bolide.
Lo distende guidare sfilando sulla superstrada che da Cagliari conduce verso Ovest. «È giusto che i pescatori abbiano i sussidi. Ma il problema sono le servitù militari. La Sardegna ha già dato il suo contributo, cedendo pezzi del suo suolo. Ci toccano l´ottanta per cento di tutte le bombe che esplodono in Italia. Ora spetta anche ad altri. Noi vogliamo che le basi se ne vadano. Se ne vadano da Capo Teulada e dalla Maddalena». Cosa ci vuol fare con quei terreni? «Come cosa ci voglio fare?! Sono terreni di pregio, quasi integri. Ci voglio fare turismo, agricoltura. Anzi vorrei non farci nulla. È la cosa migliore, no?»
Soru ha quarantotto anni, è nato a Sanluri, nel Campidano, figlio di un commerciante, è laureato alla Bocconi, ha lavorato in una merchant-bank e nel ‘98 ha fondato Tiscali. Nel 2004 si è candidato alle elezioni regionali e le ha stravinte. I partiti hanno diffidato di lui, ma si sono fermati quando hanno capito che era l´unico che avrebbe strappato la Sardegna al centrodestra. La sua campagna elettorale è stata dominata dalla tutela del paesaggio. E appena insediato è giunta sul suo tavolo una pratica bollente: il Tar aveva bocciato i piani paesistici della precedente amministrazione, perché li aveva ritenuti troppo deboli. Ma intanto, senza nessun vincolo rischiava di scatenarsi una corsa a edificare sulle coste. E così in pieno agosto Soru ha fatto approvare un decreto che impediva qualunque costruzione in una fascia di due chilometri dal mare. Un provvedimento drastico, che ha spiazzato tutti e che nessun altro presidente di Regione ha mai immaginato di adottare. Il decreto aveva una durata temporanea in attesa che fosse approvato il nuovo piano paesistico. Ed è questo il lavoro nel quale sono impegnati ora gli uffici degli assessori Gianvalerio Sanna ed Elisabetta Pilìa, pungolati da Soru che ha anche assunto la presidenza del comitato scientifico e che a tutti mette fretta, con gli umbratili sorrisi di cui è capace.
È il presidente il motore del piano che dovrebbe volgere in positivo l´azione della Regione: con il decreto dell´anno scorso si era detto basta cemento, fermiamo tutto, studiamo, riflettiamo e poi vediamo cosa fare. «Salvaguardare le coste per noi è l´occasione di uno sviluppo economico che duri nel tempo», spiega Soru. «Abbiamo livelli di disoccupazione altissimi, in certe zone del 30 per cento, ma finora si è pensato di usare il paesaggio non a fini turistici, bensì edilizi. Abbiamo venduto la nostra terra. E così ci troviamo una pletora di seconde case, vuote per undici mesi l´anno, e villaggi che sono come i presepi, si montano e poi si smontano. Per costruirli si è sfruttata manodopera precaria. Sono un eccellente affare per il proprietario del terreno, per chi li ha tirati su e per nessun altro. Non sono il frutto di abilità imprenditoriale, ma di una brillante capacità di appropriarsi della ricchezza di tutti per la prosperità di pochi. Questi villaggi sono un circuito chiuso, non si consuma nulla che venga dal territorio circostante, anche l´acqua minerale e i pomodori arrivano da fuori. L´anno scorso c´era un mio amico in uno di questi villaggi, sono andato a prenderlo, lui era lì da dieci giorni, ma neanche sapeva dov´era, qual era il paese più vicino, che cosa produceva quella terra, era tutto uguale, lì come in qualunque altro angolo del mercato turistico globale. Molti sardi sono impiegati in questo tipo di turismo, ma restano in seconda fila. È mai possibile che non esista una compagnia sarda di navigazione, che non ci siano tour operator e che a nessuno sia venuto in mente di organizzare una crociera fra Olbia e Cagliari? Siamo soggetti a un esproprio di valore. L´unico vantaggio che abbiamo sulla Tunisia o sulla Croazia è questo nostro ambiente ancora bellissimo, lì i prezzi saranno sempre più bassi, ci si arriva facilmente e la stagione è più lunga: non abbiamo altro da offrire se non il nostro paesaggio».
Soru si accalora, ma il tono della voce resta soffuso. La strada scorre fra colline brulle e i radi cespugli sono piegati dal vento. Ci fermiamo e scendiamo dalla macchina. «Guardi lì, vede le carcasse di quei siti minerari? È quel che resta dei capannoni di Monte Poni, sono in abbandono completo. Eppure lì c´è un´anima che ancora respira, ma nessuno di quelli che visitano la Sardegna l´ha mai ascoltata e nessun villaggio turistico può riprodurla».
Sulle vecchie miniere si è scatenata giorni fa una violenta contesa. Sono arrivati in Sardegna i dirigenti di grandi società immobiliari e uno di loro ha sorvolato un rudere industriale con un elicottero dei carabinieri. È esploso il finimondo: il centrodestra ha accusato Soru di proteggere le coste per dirottare le mire dei costruttori su altri beni. Le miniere, fra queste, che potrebbero essere ristrutturate e diventare alloggi turistici. «La vendita della nostra terra ha divorato le coste e poi le ha invase di cemento», insiste Soru, «mentre l´interno si svuotava, restando del tutto ignoto anche a gran parte di quei sardi che hanno conosciuto il mare di recente, negli ultimi trenta, quarant´anni e per i quali ora esistono solo la sabbia e il sole. Non siamo più un´isola, ma una specie di ciambella con un profondo buco in mezzo».
Sulla difesa del paesaggio si scontrano in Sardegna le diverse anime dell´isola e si mettono in gioco il senso dell´identità isolana, della sua dignità. Risaliamo in macchina. «Quando sento dire che la Sardegna ha bisogno di essere valorizzata mi vengono i brividi, perché chi parla così pensa ai metri cubi e alle stanze. Le migliori valorizzazioni possibili sono il paesaggio che si perde alla vista e il buio. Se costruiamo stiamo già togliendo valore a un bene che lo possiede di suo».
Ma che ne sarà dei due chilometri dal mare? Nel piano paesistico resteranno o che fine faranno? «Potranno essere di più o di meno, a seconda di com´è la linea di costa. Noi ci impegniamo a ricostruire paesaggi distrutti, a conservare quanto più possibile quelli non ancora compromessi e a progettarne di nuovi».
Si intravedono le luci di Cagliari, mentre il cielo diventa scuro. L´hanno accusata di predicar bene e di razzolare male, per via di quella casa proprio sul mare a Villasimius. «Ho comprato il terreno quattro anni fa, la casa c´era già, l´ho ristrutturata, ho ridotto il volume e l´ho riportata a una misura più razionale. Sa quanti metri cubi si potevano costruire su quel terreno? Trentamila. Io ci ho fatto un frutteto. E, visto che ci sono, sa quanti metri cubi in terreni di mia proprietà sono stati bloccati dal decreto? Altri centomila».
Il pensiero di Renato Soru espresso al Comitato scientifico per il Piano paesaggistico regionale e ai sindaci della costa, arrabbiati per il vincolo. Un eddytoriale sul decreto salvacoste e un altro sulla polemica per la "villa abusiva" a Villasimius. Altri articoli nella cartella Pratiche di buongoverno
Il Molise, l’appartato, sobrio, verde Molise fa scuola. Nel male, purtroppo. Lo si è capito giorni fa in una tavola rotonda organizzata a Roma presso la Coldiretti (presenti Italia Nostra, Wwf, Comitato per la Bellezza, Comitato per il paesaggio e Coldiretti stessa). I gestori dell’energia eolica stanno infatti dando ai Comuni poveri dell'alto Molise qualche migliaio di euro in cambio di chilometri di crinali dove piazzare pale da 100-120 metri di altezza. In poche parole, questi Comuni vengono invogliati a “vendere” il paesaggio appenninico. Non è serio. Non è morale. È contro gli interessi turistici, agrituristici, agricoli di quei poveri paesi spopolati. Una volta che sopra le loro teste gireranno vorticosamente, giorno e notte, le pale a vento, i turisti si terranno ben lontani da questa oasi di pace rustica e di bellezza antica.
Pensate : i Comuni del Molise sono, in tutto, 136, e, di questi, ben 52 (il 38,2 per cento), sono interessati all’energia eolica : 6 hanno già piantato le loro pale, 28 aspettano solo l’autorizzazione, mentre 18 si sono comunque convenzionati. Se tutti questi grandi impianti eolici dovessero venire realizzati, quanta energia eolica verrà prodotta dalla nuova foresta tecnologica del Molise? Dettaglio non trascurabile, nella piccola e bellissima regione, col massiccio maestoso delle Mainarde, sta per essere ultimata una centrale a turbogas della cui produzione soltanto una parte verrà riservata agli utenti locali. E allora? Molise senza più paesaggi, ma esportatore di energia? Un bel guadagno.
Se tutti i 52 Comuni si doteranno di gigantesche pale eoliche, potremo infatti dire addio a gran parte del paesaggio molisano. L’allarme viene stato fatto suonare a forza perché due di questi impianti eolici dovrebbero venire installati sul crinale della montagna che sta sopra la piana in cui spicca la splendida città romana di Saepinum, valorizzata da Adriano La Regina anni fa, un centro murato intatto, con la cavea, il foro, le tintorie, i frantoi, nato sul tratturo della transumanza più antica, sannitica probabilmente, fra Pescasseroli e Candela. Un luogo, vi assicuro, di una bellezza e di un fascino difficilmente immaginabili. Ebbene, oltre alle trenta pale da 120 metri di due centrali su 4 Km del crinale là sopra, la Regione (che con una mano incentiva agricoltura e turismo e con l’altra li scoraggia) prevede nella piana di Saepinum un aeroporto e tutte le infrastrutture connesse, un asse stradale di scorrimento inutile doppione di un altro già in via di completamento, un’area industriale vastissima vicino ai 300 ettari di due nuclei industriali già attrezzati, e ampiamente sottoutilizzati.
Possibile che neppure un sito archeologico tra i più belli e attrattivi del mondo possa fermare un modello di sviluppo così vecchio e costoso, in tutti i sensi? Possibile che il bello, specie se è quello rustico, agricolo, archeologico debba sempre fare rabbia? Per la Coldiretti Stefano Masini ha detto «no» a questo modello, ad un eolico dilagante, ad un sviluppo che considera la buona terra agricola e il suo ambiente soltanto come in attesa di altri usi, e «sì», invece, in tali casi, ad un eolico piccolo, da “farm” (come il solare).
Lo stesso Masini, Ivana della Portella presidente della commissione Ambiente del Comune di Roma, archeologa, Fulco Pratesi, presidente del Wwf e Oreste Rutigliano di “Italia Nostra” hanno proposto l'invio al ministro dei Beni e delle attività culturali, Bottiglione, e al direttore regionale in Molise di quel Ministero, Ruggero Martines, di un appello urgente : completino essi il vincolo paesaggistico già esistente su una parte dell’alta Valle del Tammaro e tutelino in tal modo, totalmente, Saepinum e la sua piana. Anche dalle pale eoliche giganti che incombono di lassù.
Titolo originale: Affordable housing is no holiday camp – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Pechino, 21 giugno – a marzo Wang Li, trentacinquenne insegnante di liceo a Pechino, ha piantato una tenda e ci ha vissuto per più di cinquanta giorni.
Wang non era in vacanza in campeggio. Stava aspettando di poter comperare una casa di edilizia convenzionata.
Il dramma di questa insegnante è condiviso da molti, a Pechino.
Wang era in coda vicino al tratto meridionale del Terzo Anello stradale di Pechino. I costruttori hanno ricevuto ben 3.285 richieste per un progetto che conta solo 441 appartamenti, secondo il Beijing Times.
La concorrenza per la possibilità di firmare un contratto è stata feroce. Persone come Wang hanno fatto tutto quello che potevano, compreso il campeggio, per restare in fila e avere la possibilità di assicurarsi un posto.
Yu Qi, 47 anni, è stato più fortunato, e ha ricevuto l’assegnazione per un alloggio a basso costo nella zona di Tiantongyuan nella fascia esterna di Pechino, dopo aver aspettato solo tre ore.
L’operaia disoccupata era fra le centinaia di richiedenti di una lunga fila che si snodava per più di 500 metri. Ci sono volute guardie della sicurezza lungo le transenne per mantenere l’ordine, nel caos di venditori che offrivano cibo e bevande alla gente in attesa.
La mattina del 13 giugno, i costruttori hanno assegnato 5.000 alloggi, a 2.650 yuan (320,4 dollari) al metro quadrato, 2.000 yuan (241 dollari) in meno del prezzo di mercato delle case lì attorno.
”Il prezzo è ragionevole e gli appartamento sono buoni. Ma ce ne sono troppo pochi” dice Yu.
A causa di un progetto di rinnovo urbano, Yu e la sua famiglia sono stati trasferiti in un quartiere popolare in affitto alla periferia della città.
”Insieme con mio marito abbiamo un salario mensile di circa 2.000 yuan (241 dollari). Coi nostri risparmi, più l’indennizzo di trasferimento da parte del governo di 200.000 yuan (24.100 dollari) riusciamo a permetterci un alloggio di 80 metri quadrati.
Molte delle famiglie a basso reddito nella capitale devono contendersi i pochi alloggi a basso prezzo disponibili, nonostante un eccesso di case di lusso sul mercato.
James Jao, cinese-americano consulente del Consiglio di Stato, dice che l’offerta di case a buon mercato non può corrispondere alla domanda dei residenti a basso reddito. Jao è anche titolare della J.A.O Design International Architects & Planners Limited.
Secondo i calcoli del Comitato per le Costruzioni di Pechino, dei circa 20 milioni di metri quadrati di edilizia residenziale venduti nel 2004, solo 2 milioni erano destinati alle famiglie a basso reddito.
Solo il 4,61 per cento dell’investimento totale immobiliare della città nel 2004 è stato in case a buon mercato.
Il bisogno è diventato più acuto da quando l’amministrazione locale ha iniziato l’attuazione del nuovo piano quinquennale, restringendo le aree già destinate alle abitazioni economiche.
Liu Yongfu, direttore del Comitato per le Costruzioni di Pechino, secondo il Beijing Times ha affermato che le case economiche avranno a disposizione una superficie complessiva di 10 milioni di metri quadri nei prossimi cinque anni, con una riduzione di 5 milioni rispetto al quinquennio precedente.
Nel frattempo, la domanda per questo tipo di case è salita sino a 11 milioni di metri quadri, a causa delle operazioni urbanistiche, ricostruzioni, progetti stradali.
E se la carenza di case economiche è una realtà tangibile, meno chiaro è quello che costituisce oggi una “persona a basso reddito”, e ciò rende la maggior parte degli abitanti qualificati ad accedere a questo tipo di edilizia.
”C’è gente che guida una BMW e riceve i documenti di assegnazione prima di altri che hanno solo la bicicletta” afferma Liu Hongyu, professore all’Istituto di Studi Immobiliari all’Università di Tsinghua University, in un’intervista alla Televisione Centrale Cinese.
”Ma i quartieri popolari sono stati costruiti per assistere quelli con la bicicletta nell’acquisto di una casa” prosegue Liu.
Zheng Siqi, lettrice nello stesso istituto, da’ la colpa ad un sistema creditizio nazionale alle persone incompleto, e alla definizione vaga di cosa sia il “basso reddito”.
”Una famiglia a basso reddito è identificata da un salario annuo di 60.000 yuan (7.255 dollari), cifra che non è stata cambiata dal 1998, quando fu lanciato il programma delle case economiche” dice Zheng.
”Il reddito non dovrebbe essere calcolato in base al salario. Oggigiorno il reddito ha varie fonti”.
Dunque, alcune persone a reddito maggiore si sono avvantaggiate, nei progetti di case economiche.
”Si possono vedere auto di lusso parcheggiate di fronte ai quartieri più grossi” aggiunge.
Secondo i calcoli del Comitato per le Costruzioni di Pechino, il 10 per cento delle 175.000 famiglie che hanno acquistato case economiche dal 1998 non ha superato le verifiche più recenti per le qualifiche al diritto.
Per tutelare gli interessi degli abitanti a basso reddito, il Comitato sta rafforzando il sistema delle verifiche su redditi e tasse, migliorando il sistema attraverso la pubblicazione di dati sul sito web.
Chi viola le regole sarà escluso dalle graduatorie delle case economiche per due anni.
In più, i sottili margini di profitto consentiti dall’edilizia popolare hanno ridotto la voglia dei costruttori di investire in questa direzione, sostiene Sam Casella, presidente di Planning Authority LLC, studio di consulenza americano.
”Costruttori e governo, invece, si sono concentrati su interventi più lucrosi rivolti a strati di mercato superiori” dice Casella.
”Se chiedono di realizzare alloggi di lusso, il governo dovrebbe autorizzare solo interventi misti: parte case costose, parte abitazioni meno costose”.
Nota: al sito Xinhua Online il testo originale (f.b.)
Titolo originale: Berliner Hot Luft – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
BERLINO – Klaus Wowereit ama dire che “Berlino è povera, ma sexy”. La battuta del sindaco ha un fondamento. Berlino ha un alto tasso di disoccupazione, debiti enormi, e un mercato immobiliare oscillante da anni. Le case a buon mercato attirano artisti, studenti, e altri generi bohemian. Spaziosi lofts progettati per agenzie di pubblicità e studi di consulenza, sono stati convertiti in studi fotografici o sale di prova per gruppi musicali. Si sviluppano bozze di romanzi, si preparano tele per quadri. La voce si è diffusa: amici persi di vista vengono in visita da posti che non sono né poveri né sexy, e si fermano qualche giorno. Qualcuno per settimane, o mesi. Ma quando mi si sono ri-trasferito, in questa mia città natale, ho scoperto che – nonostante tutta questa tendenza – manca qualcosa.
Che sia la squadra di calcio? (Hertha Berlin ha seguito il Monaco per anni). Oppure il fatto che manca un grande quotidiano? (quello di riferimento viene da Francoforte). Sulla metropolitana semivuota al mattino, mi manca anche l’ora di punta (solo la linea U3 è stipata: di studenti della Free University diretti alla lezione delle 10). Per via della crisi economica, qui innumerevoli attività – dalle grosse manifatture ai piccoli negozi – hanno chiuso. Ora quasi tutte le vetrine, più o meno, si aprono su spazi per uffici in condivisione dove scrittori free-lance o architetti vestiti in stile fissano schermi di computer, aspettando che magari suoni un telefono. Berlino può anche fare tendenza, Mr. Wowereit, ma qui non succede niente.
Naturalmente, la città è sempre stata un po’ in secondo piano. Non c’è un vero porto, né una grossa borsa, o uno skyline degno di nota. Forse è per questo che i nazisti volevano costruire la Grande Cupola, alta 250 metri e sette volte più larga di San Pietro. Invece, Berlino ha avuto il Funkturm, un clone della Torre Eiffel grande la metà.
Roma e Parigi hanno dominato il mondo per secoli; l’era d’oro di Berlino è durata un paio d’anni. Negli anni ’20, gente diversa come Nabokov, Schonberg, Einstein o Wilder hanno vissuto e socializzato qui. Gli storici stanno ancora tentando di capire come mai tanti personaggi interessanti abbiano prosperato qui. Coincidenza, dice qualcuno. Altri danno il merito alla Berliner Luft, l’aria di Berlino, che si dice chiarisca la mente e curi i postumi di sbronza.
La cosa più probabile, tuttavia, è che sia stata la crescita economica. Dopo la prima guerra mondiale, la Germania sopravvisse a qualche anno di iper-inflazione per riemergere con un notevole boom: e Berlino ne stava al centro. Le fabbriche lavoravano a pieno ritmo; e così i bar e i bordelli. Anche il grande romanzo berlinese fu scritto allora: Berlin Alexanderplatz di Alfred Doblin tratteggia una spietata e dinamica città capitalistica.
Anche se alcuni fans di Berlino vorrebbero rivivere la Repubblica di Weimar, ad altri – gente di sinistra, liberali, o anche i miei genitori – manca la Berlino Ovest degli anni ’70 e ‘80. Allora, la maggio parte delle imprese se n’era andata. Invece di Siemens, Allianz o AEG, la città divisa dal muro ospitava attivisti, faccendieri, e David Bowie. Economicamente morta e politicamente arroventata, Berlino attirava le persone annoiate dalla Germania Occidentale. L’umore era alternativamente ribelle o apocalittico, i vestiti d’ordinanza neri, e il gruppo musicale più noto finì per chiamarsi Einsturzende Neubauten, ovvero “Nuovi edifici cadenti”. Ma alla fine, non fu Berlino Ovest a cadere: cadde il Muro. Migliaia di tedeschi dell’est e dell’Ovest si abbracciarono per le strade, celebrando la riunificazione di una città divisa. I leaders mondiali calavano a Berlino come turisti in gita organizzata; li seguirono dappresso urbanisti, investitori, e anche i parlamentari votarono di spostarsi. Era tale la promessa della nuova Berlino (da non confondersi con New Berlin, Wisconsin, che era sul mercato da un po’) che gli intellettuali sentirono il bisogno di mettere in guardia. Non avrebbe potuto alla fine, la capitale di una Germania riunificata, diventare tanto potente da far rivivere il sogno fascista di un impero mondiale? Potevano risparmiarselo. Quando l’entusiasmo si calmò, la gente capì che non era successo gran che.
Perché no? prima di tutto, i burocrati di Bonn non si sentivano molto di spstarsi nella grande città. Berlino ebbe una bella cupola di vetro sull’edificio del parlamento, nuove ambasciate e ogni genere di sussidi federali. Ma interi ministeri e settori rimasero sul Reno. Ecco perché qualche volta sembra che la Germania abbia due capitali: a Bonn si sbrigano le pratiche, e a Berlino si tengono i ricevimenti. È una divisione del lavoro che va benissimo a certe persone. “In nessuna altra capitale del G8 è tanto facile essere invitati da un capo di stato come a Berlino” scrive il giornalista Alexander von Schonburg nel suo bestseller, L’Arte di essere poveri con stile. Basta mandare una lettera gentile, inventandosi il nome di un’impresa di dimensioni medie che, naturalmente, vuole stringere rapporti economici con il paese in questione. Ed assicurarsi che non sia la regina, o Putin in arrivo: il presidente dell’Uzbekistan andrà benissimo”. Quello che è peggio, i grandi affari non sono mai tornati a Berlino. Le compagnie liriche qui superano di tre volte il numero degli uffici centrali di multinazionali. La Bertelsmann, la Bayer e tutti gli altri hanno aperto uffici di rappresentanza (la TUI ha anche aperto un grazioso piccolo cocktail bar). Ma per la maggior parte lavorano, fanno soldi e pagano le tasse altrove. Il malessere appare evidente nella ricostruzione della Potsdamer Platz. Architetti di grido come Helmut Jahn miravano ad un aspetto in stile New York City, e hanno creato un effetto da villaggio Potëmkin. Enormi cartelli “affittasi” ornano le ambiziose torri. C’è qualcosa di surreale nella Potsdamer Platz, ed è quello che fa dire all’ospite dei talk-show Harald Schmidt, che è come se “la famiglia Ceausescu avesse fatto un ultimo investimento prima dell’esecuzione”. Anche altrove Berlino è il posto dove comprare. Immobili di prima qualità sono disponibili per gli scopi più vari. Come il Palast der Republik, campione di architettura socialista che ospitava un tempo il parlamento della Germania dell’Est. I legislatori hanno da tempo deciso che l’edificio debba essere demolito. Ma la demolizione è stata più volte posticipata per le incertezze nei finanziamenti. Nel frattempo, il Palast ha ospitato innumerevoli feste techno, spettacoli musicali per cori, gare di pattinaggio. L’ultima volta che ci ho fatto caso, un gruppo di geniali organizzatori di eventi aveva fatto allagare l’intero pianterreno con 300.000 litri d’acqua, e invitava i turisti a visite guidate su battelli gonfiabili.
Sembra tutto molto divertente, vero? Ma qui sta il problema: l’assenza di una solida base economica è palpabile ovunque si vada; e non si tratta solo dei quartieri delle classi lavoratrici come Wedding ma anche nell’elegante Friedrichshain. Anche se ci vivono alcuni dei più capaci pittori e scultori del mondo, i loro mercati più importanti stanno a New York City. A Berlino ci sono 10.000 giornalisti in cerca di lavoro, ma hanno molta più probabilità di trovarlo a Amburgo. Quando Renzo Piano, Philip Johnson e Sir Norman Foster riprogettarono Berlino negli anni ‘90, vennero qui schiere di giovani entusiasti a studiare architettura. Adesso che le star se ne sono andate, i laureati di Berlino possono ritenersi fortunati se riescono a ristrutturare un liceo in Baviera.
C’è qualcosa al tempo stesso notevole e miserabile in una città che non riesce a sostenere i talenti che attira. La Germania, con la sua economia stagnante, ha allevato una generazione di giovani professionisti, e in nessun posto sono tanto smarriti come qui, nella capitale. Il saggista Wolf-Jobst Siedler paragona l’atmosfera prevalente compares a quella dell’Aspettando Godot di Beckett: sembra che tutti stiano aspettando qualcosa, ma nessuno sa che cosa. I bar di Prenzlauer Berg e Mitte, di Kreuzberg e Charlottenburg, sono stipati di gente interessante. Ma se ascoltate con attenzione le loro chiacchiere, capirete che la musica si suona da un’altra parte.
Nota: il testo originale al sito del Wall Street Journal online (f.b.)
La superstrada volerà sopra la riserva naturale della Ficuzza, e a tratti vi si insinuerà sfiorando laghetti e rocche e abbattendo alberi. Collegherà i comuni di Marineo e Corleone, avvicinando un po’ di più il paese natale dei boss Provenzano e Riina alla capitale Palermo. E questo sarà “essenziale per la liberazione del corleonese dalla presenza mafiosa”, assicura il sindaco, il deputato del “Patto per la Sicilia” Nicolò Nicolosi che non perde occasione di ribadirlo e lo ha messo nero su bianco in un’interrogazione al ministro dei lavori pubblici Lunardi, con la quale sollecitava attenzione – accordata – al progetto. Affiancato nell’entusiasmo dal senatore Renato Schifani, vero “padrino” di un’opera pubblica che gli ambientalisti non esitano a definire “uno scempio inutile e costoso”. E contro il quale promettono battaglia.
È uno scempio che risulta già evidente dalle simulazioni che il “Forum Salviamo Ficuzza” - promosso da associazioni ambientaliste e gruppi di agricoltori della zona e di società civile - ha preparato: enormi piloni e sopraelevate, con “rotatorie stile Las Vegas”, si staglierebbero tra il verde dei campi e degli alberi di un’area prettamente rurale, protetta oltreché dal decreto della Regione che nel ‘91 istituì la riserva nel bosco adiacente, anche dall’Unione Europea che vi ha individuato due Sic, due siti di importanza comunitaria. E la soprintendenza e il dipartimento forestale, chiamati a tutelare l’area protetta, lo hanno ben rilevato nei pareri negativi opposti a buona parte dell’opera, della quale hanno bocciato quattro dei cinque lotti previsti. Il faraonico progetto dell’Anas,definito eufemisticamente “rifacimento della statale 118” (in realtà si tratta di uno stravolgimento totale il dell’arteria esistente) e finanziato in tempi record con cento milioni di euro, viene smontato pezzo per pezzo dai funzionari dei due enti, proprio per lo stravolgimento che causerebbe nella zona. Degli undici viadotti previsti, con dodici cavalcavia, due gallerie e due ponti, viene salvato ben poco nei pareri vincolanti emessi nei mesi scorsi: è concessa solo la realizzazione di un viadotto del lotto 3 del progetto, l’unico ad avere avuto il benestare perché i 5 chilometri interessati si discostano dalla riserva, anche se i lavori comporterebbero r abbattimento di un filare di pini secolari.
L’Anas e i padrini del progetto non hanno tenuto conto di questi pareri, né delle proteste ambientaliste né delle prese di posizione di molti esperti che hanno bocciato la superstrada. Hanno ignorato ovviamente anche l’allarme degli agricoltori della zona, che si sono subito riuniti in comitato e hanno presentato un ricorso al Tar contro la realizzazione dell’opera, rimasto finora senza risposte: la sentenza è slittata di un mese. Insieme ai pochi operatori turistici della zona, dove sorgono perlopiù piccole aziende agrituristiche frequentate da persone in cerca di silenzio e di natura, spiegano che la vocazione di Ficuzza è in contraddizione con un progetto stradario di tale portata. “E poi alcune aziende agricole verrebbero addirittura frammentate dalla strada, che impedirebbe il passaggio tra fondi contigui”, dice Luigi Arcuri, che produce cereali e alleva bovini ed equini con metodi biologici e che insieme ai colleghi del comitato sottolinea anche il problema degli espropri inevitabili, sui quali comunque non è stato comunicato ancora nulla di certo.
I fautori della “Marineo-Corleone” non hanno tenuto conto neppure dei calcoli “matematici” prodotti in una perizia da alcuni docenti dell’università di Palermo, su incarico del “Forum Ficuzza”, “che dimostrano come tutto questo farebbe risparmiare in realtà solo 8 minuti sull’attuale percorso tra Palermo e Corleone”, dice Franco Russo del Wwf Sicilia Non solo, “esiste già una strada alternativa a questa, che parte dal lato opposto di Corleone e attraverso una strada a tratti degradata, si collega allo scorrimento veloce Palermo-Sciacca e fa addirittura risparmiare più tempo: 42 minuti contro i 50 previsti con la realizzazione della superstrada”. Gli ambientalisti hanno più volte sollecitato l’Anas a valutare l’ipotesi di interventi volti a migliorare semmai proprio questa strada alternativa, ma per tutta risposta l’Anas ha partorito un progetto collegato a quello della superstrada, d’impatto altrettanto devastantee ancor più dispendioso: una “bretella” che dall’entrata di Marineo immetterebbe direttamente sulla superstrada che verrà, 150 milioni di euro per 7,7 chilometri di cemento. E intanto ha accelerato su questo, bandendo la gara d’appalto per il terzo lotto e annunciando che i lavori avranno inizio a luglio, tra le dichiarazioni di soddisfazione del sindaco Nicolosi e del senatore Schifani, che per il suo impegno a favore della strada si è guadagnato pure la cittadinanza onoraria di Corleone, assegnata il giorno dopo la pubblicazione del bando di gara. Senza alcun senso del ridicolo, il sindaco attacca gli oppositori della strada come “nemici dello sviluppo di Corleone”, che “favoriscono, non so quanto consapevolmente, la mafia”. E con una giravolta logica assicura che “il bando per il terzo lotto garantisce che la superstrada non sarà più un’incompiuta”, facendo allarmare gli ambientalisti, perché invece è ovvio che cominciare una strada dal suo centro, senza avere il permesso di realizzarne l’inizio e la coda “significa dare avvio a un’incompiuta annunciata”, dice ancora Russo. Che si chiede: “O l’Anas spera che una volta iniziati i lavori, Sovrintendenza e Forestale si ammorbidiscano?”.
Il rischio che pian piano il progetto vada avanti è reale, per questo “occorre assolutamente impedire l’avvio del cantiere”, dicono quelli del “Forum”, chiamando i siciliani a partecipare alla marcia di domenica 29, con partenza alle 10 dal borgo della Ficuzza.
Nota: qui il link alla pagina del WWF SICILIA, con altre notizie sull'argomento e le varie iniziative (f.b.)
Titolo originale: Consumer Versus Community – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
“Una società di proprietari”. Grazie al presidente Bush, quelle due parole rotolano sulla lingua come fossero una sola. Ma ci sono momenti in cui la nozione di proprietà trama contro l’idea di società: specialmente quando si confrontano nella vita quotidiana delle città americane. Quello di cui l’America ha davvero bisogno è una politica che accenda il sentimento comunitario e la cooperazione fra cittadini, anziché semplicemente insegnar loro a investire la vita nell’ American Dream.
La Società dei Proprietari vuole essere la risposta del XXI secolo al New Deal o alla Great Society: programmi dove il governo aveva un ruolo definito nel migliorare la vita degli americani. Programmi che avevano dei difetti, certamente, ma che promuovevano il lavoro e la responsabilità collettiva. Spingevano gli americani a porre al centro il benessere della comunità, a considerare il proprio destino personale come inestricabimente legato a quello del prossimo.
Quando il Presidente Bush parla della sua Ownership Society, invece, offre un programma che esalta le possibilità del singolo consumatore. La proprietà della casa ne è un esempio perfetto. Pilastro centrale della società dei proprietari, la proprietà della casa è abitualmente dipinta come la più alta forma di cittadinanza alla quale gli americani dovrebbero aspirare.
Questa valorizzazione è sostenuta da una notevole quantità di studi sulla proprietà. L’ossessione inizia con la teoria secondo cui la casa della singola famiglia rappresenta un investimento fondativo per la comunità. Ciò significa, prosegue la teoria, che i proprietari sono meno propensi a muoversi, saranno portati alla manutenzione della proprietà, all’attenzione per l’ambiente del quartiere, di quanto non siano i loro pari, ma inquilini in affitto.
Eppure in tutti i miei anni di impegno in organizzazioni per lo sviluppo economico – oltre ad essere io stesso proprietario di casa – ho visto anche come la proprietà possa spingere la gente a concentrarsi su di sé, a spese della comunità che gli sta intorno.
Nei miei dodici anni a capo di un’organizzazione di base a Central Brooklyn, la maggior parte dei gruppi di proprietari di casa con cui sono entrato in contatto erano del tipo NIMBY ( Not In My Backyard). Erano più appassionati ed efficienti nell’organizzare giri per le case in pietra caratteristiche della zona, e a bloccare vari progetti cittadini in partenza, anziché ad iniziare qualunque programma di beneficio sociale.
Alle assemblee del mio condominio, sono regolarmente trascinato in discussioni in buona fede coi miei colleghi proprietari, inevitabilmente orientate a proteggere il valore della nostra proprietà e i nostri interessi. Quando penso a me stesso in modo ristretto, come proprietario di casa, il mio cortile diventa l’universo. Qualunque cosa, dalla cacca di cane sul mio prato alle case popolari all’angolo, diventa una minaccia. Vengo colto da impulsi di autodifesa, reazionari e gretti che non sapevo di avere.
Siamo chiari: aumentare la possibilità che le famiglie a basso reddito possiedano una casa è senza dubbio uno degli elementi più importanti per la costruzione del benessere, utilizzati dai professionisti dello sviluppo economico comunitario in tutto il paese. In un’economia dove tante persone si sentono escluse, la proprietà della casa spesso offre alle famiglie un rifugio, una fetta di dignità e un modo per esercitare controllo sulle proprie vite e il proprio ambiente.
Ma è comunque fuorviate fare della proprietà della casa un feticcio, conferendole virtù mistiche di misura del valore dell’individuo per la società, in base a ciò che possiede. Se lo scopo della Ownership Society del presidente Bush è quello di creare soggetti che siano responsabili, membri attivi della società, abbiamo davvero bisogno di una leadership nazionale che sappia distinguere il consumismo dalla cittadinanza.
La proprietà della casa è una scommessa di alto profilo. Proponendo un’idea individualista come quella dei buoni scuola o delle assicurazioni private per la sicurezza sociale, la politica interna americana isola sempre più vite familiari e vicende economiche che un tempo erano esperienze condivise da tutti. Contemporaneamente, la nostra cultura incoraggia i ceti operai e medi a concentrare la propria sicurezza finanziaria nella casa familiare. In queste condizioni, l’impegno civico non direttamente legato agli interessi della proprietà diventa un lusso che pochi si possono permettere.
Programmi come la American Dream Downpayment Initiative (ADD), approvata all’unanimità dal Congresso nel 2003 con enorme sostegno bipartisan, offrono sostegni al pagamento degli interessi per famiglie a basso reddito. Ma se la ADD è un’iniziativa valida, sia questa che altri programmi per la proprietà della casa si concentrano esclusivamente nell’ungere gli ingranaggi del mercato immobiliare. Anziché accettare solo i paradigmi del mercato, i progressisti dovrebbero guardare alla Ownership Society per quello che realmente è. Così gli strumenti potrebbero diventare nelle mani dei professionisti di sviluppo locale mezzi per promuovere modelli come i land trusts o le cooperative a proprietà indivisa, forme di proprietà alternative che consentano agli abitanti di condividere e diffondere sia i rischi che i benefici della proprietà.
Nello stesso modo, quando si parla di rimuovere gli ostacoli all’accesso alal casa in proprietà, i legislatori dovrebbero tutelare e aggiornare il Community Reinvestment Act e introdurre leggi di giustizia economica contro gli impedimenti discriminatori e strutturali del mercato della proprietà e dell’affitto, come i mutui ad alto costo predatori.
Quando parlano di società dei proprietari, i leaders locali, politici, religiosi, dovrebbero parlare della responsabilità dei proprietari di casa verso i propri vicini, di come si possano usare il capitale e la posizione sociale per ricostruire la comunità che ci sta attorno. Forse, allora, la proprietà di casa potrà essere usata per ispirare qualcosa di più elevato del “Prenditi ciò che è tuo”.
Nota: qui il testo originale al sito Tom Paine Common Sense (f.b.)
Titolo originale: Supreme Court Case Could Affect Baseball Stadium – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
C’è un caso pendente alla Corte Suprema USA che a parere di urbanisti, giuristi esperti del settore, e consiglieri comunali, può decidere la sorte di due importanti progetti economici per il Sud-est, compreso quello dello stadio di baseball.Ci si aspetta che la corte decida nei prossimi mesi, se l’amministrazione locale possa o meno usare il proprio potere di esproprio per trasferire terreni da un proprietario privato all’altro, al solo scopo di trasformazione per usi economici (diversa dall’acquisizione per scopi pubblici come strade o uffici governativi)È stata ascoltata ieri una deposizione sul caso Kelo v. City of New London, Connecticut, e i funzionari del District of Columbia stanno seguendo la vicenda da vicino, preoccupati che possa complicare (o per lo meno aumentare i costi) i progetti per costruire uno stadio di baseball su aree private, e ristrutturare l’obsoleto centro commerciale di Skyland, all’incrocio fra Alabama Avenue e il tratto sud-est della Good Hope Road.”È più facile prendersi un pezzo di terra agricola, tirar giù una foresta, e costruire lì”, nelle aree esterne, dice il sindaco Anthony A. Williams (D), che ieri ha seguito i lavori della Corte da semplice spettatore. “Se vogliamo avere un approccio smart growth, abbiamo bisogno di questo strumento”.Le autorità pubbliche abitualmente usano la facoltà di esproprio per acquisire i terreni necessari ai loro progetti, contando sulla magistratura per fissare un prezzo equo, se non hanno esito positivo i tentativi di accordo con la proprietà. Nel caso citato del Connecticut, il proprietario aveva messo in discussione the il diritto dell’ente pubblico di utilizzare questa procedura al solo scopo di consentire che un diverso proprietario privato facesse un uso differente dei terreni.La città ha bisogno di circa 10 ettari per costruire uno stadio di baseball per i Washington Nationals vicino alle rive del fiume Anacostia, e alcuni dei proprietari dei terreni circostanti non vogliono vendere.”Posto che la Corte [Suprema] decida che ci sono limiti costituzionali alla facoltà di esproprio per scopi privati, il problema è vedere se lo stadio sia davvero una funzione pubblica, oppure un regalo per la Lega Baseball, come dice qualcuno”, afferma Dale Cooter, legale del proprietario di un porno-shop sui terreni dello stadio. “Qui si tratta della lega Baseball travestita da funzione pubblica”. Il proprietario del porno-shop non intende muoversi.
David A. Fuss, avvocato specializzato in questioni urbanistiche allo studio Wilkes Artis, è d’accordo, e dice che “l’effetto ultimo [sulla Città] potrebbe essere che l’esproprio a uso baseball non corrisponda a quello che la Corte Suprema considera pubblica utilità”.”Questo potrebbe portare al blocco dell’intera operazione dello stadio” continua Fuss, e consentire ai proprietari di chiedere qualunque prezzo al comune.Il sindaco Williams non è d’accordo, e sostiene che il precedente di Kelo non riguarda il caso dello stadio, perché la struttura resterebbe di proprietà comunale. Ma aggiunge anche che, se la struttura fosse affittata “a una cifra troppo bassa” alle Lega Nazionale, si potrebbe sostenere che qui si favorisce un privato, rientrando nel precedente di Kelo.”Quello di proprietà è un diritto importante in questo paese” dice Williams, ma aggiunge che qualunque restrizione alle possibilità del comune di usare la facoltà di esproprio “rallenterebbe fino alla paralisi molte attività costruttive”.”Ci sarebbero tante resistenze che diventerebbe impossibile fare qualunque cosa”.Herb Miller, costruttore di edilizia commerciale in città, che ha proposto un piano per finanziare privatamente lo stadio e realizzare un complesso di negozi big-box sui terreni circostanti, dice di aver incaricato consulenti legali per verificare se il progetto possa ricadere nel precedente di Kelo.”Nel nostro caso, mi dicono, la zona attorno allo stadio è degradata ed esistono parecchi casi del genere in cui è stata accettata legittima la procedura dell’esproprio per pubblica utilità”, afferma Miller. Dice, anche di voler tentare un accordo coi proprietari dei 6 ettari fra i tratti sud-est delle strade N e M, per collocare lì i negozi big-box, e che il comune dovrà usare la facoltà di esproprio solo se i proprietari non vogliono vendere.
La decisione della Corte Suprema potrebbe influenzare anche i progetti della città per la ristrutturazione del centro commerciale Skyland, su Alabama Avenue e Good Hope Road, dove alcuni proprietari rifiutano di vendere al comune (che cederebbe le superfici ad altri commercianti di livello superiore). In città si è parlato a lungo di portare lì un negozio Target, ma non si è ami firmato l’accordo con la catena.I funzionari della National Capital Revitalization Corp., organismo semipubblico legato al comune e in prima fila nei progetti di ristrutturazione dello Skyland, dicono di aver in corso negoziati coi proprietari, nella speranza di comperare i terreni senza dover ricorrere alla procedura di esproprio. I proprietari dello Skyland affermano di non volere cedere tramite esproprio, solo perché le superfici siano consegnate a un altro proprietario privato.”Il governo vuole prendersi la mia proprietà e darla a un costruttore privato: credo che l’America non possa tollerarlo”, ci dice Larry Hoffman, proprietario di alcuni piccoli uffici e gestore per conto dei proprietari di circa 5.000 metri quadri di negozi allo Skyland. “Non ho nessun problema, se il governo si prende la mia proprietà per costruirci una strada a uso pubblico ... ma semplicemente darla a un altro che ci fa dei soldi, forse lui è migliore di me?”.
Nota: qui il testo originale al sito del Washington Post (f.b.)